Archivi del mese: maggio 2014

Sostituire Nasko e Cresco con un unico fondo destinato a mamme e neonati in difficoltà

Sostituire Nasko e Cresco con un fondo unico a favore delle mamme e dei loro bambini. Questa la proposta che ho presentato al gruppo di lavoro riunito oggi in terza Commisssione. L’anomalia lombarda rispetto ad altre realtà italiane ed europee è quella di sostenere, con i fondi Nasko e Cresco, a parità di disagio economico, solo le donne che esprimono l’intenzione di interrompere la gravidanza, discriminando di fatto tutte le altre. Una posizione non condivisibile alla quale vogliamo contrapporre un progetto di sostegno globale alla maternità, che punti sia su un aiuto economico che a progetti di conciliazione per le donne che lavorano.
Per questo proponiamo l’istituzione di un fondo unico, sostitutivo di Nasko e Cresco destinato alle donne in condizioni di fragilità, con un Isee di 7700 euro (che sale a 12mila per le future madri sole) residenti in Lombardia da almeno 12 mesi. Il fondo dovrebbe ammontare a 180 euro al mese, da erogare dal settimo mese di gravidanza al compimento dell’anno di età del bambino (per un totale di 2700 euro). A gestire la nuova misura resterebbero, come già accade, i consultori pubblici e privati e i Centri di aiuto alla vita.

La nostra proposta è ben lontana da quella presentata oggi al gruppo di lavoro. Anche la nuova versione dei Nasko e Cresco, elaborata dall’assessore Cantù dopo la bocciatura della prima proposta, che aveva portato a una profonda spaccatura della maggioranza, non è condivisibile nel suo impianto generale e ancora poco chiara nei dettagli. Non si sa ancora quante donne tra coloro che ne hanno beneficiato negli anni passati potranno con i nuovi criteri usufruire dei due fondi. Ma soprattutto non è condivisibile perchè figlia di due pesanti, peraltro contrapposti, condizionamenti ideologici, la volontà di premiare chi dichiara di rinunciare a interrompere la gravidanza e quella di privilegiare chi risiede da anni in Lombardia. Condizionamenti che poco hanno a che fare con la tutela di mamme e neonati.

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Stamina – Evidente la responsabilità di Regione Lombardia. Ora audizione con la direzione sanità per fare chiarezza

Nell’audizione di oggi è emersa ancora una volta in maniera evidente la responsabilità di Regione Lombardia nella vicenda Stamina. Questa mattina, in Commissione Sanità, è stato ascoltato Fulvio Porta, direttore del Dipartimento di Oncoematologia pediatrica e trapianto midollo osseo pediatrico degli Spedali Civili di Brescia, che ha confermato quanto già emerso dalle precedenti audizioni: Regione Lombardia sapeva. È risultato chiaro infatti che già nel 2011 la direzione generale Sanità ha promosso più incontri alla presenza del dottor Porta e dello stesso Vannoni.
A questo punto appare indispensabile per fare chiarezza svolgere un’audizione con la direzione generale Sanità regionale. È fondamentale comprendere qual era il drg applicato nella struttura per le infusioni di staminali nei pazienti, che Porta da medico non è stato in grado di identificare, ma che qualcuno deve sapere, trattandosi della quantità di denaro pubblico remunerato da Regione Lombardia agli Spedali Civili. Solo così sapremo precisamente quanti soldi pubblici sono stati spesi per la fallimentare sperimentazione di Vannoni. Lo stesso dottor Porta ha ammesso che le infusioni non potevano e non possono comunque fregiarsi del titolo di cure compassionevoli.

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Le attrezzature dismesse dagli ospedali lombardi anche agli amici della Lega

“Aiutiamo i popoli a casa loro”. Questo lo slogan dell’Associazione umanitaria padania onlus, una delle pochissime beneficiarie della legge regionale che ha destinato fra il 2008 e il 2013 beni dismessi delle aziende ospedaliere alle attività non profit impegnate nel sociale. Se il nome è già un richiamo elettorale lo slogan è una chiara firma politica; la Lega, si sa, non perde occasione per ricordare che i potenziali migranti vanno aiutati a casa loro, per evitare arrivino da noi. All’associazione in salsa padana in cinque anni sono state destinate 129 attrezzature sanitarie dismesse e 141 componenti d’arredo. Non poco se si considera che, tranne in un caso, alla maggior parte delle altre beneficiate (60 in totale) sono andate al massimo 42 attrezzature.

Evidentemente nella sanità lombarda non basta premiare gli amici degli amici con nomine, appalti e finanziamenti di varia natura. A loro è assicurato anche quello che in Lombardia nessuno vuole più.

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Il pranzo elettorale di Mantovani con i manager della sanità dimostra che la discontinuità non c’è

Il pranzo elettorale a Lainate dell’assessore alla sanità Mantovani con i direttori generali, i primari e i medici degli ospedali lombardi in favore dei candidati alle europee di Forza Italia Giovanni Toti e Licia Ronzulli dimostra che la discontinuità di cui parla Maroni non esiste. Se il governatore vuole davvero spezzare un sistema malato, basato sulla affiliazione politica, deve modificare subito la legge sui criteri di nomina dei direttori generali di Asl e aziende ospedaliere, istituendo una commissione esterna al sistema regionale che valuti i curricula con soli criteri di merito. I direttori amministrativi e sanitari, inoltre, non devono più essere scelti discrezionalmente dai direttori generali ma selezionati attraverso un avviso pubblico. Quanto alla commissione per verificare l’operato dei dg indagati dalla magistratura, non c’è bisogno di alcuna commissione. È necessario sospendere dal ruolo che ricopre chi è coinvolto nelle indagini in corso.

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Centrosinistra in Regione: Maroni segni la discontinuità o mozione di sfiducia

PD e Patto Civico danno al presidente della Regione Roberto Maroni una settimana di tempo per compiere alcuni atti di forte discontinuità con il sistema di potere dell’ex PDL e della Lega che governa la Lombardia da vent’anni. In caso contrario, sono pronti a presentare in Consiglio regionale una mozione di sfiducia al presidente.

Ecco le richieste:

1 – Ci sono direttori generali indagati perché, secondo la Procura della Repubblica di Milano, avrebbero dato la disponibilità a truccare alcune gare per l’affidamento di servizi di grande rilevanza economica. Queste persone, nominate con un sistema fortemente improntato alla lottizzazione politica, non possono agire per conto della Regione fino a quando ogni ombra non sarà fugata. Per questa ragione, Maroni deve revocare i loro incarichi.

2 – Le nomine del sistema sanitario regionale sono regolate da una legge che anche nella sua versione, approvata pochi mesi fa, consegna tutto il potere al decisore politico, quindi alla giunta regionale. Occorre fermare l’invadenza della politica dalle nomine dei vertici di Asl e Aziende ospedaliere, approvando una nuova norma che spezzi i legami con i partiti politici e che tolga i dirigenti dal ricatto relativo alla riconferma e alla progressione di carriera.

3 – L’assessore Mantovani ha avuto più di un anno per dare la svolta in un sistema, quello sanitario, che per anni è stato flagellato da gravi scandali, come quello del Santa Rita prima e della corruzione poi. In questo periodo nulla è stato fatto. Non sono stati aumentati i controlli, non è stata cancellata la legge Daccò, non sono state modificate veramente le funzioni non tariffarie. Sulla riforma della Sanità lombarda non c’è un progetto, o meglio, forse la stessa giunta ne ha in mente più di uno. È evidente che l’assessore Mantovani non ha saputo fare fronte al compito straordinario a cui era stato chiamato dal presidente della Regione, e per questo motivo chiediamo a Maroni di revocargli la delega.

4 – Per quel che riguarda Expo, valgono analoghe considerazioni. Maroni, aveva promesso di illustrare al Consiglio un’attività di revisione (Due Diligence) di tutti gli appalti, ora gli chiediamo di farlo. Maroni deve anche valutare seriamente l’attività delle persone interne alla Giunta chiamate a occuparsi dell’esposizione del 2015.

Maroni ha tempo una settimana per difendere il buon nome della Regione e per imprimere la necessaria svolta. Se così non sarà, Pd e Patto Civico riterranno necessario chiederne le dimissioni per aver fallito nel compito più importante.

Chiediamo le dimissioni del Presidente Maroni – spiega il coordinatore del centrosinistra in Regione Umberto Ambrosoli - perché lo riteniamo colpevole di un immobilismo che sta paralizzando la Regione e perché non ha posto in essere alcuna azione concreta per fermare una situazione che, come ci dimostrano le inchieste, è fuori controllo. Ovviamente ci aspettiamo che si manifesti una vera volontà di discontinuità la cui utilità Maroni ha fino ad ora pubblicamente negato, una discontinuità necessaria anche nell’ambito in cui si sono alimentati i predatori in relazione agli appalti Expo 2015. In una settimana il Presidente può prendere decisioni molto importanti, come far dimettere per opportunità i direttori generali indagati; rendere atto quello che in realtà è già un fatto, cioè togliere le deleghe della sanità a Mantovani che ha dimostrato di non essere in grado di controllare un mondo così complesso e infine presentare un provvedimento che recida alla radice ogni rapporto fra le nomine in sanità e la politica. E’ ovvio se non prenderà neppure questi semplici, e quasi scontati, provvedimenti l’opposizione di centro sinistra presenterà per il primo consiglio utile una mozione di sfiducia che investirà questa volta direttamente Maroni”.

“Da un anno – aggiunge il segretario regionale del PD Alessandro Alfieri - chiediamo a Maroni di smantellare il sistema di potere costruito da Formigoni con il sostegno della Lega in vent’anni. Abbiamo pronta per lui la mozione di sfiducia se non fa alcune cose di buon senso nei prossimi giorni: rimuova i direttori generali indagati, cambi il sistema delle nomine dei vertici di Asl e ospedali e rimuova l’assessore Mantovani che lui stesso ha già provveduto a commissariare con le ultime dichiarazioni”.

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Stamina – Responsabilità e superficialità nell’operato del Comitato etico bresciano

Il Comitato etico degli Spedali Civili di Brescia non poteva non sapere che cosa venisse infuso nei pazienti. Questo quanto emerso con chiarezza oggi durante l’audizione con il presidente del Comitato etico di Bergamo, Antonio Spagnolo, che ha confermato come la conoscenza delle infusioni rientri a pieno titolo nei controlli che spettano ai comitati etici negli ospedali pubblici. Ma non solo. È risultata evidente anche la superficialità bresciana nella stesura dei consensi informati, ossia gli strumenti a garanzia dei pazienti, che, come già noto, ma confermato oggi, si limitavano a semplici linee guida, mentre a Bergamo il consenso informato è personalizzato e varia da paziente a paziente. Il consenso informato non esime comunque il Comitato etico dalla necessità di una valutazione della sperimentazione. A differenza di quello che è successo a Brescia, infatti, all’Ospedale di Bergamo, a bloccare Stamina sono stati subito i medici ricercatori, non ravvedendovi la scientificità del metodo.

Non si è invece presentato in audizione Fulvio Porta, direttore del Reparto pediatria agli Spedali Civili di Brescia, presentando un certificato medico per malattia. Auspichiamo che i suoi problemi di salute vengano presto superati e che possa essere in commissione alla prossima audizione. Il nostro obiettivo, infatti, è quello di concludere al più presto le audizioni, così da poter trarre le somme di questo lungo e accurato lavoro di indagine che seguiamo da ormai oltre quattro mesi.

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Istituto dei tumori e Besta devono essere valorizzati. Per questo è necessario spazzare via ogni ombra dalla Città della salute

Oggi in Regione Istituto dei tumori e Besta hanno fatto sentire la loro voce. Da una parte, a palazzo Lombardia, si è tenuto un convegno del Besta, dove è emersa la necessità di un investimento su personale e strutture per sostenere il prezioso lavoro che negli anni ha prodotto risultati riconosciuti a livello internazionale. Dall’altra, in Commissione sanità si è tenuta l’audizione dei rappresentanti dei ricercatori e dei clinici precari dell’Istituto tumori, da cui sono emersi dati sconfortanti: gli assunti sono 1500, a fronte di 408 precari. In 15 anni sono state stabilizzate solo 5 figure professionali. I due momenti evidenziano la necessità di proseguire nel percorso di valorizzazione e rilancio delle due strutture, unica strada perché queste possano continuare a essere competitive sullo scenario internazionale.

Per questo è fondamentale che su tutto il percorso di realizzazione della Città della salute e della ricerca non si stagli alcuna ombra. Essenziale nominare, come già si sarebbe dovuto fare, una nuova Commissione aggiudicatrice degli appalti, prevedendo la presenza di professionisti qualificati, totalmente estranei al sistema di potere regionale.

Necessario, infine che il complesso sistema regionale degli enti e delle società sia rivisto e semplificato per legge, a partire da Infrastrutture lombarde.

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Sanità: Una riforma radicale per dare una risposta più adeguata ai bisogni dei cittadini

Riformare radicalmente il sistema sanitario lombardo. Questo l’obiettivo del progetto di legge che abbiamo presentato oggi, a palazzo Pirelli, con il segretario regionale, Alessandro Alfieri e il capogruppo del Pd in Commissione Sanità, Carlo Borghetti.

Idea fondante della riforma sanitaria del Pd, che vuole essere la risposta ai bisogni della popolazione e alle nuove emergenze, è abolire la separazione tra sistema sanitario e sociale per creare una sinergia virtuosa tra la rete sanitaria regionale e i servizi territoriali di assistenza e cura. L’attuale frammentazione del sistema, infatti, non garantisce la continuità di cura (i pazienti dimessi dagli ospedali dopo la fase acuta della malattia spesso non hanno punti di riferimento certi) e non consente l’integrazione fra le diverse tipologie di assistenza. Con il nuovo sistema socio sanitario il paziente avrà invece un unico punto di  accesso a cure e servizi assistenziali.

Nel progetto di legge del Pd ad essere integrati sono dunque il piano socio sanitario regionale, i piani socio sanitari locali e i piani sociali di zona dei Comuni.

Il sistema sanitario regionale (SSR) diventa dunque sistema socio sanitario regionale (SSSR) e fa capo a un unico assessorato, che include sanità e welfare. La nuova struttura ha un unico bilancio e un’unica direzione, con un evidente risparmio di risorse.

A supporto dell’intero sistema operano tre agenzie, a garanzia di uniformità e adeguatezza di intervento su tutto il territorio regionale: l’agenzia regionale per la programmazione, l’accreditamento, l’acquisto e il controllo delle prestazioni, che programma e regola i servizi accreditati, acquista le prestazioni sanitarie e controlla le procedure amministrative (funzioni ad oggi svolte dalle Asl spesso in modo non uniforme) e l’agenzia regionale per l’innovazione, la ricerca e il governo clinico, che svolge i controlli sull’appropriatezza e qualità delle prestazioni (svolti oggi in modo puramente formale) e fa da centro propulsore della ricerca e dell’innovazione.  Infine l’agenzia regionale per l’emergenza e l’urgenza (Areu), che gestisce il 118, l’unica ad essere già attiva.

Le Asl sono trasformate in Asst (Aziende socio-sanitarie territoriali). A loro va la gestione diretta degli ospedali di riferimento di territorio e dei presidi di comunità. Fanno capo alle Asst le cure primarie, intermedie, le prestazioni specialistiche territoriali e la prevenzione. Le Asst garantiscono, inoltre, un alto livello di raccordo con i Comuni.

Il sistema ospedaliero lombardo si articola su tre piani: i centri a elevata intensità e complessità, sia pubblici che privati, gestiti dalle aziende ospedaliere, con un bacino di utenza di massimo un milione di abitanti, che hanno un dipartimento di emergenza ad alta specialità (Eas) e sono attrezzati per gli interventi con la più alta intensità di cura. La Rete della ricerca e della formazione, che comprende gli Ircss (istituti di ricerca e cura) sia pubblici che privati, le università, gli enti e le istituzioni di ricerca, a cui sono destinate maggiorazioni tariffarie per le prestazioni di ricovero come riconoscimento per le attività di ricerca. Infine la rete ospedaliera, che si articola in ospedali di riferimento, ospedali di territorio e presidi di comunità.

Gli ospedali di riferimento sono presidi ad alta intensità di cura, con un bacino di utenza ampio (corrispondente in genere all’area di una provincia), un DEA per l’emergenza e l’urgenza e numerose specialità.

Gli ospedali di territorio sono presidi a media intensità di cura, con un bacino di utenza limitato, con Pronto soccorso e solo alcune specialità.

I presidi di comunità sono strutture a bassa intensità di cura, diffuse su tutto il territorio. Erogano prestazioni sia in regime di ricovero (possono offrire posti letto per subacuti e postacuti) che day hospital. Qui si trovano gli ambulatori dei medici di base e dei pediatri, gli specialistici e i riabilitativi.

È inoltre abolita la legge Daccò, all’origine di molti dei recenti scandali della sanità lombarda.

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Sanità – Bene le azioni per abbattere le liste d’attesa. Difficile farlo a zero risorse

Il Consiglio regionale ha approvato oggi una mozione per le prestazioni diagnostiche fuori orario per abbattere le liste d’attesa sulla falsariga del Veneto e della Puglia. Operazione a costo zero, secondo la Lega Nord, che propone di impegnare la Giunta ad aprire gli ospedali anche di sera e nei giorni festivi. Era stato il Pd lo scorso ottobre a proporre di seguire il modello veneto delle prestazioni fuori orario, ma la Giunta, allora, aveva fatto un’altra scelta.

Regione Veneto per allargare gli orari delle prestazioni diagnostiche e ambulatoriali, lo scorso anno ha messo a bilancio risorse aggiuntive per 30 milioni di euro. La Giunta lombarda, solo pochi mesi fa, aveva fatto invece un’altra scelta, decidendo di spendere 25 milioni di euro per acquistare pacchetti di prestazioni da strutture private allo scopo di abbattere le liste d’attesa. I risultati sono stati evidentemente insoddisfacenti e noi torneremo a chiederne conto in Commissione Sanità. Bene, dunque, qualunque azione che permetta di diminuire effettivamente le liste d’attesa, migliorando la vita dei lombardi. Difficile però che si possa fare a zero risorse.

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I fondi Nasko e Cresco ancora bloccati dalla partigianeria dell’assessore Cantù

Nessun passo avanti al gruppo di lavoro sui fondi Nasko e Cresco. Questa mattina al gruppo di lavoro avviato in Terza commissione sono stati auditi i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, che hanno espresso una forte contrarietà all’introduzione del requisito di 5 anni di residenza per accedere ai fondi destinati dalla Regione per il sostegno alla maternità. L’assessore alla Famiglia, solidarietà sociale e volontariato, Maria Cristina Cantù, ancora una volta, si è arroccata sulle sue posizioni, difendendo una regola che, fino ad oggi, non ha trovato alcun consenso al di fuori del suo partito. Evidentemente per la Lega conta di più riaffermare la propria identità che sostenere effettivamente una maternità consapevole, al di là del colore della pelle.

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