Archivi del mese: febbraio 2016

Lombardia in ritardo sulle ricette elettroniche, pur spendendo 200 milioni per l’informatica sanitaria

La Lombardia è solo sestultima tra le Regioni italiane per la ricetta elettronica, ben sotto la media italiana. A dirlo sono i dati di Federfarma relativi al dato di novembre 2015, che vedono la nostra Regione, con il suo 56,5% di ricette dematerializzate, ancora molto distante dal pieno compimento del progetto e ben lontana da Veneto e Sicilia che sfiorano il 90%.

La ricetta elettronica è il sistema di prescrizione delle prestazioni sanitarie, progetto dell’Agenda Digitale del Governo. Grazie all’adozione della Ricetta dematerializzata si dovrebbero avere diversi vantaggi tra cui la riduzione degli errori prescrittivi, un controllo capillare sui costi e un notevole risparmio sulla produzione delle ricette stesse. Il funzionamento della ricetta elettronica è in vigore su tutto il territorio nazionale dal 1 gennaio 2015. La relazione annuale sulla semplificazione che ci è stata presentata ieri, non ci ha portato, purtroppo, risultati migliori da quelli di Federfarma. La Lombardia non fa una bella figura. Stare sotto la media nazionale, nonostante i duecento milioni di euro che ogni anno spendiamo per l’informatica sanitaria, significa che qualcosa non sta funzionando. Dov’è la sempre sbandierata efficienza lombarda? La dematerializzazione è un progetto importante che va portato avanti con maggiore convinzione.

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La Regione blocca da 3 anni 7 nuove farmacie nel mantovano

Avrebbe potuto essere un modo per rilanciare l’economia dei territori così come aveva previsto, ormai 3 anni fa, il Cresci Italia. Eppure Regione Lombardia è rimasta inadempiente e non ha ancora assegnato alla provincia di Mantova le farmacie che diversi paesi attendono da più di 1000 giorni. In particolare sono 7 le nuove farmacie autorizzate in provincia di Mantova dal decreto: 2 a Porto Mantovano, 1 ad Asola, Castel Goffredo, Castiglione delle Stiviere, Gazzuolo e Suzzara. La Regione è dunque inefficiente. E, in questo modo, mentre tanti giovani attendono di aprire la propria farmacia, avviando così una nuova attività imprenditoriale, chi ha già una farmacia continua a tutelarsi dalla concorrenza. La pratica pare si sia impantanata nella burocrazia. E così, a più di 3 anni dalla chiusura del bando, oltre 300 sedi in tutta la Lombardia restano da assegnare.  Tante attività imprenditoriali che potevano partire sono al palo, è davvero ingiustificabile. E, tra l’altro, difficilmente si intravede una soluzione prima di giugno.

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Bocciate le ronde

Al centrodestra non riesce il tentativo di far regolarizzare e legittimare dalla Regione le ronde dei cittadini per la sicurezza delle città. È stata infatti bocciata con 27 voti a favore contro 29 tra contrari e astensioni la mozione presentata dalla lista Maroni che chiedeva alla Regione di riconoscere il ruolo delle associazioni che decidono di farsi carico del controllo del territorio. Non è bastato l’intervento dell’assessore Bordonali, delegata alla sicurezza, che ha chiesto di modificare il testo aggiungendo tra gli impegni la consulenza e il supporto da parte della giunta regionale a queste associazioni. Come scritto nella mozione poi bocciata dall’aula, “l’impegno della popolazione per la garanzia della sicurezza e del benessere sociale debba essere incoraggiato, coordinato, guidato e non certo colpevolizzato come purtroppo è accaduto in passato.  Quella mozione era sbagliata perché era l’ennesima strumentalizzazione dei temi della sicurezza, e sosteneva modalità che vanno oltre la gestione propria delle forze dell’ordine. Delegare a spesso presunti gruppi di volontariato il controllo del territorio è un modo per deresponsabilizzare i cittadini che andrebbero invece coinvolti in iniziative che aumentino le relazioni sociali e favoriscano un controllo sociale   all’insegna del buon vicinato piuttosto che della presenza delle ronde. Così facendo il centrodestra aumenta la sensazione di insicurezza nei cittadini e oltretutto non rende ragione al vero volontariato, che si occupa di tanti settori e per questo è già opportunamente regolamentato.

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Maroni taglia i fondi alle famiglie

Non basta accendere le luci del Pirellone e portare il Gonfalone al Family day: le politiche per le famiglie in Lombardia hanno subito da Maroni tagli molto pesanti e ora chiediamo di revocarli. Anzi, di fare molto di più. Noi crediamo davvero nella famiglia e vogliamo sostenerla perché troppo spesso è citata ad esempio, ma poi lasciata sola. Ecco i tagli che il Pd ha messo in fila: il Fondo regionale a favore della famiglia e dei suoi componenti fragili, istituito con nel 2013, prevedeva una dotazione annua ottimale di 330 milioni di euro, ridotta per il 2016 a soli 50 milioni di euro; i fondi a sostegno della maternità sono passati dai 9 milioni del 2012 a 860mila euro del 2016; il Fondo Sociale regionale, destinato ai servizi per minori, anziani e disabili gestiti dai Comuni è passato da 70 milioni del 2015 a 54 milioni del 2016; il fondo per il sostegno alle famiglie che assumono una badante, finanziato con 700mila euro del 2015 nel 2016 è stato azzerato. Inoltre, le risorse destinate a sostenere il diritto allo studio hanno visto una progressiva diminuzione negli anni; infine, il cosiddetto “reddito di autonomia lombardo” si è ridotto a un provvedimento una tantum destinato a una ridottissima platea di destinatari di interventi sociali spot. Tutto questo nonostante il Governo nazionale abbia aumentato per il 2016 la quota parte della Lombardia del Fondo Nazionale Politiche Sociali, ripristinato il Fondo per la Non Autosufficienza e aumentato la quota parte della Lombardia del Fondo Sanitario Nazionale. Le politiche per la famiglia della giunta Maroni sono contenute in pochi numeri, tutti in forte diminuzione, ma forse questo al Family day non è stato detto – attacca Carra -. La Regione può recuperare nel suo bilancio centinaia di milioni di euro tagliando gli stanziamenti del 2016 previsti per la comunicazione istituzionale, per la tessera sanitaria regionale lombarda in via di sostituzione con la tessera nazionale e per l’inutile e costoso referendum consultivo regionale per l’autonomia. Con queste risorse può e deve ripristinare per il 2016 le misure di sostegno alle famiglie lombarde almeno a quanto stanziato nel 2015. Ma non basta, occorre rivedere le misure per la maternità ed estenderle oltre i primi mesi di vita, anche aiutando le donne che lavorano a conciliare i tempi di cura dei figli con il lavoro. Pensiamo alla riduzione dell’addizionale regionale Irpef per chi ha figli minori, introdurre dei voucher di 100 ore per le baby-sitter e un fondo per prolungare il periodo di astensione lavorativo. Poi occorre ridurre davvero le rette delle case di riposo. Tutte queste misure devono essere estese alle famiglie monogenitoriali, che sono ormai il 13% del totale e in crescita costante, e, una volta disciplinate per legge, alle unioni civili.

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