Archivi del mese: aprile 2013

Papilloma virus. La Lombardia ancora in forte ritardo. Garantire il vaccino gratis a tutte coloro che ne hanno diritto

In Lombardia migliora la copertura vaccinale per il papilloma virus (HPV) ma siamo in forte ritardo, ancora lontani dall’obiettivo indicato dal Piano nazionale delle prevenzione vaccinale. Questa quanto emerge dalla risposta a un’interrogazione rivolta all’assessore Mantovani di cui sono prima firmataria. Nel question time si è chiesto di conoscere i dati più recenti sulla copertura vaccinale del papilloma virus in Lombardia, che il programma per la prevenzione del carcinoma della cervice uterina predisposto da una delibera regionale del 2007 prevede sia somministrato alle ragazze di 12 anni. La domanda è nata daI fatto che i dati dell’Istituto superiore di sanità al 31 giugno del 2012 erano sconfortanti: a essere vaccinate (con tutte tre le dosi previste) infatti sarebbero state solo il 65,8% delle nate nel 1998, il 52,9% delle nate nel 1999 e il 20,5% delle nate del 2000.
I dati, forniti ieri dall’assessore Mantovani indicano un miglioramento della situazione ma non sono certo ottimali. La Lombardia resta indietro rispetto a molte regioni.
Anche confrontando i dati più recenti della Lombardia, forniti dall’assessore Mantovani con quelli delle altre regioni (dell’Istituto superiore di sanità) fermi al 30 giugno 2012 si vede chiaramente il ritardo della regione. Per le nate del ‘97 la Lombardia è al 64,7% della copertura vaccinale mentre Toscana, Puglia, Sardegna e Basilicata superano l’80%. Per le nate nel 98 la Lombardia è al 67,5% contro l’80,2 % della Basilicata, il 78,6% dell’Umbria, e il 77% della Toscana. Per le nate nel ’99 la regione Lombardia è al 70,3% contro il 75,5% dell’Umbria, il 73,4 della Puglia. Fa eccezione l’annata 2000 in cui la Lombardia è al 55,5% in linea con le regioni più avanzate.
Ma non solo sette Regioni hanno esteso l’offerta attiva e gratuita della vaccinazione ad altre fasce di età oltre alle dodicenni. In particolare, 6 Regioni (Valle d’Aosta, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Liguria, e Puglia) offrono il vaccino alle ragazze di età compresa tra i 15 e i18 anni e la Regione Basilicata oltre alle dodicenni, lo offre alle ragazze di 15, 18 e 25 anni.

In Lombardia si sconta un forte ritardo e c’è ancora molto da fare. Per raggiungere l’obiettivo Mantovani ha promesso saranno lanciate campagne di comunicazione anche in lingue straniere e saranno organizzati eventi formativi sul rischio, iniziative apprezzabili, che rispondono a una nostra precisa richiesta avanzata da tempo. Da parte nostra continueremo a vigilare sullo stato dei programmi annunciati. L’auspicio è arrivare alla copertura vaccinale prevista come obiettivo e garantire a tutte le ragazze che ne hanno diritto la gratuità del vaccino.

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Il destino di Cerba, Istituto tumori, Besta e Nerviano deve essere deciso dal Consiglio insieme agli enti locali interessati

Sentir parlare di programmazione dell’offerta sanitaria non puo’ che renderci  felici, Da anni abbiamo denunciato il fatto che senza una vera programmazione dell’offerta si rischia di fare solo l’interesse  di pochi. Ma il destino del Cerba, dell’Istituto tumori, del Besta e di Nerviano non puo’ essere dettato dalle dichiarazioni alla stampa.  Non posso che commentare così le dichiarazioni rilasciate oggi dal consigliere Fabio Rizzi, presidente della Commissione Sanità al Corriere della sera.
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>Sul progetto Citta’ della salute   sono in ballo investimenti pubblici, anche di livello nazionale, accordi di programma  fra enti locali, il destino e il futuro della cura e della ricerca medica di due grandi strutture pubbliche come il Besta e l’Istituto dei tumori; sul progetto di Nerviano sono a rischio anche posti di lavoro, oltre che importanti progetti in campo oncologico. Per questo auspichiamo che qualsiasi decisione  in merito veda coinvolto l’organismo che ha il compito della programmazione per legge, il Consiglio regionale. In passato troppo spesso il Consiglio è stato escluso dalle decisioni, ora non deve più essere così. Ma non solo. Le decisioni in questione devono maturare in un contesto di area metropolitana, con il coinvolgimento diretto degli enti locali interessati, il Comune di Milano e quello di Sesto San Giovanni, che ha siglato con la Regione un protocollo d’intesa  e che, come è noto, ha gia’ chiesto una interlocuzione diretta con il nuovo presidente di Regione Lombardia, Maroni”.

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In Lombardia la legge 194 è disattesa. Facciamo chiarezza sull’obiezione di coscienza

In Lombardia il 67 per cento dei ginecologi sono obiettori di coscienza, così come il 47 per cento degli anestesisti e il 40,3 per cento dei paramedici. Secondo un indagine del Sole 24 ore, pubblicata il 5 giugno del 2012, i numeri sono ancora più allarmanti. Nella Asl di Monza, in particolare solo 5 medici su 62 non sarebbero obiettori. Sono questi i dati da cui prende le mosse un’ interrogazione sullo stato di applicazione della legge 194 in Lombardia, di cui sono prima firmataria, che ho presentato insieme agli altri consiglieri del Pd e a Lucia Castellano (Con Ambrosoli presidente, Patto civico). L’interrogazione fa seguito a un’altra, presentata nell’aprile 2012 sullo stesso tema, che non aveva però avuto una risposta esaustiva dall’allora assessore alla Sanità, Bresciani.
Nel documento chiediamo all’assessore alla Sanità di rendere noto il numero di ginecologi, anestesisti e paramedici,specificando obiettori e non obiettori, presenti in ogni singolo presidio ospedaliero. Vogliamo conoscere, inoltre, il numero di donne che hanno effettuato un’interruzione volontaria di gravidanza fuori dalla provincia di residenza o addirittura fuori dalla Regione.
Chiediamo infine di sapere in quali presidi ospedalieri per poter applicare la legge 194, dato il grande numero di obiettori, sono chiamati medici gettonisti, quanti sono in tutta la regione e qual‘è il costo sostenuto per loro dalle singole aziende ospedaliere.

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San Raffaele-La proprietà venga al più presto in audizione. Sbagliata la violenza, necessario riaprire la trattativa

Lo avevo preannunciato, insieme agli altri consiglieri del Pd, settimana scorsa e oggi, di fronte agli scontri che sono avvenuti tra lavoratori e forze dell’ordine al presidio del San Raffaele, lo confermo: il primo atto depositato dalla Commissione Sanità insediatasi  questa mattina, è stato proprio la richiesta di un’audizione congiunta con la proprietà dell’ospedale e l’assessore alla Sanità. La violenza è sempre deprecabile e non è lo strumento per risolvere il braccio di ferro estenuante che da troppo tempo sta logorando i rapporti all’interno di uno dei presidi medici più importanti della nostra regione. Occorre riaprire la trattativa e far di nuovo dialogare sindacati e proprietà. Ci sono di mezzo decine di lavoratori e centinaia di utenti: anche la qualità delle prestazioni rischia infatti di essere danneggiata per questa drammatica situazione e già se ne vedono le prime avvisaglie, come  hanno sottolineato i lavoratori in un incontro la settimana scorsa; denunce sono già arrivate all’Urp per peggioramento sensibile della qualità del vitto, carenza nell’attività di pulizia e nella fornitura e tenuta degli ausili e dei presidi medico chirurgici, anche per prestazioni di carattere ordinario. Tutto questo rischia di pregiudicare la fiducia che i cittadini hanno sempre posto in una struttura la cui qualità  finora non era mai stata messa in discussione. Per questo oggi  abbiamo depositato in commissione Sanità la richiesta di audizione congiunta. Regione Lombardia non può stare a guardare mentre il tessuto professionale e relazionale del San Raffaele si consuma ogni giorno di più.

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Regione Lombardia si faccia subito parte attiva per riaprire il tavolo della trattativa

Avevano detto o tagli o licenziamenti. Stanno facendo entrambi. I lavoratori del San Raffaele non ci stanno alle paventate 40 lettere di licenziamento con cui la nuova proprietà, in deroga agli impegni che aveva preso, starebbe proseguendo il piano di risanamento del policlinico dell’eccellenza lombarda. I delegati sindacali hanno per questa  incontrato oggi i consiglieri regionali, per fare il punto della situazione e chiedere che Regione Lombardia intervenga al più presto. Da parte mia, insieme al capogruppo del Pd,Alfieri e agli altri consiglieri, ho chiesto che la Giunta si faccia parte attiva nel chiedere, se la notizia fosse confermata, il ritiro immediato delle lettere di licenziamento ai lavoratori.  E’ necessario procedere con le altre due priorità in cima alla lista, ossia la riapertura del tavolo delle trattative e la chiarezza sul piano industriale. Regione Lombardia deve chiedere trasparenza assoluta sul bilancio ad una struttura che riceve finanziamenti pubblici. Naturalmente, se ci sarà la necessità, poi si metteranno a disposizione gli strumenti per la tutela dei lavoratori”.  Già da martedì, quando la Commissione Sanità verrà insediata, si procederà alla richiesta di un’audizione con la proprietà dell’ospedale e l’assessore alla sanità.

 

 

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Chiediamo la doppia preferenza di genere

 La legge elettorale regionale lombarda deve prevedere la doppia preferenza di genere, il che significa che,se si votano due candidati, uno deve essere di genere femminile, pena la nullità della  seconda preferenza espressa. Per questo ho  presentato,  insieme agli altri colleghi, un progetto di legge di modifica della legge elettorale regionale.

 Anche le ultime elezioni regionali   hanno dimostrato la difficoltà delle donne a essere elette  nelle assemblee.  La norma introdotta con la nuova legge elettorale regionale del 31 ottobre scorso, che prevede  l’alternanza di genere nella composizione delle liste, non  ha portato a una maggiore rappresentanza femminile in Consiglio.   Anche in una regione come la Lombardia,  dove  le donne sono affermate in tutti i settori della vita sociale  e produttiva, continuano a essere un’esigua minoranza nelle istituzioni. Oggi  in consiglio regionale sono 15 su 80,  solo 6  in più rispetto alla scorsa legislatura. Un numero esiguo purtroppo non diverso da quello delle altre regioni, dove non sono previsti meccanismi di riequilibrio di genere: le consigliere sono 10 in Emilia Romagna,  Lazio e Toscana,  tre in Veneto e Friuli Venezia Giulia. In Calabria  nessuna donna siede nell’assemblea elettiva.

E’ evidente la necessità di introdurre meccanismi legislativi di riequilibrio di genere, che portino  a una democrazia compiuta, con pari opportunità di votare e di essere eletti.  Per questo proponiamo, come avevamo già  chiesto, inascoltate nella scorsa legislatura,che sia modificata la legge elettorale e introdotta  la doppia preferenza di genere, così come già peraltro previsto dalla legge sulle autonomie locali per l’elezione dei consigli comunali. Già nelle prossime amministrative di maggio  infatti  si voterà  con doppia preferenza.

Che questo  sia un modo  efficace per  evitare  l’esclusione delle donne dalla vita politica lo dimostra anche il caso della Regione Campania dove, dopo la sua introduzione, le consigliere sono passate da 2 a 14 su 60.

 

 

 

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