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Il PD a fianco dei lavoratori

Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico non usa giri di parole, conosce la linea ufficiale del partito sui temi economici e ne snocciola i punti salienti con sicurezza, anche su quelli che hanno fatto più discutere all’interno del Pd. E dalla platea varesina viene applaudito, molto. Formazione bocconiana, collaboratore del governo ai tempi di Ciampi e del Fondo Monetario Internazionale per 5 anni fino al 2005. Eppure al collegio De Filippi, dove il Pd ha concluso un’intera giornata dedicata al lavoro, gli applausi più calorosi li ha strappati anche dai dirigenti della Cgil. Le domande del pubblico avevano posto sul tavolo i temi più spinosi: la proposta Ichino, il comportamento della Fiat di Sergio Marchionne e il Governo Monti. Fassina non le ha evase e le ha affrontate con il merito della chiarezza. Cappello iniziale sul quale ha poggiato i suoi ragionamenti è un’analisi di sistema sulla politica economica Europea: «Chiariamo che la quantità e la qualità del lavoro c’entrano più con lo sviluppo che con le regole del lavoro, perché con la crescita è più facile scrivere regole eque – ha spiegato Fassina -. Quindi la questione fondamentale che poniamo è quella dello sviluppo». Uno sviluppo da non inseguire a costo di spaccare la tenuta sociale, «ci hanno sempre parlato di flessibilità come ricetta per la crescita. Veniva posto come modello quello degli Stati Uniti, che crescevano grazie all’indebitamento e che ora ha fatto emergere tutti i suoi disastri. Noi non usciremo da questa situazione se non cambia la politica economica dell’Europa. Se rimane concentrata sull‘austerità della Finanza pubblica porterà tanti guai». Tesi diversa dalle politiche del Governo Monti, sul quale Fassina ha più volte alzato la voce anche all’interno del partito: «fermo restando il nostro sincero sostegno a Monti dobbiamo cercare di invertire la rotta su alcune rigidità di questa politica economica». Proposta Ichino sul lavoro: «Nel Partito Democratico quella proposta non c’è – ha spiegato Fassina -. C’è invece la proposta del Partito Democratico che è diversa. La nostra posizione è che se non c’é sviluppo non c’é lavoro, fermi restando i diritti dei lavoratori. In Italia i contratti precari sono così diffusi perché quei tipi di contratti costano meno, nessun Paese in Europa ha la precarietà che costa meno della stabilità. Noi vogliamo disboscare la jungla delle riforme contrattuali e potenziare un canale di ingresso dei giovani al lavoro stabile. Potrebbe essere un contratto prevalente caratterizzato da un periodo formativo iniziale che costi meno e poi incentivi per la stabilizzazione a tempo indeterminato. Puntiamo anche all’introduzione di una retribuzione oraria minima e alla riforma degli ammortizzatori sociali, perché oggi chi perde un contratto ed è un precario non ha nulla. Bisogna introdurre un’indennità di disoccupazione con carattere universale da affiancare alle casse integrazioni». Sul lavoro servono anche nuove sperimentazioni: «serve democrazia economica – spiega Fassina -: nelle aziende si posso pensare delle forme di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori alle governance delle aziende, come avviene in Germania». La Fiat di Sergio Marchionne: «la vicenda Fiat ha avuto conseguenze che vanno oltre l’azienda stessa. Ha creato un problema di rappresentanza dei lavoratori molto pericoloso escludendo i sindacati che non hanno firmato il suo accordo». Equità retributiva e articolo 18:«oggi chi difende l’articolo 18 viene accusato di difendere i lavoratori ipergarantiti a scapito dei precari. Il concetto è sbagliato di principio, possiamo considerare ipergarantiti lavoratori che guadagnano 1200 euro al mese in una vita di lavoro in fabbrica? O ipergarantiti sono quei manager come l’amministratore della Fiat Marchionne che, in un solo anno di retribuzione, si è portato a casa più di tutti i suoi operai messi insieme? Un sistema così squilibrato dove pochi guadagnano tantissimo non funziona. Si inceppa il meccanismo».

tratto da Varesenews 7/02/2012

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Antonio Panzeri sulla crisi del Mediterraneo: i cambiamenti si affrontano con la testa, non con la pancia

Mentre il dibattito in Italia sul tema immigrazione sembra infiammarsi, assumendo toni assai discutibili ove prevalgono  le ragioni di pancia  rispetto a quelle di testa, le rivolte si stanno estendendo a tanti Paesi arabi, coinvolgendo ora  la Siria.

Questi i temi al centro della serata di Varese con Antonio Panzeri, alla quale ha partecipato anche Luisa Oprandi, candidata Sindaco di Varese la quale ha sottolineato l’esigenza che anche dalle città come la nostra giunga un contributo positivo e consapevole al dibattito nazionale e internazionale aperto dalla crisi nordafricana e dalle sue conseguenze per nulla scontate.

Panzeri, che è partito da lontano, dalla crisi economica del 2009, con le sue consguenze mondiali, ma anche dalla novità della presidenza Obama (ricordando il discorso al Cairo di un anno fa) ha svolto una disamina della situazione attuale a partire dalla realtà della Tunisia, dell’Egitto e della Libia

“Era facilmente prevedibile che i movimenti non si sarebbero fermati.  Chi va  in piazza sa che oggi ha una straordinaria occasione per chiudere definitivamente con regimi dispotici che hanno cancellato ogni parvenza di democrazia, privando i cittadini delle libertà fondamentali.  Siamo in presenza di una “lunga marcia” verso la libertà, che si fermerà solo quando l’obiettivo sarà raggiunto. “L’Occidente” sembra spaesato, non  in grado di leggere ciò che sta avvenendo.  Preso alla sprovvista, non ha un linguaggio e un comportamento adeguati al nuovo scenario che si sta configurando. Da qui le incertezze nell’intraprendere le azioni necessarie e l’incapacità di  disegnare prospettive di una certa credibilità. L’apertura della crisi in Siria amplifica il rumore delle rivolte e pone la comunità internazionale dinnanzi all’esigenza di mostrare una capacità di discernimento degli avvenimenti, attribuendo  loro, nella diversità, il peso che meritano. In Siria, ad esempio, al di là dei tentativi tardivi che il regime del Presidente  Bashar Al Assad sta compiendo  per avviare un piano di riforme,  con il governo pronto a dimettersi, la fine dello stato di emergenza  in vigore dal 1963, il tramonto del Partito Unico Baath, vediamo che, tuttavia,   l’esercito,  rimane ancora a presidiare le piazze. Assad, usando il bastone e la carota,  tenta di evitare alla Siria un esito simile a quello di Tunisia ed Egitto. Ma è facile prevedere che i problemi non si risolveranno. Se le crepe che si sono mostrate in questi giorni preluderanno ad un crollo, potrebbe aprirsi una fase di instabilità estremamente pericolosa e destabilizzante per tutta la regione, con ripercussioni su Libano, Israele, Iraq, senza perdere di vista il problema principale rappresentato dall’Iran. Da qui l’urgenza di comprendere ciò che sta avvenendo in tutto il Mediterraneo ed elaborare una nuova e compiuta strategia. Usando la testa.

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