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Lettera di Pier Luigi Bersani agli iscritti di Varese

Care Democratiche e Cari Democratici varesini,

nel momento in cui si concludono in tutta Italia le ultime Feste Democratiche mi é cara l’occasione per mandare un saluto riconoscente per l’accoglienza ospitale alle vostre feste della Schiranna e del Borgorino e un grazie di cuore a nome di tutto il Partito a tutti i volontari che le organizzano e le rendono vive lungo tutta l’estate.

Essere vostro ospite fu anche l’occasione, per me importante e significativa, di presentare proprio da Varese la Carta di Intenti per la ricostruzione e il cambiamento, per le elezioni del 2013, mettendo al centro della discussione l’Italia. L’Italia che lavora, che studia, che cerca un avvenire migliore e che aspetta da noi democratici fiducia e speranza in un momento di grande difficoltà economica e sociale.

“Tocca a noi” questo compito e lo dobbiamo svolgere, come ho detto a Varese, non solo con le forze politiche, democratiche e progressiste, ma con i movimenti e le associazioni della società civile, con gli amministratori dei nostri Comuni e con le donne e gli uomini che vogliano partecipare alla ricostruzione e al cambiamento di questo Paese.

Il PD porta in questo confronto le idee e le proposte che ha iniziato a delineare da tempo, già in occasione della conferenza programmatica che si tenne proprio nella vostra provincia, a Busto Arsizio.

Ora si avvicina il momento in cui diremo al Paese che vogliamo prenderci le nostre responsabilità e che conosciamo il nostro compito: farlo uscire da un destino di arretramento e farlo uscire con meno disuguaglianza, con più lavoro e con una democrazia funzionante e pulita.

Nulla di più rappresenta il nostro amore e il nostro rispetto per la democrazia della prova che affrontiamo con le primarie aperte.

Sarà un’occasione straordinaria per intensità di confronto e partecipazione.

Sarà la prova, che diamo all’Italia, di essere quello che siamo, un grande partito popolare, un partito libero, senza padroni.

Lo possiamo dire, con umiltà e orgoglio, anche grazie a voi e al lavoro e alla fatica delle oltre duemila Feste che si svolgono in tutta Italia.

Un saluto affettuoso dal vostro

Pier Luigi Bersani

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Lavoro. Bersani: ottimista sull’accordo

“Mi pare che in queste ultime 48 ore” ci sia “da parte di tutti quelli che sono seduti al tavolo, a cominciare dal governo” una maggiore “consapevolezza che il Paese è nei guai e che si debba cercare un progetto comune”. E’ quanto ha affermato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a margine di un incontro del Pd bolognese sul lavoro, mostrandosi fiducioso su una possibile intesa per la riforma del lavoro. In tema di lavoro, l’articolo 18 non è il problema principale, “c’è da aggiustarne la gestione” ma non è opportuno mettere al centro un tema che è a margine” della discussione sul lavoro. “Non è questo il problema – ha osservato riferendosi all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – c’è da aggiustarne la gestione, credo che sia un tema che si può affrontare ma non mettiamo al centro un tema che è a margine del tema del lavoro perché, altrimenti, non si può più discutere dei problemi veri”. Per affrontare un cambiamento nel sistema degli ammortizzatori sociali “ci vuole un progress e ci vuole anche un quadro di risorse certo sennò non ci crede nessuno: le cose non si fanno con i fichi secchi altrimenti non ci crede neanche l’Europa”. “E’ evidente che ci vuole un progress – ha replicato a chi gli chiedeva un commento sull’ipotesi di una proroga al 2017 della riforma degli ammortizzatori sociali – quando si passa da un sistema ad un altro. Bisogna organizzare un’evoluzione del sistema degli ammortizzatori in modo che non siano indeboliti ma siano migliorati e questo richiede un arco di tempo”. Riflettendo sul tema del lavoro, il segretario del Pd ha, poi, sottolineato come la questione della precarietà ha indebolito il sistema del lavoro stesso. “Qui – ha puntualizzato – bisogna mettere assolutamente un rimedio. Vogliamo fare come la Germania, visto che dobbiamo fare gli esami? Allora io mi chiedo se risulti a qualcuno che in Germania ci sono 46 tipi di contratto. E non si dica che in Germania non ci sono tutele per i lavoratori contro le discriminazioni”. Sul tema del lavoro, non ci sono divisioni all’interno del Pd, “il punto è che ne discutiamo solo noi e per questo sembra sempre che noi abbiamo dei problemi”. “Il Pd ha le sue proposte precise in Parlamento. Nel Pd c’è libertà di parola – ha argomentato – ed è l’unico partito che ha presentato proposte precise sul lavoro quindi quando arriveranno le norme del Governo sapremo come confrontarle perché noi abbiamo le nostre proposte che non toccano l’articolo 18, ma toccano la precarietà, gli ammortizzatori sociali, gli incentivi per l’occupazione femminile e come dare un po’ di lavoro”. “Di questo ci siamo ampiamente occupati negli organismi dirigenti, nelle nostre assemblee. Il punto è che ne discutiamo solo noi e per questo sembra sempre che noi abbiamo dei problemi”. Capitolo Liberalizzazioni Sul tema delle liberalizzazioni “io vorrei che il governo si mettesse con chi vuole rafforzarle”. “Ci sono tantissime frenate – ha osservato – ma ci sono anche tantissime accelerate e quindi non si può mettere tutto nel mucchio. Credo che anche il governo, se c’è una proposta che rafforza la sua stessa norma debba guardarla con un occhio interessato”. Secondo il segretario del Pd “in queste ore in Commissione vengono contrastati emendamenti a rafforzare e non a indebolire le liberalizzazioni. Questo sta succedendo in Commissione: c’è chi vuole indebolire, c’è chi vuole rafforzare. Io – ha ribadito – amerei che il Governo si mettesse con chi vuole rafforzare”.

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Il PD a fianco dei lavoratori

Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico non usa giri di parole, conosce la linea ufficiale del partito sui temi economici e ne snocciola i punti salienti con sicurezza, anche su quelli che hanno fatto più discutere all’interno del Pd. E dalla platea varesina viene applaudito, molto. Formazione bocconiana, collaboratore del governo ai tempi di Ciampi e del Fondo Monetario Internazionale per 5 anni fino al 2005. Eppure al collegio De Filippi, dove il Pd ha concluso un’intera giornata dedicata al lavoro, gli applausi più calorosi li ha strappati anche dai dirigenti della Cgil. Le domande del pubblico avevano posto sul tavolo i temi più spinosi: la proposta Ichino, il comportamento della Fiat di Sergio Marchionne e il Governo Monti. Fassina non le ha evase e le ha affrontate con il merito della chiarezza. Cappello iniziale sul quale ha poggiato i suoi ragionamenti è un’analisi di sistema sulla politica economica Europea: «Chiariamo che la quantità e la qualità del lavoro c’entrano più con lo sviluppo che con le regole del lavoro, perché con la crescita è più facile scrivere regole eque – ha spiegato Fassina -. Quindi la questione fondamentale che poniamo è quella dello sviluppo». Uno sviluppo da non inseguire a costo di spaccare la tenuta sociale, «ci hanno sempre parlato di flessibilità come ricetta per la crescita. Veniva posto come modello quello degli Stati Uniti, che crescevano grazie all’indebitamento e che ora ha fatto emergere tutti i suoi disastri. Noi non usciremo da questa situazione se non cambia la politica economica dell’Europa. Se rimane concentrata sull‘austerità della Finanza pubblica porterà tanti guai». Tesi diversa dalle politiche del Governo Monti, sul quale Fassina ha più volte alzato la voce anche all’interno del partito: «fermo restando il nostro sincero sostegno a Monti dobbiamo cercare di invertire la rotta su alcune rigidità di questa politica economica». Proposta Ichino sul lavoro: «Nel Partito Democratico quella proposta non c’è – ha spiegato Fassina -. C’è invece la proposta del Partito Democratico che è diversa. La nostra posizione è che se non c’é sviluppo non c’é lavoro, fermi restando i diritti dei lavoratori. In Italia i contratti precari sono così diffusi perché quei tipi di contratti costano meno, nessun Paese in Europa ha la precarietà che costa meno della stabilità. Noi vogliamo disboscare la jungla delle riforme contrattuali e potenziare un canale di ingresso dei giovani al lavoro stabile. Potrebbe essere un contratto prevalente caratterizzato da un periodo formativo iniziale che costi meno e poi incentivi per la stabilizzazione a tempo indeterminato. Puntiamo anche all’introduzione di una retribuzione oraria minima e alla riforma degli ammortizzatori sociali, perché oggi chi perde un contratto ed è un precario non ha nulla. Bisogna introdurre un’indennità di disoccupazione con carattere universale da affiancare alle casse integrazioni». Sul lavoro servono anche nuove sperimentazioni: «serve democrazia economica – spiega Fassina -: nelle aziende si posso pensare delle forme di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori alle governance delle aziende, come avviene in Germania». La Fiat di Sergio Marchionne: «la vicenda Fiat ha avuto conseguenze che vanno oltre l’azienda stessa. Ha creato un problema di rappresentanza dei lavoratori molto pericoloso escludendo i sindacati che non hanno firmato il suo accordo». Equità retributiva e articolo 18:«oggi chi difende l’articolo 18 viene accusato di difendere i lavoratori ipergarantiti a scapito dei precari. Il concetto è sbagliato di principio, possiamo considerare ipergarantiti lavoratori che guadagnano 1200 euro al mese in una vita di lavoro in fabbrica? O ipergarantiti sono quei manager come l’amministratore della Fiat Marchionne che, in un solo anno di retribuzione, si è portato a casa più di tutti i suoi operai messi insieme? Un sistema così squilibrato dove pochi guadagnano tantissimo non funziona. Si inceppa il meccanismo».

tratto da Varesenews 7/02/2012

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Stagisti, tirocinanti e praticanti: dal PD tre proposte a precarietà zero

Campagna precarietà zero
L’economia ristagna, la disoccupazione giovanile a livelli da record ormai tocca un ragazzo su tre. Sono 1.400.000 i lavoratori atipici, 2.500.000 quelli a tempo determinato e in somministrazione, 500.000 gli stagisti e 400.000 le false partite IVA che nascondono altri lavori. 
Numeri a fronte dei quali il PD risponde con il progetto PRECARIETA’ ZERO, una proposta di legge per regolare il tirocinio, gli stage e la pratica professionale   di Cesare Damiano, primo firmatario, insieme con il responsabile economia e lavoro  del Pd Stefano Fassina, il segretario dei GD Fausto Raciti.Per impedire che i periodi di formazione siano usati dalle aziende per coprire gratis buchi di organico, la proposta prevede che i tirocini non possano durare più di 9 mesi, che non possano essere usati per sostituire personale, che siano vietate attività manuali.
Agli stagisti deve essere riconosciuta una borsa di studio che sia pari almeno al 30% dello stipendio di un lavoratore del settore e comunque non meno di 400 euro al mese, più le spese di trasporto, i buoni pasto e l’assicurazione infortuni. 
Per Fassina “questo è un pezzo importante di una strategia per combattere la precarietà. Con un’economia stagnante il mercato del lavoro soffre e a soffrire maggiormente sono i più deboli, la nostra proposta vuole essere uno stimolo per le aziende a migliorare la qualità degli investimenti, mentre oggi la competizione e’ soprattutto sul costo del lavoro”. Anche per questo si propongono forti agevolazioni contributive per chi assume gli stagisti, perché è anche per risparmiare siamo arrivati alle cifre di oggi: “Ogni anno in Italia si fanno 500mila stage, una cifra impressionante, in alcuni casi aprono le porte al mondo del lavoro, in altri chi li frequenta viene utilizzato come un dipendente. Noi non vogliamo creare una nuova modalità di lavoro, ma impedire un uso distorto degli stage”. 
La proposta di legge prevede, poi, di istituire il contratto di tirocinio, in cui sono riportati il progetto formativo e le condizioni dello stage, da comunicare al sindacato. Violazioni gravi del contratto comportano la trasformazione del tirocinio in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. 
La proposta mira a regolamentare anche la pratica professionale, con un contratto di praticantato e compenso equo, destinata ai 300mila praticanti che devono sostenere ogni anno esami di stato.
“Per garantire un duraturo rilancio economico e sociale, il mondo del lavoro di oggi deve mettere in primo piano, -sostiene Fausto Raciti- anche la necessità di un nuovo sistema delle opportunità: avere forme di tirocinio e formazione al lavoro corrette ed efficaci, dare sostegno alla regolarità e stabilizzazione del lavoro; dare riconoscimento sociale alla propria identità lavorativa; sostenere i percorsi di formazione continua; incentivare l’accesso e l’avvio alla professione anche quando non sia nell’ambito delle professioni tradizionali; avere specifiche reti di protezione sociale dentro e fuori dal lavoro a prescindere dalla modalità d’impiego”.
I DATI . I cambiamenti avvenuti negli ultimi 25 anni nel mercato del lavoro italiano hanno prodotto. Il tasso di occupazione italiano oggi è pari al 56,7%, tra i più bassi d’Europa. I disoccupati sono 2.145 mila e la disoccupazione giovanile arriva al record di 29,4%. Un risultato che, prima ancora della crisi, va attribuito alle (non) scelte di competitività delle imprese e alle (mancate) strategie politiche, anche a fronte della “pressione globale”. La flessibilità insicura e insufficientemente regolata ha prodotto delle pesanti ricadute sulle persone e sulle famiglie, sempre più arrese all’assenza di prospettive professionali e di vita, con inevitabili effetti negativi sull’economia e sulla produttività dell’intero sistema-Italia.
I NOSTRI OBIETTIVI. Per garantire una maggiore e migliore occupazione occorrono politiche economiche, industriali, fiscali e sociali “incisive” su cui, purtroppo, il nostro paese, attualmente, non può contare, ma che il PD ha elaborato, proposto e intende rilanciare con forza.
Per garantire uno slancio duraturo bisogna rispondere ad un mondo del lavoro che pone in primo piano la necessità di un nuovo sistema delle opportunità: avere forme di tirocinio e formazione al lavoro corrette ed efficaci; dare sostegno alla regolarità e stabilizzazione del lavoro; dare riconoscimento sociale alla propria identità lavorativa; sostenere i percorsi di formazione continua; incentivare l’accesso e l’avvio alla professione anche quando non sia nell’ambito delle professioni tradizionali; avere specifiche reti di protezione sociale dentro e fuori il lavoro, a prescindere dalla modalità d’impiego.  
 
Per questo riteniamo indispensabile andare oltre la precarietà e immaginare la qualità del lavoro che vogliamo per i prossimi anni. E lo vogliamo fare con una proposta equilibrata, credibile, di forte riunificazione del lavoro. Una proposta capace di parlare alle nuove generazioni, al lavoro, alle imprese e, in generale, al paese.
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Il PD riempie piazza San Giovanni. Bersani: “Pronti a governare l’Italia”

 

ROMA – Dopo le violenze del 15 ottobre, piazza San Giovanni torna a riempirsi di gente. Ma, stavolta, è una folla pacifica e colorata. E’ il popolo del Pd quello chiamato a raccolta dal segretario Pier Luigi Bersani. Un popolo che sventola bandiere tricolori, che brandisce la Costituzione come un vessillo intoccabile. Un popolo che vive la crisi con il fiato sospeso, che guarda con apprensione, attesa e speranza a palazzo Chigi e a un Berlusconi sempre più in bilico. Bersani, dal palco, tocca il tasto dell’orgoglio democratico, lancia un patto tra progressisti e moderati “per una legislatura di ricostruzione”, chiede che gli italiani mettano il Pd alla prova del governo (“dimostreremo di saper essere quel partito riformista e di governo che l’italia aspetta e non rifaremo gli errori dell’Unione”). Prima però c’è “una vecchia pratica” da sbrigare: ” Berlusconi deve andare a casa, o ci va da solo o ce lo manderemo noi o in Parlamento o alle elezioni”. Ma c’è una cosa che Bersani fa capire chiaramente: non basterà sostituire il Cavaliere perchè il Paese va letteralmente ricostruito, sul piano economico, sociale, politico e morale. 

La piazza. Ad ascoltare il segretario sono arrivati in tantissimi. La piazza è gremita da centinaia di migliaia di persone. Tanti i partecipanti anche da Varese. “Per il governo siamo pronti” dice Mario da Perugia. Si respira un’aria di cambiamento in piazza. “Il governo è arrivato alla fine – dice Giovanni, 45enne di Varese – Questa manifestazione è una speranza per ridare forza all’Italia”. E dopo? “Va bene chiunque – ironizza Anna da Milano – anche Ficarra e Picone”. “Ci siamo, ci siamo – ragiona Pierangelo da Venezia – anche a prescindere da noi. E dopo elezioni subito, anche con l’Udc al fianco”. Valeria ha 65 anni e viene da Sondrio: “Ho paura che Berlusconi resista”. Accanto a lei Martina anche lei da Sondrio: “Secondo me il premier non arriva a Natale ma anche quando cadrà i problemi non saranno finiti. Il berlusconismo si è insinuato nel Paese e lo conseguenze saranno pesanti”. Elena ha 25 anni e viene da Mantova: “Dovrebbe essere la volta buona, siamo al fondo”. Lapidaria invece Sara da Certaldo: “Elezioni subito e mai con Casini”. Accanto a lei Yuri, invece, punta su un governo di transizione e per il futuro chiede un nuovo nome che guidi il centrosinistra.

Gli interventi.
Sul maxischermo partono le immagini di Berlusconi che nega la crisi economica. La piazza ha un fremito. L’urlo “vergogna” si alza prepotente. Parlano la portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati Onu, Laura Boldrini, il rappresentante della Dc cilena Videla e il segretario della Spd tedesca, Siegmar Gabriel. Sullo schermo scorre il videomessaggio del candidato all’Eliseo, Francois Hollande. Poi tocca a Roberto Vecchioni. Sciarpa arancione al colle, il cantautore milanese lascia da parte le cautele: “Quello che serve è un calcio in cuolo a Berlusconi. E diciamolo chiaro: no alle larghe intese e a cose del genere. Perchè questa maledetta notte dovrà pur finire”. Poi propone: “Chi non è berlusconiano giovedì indossi qualcosa di arancione”.

Il discorso di Bersani.
Bersani sale sul palco alle 16.30. Canta l’inno d’Italia, vede sventolare il mare di bandiere e poi attacca: “Tocca a noi ricostruire questo Paese, da tempo ripetiamo che tutti i Paesi più esposti a questa crisi avevano dato una risposta o cambiando il governo o anticipando le elezioni. Noi siamo sempre stati pronti a fare la nostra parte in entrambi i casi”. C’è, nelle parole del segretario democratico, la riaffermazione del ruolo del Pd. La rabbia di chi “non accetterà di essere escluso o di fare la ruota di scorta.  Lo diciamo anche a coloro che si sono illusi in questi anni che Berlusconi fosse comunque preferibile al centrosinistra; a coloro che ancora oggi perdono tempo a pensare che si possa oltrepassare Berlusconi e riprendere la nostra strada e il nostro volto nel mondo escludendo il partito Democratico o indebolendolo, o dividendolo. Vediamo bene le operazioni in corso. Vediamo la ricerca confusa di soluzioni che possano prescindere dal Pd o ridurlo a una ruota di scorta, a una salmeria”.

Quello che il segretario democratico disegna è un Paese in grado di cancellare il populismo, la destra “chiacchiere e distintivo”, il berlusconismo e la sua “bolla delle illusioni”. L’uomo solo al comando o la riforma della democrazia nel solco della Costituzione. Eccola la scelta. Perché quello del Cavaliere è un modello “che ci ha fatto precipitare nel fondo del pozzo perché non è in grado di decidere nulla, e alla fine il conto lo paghiamo tutti”. Quindi, spiega Bersani, “noi siamo pronti alla battaglia e stavolta il terreno lo imporremo noi”. “Basta con i salvatori della Patria, con il consenso che viene prima delle regole, il modello che vive sul nemico e sul capro espiatorio come il magistrato, il comunista, il terrone, l’immigrato, l’euro” continua il segretario.  Il futuro, scandisce Bersani, si basa sull’alleanza dei progressisti e dei moderati. Ovvero “un patto di governo per una legislatura di ricostruzione, per sostenere la riscossa del paese, per sconfiggere il rischio che viene dalla peggiore destra d’europa.

Bersani parla d’Europa, precariato, lavoro, fisco. Si indigna per il crollo della credibilità italiana in Europa, rivendicando lo spirito comunitario che ha sempre animato il nostro Paese. Elenca i problemi: “Poca crescita economica, finanza non in sicurezza, pubblica amministrazione che non gira, servizi fondamentali, dalla sanità alla scuola al trasporto pubblico in affanno, e diseguaglianze sociali tra Nord e Sud”. Il segretario disegna un’Italia basata su giustizia ed equità. Perché l’Italia “deve avere fiducia in se stessa e deve sapere la verità sulla situazione reale del Paese. Di favole si può morire”. Bersani chiede fiducia ma non nasconde le difficoltà: “Noi non raccontiamo favole, i problemio ci sono ma siamo pronti a lavorare per risolverli. E se sacrifici ci saranno vogliamo essere noi a deciderli”. Solo un accenno alle polemiche interne con Renzi: “Se ci chiamiamo Partito democratico vuol dire che non facciamo il verso al berlusconismo ma l’inverso del berlusconismo. E’ perchè consideriamo che la comunicazione sta alla politca come la finanza ell’economia: utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando”.

Alluvione. Il Pd fa partire una raccolta di fondi per le aree alluvionate. Dal palco parla Alessandra Rossi, assessore all’Ambiente delle Cinque terre: “Abbiamo voluto comunque essere qui con voi per la nostra Liguria e per lanciare un messaggio forte e chiaro: ricostruzione in nome del popolo italiano”.

Vendola e Di Pietro. “Per il centrosinistra tutto, per il nuovo Ulivo, per quanti sognano un’italia migliore oggi è davvero una bella giornata incoraggiante” commenta il leader Sel Nichi Vendola. Antonio Di Pietro, che in piazza c’era, motiva così la sua presenza: “Siamo qui per dire ai cittadini che c’è una classe politica in grado di interpretare i loro bisogni senza fare macelleria sociale”.

(da Matteo Tonelli, Il Tirreno, 5 novembre 2011)

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PD:su Malpensa primo passo verso una nuova fase

Si è svolto nei giorni scorsi a Milano l’incontro tra Gianni Confalonieri, responsabile dei Rapporti Istituzionali del Comune di Milano, il segretario del PD provinciale Fabrizio Taricco, Luca Rasetti in rappresentanza della segreteria, e una delegazione del Malpensa Forum composta da Giacomo Buonanno, Walter Girardi e dai segretari di Samarate Ilaria Ceriani e di Ferno, Alessandro Zoccarato.

Fabrizio Taricco ha illustrato la posizione del PD della Provincia di Varese che, nel giugno scorso, ha approvato un documento nel quale vengono espresse forti perplessità nei confronti del master plan di Malpensa.

L’incontro è stato l’occasione per sintetizzare più di un anno di lavoro: analisi economica, studi sulla viabilità e sul sistema infrastrutturale del nord Italia, considerazioni ambientali, fino alle ultime indagini sull’inquinamento atmosferico e i dati epidemiologici resi noti dall’ASL della provincia di Varese la scorsa primavera.

I rappresentanti del Forum hanno spiegato a Confalonieri che la questione occupazionale è usata nel nostro territorio, dai sostenitori dell’ampliamento, per far leva sull’opinione pubblica, con dati che non trovano riscontro nella realtà e che sembrano decisamente sovrastimati.

Confalonieri, forte della sua lunga esperienza politica, si è dimostrato un interlocutore attento alla voce del territorio; il Comune di Milano è a conoscenza della questione Malpensa, e oggi più che mai è interessato a voler conciliare l’interesse del Comune, maggior azionista di Sea, con le problematiche dei Comuni varesini, con la precisa volontà di fare scelte condivise.

L’Amministrazione milanese si è posta l’obiettivo di trovare una soluzione organica ai numerosi problemi ricevuti in eredità, una visione che guarda con attenzione al traguardo di EXPO 2015 (che finalmente ha imboccato il binario giusto per arrivare a destinazione in tempo), ma con una progettualità di lunga veduta e soprattutto di ampio raggio che porti a fare le scelte opportune affinchè Malpensa sia realmente una risorsa strategica per lo sviluppo economico e sociale del territorio e non solo un problema.

Ruolo dell’Amministrazione di Milano sarà anche quello di agire da facilitatore e catalizzatore tra gli attori coinvolti in modo che si possa raggiungere una maggior sinergia tra SEA che in precedenza aveva come unico mandato quello di “fare cassa” e gli Enti locali: i Comuni, la Regione, le Provincie e tutte le associazioni che in questi ultimi anni si sono attivate in difesa del territorio.

Questo incontro conferma un cambiamento radicale di approccio a un’apertura al confronto e alla discussione. Rappresenta anche il primo passo verso una nuova fase di collaborazione costruttiva che possa permettere, attraverso il confronto costante, di gestire correttamente lo sviluppo di Malpensa.

Il Partito Democratico della Provincia di Varese, anche attraverso il Forum permanente su Malpensa sarà sempre un interlocutore attivo in questo processo. 

Segreteria Provinciale

Partito Democratico Varese

 Malpensa Forum

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Manovra: il Governo è responsabile dell’aumento della benzina

“Il Governo e’ il diretto responsabile del nuovo record del prezzo della benzina”.

Lo afferma in una nota Antonio Lirosi, responsabile consumatori e commercio del Pd, aggiungendo che “l’aumento dell’Iva dal 20% al 21% ha avuto come previsto un effetto immediato sui prezzi dei carburanti”.

“E sempre a carico del Governo – prosegue l’esponente del Pd – devono essere conteggiati anche gli inevitabili effetti inflazionistici che seguiranno questa misura totalmente sbagliata che danneggera’ in modo significativo le imprese e i consumi delle famiglie”.

“E’ vero che questo Governo lavora a tempo perso – conclude Lirosi , tuttavia nelle poche ore in cui lavora per il Paese sarebbe utile che concentrasse i suoi sforzi sugli strumenti da adottare per arginare la speculazione causata dalle sue politiche inconsulte”.

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Dal governo manovra ingiusta e dannosa per l’economia

 Venerdì il CdM ha varato un decreto che sarà ricordato come uno dei peggiori e più iniqui del dopoguerra. Se le misure non saranno cambiate le conseguenze per l’economia e la società italiana saranno pesantissime. 

Oltre all’ingiustizia il PD denuncia il ritardo colpevole del Governo che ha negato per anni la gravità della situazione. Queste misure non sono la «tassa dell’Europa», ma dovrebbero  chiamarsi – come ha scritto Mario Monti-  «tassa per i ritardi  malgrado l’Europa». 

Un altro grave difetto del provvedimento è che non affronta  i problemi della competitività e della crescita, delle riforme strutturali indispensabili per rimuovere i vincoli all’economia.   Il federalismo fiscale,  presentato pochi mesi fa come la riforma strutturale per rilanciare il sistema Italia viene definitivamente affossata. I Comuni sono messi in ginocchio e con essi l’economia locale e tante imprese che lavorano per i servizi pubblici. 

Il PD è a fianco dei sindaci che NON ACCETTANO tagli insostenibili. Non devono ingannare le improvvisate misure “contro i costi della politica”, poiché  quelli che vengono contrabbandati come tagli alla politica sono in realtà tagli ai servizi degli enti locali, che si rivarranno sui cittadini, cioè di nuovo, sempre e soltanto su ceti popolari, sulle famiglie e sui ceti medi.

La demagogia del Governo arriva al punto di  tagliare elementari presidi istituzionali come i piccoli comuni di montagna, ma non tocca i privilegi statali, né gli sprechi ridicoli come ministeri di Monza.

Questo dimostra la lontananza del mondo politico dai cittadini che gli impedisce di cogliere sia il risentimento crescente per i loro innumerevoli privilegi sia le difficoltà della vita di tutti i giorni per i normali cittadini.

Non ci commuove il cuore del Premier  «che gronda sangue». Ci preoccupano i bilanci famigliari degli italiani che grondano debiti: il tasso di risparmio delle famiglie è a livelli minimi da decenni, l’indebitamento ai massimi. Questo il risultato della cura Berlusconi.

In questa finanziaria non ci sono misure per favorire la crescita mentre i provvedimenti previsti aggraveranno il rallentamento in atto e la contrazione del prodotto lordo. 

Il governo non riesce  a far balenare alcuna luce in fondo al tunnel. Gli italiani avrebbero accettato una manovra più severa, se fosse stata più giusta e destinata anche a stimolare la produzione. 

Il PD ha presentato da tempo le sue proposte per l’economia e da ultimo Bersani ha messo in campo  concrete misure alternative. 

Al primo posto vi è  una misura di giustizia indispensabile:  far pagare anche le rendite dei capitali rientrati dall’estero grazie al vergognoso sconto di Tremonti. Chi, rimanendo anonimo, ha pagato il 4 o 5% ora paghi il 20% come tutti.  

Un’altra misura  è quella di approvare subito la legge per dimezzare i parlamentari fin dalla prossima legislatura, da votare in Parlamento a settembre senza alcun indugio. 

Nei prossimi giorni diffonderemo e discuteremo le nostre proposte coi cittadini, nelle nostre feste, nei dibattiti. La manovra va cambiata, per il bene dell’Italia.

Segreteria provinciale PD Varese

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Frontalieri, PD:”Il governo deve impegnarsi per i nostri lavoratori”

In provincia di Varese il fenomeno dei frontalieri è molto diffuso. Vi segnaliamo questa cronaca di una serata organizzata dal Pd nel comune di Malnate. Fonte: www3.varesenews.it 

Non può non esserci una certa preoccupazione fra i frontalieri italiani: prima la campagna Bala i ratt, ora la recente vittoria elettorale della Lega Ticinese. Forse anche questo ha spinto nei giorni scorsi molte persone, fra cui tanti frontalieri malnatesi, a partecipare all’incontro organizzato dal Partito democratico. «Parlare di frontalieri – ha esordito il candidato sindaco Pd del centrosinistra Samuele Astuti - significa parlare di persone e di lavoro. Il lavoro ha un valore economico e sociale, e la mancanza di lavoro è un problema enorme perchè ruba il futuro, in primo luogo ai giovani. Qui ci sono mille frontalieri su seimila famiglie: faremo di Malnate una roccaforte a difesa dei frontalieri. Se i leghisti svizzeri dovessero erigere dei muri, noi saremo pronti ad iniziare a scavare dei tunnel». Il Pd varesino aveva lanciato già qualche mese fa – dopo la campagna ticinese “Bala i ratt” – una campagna per dimostrare invece il ruolo fondamentale dei lavoratori italiani in Svizzera.
«E’ un problema che deve essere risolto dalla politica - ha spiegatol’onorevole Franco Narducci - Chiediamo quindi al governo italiano di impegnarsi a tutela degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori italiani e di avviare un tavolo negoziale a loro tutela. Chiediamo inoltre a gran voce di riaprire immediatamente i canali diplomatici di confronto e dialogo tra Svizzera e Italia: il ministro Tremonti si rifiuta ormai da troppo tempo di incontrare l’ambasciatore svizzero».
Si è svolta poi una tavola rotonda presieduta dal segretario del PD cittadino Marco Viscardi con i contributi degli altri ospiti Cattaneo, Gilardoni, Pedroncelli, Pozzetti e il dibattito con interventi e testimonianze di alcuni frontalieri presenti nel pubblico. La conclusioni sono toccate a Luca Gaffuri, capogruppo del PD in Consiglio regionale ed esponente del Pd di Como.
16/04/2011

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Europa-Italia, un progetto alternativo per la crescita

92 pagine di proposte per far ripartire l’Italia: è il contributo del PD per il Programma Nazionale di Riforme che il governo dovrà presentare in aprile alla Commissione europea. Contributo che sentiamo come un dovere verso l’Italia perché, come ha detto Bersani “nessuno si occupa in questo momento di lavoro, di redditi, di servizi. Questioni che non da oggi sono senza presidio. Come partito di opposizione c’è sembrato giusto avanzare una proposta per il Piano nazionale di Riforme, anche perché i documenti del governo sono stati sin qui assolutamente insufficienti, ed è un problema, perché l’Italia arriva da un decennio di scivolamento, da una crisi dopo la quale rimonta meno degli altri”. Come se non bastasse siamo il Paese a più alto debito e a più bassa crescita, come ha ribadito durante l’incontro con le parti sociali, da Confindustria a sindacati: “So che c’è bisogno di nuove decisioni e non di uno sporadico dibattito. Bisogna dire ai mercati che siamo consapevole che ci stiamo attrezzando per risolvere gli squilibri”. A confrontarsi sul piano c’erano tra gli altri Susanna Camusso della Cgil e Luigi Angeletti della Uil. Un piano corposo quello del Pd, perché serve “una profonda revisione delle politiche economiche” dei governo di centrodestra ed è persino “diventato troppo stretto il campo semantico del sostantivo ‘crisi’ per cogliere il passaggio di fase” come scrive nell’introduzione Stefano Fassina al documento, basato su analisi condotte dal dipartimento Economia del Pd. Bersani stesso critica i governi di centrodestra che in Europa stanno imponendo una politica che non va lontano. Così il Pd rilancia le proposte dei partiti progressisti. Quanto alle riforme interne da inserire nel Piano nazionale il leader PD ha annunciato la disponibilità del Pd ad un confronto in Parlamento sulle riforme economiche, da quella fiscale a quella del welfare. “Riforme vere, che diano dinamismo all’economia e che consentano di mettere insieme crescita e avanzo primario e controllo della spesa pubblica. Abbiamo presentato le proposte alle forze sociali e le proponiamo ora al governo perche’ le discuta con noi”. Proposte sostenute da analisi che dimostrano come “gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso sono possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita”, come ha sottolineato Fassina. Per raggiungerli il Pd propone “una strada alternativa agli indirizzi di politica economica prevalenti in Italia e tra i governi dell’Ue”. E, ha tenuto a rimarcare, senza “patrimoniali”. L’INTRODUZIONE. Come tutti i paesi membri dell’Unione europea e dell’area euro, l’Italia è tenuta a presentare in Aprile alla Commissione e al Consiglio dell’Unione una versione aggiornata del Programma di Stabilità e del Programma Nazionale di Riforma (National Reform Program, NRP). L’importanza di tali documenti è stata accresciuta dalla recente decisione di istituire un “Semestre europeo”, volto a migliorare il coordinamento ex-ante delle politiche economiche nazionali. Il NRP si sviluppa ed inserisce nel quadro di stringenti vincoli sovranazionali. Coerentemente, il presente documento delinea concrete proposte di intervento nel rispetto di tali vincoli. Tuttavia, prima di indicare le linee guida delle riforme per l’Italia, riteniamo necessario forzare i confini codificati dei due documenti programmatici richiamati e premettere al NRP una valutazione critica delle scelte di politica economica europea e qualche indicazione alternativa. L’Unione è segnata da profondi cambiamenti nella governance: dal semestre europeo ai meccanismi emergenziali per affrontare le difficoltà dei debiti sovrani, al salto di qualità nella regolazione e nella vigilanza dei mercati finanziari. Sono cambiamenti positivi, di grandi potenzialità, nel segno del rafforzamento della politica economica comune, nonostante le contraddizioni, in particolare la dominanza della dimensione intergovernativa e le linee generali di policy scelte da un Unione Europea trainata da governi di centro-destra. Le scelte di policy tentano di rispondere alla grande recessione del 2008-2009, ai conseguenti squilibri nella finanza pubblica, all’accentuazione delle asimmetrie di competitività tra i paesi dell’Unione e, soprattutto, della moneta unica, e alle acute diseguaglianze sociali all’interno di ciascun paese. In realtà, a nostro parere, le scelte fatte o in fieri aggravano i problemi e mettono a rischio i connotati sociali distintivi faticosamente tracciati nel corso della seconda metà del ‘900. In particolare, le politiche economiche restrittive adottate o proposte negli ultimi mesi (ad esempio, le misure sulle retribuzioni e le condizioni di lavoro contenute anche nella bozza del “Patto per la competitività” preparata dalla Presidenza del Consiglio Europeo e dalla Presidenza della Commissione) sono orientate ad un impossibile e deflattivo mercantilismo. Oltre che profondamente disgregative della coesione sociale, rendono ancor più incerto lo scenario macroeconomico europeo e, anziché attenuare le tensioni sui mercati finanziari, contribuiscono ad alimentarle. Per salvaguardare il processo di unificazione e rigenerare l’economia sociale di mercato nell’Unione Europea si rende necessaria una profonda revisione delle politiche economiche definite dai governi di centro-destra. È urgente un radicale riorientamento, un cambio di paradigma, nella sua cultura economica prima ancora delle singole policy per costituire saldi legami tra sviluppo economico, equità sociale e riequilibrio territoriale e, per questa via, creare adeguate condizioni generali di benessere materiale, di progresso civile, di democrazia effettiva. Il cambio di paradigma deve, innanzitutto, presiedere all’interpretazione dei movimenti in corso. È diventato troppo stretto il campo semantico del sostantivo “crisi” per cogliere il passaggio di fase. Ci sembra si debba ricondurre quanto avviene al terreno aperto, in larga misura inesplorato, di una “grande transizione” geo-politica, economica, demografica. Inoltre, riteniamo che, sia nell’analisi prevalente sia nell’individuazione delle exit strategies, siano del tutto sottovalutati i problemi legati alla domanda aggregata mondiale e alle cause di fondo della sua debolezza. A nostro avviso, uno dei fattori che più incide sulle condizioni della domanda e che, quindi, frena la crescita è l’aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, in particolare da lavoro, e della ricchezza. Un fenomeno che ha caratterizzato quasi tutti i paesi dell’OCSE, gli Stati Uniti in particolare, e che ha progressivamente compresso il potere d’acquisto delle famiglie, non soltanto le working families ma larghissime fasce delle classi medie. Insieme alle prospettive dell’economia, sono in gioco i pilastri delle democrazie delle classi medie costruiti attraverso i sistemi di welfare dopo la II Guerra Mondiale. Negli anni precedenti la crisi, una risposta all’erosione del reddito disponibile dei lavoratori è stata data, soprattutto nei paesi anglosassoni, dall’espansione del credito al consumo. Il boom dei valori della ricchezza finanziaria e immobiliare ha contribuito a garantire il livello di consumi delle famiglie e ha permesso di coprire gli effetti di una tendenza pluridecennale di aumento della diseguaglianza che ha penalizzato i redditi bassi e medi. Ad una sorta di welfare finance è stato assegnato il compito impossibile di rimpiazzare i malconci e malconciati welfare state. È così che il riequilibrio forzoso della finanza dopo il collasso di Lehman Brothers ha lasciato anemiche le economie sviluppate le quali, in molti casi, hanno dovuto soccorrere con risorse pubbliche a debito il crollo di colossi della finanza privata. La rilevanza della distribuzione del reddito ai fini della domanda interna delle economie mature e della crescita endogena è spesso ridimensionata in riferimento al rapido sviluppo nei paesi emergenti. Tuttavia, a noi pare che, nonostante le straordinarie potenzialità, tali aree, caratterizzate almeno nel medio periodo da livelli di consumo contenuti, non possano compensare la stagnazione dei consumi nelle economie sviluppate. Neppure possiamo realisticamente affidare ancora una volta il traino agli Stati Uniti, alle prese con acuti squilibri finanziari, economici e sociali e comunque “obbligati” a ridurre il loro deficit commerciale. Per questa ragione pensiamo che l’Europa debba dotarsi di un “motore” autonomo di domanda e, abbandonare un’impostazione di politica economica restrittiva, dannosa sia per sé sia per gli equilibri mondiali. È chiaro che il motore autonomo non può essere alimentato da un ulteriore aumento dall’indebitamento pubblico e privato dei paesi dell’Unione. Per molti di essi questa strada è preclusa dalla presenza di stock di debito pubblico già molto elevati e aggravati dalla recente crisi. Per uscire dalle prospettive di stagnazione ed elevata disoccupazione strutturale, in particolare giovanile e femminile, di fronte all’Europa ed evitare rischi seri per la moneta unica e, inevitabilmente, per l’assetto istituzionale, indichiamo quattro linee di policy, in larga misura condivise dai partiti progressisti europei: 1. Un’agenzia europea per il debito per acquistare i titoli dei paesi aderenti ed emettere titoli di debito europei (eurobonds) garantiti in modo collettivo; 2. Un piano europeo di investimenti per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, alimentato dalle risorse raccolte attraverso l’emissione di eurobonds, l’introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo, tra i quali la Financial Transaction Tax ed il rafforzamento della tassazione ambientale, oltre agli interventi della Banca Europea degli Investimenti e del fondo infrastrutturale “Marguerite”. Le linee di intervento dovrebbero seguire le indicazioni del Patto europeo per il lavoro e il progresso sociale, approvato dal Consiglio del PSE tenutosi il 2-3 Dicembre 2010 a Varsavia. Insomma, un piano per innalzare e riequilibrare la crescita delle diverse aree della moneta unica. Un piano complementare all’avanzamento del mercato interno come raccomandato dal “Rapporto Monti”. Un piano in controtendenza rispetto alla logica di “non interferenza” seguita negli ultimi anni le istituzioni comunitarie di fronte ai rischi di desertificazione industriale di intere regioni; 3. Uno “standard retributivo” europeo per coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali. Lo standard retributivo implica una crescita delle retribuzioni reali in linea con la dinamica della produttività. In altri termini, i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico e da dinamiche retributive al di sotto dello “standard” dovrebbero accelerare la crescita delle retribuzioni oltre la variazione della produttività per contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. Viceversa, i paesi in deficit con l’estero dovrebbero allineare l’aumento delle retribuzioni alla produttività e, soprattutto, attuare politiche per accrescerla; 4. Una più equilibrata distribuzione del reddito da lavoro, sia primaria (conseguita sul mercato del lavoro) che secondaria (sostenuta da interventi di welfare e fiscali) capace di restituire potere d’acquisto e sicurezza alle famiglie. In tale contesto, inseriamo il Programma Nazionale di Riforme dell’Italia. Qui, proponiamo un’analisi dove, insieme a dati noti, sottolineiamo aspetti trascurati e letture in contro-tendenza. Ad esempio, misuriamo le performance del nostro Paese e delle regioni italiane non soltanto in termini di indicatori economici standard (Pil pro-capite, produzione industriale, ecc) ma anche in riferimento ad alcuni indicatori di “sviluppo umano”. Non è un vezzo analitico o una rincorsa delle mode del tempo. È condizione per capire meglio i nodi da affrontare e scegliere correttamente le priorità, la sequenza delle riforme in un contesto di risorse estremamente limitate. Inoltre, rigettiamo in paradigma duale assunto dal Governo Berlusconi per leggere i ritardi italiani: il Nord che funziona e ha bisogno solo di aggiustamenti; il Sud, completamente da ridefinire. Non è così. L’interruzione del processo di convergenza tra Sud e Nord del Paese è intrecciata ad una perdita ancor più significativa di competitività dell’intero sistema economico nazionale e delle sue aree più forti rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europei. Ad esempio, nel 1998, il Pil per abitante del Nord-Est era pari al 137% della media dell’Unione Europea a 27, mentre nel Meridione tale indicatore si fermava al 74%. Nel 2007, il Nord-Est scivolava al 125% della media UE, mentre il Meridione era al 70%. A nostro parere, l’esperienza degli ultimi trent’anni dimostra che il Sud e il Nord o crescono insieme oppure insieme declinano. Le proposte di riforma delineate nel “nostro” NRP sono frutto dell’intenso lavoro programmatico definito nelle Assemblee Nazionali del Pd (Roma, Maggio 2010; Varese, Ottobre 2010; Roma, Febbraio 2011). La strategia di crescita sostenibile sul piano economico, sociale ed ambientale per l’Italia ha due obiettivi-guida, due driver sistemici e complementari, sollecitatori e bussola di tutte le riforme di settore: 1. l’innalzamento del tasso di occupazione femminile fino a raggiungere in un decennio il 60% (ossia circa 3 milioni di donne occupate in più rispetto ad oggi); 2. l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia. Tali obiettivi guidano gli investimenti sulla conoscenza, gli interventi di politica industriale e fiscale, le riforme strutturali (in particolare, le liberalizzazioni, la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni e la riqualificazione e la riduzione della spesa pubblica), gli investimenti per la logistica. La strategia di riforme per l’Italia è molto ambiziosa. È tale non soltanto per i vincoli di carattere culturale, economico e sociale al cambiamento progressivo. È ambiziosa in quanto deve fare i conti con un impegnativo percorso di riduzione del debito pubblico. L’esito del dibattito sui criteri di convergenza del debito pubblico è estremamente rilevante per il nostro paese. L’Italia si trova infatti ad essere contemporaneamente uno dei paesi maggiormente indebitati e con le prospettive di crescita più lenta di tutta l’Ue. Gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso sono possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita. Per raggiungerli, proponiamo, quindi, una strada alternativa agli indirizzi di politica economica prevalenti in Italia e tra i governi dell’Unione Europea, senza misure di finanza straordinaria (patrimoniali o altri interventi one-off sulle imposte), ma centrata sulle riforme per l’innalzamento del potenziale della nostra economia nel quadro di una politica economica europea per il sostegno della domanda interna. Sono due condizioni necessarie. In Italia, l’aumento del tasso di occupazione femminile e l’innalzamento della specializzazione produttiva proposte nel “nostro” NRP possono generare, rispetto allo “scenario tendenziale”, un aumento medio annuo del PIL pari allo 0,5-0,6% con effetti positivi sia sulla velocità di convergenza che sugli sforzi necessari alla riduzione del debito. La strategia riformista qui tracciata consente, entro il 2020, una riduzione dello stock di debito in linea con gli obiettivi indicati dal recente Ecofin. Tuttavia, lo sforzo misurato in termini di avanzo primario risulta decisamente inferiore (circa un punto di Pil in meno). Inoltre, gli effetti di uno stabile innalzamento del PIL potenziale accelerano la velocità di abbattimento del debito nel lungo periodo rispetto allo “scenario europeo”: secondo la strategia riformista, il percorso di convergenza del debito pubblico verso il limite del 60% si può compiere in un orizzonte di circa 25 anni, mentre lo scenario europeo a tale data lascerebbe il rapporto sopra il 75%. Un’ulteriore, seppure realisticamente limitata, accelerazione della convergenza verso gli obiettivi di debito potrebbe essere ottenuta dall’alienazione di porzioni del patrimonio demaniale sia dello Stato che degli enti territoriali effettivamente alienabili. In sintesi, proponiamo una strada percorribile orientata alla valorizzazione del lavoro per uno sviluppo sostenibile sul piano macroeconomico, sociale ed ambientale in Europa ed in Italia.

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