Archivi del mese: marzo 2017

La legge 194 in Lombardia continua ad essere disattesa

Sara_interview1La Lombardia si conferma una regione non virtuosa per l’applicazione della legge 194, che garantisce e regola l’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie italiane. Lo dimostrano i dati raccolti dal gruppo regionale del Partito Democratico struttura per struttura, relativi al 2016 e presentati questa mattina a palazzo Pirelli nel corso di una conferenza stampa dalla vicepresidente del Consiglio regionale, Sara Valmaggi e dal capogruppo del Partito Democratico, Enrico Brambilla. Il ricorso all’Ivg è in calo progressivo in tutta Italia e lo è anche in Lombardia (nel 2015 -10,5% rispetto al 2014) e questo conferma che la 194 è una legge efficace, che però andrebbe attuata per intero, anche laddove garantisce alla donna libertà di scelta e di accesso all’Ivg nel modo a lei più favorevole. Nella regione governata prima da Formigoni e poi da Maroni, ciò non avviene.

L’Italia – dichiara Brambilla – è stata richiamata perfino dal comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, come prima aveva fatto il Parlamento Europeo, per la difficoltà di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e la Lombardia si conferma tra le Regioni italiane più riluttanti e meno avanzate su questo fronte, come in genere sul piano dei diritti.”

Obiezione

Sono a tutt’oggi 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po), in 16 è superiore all’80%. Solo in 5 strutture l’obiezione è inferiore al 50%.

percentuale_obiezione_strutture_lombardeIl dato lombardo dell’obiezione è del 68,2%. Per questo il PD chiede alla Regione di attuare la 194/78 in tutte le sue parti, a partire dall’articolo 9 che cita testualmente “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare gli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione”.

Questo obiettivo – commenta Valmaggi – deve essere raggiunto anche con l’assunzione di medici ginecologi non obiettori tramite concorsi ad hoc, così come è stato fatto in Lazio dal Governatore Zingaretti”.

Utilizzo dell’IVG farmacologica (RU486)

L’IVG farmacologica è un’alternativa, meno invasiva, a quella chirurgica, autorizzata in Italia dal 2009. L’applicazione è demandata alle Regioni. In Lombardia l’utilizzo della RU486 nel 2016 è al 6,6% (927 IVG con RU486 a fronte di un totale di 13.830 Ivg). L’ultimo confronto possibile tra Regioni è relativo ai dati 2015: la Lombardia è sestultima, molto lontana dalle percentuali raggiunte da Liguria (40,3%), Piemonte (32,5%), Emilia Romagna (25,8%) e Toscana (20,1%).

RU486

In Lombardia 33 strutture su 63, il 52%, non praticano Ivg farmacologiche; questo perchè passa troppo tempo tra la certificazione e l’esecuzione dell’ Ivg e spesso scadono i 49 giorni utili per effettuare l’ Ivg farmacologica. Inoltre, a differenza di altre regioni, per l’ Ivg farmacologica è previsto il ricovero obbligatorio di tre giorni, a fronte del day hospital per le Ivg chirurgiche.

Chiediamo – sottolinea Valmaggi – che la Regione si impegni affinché le proprie strutture propongano l’ Ivg farmacologica a tutte le donne che sono nei tempi previsti, riveda la decisione di non somministrarla – su richiesta della donna – anche in day hospital e imponga alle aziende sanitarie l’obiettivo di aumentarne l’utilizzo così da arrivare al livello delle altre regioni.”

Pillola EllaOne, contraccettivo d’emergenza

L’ulipristal acetato, nome commerciale EllaOne, è un contraccettivo d’emergenza (che non ha niente a che vedere con i “farmaci abortivi”) che se assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto sessuale, ha la funzione di ritardare o inibire l’ovulazione, prevenendo così una maternità indesiderata. La sua diffusione è notevolmente aumentata dal maggio 20015, quando l’AIFA ha eliminato l’obbligo del test di gravidanza (che doveva essere negativo) e di prescrizione medica (per le maggiorenni, rimane per le minorenni) come precondizioni per la vendita.

EllaOne

In Italia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 237.846 a fronte delle 16.798 del 2014. Per analogia in Lombardia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 48.722 a fronte delle 3.871 del 2014. L’incremento è stato di oltre 12 volte. Le IVG sono diminuite nel 2015 del 10,5%. La correlazione tra riduzione delle IVG e la diffusione della EllaOne è affermata dallo stesso ministero della Salute nella relazione sull’applicazione della 194 del settembre 2016.

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Cancellata la gratuità delle visite ginecologiche per adolescenti nei consultori pubblici

In Lombardia dal 1 aprile le prestazioni gratuite nei consultori lombardi saranno ridotte. Saranno infatti a pagamento le visite ginecologiche per le ragazze negli Spazi giovani, così come le visite post partum e quelle post interruzione di gravidanza. Con una delibera del gennaio scorso la giunta ha revocato un provvedimento del 2012 e modificato così il tariffario dei consultori. E’ stata così cancellata la gratuità per alcune prestazioni erogate in servizi di prevenzione sperimentali, quali le visite ginecologiche per le ragazze e quelle post partum e post interruzione di gravidanza.

Il provvedimento, di fatto, disincentiva l’accesso ai consultori per le ragazze, sopratutto le adolescenti, le più fragili e le straniere, che sono la maggioranza delle utenti, mettendone a rischio la salute sessuale e non favorisce percorsi di maternità consapevole. L’obiettivo della Regione sembra essere quello di smantellare i consultori pubblici, come conferma il fatto che le visite post partum e post interruzione di gravidanza restano gratuite negli ospedali. Purtroppo si conferma il fatto che Regione Lombardia ha voluto trasformare i consultori in generici centri per la famiglia e ha deciso di disinvestire in quella che è la loro funzione originaria prioritaria, la prevenzione e la tutela della salute della donna.

Con agli altri colleghi del Pd, presenterò una mozione urgente per chiedere che la gratuità delle prestazioni nei consultori sia ripristinata.

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La giunta renda noti i numeri della presenza femminile negli enti locali e nelle partecipate

parita_genere_640Il quadro generale della presenza delle donne nelle istituzioni lombarde non è chiaro. Per questo con un’interrogazione ho chiesto alla giunta, insieme alle altre consigliere di Centro sinistra e ai capigruppi di Pd e e Patto civico, di rendere noti i dati relativi alla presenza femminile nei consigli e nelle giunte degli enti locali e negli organismi direttivi delle società partecipate.

La legge 56/2014 impone che nelle giunte comunali le donne siano almeno il 40%. Nonostante questo uno studio promosso dall’Anci indica che su 1523 sindaci in Lombardia solo il 17,3% sono donne. La nostra regione è sesta nella graduatoria nazionale e scende al decimo se si considerano anche i vicesindaci, che sono di genere femminile solo per il 27,7%. La presenza delle donne è si in crescita, sono il 41,8% di tutti gli assessori comunali lombardi e il 30,4% del totale dei consiglieri ma molte realtà non rispettano ancora il dettato normativo.

Va un po’ meglio nelle società partecipate, grazie alla legge regionale 30/2016, che ha modificato i criteri di nomina, recepito la normativa nazionale ( la 120 /2011) e imposto che un terzo del totale delle nomine effettuate siano al femminile, così come un terzo dei componenti nei consigli d’amministrazione. Eupolis Lombardia in un recente focus ha stimato che le donne sono poco più di un terzo (27 su 77 ). La percentuale più alta si registra nella carica di sindaco supplente (42,8%) quella più bassa (l’11,1%) in quella di presidente di cda.

Il quadro, per quanto più positivo che negli anni passati, certamente anche grazie agli interventi legislativi mirati, non è confortante. E’ dunque essenziale che la Regione, anche per rispondere al decreto legislativo 175/2016, disponga il monitoraggio della presenza delle donne nelle istituzioni e nelle partecipate e ne renda noti gli esiti.

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A proposito della chiusura degli ambulatori di Trezzo sull’Adda

fototrezzo

Nella zona Adda Martesana fino a Melegnano, la riforma sanitaria voluta da Maroni porta alla chiusura o riduzione di 9 poliambulatori su 14, tra cui quello di Trezzo sull’Adda. Il 4 febbraio il Pd di Trezzo ha organizzato un incontro pubblico per parlare ai cittadini della riforma sanitaria e della riorganizzazione della ex ASL, a cui ho partecipato insieme al collega Carlo Borghetti, per capire come salvare la struttura sanitaria. In seguito sono stati organizzati due colloqui anche con il sindaco, per capire come collaborare: l’ idea è quella di cercare di mantenere tutti i servizi attuali in città, ponendo l’accento su fisioterapia, ortodonzia e prelievi, facendo leva sui buoni dati di affluenza e prenotazioni.
Dato che al Comune servono spazi per gli uffici sociali comunali il Pd di Trezzo ha, inoltre, proposto di destinare la palazzina ex Asl, al momento utilizzata solo per metà, sia ai servizi sanitari che a quelli sociali, creando una “Casa della Salute”. Nella stessa struttura andrebbero nella parte superiore gli uffici dei servizi sociali e aziende e ai piani inferiori ambulatori, veterinaria e sanità. Nello spazio del SERT invece si potrebbero mettere insieme i medici di famiglia.
Il sindaco sostiene di condividere il progetto ma non risulta che i consiglieri regionali di suo riferimento si siano mossi. Fonti sindacali sostengono che stanno iniziando a mancare forniture mediche al poliambulatorio tali da non garantire i servizi nel medio periodo, un chiaro segno di accelerazione imminente dei tagli annunciati. Il Pd di Trezzo presenterà un ordine del giorno al consiglio comunale per portare avanti le proposte.
Da parte mia auspico che la Regione e la ASST Adda Martesana-Melegnano vogliano almeno salvare a Trezzo il Punto prelievi e i Servizi di fisioterapia, che sono i più utili, soprattutto agli anziani, che fanno fatica a spostarsi in modo autonomo,trovando le necessarie sinergie con i servizi erogati dal nuovo polo ospedaliero territoriale di Vaprio D’Adda.

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Fattore famiglia – Una legge insipida che sostiene le famiglie solo nel titolo

Nessuna discussione in Commissione sanità, nonostante il tema fosse chiaramente di competenza. Un confronto limitato alla Commissione bilancio, come se si stesse trattando di un mero problema finanziario. Il provvedimento sul cosiddetto fattore famiglia è stata un’occasione persa di confronto, che sarebbe stata tanto più necessaria per meglio comprendere un tema molto più complesso di come la maggioranza ha voluto raccontarlo.
Un provvedimento insignificante, il cui rischio sta tutto nella norma finanziaria; non ci saranno fondi aggiuntivi e probabilmente si sposteranno risorse all’interno del capitolo politiche sociali, togliendo a qualcuno per dare ad altri e impegnando parte delle esigue risorse per le spese di gestione e di organizzazione. La maggioranza, in realtà puntava solo a erigersi a paladina di una famiglia ideale,in realtà inesistente. De Corato in aula ha scherzato sull’uso del termine “famiglie”, ostinandosi a non vedere che non esiste una sola famiglia e tanto meno esiste la più volte citata “tipica famiglia lombarda” La realtà è diversificata, come ha sottolineato anche una ricerca di Éupolis. Le famiglie sono più piccole e diverse: ci sono vedovi, genitori single perché separati e madri sole.
La ricerca di Éupolis ha messo in evidenza che solo cinque nuclei su 10 hanno figli, il 34% non ne ha, il 12, 8 % è monogenitoriale, mentre le famiglie numerose sono solo il 4,7 % e solo il 3,8 % sono famiglie aggregate.
Un quadro complesso che richiede interventi mirati. Grazie a un nostro emendamento è stata prestata attenzione alle famiglie monogenitoriali, in origine ignorate, nuclei per definizione esposti alla caduta in povertà e all’esclusione sociale. Fatto evidente come hanno ammesso sia Éupolis che, con grande saggezza, l’Associazione famiglie numerose, che aveva chiesto, già nelle audizioni in commissione, interventi dedicati.
Nel complesso dunque un provvedimento inadeguato, approvato in fretta, con un chiaro obiettivo elettoralistico.Una norma che non considera le fragilità vere delle famiglie lombarde e che mettendo le une contro le altre famiglie diverse, italiane e straniere, ottiene l’unico risultato di non sostenere davvero nessuno.
Li aspetteremo al varco per verificare che le risorse previste siano effettivamente utilizzate per quello che è stato promesso.

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ATS Città Metropolitana – Poas, accolte le nostre indicazioni. Ora si lavori per una transizione che ne tenga effettivamente conto

Corso_Italia_19Il passaggio in Commissione Sanità dei piani di organizzazione aziendale da parte delle ATS era stato previsto all’interno della legge 23/2015 al fine di riconoscere alla Commissione consiliare un ruolo preciso, ossia quello di dare un indirizzo alla riorganizzazione in atto nell’offerta sociosanitaria dei territori.

Come consiglieri Pd lo abbiamo ricordato in occasione del voto in Commissione sanità su alcuni pareri ai POAS, tra cui quello dell’ATS della Città metropolitana.

Un parere al quale abbiamo contribuito con indicazioni importanti, che sono state accolte dal relatore che ne ha compreso la valenza. Come la necessità di dare attuazione sin da subito alla Cabina di regia prevista dalla legge di riforma (la cui composizione deve essere concordata con il Consiglio di rappresentanza dei Sindaci) che deve operare in raccordo con le tre cabine di regia territoriali annunciate; il mantenimento, per quanto riguarda il Dipartimento di igiene e prevenzione, di declinazioni territoriali (per alcune Unità Operative Complesse) che non facciano riferimento solo ad una logica geografica ma siano coerenti con la complessità del territorio; la necessità, per quanto riguarda invece l’impiantistica, di una programmazione integrata negli ambienti di vita, lavoro e cura. E, ultimo ma non meno importante, l’attenzione, in questa fase di transizione, ad una ripartizione del personale che tenga conto delle effettive necessità dell’utenza e non dell’eredità della precedente struttura aziendale.

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Grazie alle nostre sollecitazioni Regione e Ministero si sono attivati per garantire la riapertura del corso per infermieri di Sesto san Giovanni per l’anno prossimo

infermieri

Regione e Ministero dell’Università si sono già attivati per garantire la riapertura del corso di laurea per infermieri di Sesto San Giovanni per l’anno prossimo. Ad assicurarlo, nel corso della discussione su una mozione che ho presentato nei giorni scorsi ed è stata votata oggi in aula all’unanimità, insieme ad altre due mozioni simili, presentate da altre forze politiche, è stata l’assessore all’Istruzione Valentina Aprea.

L’università Bicocca aveva annunciato la chiusura del corso, attivo a Sesto San Giovanni, presso l’Irccs Multimedica, unico di questa facoltà presente nell’area metropolitana milanese,frequentato da 158 studenti, (su un totale di 975, sparsi tra i diversi poli didattici della Lombardia) a causa della mancanza di criteri di sostenibilità didattica indicati dal ministero. Con la mozione abbiamo chiesto alla giunta di attivarsi presso il Ministero perché il corso di laurea non fosse chiuso e fosse assicurata la continuità didattica. Questo per almeno due ragioni: da una parte perché la carenza di personale infermieristico in Lombardia è grave. Il Collegio Ipasvi lombardo ha stimato che per quest’anno accademico sarebbero necessari 3 mila posti per infermieri, 25 infermieri pediatrici e 90 laureati magistrali. Dall’altra perché il rapporto fra università e amministrazione comunale negli anni è stato foriero di sviluppo e crescita e ha enormi potenzialità, anche in vista del prossimo insediamento della Città della salute e della ricerca.

Grazie alle nostre sollecitazioni e a quelle dell’amministrazione comunale di Sesto San Giovanni, che ha avuto un incontro con il rettore dell’ateneo, la chiusura è stata evitata. L’assessore Aprea ha comunicato di aver già avuto un confronto con il Ministero dell’università in seguito al quale si è aperta la possibilità di riattivare tutti i corsi l’anno prossimo.
Da parte mia continuerò a vigilare, anche presso il Ministero, affinché il percorso di riapertura avviato si concluda in modo positivo.

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