Archivi del mese: settembre 2013

Nominato il Comitato pari opportunità. Ora si dia piena attuazione al principio di democrazia paritaria

Si è insediato questa mattina a palazzo Pirelli il Comitato pari opportunità  (Cpo).Esprimo  un sentito augurio di buon lavoro alla neo presidente Ombretta Colli, alla vicepresidente, Alessandra Bassan e alle altre componenti del Comitato.  La necessità ad oggi è quella di dare piena attuazione al principio della democrazia paritaria contenuto (ed è l’unico caso in Italia)  nello Statuto di Regione Lombardia.

Ricordo che  la democrazia paritaria è cosa diversa dalle quote rose perché  implica il concetto fondamentale che una democrazia non è tale se non ha una pari rappresentanza di genere. Ad oggi il principio non è pienamente attuato, né nel Paese, né in Lombardia e questo deve essere per il Comitato delle pari opportunità uno sprone a impegnarsi per attuarlo. Ricordo che il Cpo ha il compito di valutare e controllare gli atti della Giunta e del Consiglio, oltre a quello di sollecitare la realizzazione di politiche di promozione delle pari opportunità.

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Papilloma virus- La Regione garantisca la massima copertura del vaccino

La Regione garantisca la massima copertura del vaccino contro il papilloma virus (HPV). Questo quanto ho  chiesto oggi  intervenendo alla presentazione della campagna di sensibilizzazione  elaborata da Donne in rete, l’associazione diretta da Rosaria Iardino,  che coinvolgerà dieci comuni della  regione.  Il vaccino è  di norma somministrato  in tre dosi alle bimbe di 12 anni. La Lombardia è partita in forte ritardo e per questo  è quindicesima  fra le regioni italiane per la copertura vaccinale delle nate nel 1997 ( è al 64,7%)  e tredicesima nel 1998 con una copertura del 67,5%. Grazie alle forti sollecitazioni che abbiamo avanzato  sia in Consiglio, sia insieme a Donne  in rete, si è registrato un recupero nel ’99, (la copertura è passata al 70,3% ) mentre per il 2000 i dati,  che non sono ancora definitivi, indicano una copertura del 75,2% per la prima dose.   Un  dato positivo che però non basta. Ricordiamo che  la copertura standard per i vaccini è quella del 95%.  Altre nove Regioni, inoltre, hanno garantito  con risorse proprie la gratuità del vaccino ad altre fasce di età.

Rispondendo a una nostra interrogazione  l’assessore alla Sanità, Mantovani aveva assicurato che l’obiettivo   è quello di arrivare almeno all’80% della copertura per le nate del 2001. Ad oggi non  si conoscono ancora i dati in merito. Ma il nostro auspicio è che sia raggiunto almeno questo traguardo.

Ma non basta. La necessità  è che  la copertura vaccinale gratuita sia estesa anche a fasce di età più alta  a cui non è  ancora stato somministrato il vaccino.

Infine  la Regione dovrebbe  inserire il vaccino HPV nel Piano della prevenzione del 2014 e  considerare di estenderlo anche alla popolazione maschile. Le ricerche più recenti infatti hanno dimostrato che le  gravi patologie oncologiche originate dall’HPV  ricadono su entrambi i sessi.

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Anziani – Necessarie nuove politiche attive del lavoro e un nuovo welfare

Aumentare i fondi per la non autosufficienza, riqualificare gli ospedali per metterli nelle condizioni di offrire la continuità assistenziale ai malati cronici, collaborare con i territori che rischiano di trovarsi da soli ad affrontare il problema. Questi alcuni degli impegni cui dovrà prendere la Regione per fare fronte al sempre maggiore invecchiamento della popolazione e che ho proposto questa mattina al seminario organizzato dall’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale dal titolo “L’invecchiamento attivo come politica di welfare”.

L’aumento delle prospettive di vita impone una radicale revisione del welfare. Nei prossimi 30 anni, secondo una stima di Eupolis Lombardia gli over 65 cresceranno di circa 1.4 milioni, saranno il 68,5 % in più di oggi. Un dato che diventa ancor più significativo se unito alla tendenziale considerevole contrazione della componente giovanile ed adulta della popolazione (tra i 15 e i 65 anni) dovuta al costante calo delle nascite. I dati Eurostat ci dicono poi che mentre si allunga ancora la prospettiva di vita diminuisce di fatto l’attesa di vita sana.
In questo scenario diventa pertanto essenziale agire su due fronti. Quelle delle politiche attive del lavoro e quello del socio sanitario.

A fronte delle decisioni prese sull’aumento dell’età pensionabile, Regione Lombardia deve capire come valorizzare risorse preziose in regime di scarsità e, insieme, come accudire chi ne avrà più bisogno. Servirà, ad esempio, offrire una formazione continua e una nuova organizzazione dei tempi di lavoro, più flessibile. Non si può dimenticare che l’attuale sistema di welfare è imperniato sull’impegno dedicato dalle donne, prima, in età giovanile, alla cura dei figli e poi , in età matura, ai genitori anziani. Un modello che non può continuare a funzionare così com’è, ma va sostenuto con nuove politiche di conciliazione.

Altro impegno che Regione Lombardia deve assumere è quello socio sanitario. La necessità è offrire una rete di assistenza ai “grandi anziani”, gli over 80, spesso non più in condizioni di vivere in modo autonomo. Le priorità sono aumentare i fondi per le non autosufficienze e ripensare il modello sanitario lombardo. Gli ospedali, oggi attrezzati per affrontare la fase acuta della malattia, devono essere riqualificati per essere messi nelle condizioni di affrontare i bisogni di continuità della cura dei pazienti cronici, in costante aumento.

Infine è essenziale che la Regione affronti il tema dell’invecchiamento della popolazione in collaborazione con i Comuni che rischiano ad oggi di restare soli ad affrontare il problema in un contesto economico in cui le risorse si riducono sempre di più.

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La riforma della sanità non può ridursi a una partita a risiko

La riforma della sanità non può diventare una partita a risiko, un gioco a ridisegnare le Asl e le aziende ospedaliere. Anche perché ai cittadini interessa una sanità efficiente e più vicina, meno costosa, con ticket più leggeri e equi. Ai pazienti importa ben poco se il direttore dell’Asl sta nella loro provincia o in quella confinante e ancor meno gli interessa conoscere la sua corrente politica. Non si possono che commentare così le indiscrezioni apparse sulla stampa sulle due proposte di riforma della sanità regionale, firmate l’una dal consigliere regionale, e responsabile sanità del Pdl,Stefano Carugo, l’altra dal presidente leghista della commissione Sanità Fabio Rizzi, mentre iniziano a circolare alcune proposte dell’assessorato. La sanità regionale ha urgente bisogno di essere riformata e il fatto che siano in circolazione più proposte di esponenti della maggioranza genera solo confusione. Ma è la prospettiva a essere sbagliata: occorre partire dal ripensamento del modello, da chi fa che cosa, da come si organizzano i servizi sul territorio; il tema della governance viene solo in ultimo. È una discussione che andrebbe condotta quanto prima nei luoghi deputati, in primis nella commissione Sanità, aprendo a una consultazione dei territori e degli operatori sui bisogni attuali dei cittadini. Non è certo con le sparate sui giornali che si può riformare la sanità.

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Al Traumatologico del Gaetano Pini mancano gli ausiliari ma per Mantovani non è un problema urgente

Al servizio traumatologico d’urgenza dell’Istituto ortopedico Gaetano Pini di Milano, attivo 24 ore su 24,  mancano gli ausiliari,ne opera solo uno  nei giorni feriali dalle 11 alle 18,  non ne è presente nessuno quindi gran parte della mattina, la sera e tutta la notte; ma  Mantovani rinvia la soluzione del problema.   E’ una risposta parziale e incompleta  quella data dall’assessore regionale alla Sanità, oggi, in  Terza commissione, alla nostra interrogazione in merito. Su segnalazione dei tecnici di radiologia dell’Istituto, abbiamo chiesto all’assessore  le ragioni  del non adeguamento del personale ausiliario,  ma Mantovani  si è limitato a rispondere che  la problematica potrà essere affrontata quando si delineerà la rideterminazione dei fabbisogni del personale. Per ora ha garantito solo che saranno assunti due nuovi tecnici di radiologia, come chiesto dalla direzione generale dell’Istituto. 

Secondo Mantovani  le condizioni  di lavoro non sono tali da mettere a rischio la sicurezza di personale e pazienti ma  sufficienti a garantire la continuità del servizio. Una risposta insoddisfacente, dunque, che non fa che replicare quella già data dalla direzione del personale.  Al Gaetano Pini il problema resta. Vigileremo perché almeno in occasione della  rideterminazione del fabbisogno del personale venga risolto.

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La legge 194 disattesa in Lombardia.Necessaria una riorganizzazione delle strutture per garantire il rispetto della norma

In Lombardia la legge 194 è disattesa.  A confermarlo sono i dati  sul numero di obiettori di coscienza  fra ginecologi, anestesisti e  paramedici  nei presidi ospedalieri lombardi nel 2012,   che ho chiesto direttamente alle aziende ospedaliere della Lombardia.  Ho scelto  di raccogliere i dati direttamente dalle aziende ospedaliere perchè l’assessore alla Sanità, Mario Mantovani a seguito di una  nostra interrogazione in merito   ci aveva fornito solo i numeri  relativi  al 2011,  non divisi per presidio, quindi  non sufficienti a tracciare un quadro esaustivo.

Sui 63 presidi ospedalieri che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia, ben 11  vedono una presenza di obiettori di coscienza  del 100%. E sono Treviglio, Montichiari, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Cuggiono, Melzo, il Bassini di Cinisello Balsamo, Broni, Chiavenna e Gallarate.

In altri 12 il numero di ginecologi obiettori varia tra l’80 e il 99%. Tra questi  gli ospedali di Sondrio, Busto Arsizio e Saronno, il Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il Sant’Anna di Como e Niguarda a  Milano.

In 21 presidi l’obiezione varia tra il 60 e il 79% .

 Solo  6 ospedali (Chiari,Codogno, il Buzzi,  il San Carlo Borromeo, il Sacco e la Mangiagalli di  Milano) hanno meno del 45% di medici obiettori.

In  quattro ospedali  (Treviglio, Chiari, Codogno e Vaprio D’Adda) anche il 100% degli anestesisti obietta.

Numeri chiari,  che dimostrano una forte criticità nell’applicazione della legge in Lombardia. A ulteriore conferma del fatto che gli ospedali lombardi non sono in grado, con l’attuale organizzazione del personale, di garantirne l’attuazione c’è il fatto che molte strutture,  per l’alto numero di obiettori, devono chiamare contrattisti che intervengono solo per praticare interruzioni volontarie di gravidanza. La spesa complessiva è di  305 mila euro l’anno.

I dati  sono davvero preoccupanti. Soprattutto per il fatto che sono molto diversificati a seconda delle aree della regione. In alcune infatti l’obiezione raggiunge percentuali altissime e  non garantisce affatto l’applicazione della legge.  E’ vero che la media complessiva dell’obiezione di coscienza in Lombardia è del 67,8%, non molto distante dal dato nazionale, che al 2010 era del 69,3%, ma  se si considera la regione, esclusa la città di Milano, la media sale al 76%.

 Altro dato caratteristico della regione è il basso utilizzo della pillola RU486 che nel 2011 era solo del 2% contro, ad esempio, il 13 % del Piemonte e il 16% dell’Emilia Romagna.

Per garantire  una compiuta applicazione della legge, il diritto alla libera scelta delle donne e   per assicurare una più equa distribuzione delle mansioni fra i medici, in modo da evitare  di far gravare solo sui pochi non obiettori un numero troppo alto di interruzioni volontarie di gravidanza, chiediamo che si mettano in atto alcune modifiche organizzative tali da portare l’obiezione al 50%.

La necessità è quella  di creare bandi  su progetto per l’assegnazione di ore di attività medica finalizzate alle interruzioni volontarie di gravidanza e di prevedere forme di mobilità del personale per riequilibrare nelle diverse strutture il numero di obiettori e non obiettori e garantire così  l’applicazione della legge 194.

 

 

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