Archivi del mese: luglio 2013

Il Consiglio approva un ordine del giorno del Pd per il superamento delle funzioni tariffabili

Il Consiglio regionale, con la sola astensione del Movimento 5 Stelle, vota l’ordine del giorno del Partito Democratico che impegna la giunta Maroni a superare il meccanismo delle funzioni non tariffabili in sanità, responsabili di una parte consistente degli scandali che hanno coinvolto importanti strutture come Maugeri e San Raffaele.

È un risultato notevole perché il Consiglio regionale ha preso atto delle storture della passata gestione della sanità e ha deciso di imprimere un cambio di rotta. La discrezionalità e la generosità che hanno caratterizzato le non tariffabili negli scorsi anni in Lombardia sono state oggetto di rilievi della Corte dei Conti e anche del Comitato dei controlli interno, nominato dalla giunta stessa. Con questa approvazione, che segue quella sui voucher, abbiamo dato una seconda spallata all’impianto formigoniano del sistema socio sanitario. Il prossimo obiettivo rimane la cancellazione della legge Daccò, su cui ancora Pdl e Lega non intendono recedere.

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La maggioranza mette a rischio la legge contro la violenza sulle donne

La maggioranza mette a rischio  la piena  attuazione  della legge contro la violenza sulle donne. Oggi, nel corso della votazione dell’assestamento di bilancio, la maggioranza ha respinto un  emendamento presentato da me e altri consiglieri del  Pd, che chiedeva di  incrementare  di un milione di euro i capitoli destinati alle pari opportunità. L’emendamento era fondamentale per la piena attuazione delle legge  di contrasto alla violenza sulle donne. La cifra  stanziata dalla giunta infatti  ammonta si a un milione di euro ma   vincolati ali Livelli essenziali di assistenza (Lea) e quindi non utilizzabili per molti interventi di  prevenzione, formazione degli operatori previsti dalla legge stessa. In sostanza   a un anno dalla sua approvazione la legge rimane priva di risorse adeguate.

 L’aula  ha  invece accolto, almeno parzialmente, un altro  nostro emendamento, che destina 100 mila euro alle istituzioni sociali e all’associazionismo femminile per iniziative di  informazione. L’ auspicio è quello che  almeno queste esigue risorse  siano destinate alla costituzione del tavolo previsto dalla legge  e essenziale all’emanazione dei bandi che devono destinare le risorse alle associazioni impegnate nel contrasto alla violenza sulle donne.    Da parte mia vigilerò perché queste risorse non  siano disperse altrove  .

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La giunta regionale fa comunicazione politica a spese dei contribuenti

La Regione fa pubblicità politica  a spese dei contribuenti. Oggi  diversi quotidiani  ospitano una pubblicità della Regione Lombardia che  poco ha  a che fare con la comunicazione istituzionale e molto con la comunicazione  politica.

 Lo slogan è “La Lombardia riparte:investiti oltre 2 miliardi nei primi 100 giorni.” Accanto al logo della Regione ne compare un altro “dai programma ai fatti”, molto simile a quello utilizzato dal presidente Maroni in campagna elettorale .

La pubblicità  è di chiaro stampo elettorale. Non fa informazione  ma propaganda.  Si tratta di una grave scorrettezza istituzionale , di  spreco dei denaro dei contribuenti, tanto più grave in quanto fatta in un momento di   assoluta scarsità di risorse .

 Ma non solo. Non è la prima volta che la giunta, insediata  da poco più di 100 giorni,  investe  denaro pubblico in comunicazione politica.  Come  era già stato fatto notare dal Pd con un question time, di cui era primo firmatario Luca Gaffuri,  lo scorso giugno  aveva  speso oltre 80 mila  euro in una campagna pubblicitaria di stampo altrettanto propagandistico.

La correttezza istituzionale  non pare appartenere alla giunta Maroni. Proprio ieri l’assessore al  Welfare, Maria Cristina Cantù, ha presentato   un’iniziativa in favore dei genitori separati insieme al segretario lombardo del Carroccio, Matteo Salvini.  Una commistione  fra  piano politico e istituzionale  che pare essere  il tratto caratteristico della giunta Maroni.

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Prs- La riforma del sistema sanitario che ancora non c’è

Ieri abbiamo detto un secco no a un Piano regionale di sviluppo (PRS)  che nella parte  relativa  all’area socio sanitaria smentisce i buoni propositi annunciati dalla giunta negli scorsi mesi. Quello che abbiamo visto finora , al di là delle belle parole, è  solo una  delibera, peraltro già annunciata  dalla precedente giunta, che si limita a dare indicazioni alle Asl per il riordino delle alte specialità  e che sembra rispondere solo a criteri numerici e di contenimento della spesa.

Una delibera  che contiene solo provvedimenti riorganizzativi, peraltro imposti dal governo nazionale, e non risponde in alcun modo   all’esplosione di  patologie legate all’invecchiamento della popolazione.   Non c’è alcuna traccia di una  volontà vera  di riforma del sistema  socio sanitario.

Al Prs approvato dalla giunta  in tema socio sanitario abbiamo contrapposto un ordine del giorno,  bocciato dall’aula, che è una sintesi del nostro progetto alternativo di governo.

Quello che proponiamo è una riorganizzazione del sistema sanitario basata innanzitutto sulla  rilevazione del bisogno, il superamento dell’attuale dualismo tra sanità’ e sociale, un nuovo modello di rete ospedaliera, pensato e costruito insieme e non sopra i territori, che deve prevedere  anche un nuovo protagonismo degli Enti locali.

Non basta, come ha intenzione di fare la giunta, ridurre le aziende ospedaliere e le Asl; a essere rivisitate devono essere le funzioni delle Asl stesse  che debbono tornare a produrre servizi per e con il territorio,  farsi  carico delle cronicità’ e  essere  il nodo   della rete di medici generici, pediatri e infermieri.

Necessario è, inoltre, un riordino della rete ospedaliera. Ci deve essere una divisione chiara  tra centri per le cure ad alta intensità’ e per gli interventi più’ complessi e  strutture  vicine ai territori che si occupino degli interventi più’ semplici e dei pazienti dimessi dalle strutture ad alta specialità’. Questo per garantire  la continuità’ della cura, uno dei punti deboli del nostro sistema sanitario.

Ma non solo.  Come diciamo da anni, inascoltati, per riformare le Asl e le aziende ospedaliere  é essenziale verificare il lavoro  della loro dirigenza. Ma nel Prs  non si nota alcuna volontà di riforma in questo senso, anzi il solco  tracciato è di assoluta continuità.

Ancora una volta è restata lettera morta la nostra proposta di scegliere i manager sanitari secondo criteri di merito, istituendo una commissione terza, che  ne valuti le professionalità’: 

Per riformare il sistema socio sanitario e’ necessario un disegno strategico,  come ha chiesto ieri dalle pagine   del Corriere della sera, anche il direttore del Policlinico di Milano,Luigi Macchi. Un disegno che a questa giunta, al di là delle parole, pare non interessare in alcun modo.

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In Lombardia un terzo delle nomine deve essere rosa

Ad oggi in Lombardia anche dopo l’ultima tornata di nomine  le donne  negli organismi direttivi degli enti partecipati della Regione sono 229 su 1402,  poco più del 16% del totale. Una quota irrisoria, che si discosta di poco  da quella delle nomine legate alla precedente legislatura, (15,6 %)  e  che è rimasta peraltro quasi immutata nell’arco di 10 anni: nel 2003 le donne nominate negli enti erano il 10,6 %, nel 2010 il 14,7 %.E questo, nonostante il numero totale dei nominati sia passato dai 563 del 2003 agli attuali 1402. 

 In Lombardia, in sostanza,  la parità di accesso alle nomine è ancora lontana. Benchè lo Statuto di autonomia sancisca il principio di democrazia  paritaria le leggi regionali che disciplinano le designazioni della giunta e del Consiglio (la 32/2008 e la 25/2009) non prevedono di fatto alcun vincolo di genere. 

La normativa nazionale in merito è  molto più avanzata. Il testo unico in materia di intermediazione finanziaria sulla parità di accesso agli organi di amministrazione e controllo delle società quotate nei mercati regolamentati (120/2011) e  il decreto sull’accesso agli organi di amministrazione e controllo delle società controllate dalla pubblica amministrazione (251/2012) impongono infatti  la presenza di un quinto delle donne. 

Ed è solo perché la Lombardia,  come tutte le altre regioni, ha l’obbligo di adeguarvisi,   che nell’ultima tornata di nomine   il principio è stato almeno in parte rispettato.

 Non ci si può però accontentare. I gruppi di opposizione  chiedono di più,  andando oltre le norme nazionali,  che hanno avuto  il merito di introdurre per la prima volta almeno un vincolo di genere  ma non  sono comunque sufficienti a garantire una vera parità. 

 Per questo hanno presentato due progetti di legge, di cui  sono prima firmataria   nei quali si stabilisce  che  le nomine debbano essere per un terzo femminili, pena la loro nullità.

Deve essere la Lombardia,  che è la regione dove le donne  sono  più affermate in tutti i settori della vita sociale  e produttiva, a  farsi per prima promotrice  di un rinnovamento che porti finalmente all’affermazione di una  democrazia paritaria vera.

 

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Noi abbiamo detto no a un bilancio di tagli e incertezze, la maggioranza l’ha approvato al buio

Stefano Carugo e Carlo Malvezzi, entrambi Pdl, hanno dichiarato di volere dalla giunta certezze sul mantenimento di  alcuni fondi  ma in realtà hanno votato sulla fiducia. Noi  pretendiamo dalla giunta certezze su tutti i punti non chiari del bilancio  di assestamento, approvato questa mattina in Commissione sanità, e non solo su alcuni.    Coerentemente quindi abbiamo espresso il nostro voto contrario, mentre la maggioranza  si limita a protestare, dopo aver votato  al buio, sulla fiducia.

I punti  non chiari del documento  sono molti. In particolare in relazione all’edilizia sanitaria. Sul tema le voci da chiarire sono due; non  si è capito quali saranno le priorità del fondo di rotazione e non si sa ancora se alcuni interventi del  sesto accordo di programma quadro, non ancora  totalmente finanziati dallo Stato, saranno recuperati nei piani regionali.

Ma non solo. Dei 50 milioni   destinati alle fragilità, annunciati dall’assessore alla famiglia, Maria Cristina Cantù e definiti come aggiuntivi rispetto alla spesa già iscritta nel bilancio di previsione,  nell’assestamento ne  sono rimasti solo 20.  Confermato invece, anche se solo per un milione di euro ( in origine doveva essere il doppio)  il fondo destinato all’attuazione della legge contro la violenza sulle donne.

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