Archivi del mese: marzo 2014

OGM sì o no? Ho presentato un’interrogazione

ogm fotoIn questo periodo si rileva una grande conflittualità sulla normativa  OGM  dove da una parte vi sono le direttive comunitarie che cercano di consentire la coltivazione anche sul nostro territorio di alcuni prodotti OGM e dall’altra il Decreto Interministeriale del 12 luglio 2013 che blocca per un anno e mezzo le coltivazioni OGM;
Il neo Ministro all’agricoltura Maurzio Martina in una delle sue prime dichiarazioni ha affermato testualmente sul tema: “Sugli Ogm il solco è tracciato, c’è il Parlamento che si è pronunciato per il no, si parte da lì. L’Italia ha detto chiaro qual è la sua rotta e noi andiamo avanti”;
Ciò si innesta in dibattito molto forte e variegato sulla questione, dove si registrano posizioni molto  distanti tra loro, che da un lato ritengono che gli OGM possano modificare le sorti dell’agricoltura italiana, dall’altra li valutano come il nemico mortale della medesima agricoltura, che dovrebbe puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità;
Voglio ricordare anche, che in agricoltura biologica il loro utilizzo è sicuramente vietato e che questa modalità di produzione sta assumendo per il comparto agricolo lombardo un importante settore economico;
A prescindere dalle diverse posizioni,a mio avviso, l’informazione sulla etichettatura diventa imprescindibile, atteso che moltissimi consumatori preferiscono prodotti che con contengano OGM.
Peraltro, ogni Regione può fissare rispetto agli Ogm, con apposito regolamento, norme puntuali rispetto ad alcuni parametri della coltivazione degli stessi (tali parametri, di fatto, possono determinare la convenienza o meno alla loro coltivazione) e l’unica Regione che ha predisposto tale regolamento, ad ora, è il Friuli-Venezia Giulia;
Per questi motivi ho presentato un’interrogazione all’Assessore Regionale per sapere:
quale posizione e quali azioni concrete intende intraprendere Regione Lombardia rispetto al tema sopracitato e se non ritiene utile perorare in ogni sede una etichettatura trasparente su tale tema;
se non intende dichiarare la Lombardia “Regione OGM free”, ovvero riprendere a livello regionale il divieto previsto dal Decreto interministeriale del 12 luglio 2013 in attesa che la controversia con Bruxelles giunga ad una soluzione;
se non intende attivare un’azione di monitoraggio e vigilanza sul territorio regionale in merito al commercio di sementi e granaglie OGM considerato che alcuni agricoltori pare acquistino mais OGM per alimentazione animale in quanto più conveniente.

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Politiche per la famiglia che cambia

foto smallfamilySi chiamano “Small families” e sono il segno di un processo di trasformazione della nostra società. Sono in crescita costante anche in Lombardia, come dicono le ultime ricerche e hanno bisogno di politiche specifiche per non precipitare nell’isolamento e diventare nuove fragilità. Se ne è parlato al convegno “Small family, big society: politiche per famiglie monogenitoriali” che si è svolto a Palazzo Pirelli, dove ho fatto la relazione introduttiva, e al quale sono intervenuti, tra gli altri, la vicepresidente del Consiglio regionale Sara Valmaggi, il capogruppo Pd Alessandro Alfieri, l’Assessore alle Politiche sociali e Salute del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino e il consigliere regionale Pd  Carlo Borghetti.
Con famiglia a genitore unico o anche educatore unico si definisce un genitore, anche minorenne, che si occupa dell’educazione di figli minori di 18 anni. Si tratta perciò di padri e madri divorziati, celibi, vedovi, per molto tempo separati e che non vivono insieme ad un altro adulto in una comunità domestica comune.
In diritto, la famiglia monogenitoriale è espressamente prevista nell’ambito dell’affidamento della prole nei casi in cui l’affidamento condiviso, che regola normalmente il rapporto tra due genitori, con l’altro genitore sia contrario all’interesse del minore.
In passato erano diverse da ora perché erano costituite da vedove con figli o, in alcuni casi, da ragazze madri. Oggi sono per lo più donne o, in pochi casi, uomini separati o divorziati.
Il fenomeno è la prova che è in atto una radicale trasformazione sociale, che non si può ignorare. E’ dovere delle istituzioni sostenere le “small families”. L’impegno deve essere diretto a rendere accessibili le risorse sociali ed economiche presenti sul territorio, conoscere e tutelare i diritti, sviluppare azioni di sostegno alla conciliazione famiglia-lavoro, e favorire la creazione di una rete fra famiglie monogenitoriali e monoparentali. Le iniziative messe in campo per ora da Regione Lombardia sono solo sperimentali e hanno coinvolto solo alcune Asl, serve invece farle diventare
Servono nuove “etichette” sociali insomma, oltre a quelle tradizionali, per poter applicare nuove tutele. In Lombardia, secondo i dati presentati da Federico Rappelli di Eupolis, sono il 13,2% i nuclei monogenitoriali e spesso non rientrano in nessuna categoria si specifica tutela. La loro principale paura? «L’isolamento – spiega Gisella Bassanini fondatrice della neonata Associazione “Small families” – Abbiamo identificato 5 profili tipo per i genitori soli e alcune proposte per migliorare la qualità della vita delle famiglie monoparentali». Le famiglie monogenitoriali, come è emerso dal convegno, devono essere accompagnate anche nell’abitare, una delle criticità maggiori e delle voci di spesa più alte nel reddito di un solo genitore è infatti quella della casa. «Il Comune di Milano ha messo a disposizione 250 alloggi per esperienze di nuova residenzialità dove collochiamo appunto, anche le small families – ha detto a questo proposito l’Assessore Pierfrancesco Majorino – Non serve infatti ritagliare degli spazi specifici per queste persone, serve non emarginarle e includerle, invece, nelle misure di sostegno e nell’accesso ai servizi di tutela».

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Valorizzare l’agricoltura sociale

agricoltura_sociale-300x201Reinserire nel mondo del lavoro soggetti svantaggiati, come ex-detenuti, ex-alcolisti, ex-tossicodipendenti, malati psichici, persone diversamente abili, e occuparsi di iniziative di carattere sociale. Mandando avanti molto bene un’azienda agricola, una cooperativa o un agriturismo di successo. E ottenendo finanziamenti, attraverso il Piano di sviluppo rurale, quindi direttamente dai fondi europei, ma anche le terre confiscate alla mafia. Potrebbe essere presto possibile per le aziende che in Lombardia fanno agricoltura sociale, ma soprattutto può aprire un ventaglio di opportunità anche per altri che finora non sapevano come muoversi, proprio perché manca un quadro normativo.

Il Gruppo regionale del Pd ha appena depositato un progetto di legge che mette nero su bianco la possibilità di fare agricoltura sociale e regola ciò che già esiste. Stamattina ho illustrato la proposta  nella sede del Pirellone,  assieme a Marco Boschetti, direttore del Consorzio agrituristico mantovano “Verdi terre d’acqua”, Franco Viganò, della Coafra Cooperativa Agricola Fraternità di Cernusco sul Naviglio (Mi), Giacomo Pedretti, dell’agriturismo e azienda agricola Cascina Sguazzarina di Castel Goffredo (Mn), Bruno Pelliccioli, della Aretè Cooperativa di Torre Boldone (Bg), Paola Riboni Vailati, dell’Agriturismo Le Cascine di Terranova dei Passerini (Lo), che hanno parlato della loro esperienza.

Il neo capogruppo del Pd Enrico Brambilla ha spiegato lo spirito che anima questa proposta: “Potrebbe sembrare un tema di nicchia, ma afferma la volontà del Pd di stare legati alle questioni concrete. E in questo caso proviamo a colmare un vuoto. Quindi, anche se non siamo noi a costruire l’agenda degli impegni di questa regione, facciamo proposte concrete alla Giunta Maroni”.

E io ho ribadito che questo è  l’atteggiamento vincente. Naturalmente, poi bisognerà trovare le convergenze con eventuali altre proposte ma noi diamo l’avvio a questo percorso che entra a pieno titolo nella filosofia di come intendiamo noi l’agricoltura. Ovvero, sostenibile, incentrata sulla filiera corta, e dunque anche sociale. Quindi, una nuova forma di agricoltura però con un’attenzione agli ultimi e al disagio sociale. Ricordo che molte aziende, in Lombardia, già fanno agricoltura sociale, ma senza alcun quadro normativo di riferimento, anche se la stessa Unione Europea ha affermato che il fenomeno, in forte crecita, va regolamentato dagli Stati membri e dalle Regioni.

E per quanto riguarda la proposta di legge, prossima a essere calendarizzata in Commissione, al di là delle linee di principio, vi abbiamo dato una visione sociale che la porta ad allargare il campo. Lo scopo del progetto di legge è un pieno riconoscimento dell’agricoltura sociale e prevede come attività di quest’ultima l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, l’assistenza e la riabilitazione delle persone con disabilità, l’accoglienza di persone fragili, l’integrazione di minori e adulti. Prevediamo, inoltre, che ci sia un accreditamento per le aziende, un albo, che abbiano delle premialità, ossia titoli preferenziali per partecipare a bandi e misure del Piano di sviluppo rurale, in costruzione in questo momento, e quindi possano accedere a finanziamenti che già sono previsti, quelli della Pac. Ma le premialità devono riguardare anche la fornitura, se offrono prodotti per le mense, e la distribuzione delle terre confiscate alla mafia.

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