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Il PD riempie piazza San Giovanni. Bersani: “Pronti a governare l’Italia”

 

ROMA – Dopo le violenze del 15 ottobre, piazza San Giovanni torna a riempirsi di gente. Ma, stavolta, è una folla pacifica e colorata. E’ il popolo del Pd quello chiamato a raccolta dal segretario Pier Luigi Bersani. Un popolo che sventola bandiere tricolori, che brandisce la Costituzione come un vessillo intoccabile. Un popolo che vive la crisi con il fiato sospeso, che guarda con apprensione, attesa e speranza a palazzo Chigi e a un Berlusconi sempre più in bilico. Bersani, dal palco, tocca il tasto dell’orgoglio democratico, lancia un patto tra progressisti e moderati “per una legislatura di ricostruzione”, chiede che gli italiani mettano il Pd alla prova del governo (“dimostreremo di saper essere quel partito riformista e di governo che l’italia aspetta e non rifaremo gli errori dell’Unione”). Prima però c’è “una vecchia pratica” da sbrigare: ” Berlusconi deve andare a casa, o ci va da solo o ce lo manderemo noi o in Parlamento o alle elezioni”. Ma c’è una cosa che Bersani fa capire chiaramente: non basterà sostituire il Cavaliere perchè il Paese va letteralmente ricostruito, sul piano economico, sociale, politico e morale. 

La piazza. Ad ascoltare il segretario sono arrivati in tantissimi. La piazza è gremita da centinaia di migliaia di persone. Tanti i partecipanti anche da Varese. “Per il governo siamo pronti” dice Mario da Perugia. Si respira un’aria di cambiamento in piazza. “Il governo è arrivato alla fine – dice Giovanni, 45enne di Varese – Questa manifestazione è una speranza per ridare forza all’Italia”. E dopo? “Va bene chiunque – ironizza Anna da Milano – anche Ficarra e Picone”. “Ci siamo, ci siamo – ragiona Pierangelo da Venezia – anche a prescindere da noi. E dopo elezioni subito, anche con l’Udc al fianco”. Valeria ha 65 anni e viene da Sondrio: “Ho paura che Berlusconi resista”. Accanto a lei Martina anche lei da Sondrio: “Secondo me il premier non arriva a Natale ma anche quando cadrà i problemi non saranno finiti. Il berlusconismo si è insinuato nel Paese e lo conseguenze saranno pesanti”. Elena ha 25 anni e viene da Mantova: “Dovrebbe essere la volta buona, siamo al fondo”. Lapidaria invece Sara da Certaldo: “Elezioni subito e mai con Casini”. Accanto a lei Yuri, invece, punta su un governo di transizione e per il futuro chiede un nuovo nome che guidi il centrosinistra.

Gli interventi.
Sul maxischermo partono le immagini di Berlusconi che nega la crisi economica. La piazza ha un fremito. L’urlo “vergogna” si alza prepotente. Parlano la portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati Onu, Laura Boldrini, il rappresentante della Dc cilena Videla e il segretario della Spd tedesca, Siegmar Gabriel. Sullo schermo scorre il videomessaggio del candidato all’Eliseo, Francois Hollande. Poi tocca a Roberto Vecchioni. Sciarpa arancione al colle, il cantautore milanese lascia da parte le cautele: “Quello che serve è un calcio in cuolo a Berlusconi. E diciamolo chiaro: no alle larghe intese e a cose del genere. Perchè questa maledetta notte dovrà pur finire”. Poi propone: “Chi non è berlusconiano giovedì indossi qualcosa di arancione”.

Il discorso di Bersani.
Bersani sale sul palco alle 16.30. Canta l’inno d’Italia, vede sventolare il mare di bandiere e poi attacca: “Tocca a noi ricostruire questo Paese, da tempo ripetiamo che tutti i Paesi più esposti a questa crisi avevano dato una risposta o cambiando il governo o anticipando le elezioni. Noi siamo sempre stati pronti a fare la nostra parte in entrambi i casi”. C’è, nelle parole del segretario democratico, la riaffermazione del ruolo del Pd. La rabbia di chi “non accetterà di essere escluso o di fare la ruota di scorta.  Lo diciamo anche a coloro che si sono illusi in questi anni che Berlusconi fosse comunque preferibile al centrosinistra; a coloro che ancora oggi perdono tempo a pensare che si possa oltrepassare Berlusconi e riprendere la nostra strada e il nostro volto nel mondo escludendo il partito Democratico o indebolendolo, o dividendolo. Vediamo bene le operazioni in corso. Vediamo la ricerca confusa di soluzioni che possano prescindere dal Pd o ridurlo a una ruota di scorta, a una salmeria”.

Quello che il segretario democratico disegna è un Paese in grado di cancellare il populismo, la destra “chiacchiere e distintivo”, il berlusconismo e la sua “bolla delle illusioni”. L’uomo solo al comando o la riforma della democrazia nel solco della Costituzione. Eccola la scelta. Perché quello del Cavaliere è un modello “che ci ha fatto precipitare nel fondo del pozzo perché non è in grado di decidere nulla, e alla fine il conto lo paghiamo tutti”. Quindi, spiega Bersani, “noi siamo pronti alla battaglia e stavolta il terreno lo imporremo noi”. “Basta con i salvatori della Patria, con il consenso che viene prima delle regole, il modello che vive sul nemico e sul capro espiatorio come il magistrato, il comunista, il terrone, l’immigrato, l’euro” continua il segretario.  Il futuro, scandisce Bersani, si basa sull’alleanza dei progressisti e dei moderati. Ovvero “un patto di governo per una legislatura di ricostruzione, per sostenere la riscossa del paese, per sconfiggere il rischio che viene dalla peggiore destra d’europa.

Bersani parla d’Europa, precariato, lavoro, fisco. Si indigna per il crollo della credibilità italiana in Europa, rivendicando lo spirito comunitario che ha sempre animato il nostro Paese. Elenca i problemi: “Poca crescita economica, finanza non in sicurezza, pubblica amministrazione che non gira, servizi fondamentali, dalla sanità alla scuola al trasporto pubblico in affanno, e diseguaglianze sociali tra Nord e Sud”. Il segretario disegna un’Italia basata su giustizia ed equità. Perché l’Italia “deve avere fiducia in se stessa e deve sapere la verità sulla situazione reale del Paese. Di favole si può morire”. Bersani chiede fiducia ma non nasconde le difficoltà: “Noi non raccontiamo favole, i problemio ci sono ma siamo pronti a lavorare per risolverli. E se sacrifici ci saranno vogliamo essere noi a deciderli”. Solo un accenno alle polemiche interne con Renzi: “Se ci chiamiamo Partito democratico vuol dire che non facciamo il verso al berlusconismo ma l’inverso del berlusconismo. E’ perchè consideriamo che la comunicazione sta alla politca come la finanza ell’economia: utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando”.

Alluvione. Il Pd fa partire una raccolta di fondi per le aree alluvionate. Dal palco parla Alessandra Rossi, assessore all’Ambiente delle Cinque terre: “Abbiamo voluto comunque essere qui con voi per la nostra Liguria e per lanciare un messaggio forte e chiaro: ricostruzione in nome del popolo italiano”.

Vendola e Di Pietro. “Per il centrosinistra tutto, per il nuovo Ulivo, per quanti sognano un’italia migliore oggi è davvero una bella giornata incoraggiante” commenta il leader Sel Nichi Vendola. Antonio Di Pietro, che in piazza c’era, motiva così la sua presenza: “Siamo qui per dire ai cittadini che c’è una classe politica in grado di interpretare i loro bisogni senza fare macelleria sociale”.

(da Matteo Tonelli, Il Tirreno, 5 novembre 2011)

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