Archivi del mese: novembre 2015

Commissione sanità – Manca il numero legale e il bilancio, per il secondo anno, va in aula senza voto

Oggi la maggioranza ha fatto mancare il numero legale in Commissione Sanità, così che non è stato possibile votare il documento di previsione del bilancio 2016 per il comparto sociosanitario. Un fatto grave.

Noi non abbiamo preso parte alla votazione. Non facciamo la stampella della maggioranza, che non è nemmeno in grado di votarsi un provvedimento se manca la partecipazione delle opposizioni. L’assenza degli assessori alla discussione di oggi, poi, oltre a quella di diversi consiglieri della maggioranza e del relatore, è una circostanza grave, che ha portato alla stessa situazione dello scorso anno, quando il documento è arrivato in aula senza il voto della commissione.  Quando si cerca di fare programmazione sociosanitaria e manca la politica, si sceglie un metodo sbagliato e inaccettabile che, oltretutto, non permette all’opposizione di fare la sua parte. Anche la tempistica infatti è del tutto fuori luogo, dato che, se non fosse mancato il numero legale, avremmo dovuto votare oggi, in un’ora e mezza e, senza alcuna discussione, un provvedimento che avrebbe invece bisogno di analisi, diversi contributi e molto più tempo.

Ma non solo. Nel merito la quota sociosanitaria della programmazione finanziaria è del tutto insufficiente. Ci saremmo aspettati, anche alla luce della recente approvazione della riforma della sanità, uno spostamento di risorse, che rispondesse in maniera adeguata all’evoluzione dei bisogni dei cittadini, dei quali tanto si è parlato in questi mesi, per poi fermarsi invece al passato.

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Violenza contro le donne – Necessaria una maggiore consapevolezza. Consolidare le reti con fondi adeguati

Un 25 novembre centrale per la Lombardia, perché segnato dall’approvazione del Piano quadriennale di contrasto alla violenza sulle donne. Oggi nell’aprire il mio intervento al workshop che si è tenuto a palazzo Pirelli in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne ho voluto ricordare che il Piano rappresenta una tappa fondamentale. Approvato all’unanimità il 10 novembre scorso, è il frutto di un lavoro condiviso con le istituzioni e le rappresentanti delle operatrici che si occupano del contrasto alla violenza sulle donne. Suoi obiettivi dare continuità alle 21 reti territoriali già esistenti e promuovere l’attivazione di altre, oltre che sostenere la formazione delle operatrici e promuovere una cultura del rispetto delle differenze a partire dai più giovani. Un buon punto di partenza, che pone la Regione nella condizione di essere finalmente, anche se con anni di ritardo, al fianco delle donne nel contrasto alla violenza.

Non si tratta di un percorso semplice. Ancora oggi non c’è una diffusa consapevolezza che la violenza contro le donne non è un fatto privato, assimilabile ad altre forme, ma particolare, perché perpetrata da un solo genere contro un altro genere. E’ una violenza che ha un sesso, anche se si tende ancora a negarlo.

Anche per questo e per sgombrare il campo dalle polemiche di chi mette in discussione i dati Istat (che ricordo indicano che le vittime nel 2014 in Italia sono state 6.788.000) è necessario che in Lombardia tutti i soggetti che operano nel contrasto al fenomeno forniscano i dati all’Osservatorio regionale antiviolenza (Ora) per delineare un quadro chiaro.

Fondamentale, infine, che le risorse non siano assimilate a quelle per altre fragilità ma vincolate alle azioni di contrasto alla violenza sulle donne. Essenziale, inoltre, che non si limitino al mero trasferimento dei fondi nazionali (ai quali peraltro occorre dare le giuste priorità per non rischiare restino inutilizzati) ma prevedano un cofinanziamento regionale, tale da consentire il consolidamento delle reti sul territorio.

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Defr – Insufficiente e senza coraggio. Ai lombardi serve altro

È stato approvato oggi in Commissione sanità, col voto contrario del Pd, il parere al DEFR 2015, ossia il documento che stabilisce la ripartizione economico-finanziaria regionale per il comparto sociosanitario. Diverse le critiche che abbiamo rivolto alla maggioranza: dalla mancanza di coraggio alla scarsità di tempo per la discussione.

Un documento così importante non può essere consegnato dalla Giunta al Consiglio oltre la scadenza prevista per legge e pochi giorni prima del voto: ci auguriamo che questa sia l’ultima volta che accada. Il DEFR 2015 è poco coraggioso, non declina gli obiettivi, né rispetto alle risorse, né rispetto ai tempi. A partire dal reddito di autonomia, per cui ci aspettavamo una definizione più concreta e pregnante e non l’enunciazione di interventi già in essere. E considerando che il Governo ha programmato i fondi per le politiche sociali per un intero triennio, ci saremmo aspettati parole chiare sul Fondo sociale regionale destinato ai comuni per i prossimi 3 anni. Invece niente.

Nel DEFR è soltanto accennato l’impegno ad una rimodulazione dei ticket. Anche dalle risposte dei dirigenti dell’assessorato presenti in Commissione non si comprende se è reale volontà della Giunta fare scelte coerenti con quanto deciso in occasione del voto alla nuova legge sul sistema sociosanitario, ossia l’estensione della possibilità di esenzione ai 30 mila euro di reddito e la commisurazione dei ticket in base al reddito. Su questo nessuna risposta confortante. Vigileremo perché alle promesse seguano i fatti.

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Finalmente approvato il Piano contro la violenza sulle donne. Ora si destinino le risorse

A tre anni dall’approvazione della legge, oggi, in Consiglio regionale, è stato approvato il Piano quadriennale contro la violenza sulle donne. Finalmente anche la Lombardia ha un piano antiviolenza. Si tratta di un buon Piano, soprattutto perchè condiviso con tutte le referenti del tavolo antiviolenza, istituito dalla legge regionale e composto da rappresentanti dei Comuni, delle case d’accoglienza, dei centri e dei servizi che si occupano del sostegno alle vittime, oltre che dai referenti dei servizi sanitari, scolastici e universitari, del tribunale e delle forze dell’ordine, ossia con tutte le realtà che per anni, in solitudine, hanno rappresentato l’unico vero sostegno per le vittime di violenza.
Particolarmente positivo il fatto che, con il Piano, viene data continuità alle 21 reti territoriali antiviolenza, di cui sono capofila i Comuni, già esistenti e viene promossa l’attivazione di altre, in modo da poter raggiungere la copertura di tutto il territorio regionale. Positivo anche il fatto che viene definito un modello di presa in carico delle donne vittime di violenza.

Il Piano recepirà anche la normativa nazionale, condizione prima e necessaria per poter ricevere i finanziamenti.
A questo proposito il Piano presenta però una criticità; centri e case rifugio, per poter essere accreditati, dovranno adeguare i propri standard entro il 2016, un passaggio non semplice per realtà che, pur avendo maturato una lunga esperienza nel contrasto alla violenza sulle donne, sono da sempre gestite da volontarie e fino a poco tempo fa erano autofinanziate. Alla Regione chiediamo di accompagnarle nel percorso di raggiungimento degli standard.

L’assessore alle Pari opportunità, Giulio Gallera, anche a seguito di una nostra richiesta, ha esplicitato in aula la modalità di ripartizione dei fondi che verranno messi a disposizione. Dato che le risorse sono di natura diversa, nazionale, europea e regionale, resta fondamentale che non siano inglobate in un fondo indifferenziato ma siano destinate, con una voce specifica di bilancio, agli interventi di contrasto alla violenza sulle donne.

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Legge 194 – In Lombardia l’obiezione di coscienza è al 69,4%. La RU486 ferma al 4,5%.

In Lombardia l’obiezione di coscienza è al 69,4%, l’utilizzo della Ru486 fermo al 4,5%. Sono questi i dati più eclatanti emersi dall’indagine che abbiamo condotto in tutti i presidi della regione e che abbiamo presentato questa mattina a palazzo Pirelli.  Un’indagine che si incrocia con la relazione di attuazione della legge 194/78, presentata nei giorni scorsi dal ministero della Salute. Dalla relazione del ministero emerge un dato positivo: la costante diminuzione del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) da parte delle donne, il che conferma che la legge 194, che data oramai 37 anni, è ancora efficace nel raggiungere l’obiettivo per cui era nata. Nel 2014, infatti, per la prima volta in Italia, gli aborti sono stati meno di 100mila (97.535) con una riduzione del 60% rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si era riscontrato il valore più alto.

Il dato non è altrettanto positivo in Lombardia. Qui le Ivg sono state 15.912, il 5,2% in meno dell’anno precedente, con un decremento minore di quello di altre 15 regioni: Valle d’Aosta -17,5%; Umbria -11,2%; Marche -10,2%; Emilia Romagna -7,5%; Veneto -7,3%; Piemonte -7,1% (vedi grafico 1).

Numeri che fanno riflettere, anche perché la Lombardia è l’unica Regione che finanzia una misura economica di sostegno alle donne che rinunciano all’Ivg, il Nasko.  Una misura che dovrebbe avere come obiettivo quello di ridurre il ricorso all’aborto ma evidentemente non è efficace e come tale dovrebbe essere ripensata così come la scelta di limitare l’accesso al contributo alle donne straniere che risiedono da almeno 2 anni nella nostra regione.  Una scelta certamente ideologica ma soprattutto miope. Sono  proprio le donne straniere quelle che, in percentuale, ricorrono  di più all’Ivg.  Nel 2013 il 41.4%, (per un totale di 6913) delle interruzioni di gravidanza sono effettuate da donne straniere, a fronte di un’ovvia presenza minoritaria sul totale delle popolazione femminile.  Le italiane che hanno fatto ricorso all’Ivg sono state 9765.

Molte altre regioni hanno aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).  Non così la Lombardia che, nonostante le nostre reiterate richieste, ha scelto di non aderire al progetto.

Obiezione di coscienza

Anche quest’anno, come già nel 2013 abbiamo condotto un’indagine sull’attuazione della 194, chiedendo a ogni presidio della regione i dati relativi alla sua attuazione. Dai dati emerge che per l’obiezione di coscienza in Lombardia dal tempo di Formigoni nulla è cambiato. La percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4 %. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50%. (vedi dati presidio per presidio)

Per sopperire alla mancanza di medici le Aziende ospedaliere sono costrette a ricorrere a personale esterno, medici gettonisti, chiamati solo per questi interventi, il cui costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. Ma non solo. Per l’alto numero di obiettori e il modello di organizzazione che non favorisce le donne che scelgono di abortire i tempi di attesa si allungano.  I dati della relazione ministeriale evidenziano che la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg.

C’è una chiara pregiudiziale ideologica. Noi, da parte nostra, chiediamo di attuare la legge 194 in tutte le sue parti, imponendo la mobilità del personale nelle strutture pubbliche e obbligando quelle private accreditate a garantire la possibilità di effettuare l’ivg. Ad oggi nessuna lo fa.

RU486

Per la prima volta la nostra indagine si è occupata anche della RU486. A ciascun presidio, oltre ai numeri dell’obiezione di coscienza, sono stati chiesti i dati sull’utilizzo del metodo farmacologico, autorizzato dall’Aifa nel 2009. A sei anni dalla sua introduzione i numeri evidenziano l’arretratezza della Lombardia che è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni. La percentuale di Ivg farmacologiche nel 2014 è ferma al 4,5% – era al 3,3 nel 2013 – a fronte del 30,5% della Liguria, del 27% della Valle d’Aosta, del 23,3% del Piemonte, del 21,8% dell’Emilia Romagna e dell’11,7% della Toscana (vedi grafico 2).

Anche in questo caso la legge 194 è molto chiara visto che, all’art. 15, indica che “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna …“

All’origine di questo dato negativo c’è, in primis, il fatto che 30 strutture sulle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486. In molti casi non viene neanche proposto come metodo alternativo a quello chirurgico; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital.

Altre regioni hanno deciso di dare piena attuazione alla 194, consentendo alle donne che decidono di interrompere la gravidanza di scegliere il metodo meno invasivo: in Emilia Romagna, per esempio, la RU486 viene usata in day hospital e in Toscana, dal 2014, è possibile somministrarla anche nei consultori.

Alla Regione chiediamo, di applicare le linee guida nazionali in modo più ragionato consentendo, come accade in altre regioni, la somministrazione della RU486 in regime di day hospital.

Al quadro sconfortante si aggiunge un nuovo allarme, oggetto di indagine anche delle Procure: sempre più siti web vendono online farmaci per l’interruzione di gravidanza rischiosissimi per la salute. La minaccia è quella di tornare al passato, quando una legge che garantiva le donne non c’era, e per l’aborto clandestino si moriva.

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Con il prossimo bilancio la Regione esenti dal ticket i malati di fibromialgia

Con il prossimo bilancio la Regione esenti dal ticket i malati di fibromialgia. Questo quanto ho chiesto oggi in aula presentando un’interpellanza in merito. “La fibromialgia è una malattia rara, riconosciuta dall’Oms, complessa e debilitante, da cui sono affetti quasi due milioni di cittadini, quasi tutte donne. Il Consiglio regionale, già il 10 giugno 2014, aveva votato una mozione in cui invitava la giunta a introdurre un codice d’esenzione e a individuare un centro di riferimento regionale per il riconoscimento della patologia. Con un’interpellanza abbiamo chiesto alla giunta se intendesse onorare l’impegno preso. L’assessore all’Economia, Garavaglia ha risposto che stanno attendendo l’approvazione del Governo dei nuovi Lea e l’eventuale inserimento della fibromialgia ma ha anche anticipato che in occasione del bilancio il codice di esenzione di questa patologia rara sarà preso in considerazione. Ha, inoltre, sostenuto che esiste già una rete diffusa e capillare per la gestione della patologia, ammettendo così implicitamente la non volontà di istituire un centro di riferimento unico. Scelta non condivisibile e in contrasto con l’impegno assunto in precedenza”. In occasione del prossimo bilancio incalzeremo con forza la giunta e ricorderemo ancora una volta alla Regione la necessità di intervenire direttamente, a prescindere dalla scelte governative, e introdurre realmente il codice di esenzione per la fibromialgia, così come già fatto dalle Province autonome di Trento e Bolzano e dalla Regione Veneto.

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Cam – Continuità educativa per i bimbi. Subito un tavolo di confronto tra istituzioni

Il CAM di Milano, struttura che accoglie bambini da 0 a 6 anni in stato di abbandono morale e materiale, garantendo interventi educativi dagli anni ’70, sino a ieri in seno alla Provincia di Milano, oggi esula dal perimetro di competenze attribuite alla Città metropolitana. E il suo futuro e quello dei piccoli ospiti appare incerto.
Avevamo presentato come Pd una mozione sulle prospettive del CAM (Centro Assistenza Minori) di Milano alla luce dell’istituzione della Città metropolitana. Abbiamo poi deciso, in aula, di far confluire gli impegni alla Giunta in un unico atto di indirizzo di maggioranza e opposizione che chiede di istituire il prima possibile un tavolo di confronto con tutti i soggetti coinvolti. Da un lato infatti occorre assolutamente evitare che i 17 piccoli ospiti dell’istituto perdano figure e luoghi che costituiscono oggi per loro un punto di riferimento, garantendo loro una continuità educativa, dall’altro occorre garantire i livelli occupazionali dei lavoratori e delle lavoratrici del centro.

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