Legge 194 – In Lombardia l’obiezione di coscienza è al 69,4%. La RU486 ferma al 4,5%.

In Lombardia l’obiezione di coscienza è al 69,4%, l’utilizzo della Ru486 fermo al 4,5%. Sono questi i dati più eclatanti emersi dall’indagine che abbiamo condotto in tutti i presidi della regione e che abbiamo presentato questa mattina a palazzo Pirelli.  Un’indagine che si incrocia con la relazione di attuazione della legge 194/78, presentata nei giorni scorsi dal ministero della Salute. Dalla relazione del ministero emerge un dato positivo: la costante diminuzione del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) da parte delle donne, il che conferma che la legge 194, che data oramai 37 anni, è ancora efficace nel raggiungere l’obiettivo per cui era nata. Nel 2014, infatti, per la prima volta in Italia, gli aborti sono stati meno di 100mila (97.535) con una riduzione del 60% rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si era riscontrato il valore più alto.

Il dato non è altrettanto positivo in Lombardia. Qui le Ivg sono state 15.912, il 5,2% in meno dell’anno precedente, con un decremento minore di quello di altre 15 regioni: Valle d’Aosta -17,5%; Umbria -11,2%; Marche -10,2%; Emilia Romagna -7,5%; Veneto -7,3%; Piemonte -7,1% (vedi grafico 1).

Numeri che fanno riflettere, anche perché la Lombardia è l’unica Regione che finanzia una misura economica di sostegno alle donne che rinunciano all’Ivg, il Nasko.  Una misura che dovrebbe avere come obiettivo quello di ridurre il ricorso all’aborto ma evidentemente non è efficace e come tale dovrebbe essere ripensata così come la scelta di limitare l’accesso al contributo alle donne straniere che risiedono da almeno 2 anni nella nostra regione.  Una scelta certamente ideologica ma soprattutto miope. Sono  proprio le donne straniere quelle che, in percentuale, ricorrono  di più all’Ivg.  Nel 2013 il 41.4%, (per un totale di 6913) delle interruzioni di gravidanza sono effettuate da donne straniere, a fronte di un’ovvia presenza minoritaria sul totale delle popolazione femminile.  Le italiane che hanno fatto ricorso all’Ivg sono state 9765.

Molte altre regioni hanno aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).  Non così la Lombardia che, nonostante le nostre reiterate richieste, ha scelto di non aderire al progetto.

Obiezione di coscienza

Anche quest’anno, come già nel 2013 abbiamo condotto un’indagine sull’attuazione della 194, chiedendo a ogni presidio della regione i dati relativi alla sua attuazione. Dai dati emerge che per l’obiezione di coscienza in Lombardia dal tempo di Formigoni nulla è cambiato. La percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4 %. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50%. (vedi dati presidio per presidio)

Per sopperire alla mancanza di medici le Aziende ospedaliere sono costrette a ricorrere a personale esterno, medici gettonisti, chiamati solo per questi interventi, il cui costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. Ma non solo. Per l’alto numero di obiettori e il modello di organizzazione che non favorisce le donne che scelgono di abortire i tempi di attesa si allungano.  I dati della relazione ministeriale evidenziano che la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg.

C’è una chiara pregiudiziale ideologica. Noi, da parte nostra, chiediamo di attuare la legge 194 in tutte le sue parti, imponendo la mobilità del personale nelle strutture pubbliche e obbligando quelle private accreditate a garantire la possibilità di effettuare l’ivg. Ad oggi nessuna lo fa.

RU486

Per la prima volta la nostra indagine si è occupata anche della RU486. A ciascun presidio, oltre ai numeri dell’obiezione di coscienza, sono stati chiesti i dati sull’utilizzo del metodo farmacologico, autorizzato dall’Aifa nel 2009. A sei anni dalla sua introduzione i numeri evidenziano l’arretratezza della Lombardia che è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni. La percentuale di Ivg farmacologiche nel 2014 è ferma al 4,5% – era al 3,3 nel 2013 – a fronte del 30,5% della Liguria, del 27% della Valle d’Aosta, del 23,3% del Piemonte, del 21,8% dell’Emilia Romagna e dell’11,7% della Toscana (vedi grafico 2).

Anche in questo caso la legge 194 è molto chiara visto che, all’art. 15, indica che “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna …“

All’origine di questo dato negativo c’è, in primis, il fatto che 30 strutture sulle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486. In molti casi non viene neanche proposto come metodo alternativo a quello chirurgico; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital.

Altre regioni hanno deciso di dare piena attuazione alla 194, consentendo alle donne che decidono di interrompere la gravidanza di scegliere il metodo meno invasivo: in Emilia Romagna, per esempio, la RU486 viene usata in day hospital e in Toscana, dal 2014, è possibile somministrarla anche nei consultori.

Alla Regione chiediamo, di applicare le linee guida nazionali in modo più ragionato consentendo, come accade in altre regioni, la somministrazione della RU486 in regime di day hospital.

Al quadro sconfortante si aggiunge un nuovo allarme, oggetto di indagine anche delle Procure: sempre più siti web vendono online farmaci per l’interruzione di gravidanza rischiosissimi per la salute. La minaccia è quella di tornare al passato, quando una legge che garantiva le donne non c’era, e per l’aborto clandestino si moriva.

Articolo scritto in Blog Dem, Sanità e welfare.



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