Archivi del mese: marzo 2011

Antonio Panzeri sulla crisi del Mediterraneo: i cambiamenti si affrontano con la testa, non con la pancia

Mentre il dibattito in Italia sul tema immigrazione sembra infiammarsi, assumendo toni assai discutibili ove prevalgono  le ragioni di pancia  rispetto a quelle di testa, le rivolte si stanno estendendo a tanti Paesi arabi, coinvolgendo ora  la Siria.

Questi i temi al centro della serata di Varese con Antonio Panzeri, alla quale ha partecipato anche Luisa Oprandi, candidata Sindaco di Varese la quale ha sottolineato l’esigenza che anche dalle città come la nostra giunga un contributo positivo e consapevole al dibattito nazionale e internazionale aperto dalla crisi nordafricana e dalle sue conseguenze per nulla scontate.

Panzeri, che è partito da lontano, dalla crisi economica del 2009, con le sue consguenze mondiali, ma anche dalla novità della presidenza Obama (ricordando il discorso al Cairo di un anno fa) ha svolto una disamina della situazione attuale a partire dalla realtà della Tunisia, dell’Egitto e della Libia

“Era facilmente prevedibile che i movimenti non si sarebbero fermati.  Chi va  in piazza sa che oggi ha una straordinaria occasione per chiudere definitivamente con regimi dispotici che hanno cancellato ogni parvenza di democrazia, privando i cittadini delle libertà fondamentali.  Siamo in presenza di una “lunga marcia” verso la libertà, che si fermerà solo quando l’obiettivo sarà raggiunto. “L’Occidente” sembra spaesato, non  in grado di leggere ciò che sta avvenendo.  Preso alla sprovvista, non ha un linguaggio e un comportamento adeguati al nuovo scenario che si sta configurando. Da qui le incertezze nell’intraprendere le azioni necessarie e l’incapacità di  disegnare prospettive di una certa credibilità. L’apertura della crisi in Siria amplifica il rumore delle rivolte e pone la comunità internazionale dinnanzi all’esigenza di mostrare una capacità di discernimento degli avvenimenti, attribuendo  loro, nella diversità, il peso che meritano. In Siria, ad esempio, al di là dei tentativi tardivi che il regime del Presidente  Bashar Al Assad sta compiendo  per avviare un piano di riforme,  con il governo pronto a dimettersi, la fine dello stato di emergenza  in vigore dal 1963, il tramonto del Partito Unico Baath, vediamo che, tuttavia,   l’esercito,  rimane ancora a presidiare le piazze. Assad, usando il bastone e la carota,  tenta di evitare alla Siria un esito simile a quello di Tunisia ed Egitto. Ma è facile prevedere che i problemi non si risolveranno. Se le crepe che si sono mostrate in questi giorni preluderanno ad un crollo, potrebbe aprirsi una fase di instabilità estremamente pericolosa e destabilizzante per tutta la regione, con ripercussioni su Libano, Israele, Iraq, senza perdere di vista il problema principale rappresentato dall’Iran. Da qui l’urgenza di comprendere ciò che sta avvenendo in tutto il Mediterraneo ed elaborare una nuova e compiuta strategia. Usando la testa.

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Lampedusa, PD: “Se sono capaci gestiscano il problema. Altrimenti se ne vadano a casa.”

Come gettare benzina sul fuoco? Basta chiederlo al ministro Umberto Bossi, primo firmatario della legge che disciplina la situazione degli stranieri in Italia tutt’ora in vigore: “immigrati? Fora da i ball” con tanto di gesto e fischio di accompagnamento sonoro.

La posizione della Lega è quella classica: fare dell’emergenza un motivo per aumentare il consenso populista della paura. A Bossi non interessa risolvere il problema degli sbarchi a Lampedusa ma serve solo ad incendiare gli animi dei propri elettori a colpi di frasi ad effetto. La colpa è sempre di qualcuno e mai della Lega. Questa volta la responsabilità è dell’Europa che non vuole condividere la gestione dell’emergenza degli sbarchi. L’eventuale soluzione dei problemi è quella “prenderli dall’isola e rimandarli a casa loro”.

Se il governo, come Bossi, dice ‘fora dai ball’, faccia da solo”. Lo dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, spiegando che  il Pd è pronto a collaborare purché il governo parli con una voce sola e che non sia sul tenore delle parole usate dal leader del Carroccio: “Maroni dice alle regioni ‘prendete gli immigrati’. Bossi dice ‘fora dai ball’. Ora il governo si deve mettere d’accordo. Noi di fronte a un’operazione organizzata e seria siamo, ventre a terra, disponibili.  Disponibilità valida  a condizione che il governo dica una parola chiara al Paese perché il piede in due scarpe -conclude Bersani- non lo può tenere”.
 “Bossi la smetta di nascondersi dietro messaggi di propaganda elettorale. La verità è che Bossi è un ministro del governo Berlusconi, il ministro dell’Interno è Maroni, la legge in vigore è la Bossi-Fini. Sono loro che stanno al governo. Se sono capaci gestiscano il problema. Altrimenti se ne vadano a casa. Il resto sono solo parole, peraltro di pessimo gusto, usate per gettare fumo negli occhi dei loro elettori”. Così Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del PD.

“Dietro le sparate propagandistiche di Bossi si nasconde solo l’incapacita’ del Governo Berlusconi ad affrontare, con la legge voluta e votata dalla Destra,un’emergenza. Assistiamo all’ennesimo fallimento della Bossi- Fini e un ministro della Repubblica che ha dato il suo nome alla legge non trova di meglio che sparare frasi ad effetto che servono alla propaganda leghista ma testimoniano l’impotenza di un approccio basato solo sull’allarme e sulla paura”. Lo dice Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD.

“Credo che la situazione che si è creata a Lampedusa – continua la senatrice – non sia degna di una grande potenza come l’Italia e di una grande e antica democrazia come quella italiana. Trovo il piano dei respingimenti di massa di cui parlano maggioranza e governo, e uso un eufemismo, davvero poco attuabile sia nell’esecuzione che sotto il profilo del rispetto della legalità internazionale. Voglio ricordare che l’Italia ha avuto già problemi di flussi di immigrazione a assai più consistenti di questo. Con la crisi della ex Jugoslavia, i flussi migratori dal Kosovo e dall’Albania furono almeno 3 volte superiori a questi di oggi. La risposta allora fu ordinata, seria, con una verifica attenta dei requisiti per la protezione umanitaria, senza azioni di respingimenti di massa”.
“Penso – prosegue Anna Finocchiaro – che noi come centrosinistra abbiamo dimostrato come si può gestire l’immigrazione. Occorre innanzitutto pensare che le regole della legalità internazionale fanno premio su tutto, e che quindi tutti coloro i quali hanno diritto d’asilo o comunque hanno diritto a una forma di protezione umanitaria devono certamente essere assistiti. C’è poi il profilo delle condizioni nelle quali questi migranti vengono tenuti in attesa degli accertamenti del caso. Allora noi riuscimmo a varare un piano internazionale che prevedeva addirittura la collocazione in paesi come l’Australia, oltre che nei paesi europei e in altri paesi occidentali perché c’era una collaborazione con le agenzie internazionali e con gli altri paesi che era fondata sull’affidabilità e sulla credibilita’ dell’Italia e sulla sua disponibilità e sul la sua modernità nell’approccio a questi problemi. Qui invece – continua Anna Finocchiaro – si sta cercando di usare Lampedusa come una bomba ad orologeria,a fini elettorali e di propaganda con una violazione dei diritti umani anche dei minori, urlando e pestando i piedi nei confronti dell’Europa, quando l’Europa è stata considerata sempre, se non il nemico, quanto meno un avversario. E tutto avviene con il Ministero degli Interni in mano alla Lega”.

“Se Bossi e il Governo sono capaci di affrontare in modo civile e serio la questione troveranno nel PD e nei tanti amministratori italiani responsabili ascolto e collaborazione. Se non lo sono se ne vadano: le parole di Bossi sono irresponsabili e non degne di un rappresentante del Governo italiano”.

Per Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e Difesa del Partito Democratico, “di fronte alle dichiarazione del ministro Bossi che smentisce il piano di distribuzione dei profughi sul territorio nazionale, attuato dal ministro Maroni, c’è da domandarsi come debbano sentirsi quei sindaci, quei presidenti di Regione o di Provincia che stanno predisponendo gli spazi per l’accoglienza. E anche come debbano sentirsi quei cittadini che cominciano a fronteggiare gli oggettivi problemi di convivenza e integrazione creati da questi nuovi insediamenti e tendopoli, la cui gestione risulta ancora difficile e necessità per questo di una solidarietà trasversale, calpestata e offesa dalle parole del ministro Bossi. Ma a quanto pare il ministro interessato solo a una perenne campagna elettorale e non alla risoluzione dei problemi concreti”.

Per Pina Picierno, parlamentare PD, “le parole del Ministro Bossi sull’emergenza immigrazione dimostrano ancora una volta le contraddizioni del Governo, che da un lato cerca di tamponare una situazione gravissima e di limitare il caos con soluzioni inadeguate, estemporanee e dilettantesche, mentre dall’altro si lascia andare a continue dichiarazioni dai toni propagandistici e allarmistici. Una gestione approssimativa e vergognosa che sta condannando migliaia di persone in stato di necessità, fra cui numerose donne e bambini, a condizioni inaccettabili, trasformando Lampedusa in una bomba a orologeria, in un caos insostenibile per i suoi stessi abitanti. Questa situazione sarebbe superata dai fatti se il Parlamento avesse recepito la direttiva europea sui rimpatri, come avevamo il dovere di fare entro dicembre e come le opposizioni hanno richiesto. Questo ritardo nell’uniformare le nostre norme sull’immigrazione a quelle dell’Europa rende non credibili e demagogiche le nostre richieste d’aiuto al resto del continente. Il Governo la smetta con gli slogan, si rimbocchi le maniche e prenda una delle due scelte percorribili che ha di fronte: assumere la direttiva europea sui rimpatri, oppure concedere permessi di soggiorno temporanei alle persone che sono sbarcate in questi giorni. Tutto il resto è pura propaganda”.

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Europa-Italia, un progetto alternativo per la crescita

92 pagine di proposte per far ripartire l’Italia: è il contributo del PD per il Programma Nazionale di Riforme che il governo dovrà presentare in aprile alla Commissione europea. Contributo che sentiamo come un dovere verso l’Italia perché, come ha detto Bersani “nessuno si occupa in questo momento di lavoro, di redditi, di servizi. Questioni che non da oggi sono senza presidio. Come partito di opposizione c’è sembrato giusto avanzare una proposta per il Piano nazionale di Riforme, anche perché i documenti del governo sono stati sin qui assolutamente insufficienti, ed è un problema, perché l’Italia arriva da un decennio di scivolamento, da una crisi dopo la quale rimonta meno degli altri”. Come se non bastasse siamo il Paese a più alto debito e a più bassa crescita, come ha ribadito durante l’incontro con le parti sociali, da Confindustria a sindacati: “So che c’è bisogno di nuove decisioni e non di uno sporadico dibattito. Bisogna dire ai mercati che siamo consapevole che ci stiamo attrezzando per risolvere gli squilibri”. A confrontarsi sul piano c’erano tra gli altri Susanna Camusso della Cgil e Luigi Angeletti della Uil. Un piano corposo quello del Pd, perché serve “una profonda revisione delle politiche economiche” dei governo di centrodestra ed è persino “diventato troppo stretto il campo semantico del sostantivo ‘crisi’ per cogliere il passaggio di fase” come scrive nell’introduzione Stefano Fassina al documento, basato su analisi condotte dal dipartimento Economia del Pd. Bersani stesso critica i governi di centrodestra che in Europa stanno imponendo una politica che non va lontano. Così il Pd rilancia le proposte dei partiti progressisti. Quanto alle riforme interne da inserire nel Piano nazionale il leader PD ha annunciato la disponibilità del Pd ad un confronto in Parlamento sulle riforme economiche, da quella fiscale a quella del welfare. “Riforme vere, che diano dinamismo all’economia e che consentano di mettere insieme crescita e avanzo primario e controllo della spesa pubblica. Abbiamo presentato le proposte alle forze sociali e le proponiamo ora al governo perche’ le discuta con noi”. Proposte sostenute da analisi che dimostrano come “gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso sono possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita”, come ha sottolineato Fassina. Per raggiungerli il Pd propone “una strada alternativa agli indirizzi di politica economica prevalenti in Italia e tra i governi dell’Ue”. E, ha tenuto a rimarcare, senza “patrimoniali”. L’INTRODUZIONE. Come tutti i paesi membri dell’Unione europea e dell’area euro, l’Italia è tenuta a presentare in Aprile alla Commissione e al Consiglio dell’Unione una versione aggiornata del Programma di Stabilità e del Programma Nazionale di Riforma (National Reform Program, NRP). L’importanza di tali documenti è stata accresciuta dalla recente decisione di istituire un “Semestre europeo”, volto a migliorare il coordinamento ex-ante delle politiche economiche nazionali. Il NRP si sviluppa ed inserisce nel quadro di stringenti vincoli sovranazionali. Coerentemente, il presente documento delinea concrete proposte di intervento nel rispetto di tali vincoli. Tuttavia, prima di indicare le linee guida delle riforme per l’Italia, riteniamo necessario forzare i confini codificati dei due documenti programmatici richiamati e premettere al NRP una valutazione critica delle scelte di politica economica europea e qualche indicazione alternativa. L’Unione è segnata da profondi cambiamenti nella governance: dal semestre europeo ai meccanismi emergenziali per affrontare le difficoltà dei debiti sovrani, al salto di qualità nella regolazione e nella vigilanza dei mercati finanziari. Sono cambiamenti positivi, di grandi potenzialità, nel segno del rafforzamento della politica economica comune, nonostante le contraddizioni, in particolare la dominanza della dimensione intergovernativa e le linee generali di policy scelte da un Unione Europea trainata da governi di centro-destra. Le scelte di policy tentano di rispondere alla grande recessione del 2008-2009, ai conseguenti squilibri nella finanza pubblica, all’accentuazione delle asimmetrie di competitività tra i paesi dell’Unione e, soprattutto, della moneta unica, e alle acute diseguaglianze sociali all’interno di ciascun paese. In realtà, a nostro parere, le scelte fatte o in fieri aggravano i problemi e mettono a rischio i connotati sociali distintivi faticosamente tracciati nel corso della seconda metà del ‘900. In particolare, le politiche economiche restrittive adottate o proposte negli ultimi mesi (ad esempio, le misure sulle retribuzioni e le condizioni di lavoro contenute anche nella bozza del “Patto per la competitività” preparata dalla Presidenza del Consiglio Europeo e dalla Presidenza della Commissione) sono orientate ad un impossibile e deflattivo mercantilismo. Oltre che profondamente disgregative della coesione sociale, rendono ancor più incerto lo scenario macroeconomico europeo e, anziché attenuare le tensioni sui mercati finanziari, contribuiscono ad alimentarle. Per salvaguardare il processo di unificazione e rigenerare l’economia sociale di mercato nell’Unione Europea si rende necessaria una profonda revisione delle politiche economiche definite dai governi di centro-destra. È urgente un radicale riorientamento, un cambio di paradigma, nella sua cultura economica prima ancora delle singole policy per costituire saldi legami tra sviluppo economico, equità sociale e riequilibrio territoriale e, per questa via, creare adeguate condizioni generali di benessere materiale, di progresso civile, di democrazia effettiva. Il cambio di paradigma deve, innanzitutto, presiedere all’interpretazione dei movimenti in corso. È diventato troppo stretto il campo semantico del sostantivo “crisi” per cogliere il passaggio di fase. Ci sembra si debba ricondurre quanto avviene al terreno aperto, in larga misura inesplorato, di una “grande transizione” geo-politica, economica, demografica. Inoltre, riteniamo che, sia nell’analisi prevalente sia nell’individuazione delle exit strategies, siano del tutto sottovalutati i problemi legati alla domanda aggregata mondiale e alle cause di fondo della sua debolezza. A nostro avviso, uno dei fattori che più incide sulle condizioni della domanda e che, quindi, frena la crescita è l’aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, in particolare da lavoro, e della ricchezza. Un fenomeno che ha caratterizzato quasi tutti i paesi dell’OCSE, gli Stati Uniti in particolare, e che ha progressivamente compresso il potere d’acquisto delle famiglie, non soltanto le working families ma larghissime fasce delle classi medie. Insieme alle prospettive dell’economia, sono in gioco i pilastri delle democrazie delle classi medie costruiti attraverso i sistemi di welfare dopo la II Guerra Mondiale. Negli anni precedenti la crisi, una risposta all’erosione del reddito disponibile dei lavoratori è stata data, soprattutto nei paesi anglosassoni, dall’espansione del credito al consumo. Il boom dei valori della ricchezza finanziaria e immobiliare ha contribuito a garantire il livello di consumi delle famiglie e ha permesso di coprire gli effetti di una tendenza pluridecennale di aumento della diseguaglianza che ha penalizzato i redditi bassi e medi. Ad una sorta di welfare finance è stato assegnato il compito impossibile di rimpiazzare i malconci e malconciati welfare state. È così che il riequilibrio forzoso della finanza dopo il collasso di Lehman Brothers ha lasciato anemiche le economie sviluppate le quali, in molti casi, hanno dovuto soccorrere con risorse pubbliche a debito il crollo di colossi della finanza privata. La rilevanza della distribuzione del reddito ai fini della domanda interna delle economie mature e della crescita endogena è spesso ridimensionata in riferimento al rapido sviluppo nei paesi emergenti. Tuttavia, a noi pare che, nonostante le straordinarie potenzialità, tali aree, caratterizzate almeno nel medio periodo da livelli di consumo contenuti, non possano compensare la stagnazione dei consumi nelle economie sviluppate. Neppure possiamo realisticamente affidare ancora una volta il traino agli Stati Uniti, alle prese con acuti squilibri finanziari, economici e sociali e comunque “obbligati” a ridurre il loro deficit commerciale. Per questa ragione pensiamo che l’Europa debba dotarsi di un “motore” autonomo di domanda e, abbandonare un’impostazione di politica economica restrittiva, dannosa sia per sé sia per gli equilibri mondiali. È chiaro che il motore autonomo non può essere alimentato da un ulteriore aumento dall’indebitamento pubblico e privato dei paesi dell’Unione. Per molti di essi questa strada è preclusa dalla presenza di stock di debito pubblico già molto elevati e aggravati dalla recente crisi. Per uscire dalle prospettive di stagnazione ed elevata disoccupazione strutturale, in particolare giovanile e femminile, di fronte all’Europa ed evitare rischi seri per la moneta unica e, inevitabilmente, per l’assetto istituzionale, indichiamo quattro linee di policy, in larga misura condivise dai partiti progressisti europei: 1. Un’agenzia europea per il debito per acquistare i titoli dei paesi aderenti ed emettere titoli di debito europei (eurobonds) garantiti in modo collettivo; 2. Un piano europeo di investimenti per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, alimentato dalle risorse raccolte attraverso l’emissione di eurobonds, l’introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo, tra i quali la Financial Transaction Tax ed il rafforzamento della tassazione ambientale, oltre agli interventi della Banca Europea degli Investimenti e del fondo infrastrutturale “Marguerite”. Le linee di intervento dovrebbero seguire le indicazioni del Patto europeo per il lavoro e il progresso sociale, approvato dal Consiglio del PSE tenutosi il 2-3 Dicembre 2010 a Varsavia. Insomma, un piano per innalzare e riequilibrare la crescita delle diverse aree della moneta unica. Un piano complementare all’avanzamento del mercato interno come raccomandato dal “Rapporto Monti”. Un piano in controtendenza rispetto alla logica di “non interferenza” seguita negli ultimi anni le istituzioni comunitarie di fronte ai rischi di desertificazione industriale di intere regioni; 3. Uno “standard retributivo” europeo per coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali. Lo standard retributivo implica una crescita delle retribuzioni reali in linea con la dinamica della produttività. In altri termini, i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico e da dinamiche retributive al di sotto dello “standard” dovrebbero accelerare la crescita delle retribuzioni oltre la variazione della produttività per contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. Viceversa, i paesi in deficit con l’estero dovrebbero allineare l’aumento delle retribuzioni alla produttività e, soprattutto, attuare politiche per accrescerla; 4. Una più equilibrata distribuzione del reddito da lavoro, sia primaria (conseguita sul mercato del lavoro) che secondaria (sostenuta da interventi di welfare e fiscali) capace di restituire potere d’acquisto e sicurezza alle famiglie. In tale contesto, inseriamo il Programma Nazionale di Riforme dell’Italia. Qui, proponiamo un’analisi dove, insieme a dati noti, sottolineiamo aspetti trascurati e letture in contro-tendenza. Ad esempio, misuriamo le performance del nostro Paese e delle regioni italiane non soltanto in termini di indicatori economici standard (Pil pro-capite, produzione industriale, ecc) ma anche in riferimento ad alcuni indicatori di “sviluppo umano”. Non è un vezzo analitico o una rincorsa delle mode del tempo. È condizione per capire meglio i nodi da affrontare e scegliere correttamente le priorità, la sequenza delle riforme in un contesto di risorse estremamente limitate. Inoltre, rigettiamo in paradigma duale assunto dal Governo Berlusconi per leggere i ritardi italiani: il Nord che funziona e ha bisogno solo di aggiustamenti; il Sud, completamente da ridefinire. Non è così. L’interruzione del processo di convergenza tra Sud e Nord del Paese è intrecciata ad una perdita ancor più significativa di competitività dell’intero sistema economico nazionale e delle sue aree più forti rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europei. Ad esempio, nel 1998, il Pil per abitante del Nord-Est era pari al 137% della media dell’Unione Europea a 27, mentre nel Meridione tale indicatore si fermava al 74%. Nel 2007, il Nord-Est scivolava al 125% della media UE, mentre il Meridione era al 70%. A nostro parere, l’esperienza degli ultimi trent’anni dimostra che il Sud e il Nord o crescono insieme oppure insieme declinano. Le proposte di riforma delineate nel “nostro” NRP sono frutto dell’intenso lavoro programmatico definito nelle Assemblee Nazionali del Pd (Roma, Maggio 2010; Varese, Ottobre 2010; Roma, Febbraio 2011). La strategia di crescita sostenibile sul piano economico, sociale ed ambientale per l’Italia ha due obiettivi-guida, due driver sistemici e complementari, sollecitatori e bussola di tutte le riforme di settore: 1. l’innalzamento del tasso di occupazione femminile fino a raggiungere in un decennio il 60% (ossia circa 3 milioni di donne occupate in più rispetto ad oggi); 2. l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia. Tali obiettivi guidano gli investimenti sulla conoscenza, gli interventi di politica industriale e fiscale, le riforme strutturali (in particolare, le liberalizzazioni, la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni e la riqualificazione e la riduzione della spesa pubblica), gli investimenti per la logistica. La strategia di riforme per l’Italia è molto ambiziosa. È tale non soltanto per i vincoli di carattere culturale, economico e sociale al cambiamento progressivo. È ambiziosa in quanto deve fare i conti con un impegnativo percorso di riduzione del debito pubblico. L’esito del dibattito sui criteri di convergenza del debito pubblico è estremamente rilevante per il nostro paese. L’Italia si trova infatti ad essere contemporaneamente uno dei paesi maggiormente indebitati e con le prospettive di crescita più lenta di tutta l’Ue. Gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso sono possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita. Per raggiungerli, proponiamo, quindi, una strada alternativa agli indirizzi di politica economica prevalenti in Italia e tra i governi dell’Unione Europea, senza misure di finanza straordinaria (patrimoniali o altri interventi one-off sulle imposte), ma centrata sulle riforme per l’innalzamento del potenziale della nostra economia nel quadro di una politica economica europea per il sostegno della domanda interna. Sono due condizioni necessarie. In Italia, l’aumento del tasso di occupazione femminile e l’innalzamento della specializzazione produttiva proposte nel “nostro” NRP possono generare, rispetto allo “scenario tendenziale”, un aumento medio annuo del PIL pari allo 0,5-0,6% con effetti positivi sia sulla velocità di convergenza che sugli sforzi necessari alla riduzione del debito. La strategia riformista qui tracciata consente, entro il 2020, una riduzione dello stock di debito in linea con gli obiettivi indicati dal recente Ecofin. Tuttavia, lo sforzo misurato in termini di avanzo primario risulta decisamente inferiore (circa un punto di Pil in meno). Inoltre, gli effetti di uno stabile innalzamento del PIL potenziale accelerano la velocità di abbattimento del debito nel lungo periodo rispetto allo “scenario europeo”: secondo la strategia riformista, il percorso di convergenza del debito pubblico verso il limite del 60% si può compiere in un orizzonte di circa 25 anni, mentre lo scenario europeo a tale data lascerebbe il rapporto sopra il 75%. Un’ulteriore, seppure realisticamente limitata, accelerazione della convergenza verso gli obiettivi di debito potrebbe essere ottenuta dall’alienazione di porzioni del patrimonio demaniale sia dello Stato che degli enti territoriali effettivamente alienabili. In sintesi, proponiamo una strada percorribile orientata alla valorizzazione del lavoro per uno sviluppo sostenibile sul piano macroeconomico, sociale ed ambientale in Europa ed in Italia.

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Il Pd varesino sceglie la trasparenza, un’idea di forte innovazione

Il Partito Democratico ha stabilito dei criteri che definisce «oggettivi» per la scelta ei candidati da inserire nella liste delle comunali. Il segretario cittadino Roberto Molinari ha stilato un pronunciamento, derivato dal codice etico del partito nazionale, che prevede l’accettazione di 16 punti per chiunque voglia candidarsi: impegno, onestà, trasparenza, rappresentatività di un mondo sociale o politico, ma anche principi più spicci come dare un contributo economico (piccole cifre e comunque volontarie), o accettare l’aiuto economico del partito (pieghevoli,santini ecc.). I candidati dovranno sottoscrivere il regolamento della campagna elettorale che per un aspirante eletto sono stringenti: «Sobrietà nelle spese e comportamenti corretti tra i candidati».
Chi vuole entrare nella lista dei 32 candidati (la modifica della legge li ha ridotti) deve presentare una domanda scritta al partito cittadino; sì proprio così, un curriculum vitae in cui elenchi le proprie credenziali, le esperienze pregresse e anche i suoi valori di riferimenti. Non occorre essere tesserati al Pd, ma si passerà attraverso una commissione esaminatrice, comporta da 7 persone, i saggi, i quali sceglieranno con disinteresse dato che essi stessi non sono candidabili. I sette savi del Pd sono persone con esperienza: l’ex senatore del Pci Claudio Donelli, l’ex capogruppo del Pci Ambrogio Vaghi, l’insegnante Margherita Giromini, l’attuale consigleire comunale Carlo Nicora, l’ex assessore del Psi Giampaolo Zoppini, l’ex preside del Liceo Classivo Livio Ghirnghelli e la resposanbile dei giovani del Pd Erica Lenzi.
La commissione esaminatrice, riceve le domande entro il 31 marzo. E’ facoltà dei sette saggi anche chiamare l’aspirante candidato a colloquio orale, per valutarne le motivazioni. La lista dei prescelti sarà sottoposta al giudizio del direttivo cittadino e da esso votata. La segreteria cittadina ha delegato il percorso alla commissione ma potrà intervenire in caso di dubbi. Ai consiglieri comunali uscenti – oggi sono 11 – sarà invece offerta una corsia parallela e «prioritaria».
Il segretario cittadino Roberto Molinari è orgoglioso della decisione intrapresa. «E’ una scelta di trasparenza – racconta – abbiamo stabilito criteri oggettivi sulla base dei quali sceglieremo le persone più adatte. Per la prima volta abbiamo creato un organismo indipendente per le candidature, mentre Lega e Pdl hanno meccanismi molto meno chiari».
Emiliano Cacioppo, l’attuale capogruppo, non si candiderà più, per favorire un ricambio: «Il Pd è stato l’unico partito a presentare pubblicamente il programma – osserva – e con questa iniziativa cerchiamo di riportare al centro del dibattito le idee e i valori».

18/03/2011
Roberto Rotondo
Varesenews

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Giustizia, Orlando: “Le nostre proposte Alfano le conosce da tempo”

Crediamo che la riforma ‘epocale‘, così com’è, costituisca un occasione mancata perché, anziché riformare la giustizia nel suo insieme, si prefigge di modificare l’assetto della magistratura in modo sbagliato e come Alfano sa il funzionamento della magistratura costituisce solo un segmento del tema più complessivo.
Per costruire un servizio giustizia, che sia davvero al servizio dei cittadini, occorre far funzionare la giustizia civile, rivedere l’organizzazione degli uffici, semplificare il processo penale, affrontare il problema del carcere, che versa in condizioni disastrose, stabilizzare la magistratura onoraria, affrontare insomma le vere emergenze.
Le eventuali modifiche necessarie a migliorare il funzionamento della magistratura si possono realizzare con leggi ordinarie, non c’è alcun bisogno di avventurarsi in modifiche costituzionali rischiose per le garanzie dei cittadini.
La Bicamerale unificava i Consigli superiori esistenti, Alfano ne partorisce uno in più al di là di altre considerazioni non mi pare si vada esattamente nel senso della semplificazione.”
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Nucleare, la scelta sbagliata

Il terremoto in Giappone e l’allarme nucleare dopo le esplosioni nelle centrali di Fukushima e Tokai e Onagawa mettono in allarme l’intera gestione energetica mondiale e pongono nuovi interrogativi sull’effettivo e necessario uso dell’energia nucleare.

Mentre si piangono ancora le migliaia di morti in un numero crescente non ancora quantificabile, l’attenzione mondiale resta ancorata sugli effetti che l’esplosione del reattore numero 3 dell’impianto nucleare di Fukushima potrebbe provocare per il Giappone e i territori limitrofi. Attualmente le barre di combustibile non sono completamente sommerse dall’acqua di raffreddamento e questo fa sì che si possa creare un processo di fusione con conseguente creazione di idrogeno che, danneggiando le stesse barre, provocherebbe fuoriuscita di isotopi radioattivi. Questa mattina, ore italiane, nella terra del Sol Levante pioveva il che significava una minaccia per la popolazione viste le possibilità che le polveri si potessero spargere in un raggio molto più ampio.

Il paradosso più scontato sta proprio nell’analisi di una catastrofe accaduta in un paese all’avanguardia per tecnologia, sicurezza e edilizia: cosa sarebbe accaduto nel caso il terremoto avesse colpito un luogo con caratteristiche molto meno evolute. Cosa sarebbe accaduto, per assurdo, in Italia?

Già proprio quell’Italia che oggi è bloccata sui problemi giudiziari del premier come priorità assoluta da risolvere e dove un governo qualunquista rilancia in maniera del tutto superficiale la scelta nucleare come risposta al fabbisogno energetico. Qui non si deve decidere se il nucleare faccia bene o male, se sia “buono o cattivo”, qui si dichiara con fermezza che non si può considerare la scelta dell’atomo come andare al supermercato o prendere un caffè. È proprio l’imponderabile che arriva dal Giappone che fa aprire gli occhi ai governi un po’ troppo permissivi e legati a ragioni di lucro che hanno poco a che vedere con la ricerca di nuove forme di approvvigionamento energetico.

La Francia, il paese europeo che ha adottato la scelta nucleare con più solerzia e convinzione, ha dichiarato di avere qualche perplessità circa le informazioni ufficiali che arrivano da Tokyo. Molto probabilmente quelli del governo giapponese sono dati molto al ribasso rispetto la reale minaccia di radiazione. Ma la scelta nipponica non è troppo da biasimare se vista nell’intento di evitare scene di panico collettivo o allarmi che potrebbero essere più nocivi dell’effettiva gravità della situazione.

Questi sono solo alcune immediate considerazioni che dovrebbero far riflettere il governo italiano sulla faciloneria con cui ha indicato l’atomo come la panacea del fabbisogno energetico del Bel Paese.

“In questo momento – ha detto il segretario del PD, Pier Luigi Bersani – rivolgiamo un pensiero a quegli eroi che stanno cercando di contenere i danni e mettere sotto controllo le centrali” in Giappone. “Quanto a noi, siamo stati, siamo e saremo contro il piano nucleare del governo”.

Per Stella Bianchi, responsabile Ambiente, “il PD è sempre stato contrario al piano del governo di ritorno al nucleare. È una scelta sbagliata per il nostro Paese per i costi enormi, i tempi lunghissimi, la gestione delle scorie radioattive ben lontana dall’essere affrontata in sicurezza. Siamo sempre stati contrari anche per la grande approssimazione, con la quale il governo si è incamminato in questo ritorno all’indietro. Ora, però, assistiamo quasi increduli alla inaccettabile negazione di quanto sta succedendo in queste ore drammatiche in Giappone. Prendere atto del terribile impatto del sisma su due centrali nucleari e delle enormi difficoltà nel garantirne il raffreddamento, non è cedere all’emozione ma più responsabilmente riconoscere l’impossibilità di garantire in ogni occasione la sicurezza di una centrale nucleare e trarre le necessarie conseguenze da questa tragica lezione. Il governo tedesco e quello inglese hanno già dichiarato di voler riesaminare il loro impegno sul
nucleare, alla luce di quanto sta accadendo in Giappone. Speriamo che il governo italiano non voglia solo rifugiarsi in una inutile e pericolosa propaganda, che certo non cancellerà dalla mente di nessuno le immagini e le notizie che arrivano dal paese più attrezzato al mondo contro il rischio sismico. Per il governo è il momento di fermare il proprio piano di ritorno al nucleare”.

“Le notizie che arrivano dal Giappone dell’esplosione del reattore della centrale di Fukushima gettano nell’angoscia. Sarebbe drammatico se alla sciagura del terremoto e dello tsunami si unisse anche il rischio di un disastro nucleare. Quando sta accadendo in queste ore la dice lunga sui rischi che ancora esistono sugli impianti nucleari. Altro che “nessun dubbio sulla sicurezza delle centrali” come declamato nella pubblicità poi sanzionata dal Garante come “ingannevole” dei promotori del nucleare in Italia”, lo afferma Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd commentando la notizia del crollo alla centrale giapponese a seguito del terremoto.

“E’ sconcertante constatare come in una delle più drammatiche giornate da diversi decenni a questa parte, nel pieno di una emergenza umanitaria e atomica , solo due Governi al mondo dichiarino di voler continuare a testa bassa sui loro rispettivi programmi nucleari, ovvero l’Italia di Berlusconi e la Cina di Wen Jiabao”. Lo dichiarano i senatori del PD Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.

“E’ intollerabile – continuano i senatori PD – che venga tacciato di sciacallaggio, catastrofismo o persino eccessiva emotività chi si oppone con la forza dell’evidenza ai rischi tremendi del ritorno al nucleare, perché il Giappone ha dimostrato sulla propria pelle che il nucleare sicuro è impossibile, anche in Paesi tecnologicamente all’avanguardia.
Non crediamo che in Svizzera e Germania, che hanno stoppato i loro programmi nucleari, l’emotività abbia giocato un ruolo, ma che più semplicemente quando si parla di nucleare e sicurezza non devi esserci spazio per i pasdaran dell’atomo. E’ sciacallo piuttosto chi – concludono i parlamentari del PD – per difendere gli interessi di grandi industrie nucleari calpesta la sicurezza dei cittadini.”

Dello stesso parere anche Ivan Scalfarotto, vice presidente dell’Assemblea nazionale del PD. “Le immagini del terremoto giapponese sono scioccanti e le notizie sul rischio atomico che in queste ore interessa la regione sono allarmanti. Invito il nostro governo a meditare e a fermare questa scellerata corsa verso il nucleare. Il nostro Paese ha un tasso di rischio sismico molto elevato e un altrettanto elevata vulnerabilità per la fragilità infrastrutturale del patrimonio edilizio, industriale e dei servizi, la costruzione di impianti nucleari in queste condizioni è una corsa al suicidio”.

“Non possiamo mettere a rischio la vita dei nostri cittadini per una presa di posizione, – conclude Scalfarotto – dobbiamo rivedere tutto il piano energetico e puntare decisamente verso le rinnovabili per scongiurare conseguenze che potrebbero essere devastanti”.

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Il federalismo leghista tradimento per il territorio

Da www.varesenews.it

«Se questo è il federalismo la Lega ha proprio poco da festeggiare». Dal Partito Democratico varesino arriva netta la condanna alla riforma appena approvata in parlamento, tra il giubilo delle pattuglie leghiste e il saluto di Berlusconi con il fazzoletto verde.

«La sensazione è quella di aver perso un’occasione per fare una riforma vera e solo per consegnare alla Lega una bandiera demagogica da sventolare davanti ai propri elettori», dicono dalla sede di via Monte Rosa durante una conferenza stampa organizzata dal neosegretario provinciale Fabrizio Taricco insieme gli esponenti delle amministrazioni Pd della provincia di Varese.
Più tasse e meno autonomia, dal Pd la condanna politica alla riforma leghista è riassunta da queste parole: «il federalismo, così come approvato, introduce una Imu, che definiamo una patrimoniale per le piccole imprese, e un’addizionale Irpef che può arrivare fino a 0.4%». Il sindaco di Gorla Min Migliarino sintetizza così:«dal Federalismo la gente si aspettava un trasferimento di risorse dallo stato agli enti locali e invece ci troviamo semplicemente un trasferimento di chi deve mettere le mani in tasca agli italiani senza che con questo vengano risolti i problemi drammatici in cui versano le amministrazioni locali in questi ultimi anni». E i problemi drammatici, secondo il Pd, sono “patto di stabilità” e la questione dell’ Ici: il primo perché ha strozzato l’azione dei comuni bloccandone investimenti e risorse economiche già disponibili, e il secondo perché togliendo l’Ici, l’unica tassa veramente federale, il Governo Bossi-Berlusconi avrebbe tagliato pesantemente i finanziamenti degli enti locali, «e per la risoluzione di questa gravissima condizione in cui versano i nostri comuni, il federalismo in salsa leghista, non rappresenta che una pezza insufficiente», dice Laura Prati assessore a Cardano al Campo.
Testimonianze molto crude sulla situazione finanziaria degli enti locali anche dagli amministratori di Besnate, Carnago e dalla consigliera bustocca Erika D’Adda: investimenti in importanti capitoli di spesa ridotti all’osso, quando non eliminati; investimenti per le opere pubbliche, volano tra l’altro per l’economia reale, più che dimezzati; amministrazioni insolventi con i propri creditori; e la beffa di «assistere a tutto questo mentre lo stato butta dalla finestra 300 milioni di euro decidendo di non fare l’election day accorpando le elezioni con i referendum. È di fronte a queste cose che un amministratore locale si sente preso in giro».
In considerazione di tutto questo il Partito Democratico lancia la sfida sul territorio alla Lega Nord, «il partito di Bossi non può più ergersi a paladino del territorio, spiegheremo quello che sta accadendo attraverso numerosi incontri pubblici», a cominciare da quelo in programma venerdì 11 marzo alle ore 21 presso la sala consigliare di Villa Aliverti a Vedano Olona dal titolo “Facciamo i conti con il federalismo”. Interverranno Antonio Misiani, deputato Pd della commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo, Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato Varese, Paolo Balduzzi, ricercatore dell’universita Cattolica e Luciano Porro, sindaco di Saronno.

4/03/2011
da Varesenews

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Federalismo municipale: l’intervento di Bersani alla Camera

 

Signor Presidente, cari colleghi, siamo al quarantaquattresimo voto di fiducia in due anni e mezzo: credo che, in due anni e mezzo, il Governo non sia quarantaquattro volte più forte, semmai, è altrettante volte più debole. Credo che l’umiliazione del Parlamento non ci dia un Governo più forte e credo che il voto di fiducia, anche stavolta, sia il termometro di una debolezza. Cari colleghi e cari colleghi della Lega, chiariamo subito un punto: il concetto stesso di federalismo fiscale, lo abbiamo introdotto noi e lo abbiamo messo in Costituzione.

Siamo interessati a fare il federalismo fiscale. Dunque, se lo si fa, e lo si fa per bene, noi votiamo a favore; se non lo si fa, e si fa un pasticcio, noi votiamo contro. Ebbene, questo decreto sul federalismo municipale, al di là delle vostre favole, è un pasticcio: noi voteremo contro tale decreto e contro la questione di fiducia.
Vi dico perché è un pasticcio. Primo: l’anno scorso, avete fatto un taglio micidiale agli enti locali, che non sono in condizione di garantire i servizi. Con questo decreto, dite loro: se volete mantenere i servizi dell’anno scorso, vi lasciamo mettere nuove tasse. Voi mettete le mani nelle tasche dei cittadini per procura.
Secondo: non si parli di autonomia fiscale. Il grosso di questa manovra è costituito, invece che da trasferimenti, da compartecipazioni: se non è zuppa, è pan bagnato. Terzo: voi con questo decreto – non negatelo – introducete una patrimoniale sulle piccole imprese, che pagheranno il doppio dell’ICI che pagano adesso, per tacere altre cosucce, come il trasferimento di proprietà di immobili, per esempio, per le ONLUS.

Vedrete ad una ad una queste cose. Voi avete sostanzialmente alleggerito la rendita e caricato su imprese e lavoro: il contrario della nostra proposta. Quindi, siamo in una situazione, con questo decreto, in cui mettiamo più tasse di quelle che c’erano prima e abbiamo meno federalismo di quel che c’era prima.

Con questo, credo di aver chiarito la posizione. Adesso, vorrei passare un attimo alla politica e voglio chiedermi: con questo passaggio e con quello che annunciate sulle regioni, state facendo deragliare una grande riforma, perché per fare una grande riforma ci vuole un filo logico, e il filo logico di una riforma federalista è il seguente. Primo: decidere quali sono i livelli essenziali di servizi e di prestazioni che i comuni devono dare in tutta Italia.

Secondo: fare in modo che i costi di quei servizi e di quelle prestazioni siano più o meno uguali in tutta Italia, in modo che nessuno faccia il furbo e ci marci. Terzo: sulla base di questi due punti, organizzare il finanziamento e l’autonomia fiscale, prevedendo meccanismi di perequazione e di equilibrio per non fare ingiustizie fra comuni e comuni. E non si tratta solo di nord e sud, ma di comuni nord-nord e sud-sud.

Non c’è niente di niente di tutto questo, non c’è filo logico. E non venitemi a dire che noi siamo per il Bengodi e che non teniamo conto delle risorse: prima si fa il filo logico e, poi, si realizza con i soldi che ci sono. Noi non pensiamo al Bengodi: voi avete venduto il Bengodi, quando avete parlato di federalismo.

Qui si va alla cieca, si va di fretta: si mette la fiducia e si tira avanti. Vi abbiamo chiesto un po’ di tempo, ma avete rifiutato in modo arrogante, e adesso vedo che con le regioni concedete qualche mese. Perché andate così alla svelta su una riforma che, lo abbiamo scritto tutti, si applicherà in 7 anni? Se va bene, perché in Spagna hanno impiegato 15 anni a farla. Perché correte così?

Ve lo dico io: perché la Lega sente che i tempi stringono, e vuole portare a casa la bandierina, comunque sia. Berlusconi sente che i tempi stringono, ha bisogno di sopravvivere, di farsi dare qualche voto per i suoi processi e vi lascia sventolare la bandierina.

Non più tardi di ieri voi avete firmato la lettera al Presidente Fini su una procedura che si propone di fermare i processi. Attenzione, perché al nord, un commerciante, un artigiano o un cittadino che viene accusato di prostituzione di minore va a processo!

Non è questione di moralismo, non è questione di puritanesimo, ma è uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Voi ci state facendo perdere la faccia davanti al mondo! In un mondo dove un politico di primo livello, in Germania, si dimette per aver copiato una tesi di laurea. È questo il mondo! Voi ci portate in un altro mondo, in un mondo che non c’è!

Voi state uccidendo gli anticorpi dello spirito civico di questo Paese, e senza anticorpi e senza spirito civico questo Paese non va da nessuna parte.

Io vi parlo diritto, come parla la nostra gente, che è uguale. La nostra gente del popolo parla diritto e io vi parlo diritto, e vi dico: cara Lega, non venite a raccontare che voi reggete Berlusconi per fare il federalismo.

Ve l’ho detto fuori di qui e ve lo dico qui, a partire da quel che pensiamo anche noi: federalismo che unisce, federalismo solidale. Noi vi garantiamo che il processo federalista va avanti anche in diverse condizioni politiche. Se volete reggere il moccolo al miliardario, se volete mettere il Carroccio a servizio dell’imperatore non trovate le scuse del federalismo, che non c’entra niente.

Voi e noi, da posizioni alternative, da posizioni conflittuali, rivendichiamo entrambi di avere radici autonomistiche profonde, nel DNA. Le nostre sono diverse dalle vostre, e vi dico dove sono diverse: voi volete colorare i comuni tutti di verde, mentre per noi il colore del comune è quello del suo gonfalone. L’autonomia la si serve, non la si usa!

Non a caso, otto anni su dieci avete governato e i comuni non sono mai stati messi peggio. Ditemi: cosa avete inventato di politica locale, fuori dalle ronde, che si sono perse nel bosco?
Noi ci crediamo. Crediamo che questo Paese ha realizzato i servizi a partire dalle realtà locali: per gli anziani, i bambini, le attività artigianali, l’urbanistica e la sanità pubblica; tutto è stato inventato a livello locale.

Oggi, qui da noi, in Italia, se si facesse una legge per togliere gli incroci semaforici, non succederebbe niente per vent’anni, ma basta che un comune realizzi una rotonda che funziona e la fanno tutti. Possiamo fare un federalismo fatto bene, per il nord e per il sud, che sono tutti sulla stessa barca. Possiamo farlo. Attenzione, fermatevi, fermatevi! Fermatevi, perché se no questa riforma deraglia.

Se vorrete andare avanti scambiando il guscio vuoto di questa riforma con la sopravvivenza di Berlusconi noi andremo a dirlo in tutti i posti e voi pagherete il tradimento del federalismo.

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Aumenti dei carburanti: ci guadagna solo lo Stato!

Con il livello record che ha raggiunto, il prezzo della benzina dovrebbe  essere subito calmierato per dare un po’ di sollievo all’economia e alle famiglie, attuando il meccanismo della cosiddetta “accisa mobile”. Si possono, anzi si devono, restituire ai consumatori i milioni di euro che stanno versando all’erario in termini di Iva a causa dello straordinario aumento del prezzo della benzina alla pompa. Basterebbe soltanto la volontà del governo Berlusconi ed in particolare quella del ministro dell’Economia e delle Finanze per adottare il provvedimento attuativo del dispositivo dell’accisa mobile trimestrale, previsto dalla legge finanziaria 2008 (legge 244/2007 commi 290/294), voluto dal governo Prodi. Hanno perciò ragione le associazioni dei consumatori a chiedere l’applicazione immediata di tale legge, pensata per tutelare il potere d’acquisto di famiglie e lavoratori in congiunture così difficili. È inaccettabile che chi detiene la responsabilità dei conti pubblici continui ad  essere cointeressato al rialzo del prezzo del petrolio perché così all’erario arriva un surplus non previsto di gettito Iva. Tale surplus va invece messo a copertura di una rapida e temporanea diminuzione delle accise che gravano sul prezzo dei carburanti.

Stefano Fassina – Responsabile nazionale PD Economia e Lavoro

Antonio Lirosi – Responsabile nazionale PD Consumatori

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