Il sistema delle nomine della sanità da rivedere. Esemplare il caso della Asl di Sondrio

Il sistema delle nomine in Lombardia è da rivedere. A dimostrarlo quanto accaduto alla Asl di Sondrio dove il direttore generale, Nicola Mucci, si è dovuto dimettere in seguito a una sentenza del Consiglio di stato che lo ha definito privo dei requisiti necessari. Ecco i fatti. Mucci, in seguito a un ricorso, era già stato definito privo dei requisiti necessari dal Tar nel dicembre scorso, ma la giunta regionale aveva deciso di impugnare la sentenza e ricorrere al Consiglio di Stato il quale, il 4 maggio scorso, ha confermato il giudizio del Tar. Il caso è esemplare e dimostra l’inefficacia del sistema delle nomine nella sanità in Lombardia. Con altri consiglieri del Pd, nel corso della discussione in consiglio su progetto di legge relativo ad alcune modifiche alla legge regionale 33, avevo proposto alcuni emendamenti, che proponevano requisiti più stringenti per la scelta dei manager sanitari. Non sono stati accolti. A essere recepito è stato solo l’emendamento relativo alla richiesta di un’esperienza quinquennale in una struttura simile a quella che ci si candida a dirigere. Un dettaglio, che nulla toglie al fatto che il sistema delle nomine nel suo complesso non è efficace, ma che da solo, fosse stato in vigore in precedenza, avrebbe impedito da subito la nomina di Mucci ed evitato il susseguirsi dei ricorsi. E’ evidente che il sistema attuale delle nomine è tutto da rivedere. Torneremo a chiedere in commissione la discussione del nostro progetto di legge di riforma.

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Da Cecchetti parole anche condivisibili sul ruolo del Consiglio ma non bastano. Ora è necessario tornare al voto

 Esprimo apprezzamento per le dovute dimissioni di Boni e parziale condivisione del discorso di insediamento di Cecchetti ma ora, per restituire dignità al Consiglio, è necessario andare al voto. Le parole del neo eletto Cecchetti, a cui auguro buon lavoro, non cambiano la sostanza delle cose. Date le condizioni la gestione dell’aula resterà difficile e il rischio della paralisi dei lavori costante. I risultati elettorali, che saranno confermati dai ballottaggi, danno ulteriore forza a quanto stiamo ripetendo da mesi. Il governo della Regione non è più in grado di rappresentare e tutelare i bisogni dei lombardi. Ora è necessario tornare al voto per restituire piena dignità all’istituzione.

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Valmaggi e Girelli:”La città della salute unico modo per sviluppare le enormi potenzialità di Istituto Tumori e Besta”

La Città della salute è l’unico modo per sviluppare le enormi potenzialità di Istituto dei tumori e Besta e rispondere così alle nuove esigenze di cura e ricerca. La necessità di un’unica sede di ricerca clinica e preclinica, che ospiti tutte le attività dei due istituti, nasce anche dalle nuove necessità giunte con le continue scoperte relative al genoma umano e alla medicina molecolare. Tale attività di ricerca, applicata ai pazienti, deve poter contare su dimensioni minime per garantire investimenti efficaci. Per questo crediamo che rinunciare al progetto comune sia arretrare pesantemente rispetto a quello iniziale, perdendo una grande opportunità di rilancio della ricerca clinica pubblica, con capacità attrattiva sul territorio nazionale ed europeo. L’integrazione fra istituto Tumori e Besta rafforzerebbe quelle sinergie che comunque sono state sperimentate in questi anni, sia nel campo della ricerca di base che della neurooncologia pediatrica. Ma non solo. L’unione dei due istituti è anche una concreta occasione di realizzare un centro di ricerca pubblico, che affianchi e bilanci le realtà private già esistenti, di grande prestigio, ma ad eccezione del San Raffaele, tutte monospecialistiche. La necessità è quella di configurare nella grande Milano, intesa come area metropolitana che si estende oltre i confini del capoluogo, un efficace sistema sanitario a rete capace di utilizzare le migliori professionalità, garantendo un’adeguata accessibilità per gli operatori e i pazienti e prevedendo il coinvolgimento delle strutture territoriali. Per tutte queste ragioni crediamo necessaria la realizzazione della Città della salute nell’ambito della necessità di adeguamento del patrimonio sanitario che necessita di ingenti investimenti, di cui peraltro abbiamo già richiamato l’urgenza a livello regionale e nazionale. Questo pur restando consapevoli delle ulteriori esigenze di investimento nella rete dei servizi ospedalieri e territoriali.

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In Lombardia la legge 194 è disattesa

Il 67 per cento dei ginecologi sono obiettori di coscienza,  cifra che arriva a toccare l’85 per cento nelle province di Como e Sondrio, così come   sono obiettori il 47 per cento degli anestesisti e oltre il 40 per cento dei paramedici.   Sono questi i dati  da cui prende le mosse un’ interrogazione  sullo stato  di applicazione della legge 194 in Lombardia,  di cui  sono prima firmataria. L’alto tasso di obiettori di coscienza pone le donne nella condizione di attendere l’intervento per molti giorni, spesso anche 15,  e in molti casi di doversi rivolgere alle strutture di altre Province o Regioni.

In sostanza la legge  che ha permesso di contrastare la piaga dell’aborto clandestino e portato  in  30 anni a quasi dimezzare le interruzioni volontarie di gravidanza in Lombardia è disattesa.  Per questo  abbiamo voluto chiedere all’assessore  che cosa intenda fare  per assicurarne una piena applicazione, come intenda garantire il riequilibrio dell’organico medico e infermieristico così da evitare che i “non obiettori” si occupino solo delle interruzioni volontarie di gravidanza. Abbiamo chiesto, infine,di conoscere i dati degli interventi eseguiti e il numero di obiettori nelle singole strutture sanitarie.

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Nomine Sanità-Un secco no alla finta riforma voluta da Pdl e Lega

Un provvedimento che si riduce a mere modifiche amministrative. In questo si traduce  il progetto di legge relativo ad alcune modifiche alla legge regionale 33 (sull’organizzazione del sistema sanitario) approvato oggi in aula. La maggioranza  ha rinunciato così a rivedere alla radice il sistema di nomine dei direttori generali delle strutture sanitarie. Insieme agli altri consiglieri del Pd avevo proposto alcuni emendamenti, che proponevano requisiti più stringenti per la scelta dei manager sanitari: il limite di età di 65 anni, l’istituzione di una commissione terza, che aveva come scopo la valutazione preventiva delle professionalità e dei curriculum presentati, così da non affidare alla sola giunta la scelta e limitare la discrezionalità della politica nella nomina. Alcuni emendamenti non avrebbero fatto altro che recepire norme già inserite nella proposta di decreto legge nazionale. Ma non sono stati accolti, così come non sono stati accolti gli ordini del giorno che chiedevano una vera riforma della Sanità. A essere accolto  è stato solo un emendamento relativo alla richiesta di un’esperienza quinquennale in una struttura simile a quella che ci si candida a dirigere. Un dettaglio, che nulla toglie al fatto che la maggioranza si è rifiutata di ascoltare le ragioni delle opposizioni. Si è barricata su posizioni pregiudiziali e non ha colto la nostra volontà di migliorare il provvedimento. Abbiamo bocciato il loro mancato coraggio. In un momento di grave crisi della sanità lombarda ci saremmo aspettati dalla maggioranza la disponibilità a varare una vera riforma. Non è stato così. Torneremo a chiedere in commissione la discussione del nostro progetto di legge di riforma del sistema delle nomine sanitarie.

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La scelta di Boni giusta ma tardiva. E’ ora di tornare al voto

La scelta di Davide Boni di dimettersi è giusta ma tardiva.  Ora  ci ritroviamo per l’ennesima volta nella necessità di ricomporre l’ufficio di presidenza. E la stessa condizione riguarderà la giunta. Mi chiedo cosa impedisca alla maggioranza di vedere ciò che è più che evidente, che questa situazione mette in seria difficoltà due istituzioni, il Consiglio e la giunta,che dovrebbero operare nell’interesse dei cittadini lombardi e che invece sono perennemente impegnate  in ricomposizioni e equilibri interni.

 E’ giunta l’ora  di ridare la parola agli elettori e tornare alle urne.

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La Regione non può decidere da sola sul destino dei patrimoni di ospedali e Asl

Regione Lombardia non può decidere da sola sul destino dei patrimoni di ospedali e Asl. Questo quanto ho affermato oggi in aula nel corso della discussione sul progetto di legge “CresciLombardia”, che all’articolo 20 stabilisce norme sulla gestione e le eventuali alienazioni dei patrimoni delle strutture sanitarie. Queste proprietà sono in gran parte frutto delle eredità di privati e enti locali, non appartengono quindi solo alla Regione Lombardia ma a tutta la comunità. Per questo ogni scelta relativa alla loro alienazione o dismissione deve essere compiuta con il coinvolgimento delle direzioni delle Asl e dei Comuni, oltre che della Terza commissione sanità, come avevamo già chiesto in occasione della discussione sulla possibile dismissione del patrimonio del Policlinico. Per questo ho chiesto che l’articolo 20 sia stralciato dal progetto di legge e che la norma sia trattata in un altro progetto ad hoc e questo solo dopo essere stata discussa nelle commissioni competenti, prima fra tutte la Terza, come non è accaduto fino ad oggi.

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Grazie alle pressioni di Pd e associazioni la Regione salva la legge sul Garante dell’infanzia

La Regione salva la legge sul Garante dell’Infanzia e lo fa a seguito delle forti proteste del Pd e delle associazioni che operano nella tutela dell’infanzia e del Garante nazionale stesso, dopo che, a sorpresa, la giunta avevo deciso di cancellarne la figura. L’annuncio è stato dato oggi in commissione Sanità. La norma, che ne cancellava la figura e ne accorpava le funzioni al Difensore civico, è stata stralciata dal provvedimento su Economia e sviluppo. Torna così in vigore la legge originaria del 2009, che prevede il Garante abbia requisiti di competenza in materia di diritti dell’infanzia e svolga anche un ruolo di coordinamento delle associazioni. Si tratta di una prima grande vittoria ma non risolutiva. Ora è necessario che la giunta nomini il Garante e attui così una legge che giace disattesa da ben tre anni. Noi continueremo a batterci perché questo accada.

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Approvata oggi in Consiglio una mozione per il potenziamento della rete di cura delle epatopatie in un’ottica di genere

E’ stata  approvata oggi in Consiglio la  mozione per il potenziamento della rete di cura delle epatopatie di cui sono prima firmataria.  Il documento votato in aula parte dalla considerazione  che l’Italia è il primo paese al mondo nella cura e nello studio delle malattie del fegato ma è anche uno dei paesi con il maggior numero di persone colpite da questa patologia, che sono la causa del 10 per cento dei decessi.

 A fronte di questo la mozione impegna la giunta a prevedere interventi per il potenziamento e il coordinamento dei centri di screening e la cura delle epatiti croniche virali.  Ma soprattutto il documento, facendo riferimento a un ordine del giorno sullo stesso tema approvato in Consiglio, chiede anche l’impegno della Regione nello sviluppo di una medicina e di una prevenzione  che tengano conto delle differenze di genere. Quello che si chiede è, ad esempio, la standardizzazione dei protocolli di cura per l’epatite B e C e l’attivazione di un registro delle tossicità nella popolazione femminile in terapia.

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La Regione torna a istituire il Garante per l’infanzia ma non gli destina un solo euro

La Regione tona a istituire il Garante per l’Infanzia ma non gli destina un euro. Ad affermarlo è il vicepresidente del Consiglio regionale, Sara Valmaggi che spiega:”Ieri, nella seduta della terza commissione Sanità, la giunta ha presentato un emendamento al progettto di legge sullo sviluppo economico sul Garante per l’infanzia. La nuova norma proposta non  abroga più la figura del Garante come  era stato deciso il mese scorso. Si tratta di un primo risultato, ottenuto grazie alle forti pressioni sia di tutte le associazioni che operano per la tutela dell’infanzia, sia del garante nazionale stesso. Un primo risultato insomma che però non basta e non va nella giusta direzione”.

“E’ stata abrogata- continua Valmaggi-la norma finanziaria il che significa che  non è destinato neppure un euro nè alle attività del Garante nè al suo compenso”.

 ”Questo è inaccettabile-conclude Valmaggi- ci batteremo prima in commissione poi in consiglio perchè non accada”.

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