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Un gioioso Natale e un felice 2017

AuguriNatale2016

Immagine utilizzata: H a p p y . N e w . Y e a r ! di Chris Hawes – Flickr – licenza CC BY-NC-SA 2.0

 

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A proposito della vicenda di Luigi Lusi…

La vicenda Luigi Lusi, tesoriere nazionale della Margherita indagato dai giudici della Procura di Roma con l’accusa di appropriazione indebita di 13 milioni di euro provenienti dai rimborsi elettorali destinati a Democrazia è libertà, è una vicenda che getta discredito per l’ennesima volta sulla politica. Una politica che molto spesso si discosta dalla vita di tutti i giorni, dai cittadini e perfino dalle istituzioni che tanti definendosi “ politici “ cercano di rappresentarne indegnamente. Una vicenda che getta discredito soprattutto su chi nella quotidianità lavora in diversi ambiti e vive la politica come servizio verso la comunità con vera passione e spirito di servizio sottraendo tempo ai nostri affetti, al lavoro, senza interessi o scopi ben precisi. Persone come Lusi fanno male alla politica che dovrebbe essere trasparente e lineare nei contenuti e nei confronti dei cittadini che ci danneggia e porta al disaffezione della politica e dei i partiti ritenuti non più credibili e inaffidabili. Questa vicenda ripropone l’urgenza di varare una legge, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che regoli la vita dei partiti, prevedendo nuove norme per il finanziamento pubblico e procedure efficaci di controllo sull’utilizzo delle risorse. Ci sentiamo, quindi, lesi sia economicamente che in termini di immagine. Auspico che i parlamentari del PD votino l’autorizzazione contro il senatore Luigi Lusi e che venga verificato al più presto se ha agito individualmente o se ha operato in sinergia con altri esponenti del partito.

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Lo stile di far politica negli anni ’50


Un intervista pubblicata quest’oggi dal Comune di Como sullo stile di far politica negli anni ’50, ma così attuale in un contesto come quello odierno:
“E’ l’ex assessore al Comune di Como nella giunta più lontana nel tempo. Nel 1956 il sindaco Lino Gelpi gli affidò, tra le altre, la delega all’Urbanistica. Stesso incarico, con il medesimo primo cittadino, nel 1960. Ingegnere meccanico, laureato al Politecnico di Milano, sposato, padre di cinque figli e più volte nonno, Giulio Veronesi, da sempre impegnato nel mondo cattolico e sul terreno sociale, accetta di parlare di quell’esperienza. Lo fa forte dei suoi 88 anni e di una mente lucidissima. “Purché non sembri una smania di apparire. Né mi va di fare la figura di nostalgico del tempo passato” però promette subito.
Ingegner Veronesi, lei dopo essere stato eletto come indipendente nella lista della DC, oltre mezzo secolo fa fu giovane assessore. Era già difficilissimo governare Como?Non era bellissimo. E le spiego perché. Tutti gli incarichi di sindaco, assessore e consigliere comunale erano svolti gratuitamente. E quanto la legge introdusse l’indennità, noi all’unanimità decidemmo di rinunciarvi. Questo faceva sì che la gente amasse la politica. E siccome una buona democrazia deve permettere a tutti di essere scelti, chi non aveva uno stipendio adeguato al tempo che doveva mettere a disposizione alla comunità, veniva aiutato con un fondo spese a disposizione del sindaco.
Altre caratteristiche del pubblico amministratore dell’epoca?Il concetto di esercizio della libertà era diverso. Essere liberi, allora, non significava fare ciò che si vuole. La coscienza e l’educazione imponevano limiti. Ed era molto spiccato il senso di responsabilità, a tutti i livelli. Inoltre, la magistratura era un organo nel quale si credeva di più, anche per la celerità dei giudizi. Uno ci pensava bene prima di fare il furbo…
Com’era il clima di quegli anni; c’era la litigiosità di oggi?Assolutamente no. L’avversario non era considerato nemico. Esisteva tra noi un rapporto umano diverso. Toccò a noi dare a Como il primo piano regolatore, che in Commissione fu approvato all’unanimità, nonostante la presenza di architetti appartenenti a diverse scuole di pensiero. Al momento del voto, l’architetto Attilio Terragni, del partito nazionale monarchico, fratello del grande Giuseppe Terragni, era ricoverato all’ospedale e volle far sapere al sindaco di essere anch’egli favorevole. Il rapporto che si era instaurato tra noi era di stima reciproca. Eravamo tutti amici. Potrei raccontare un aneddoto illuminante in tal senso.
Lo facciaQuando un consigliere comunale, venuto da fuori, si azzardò a fare insinuazioni su uno di noi, in aula si alzò sdegnato un altro esponente dell’opposizione. Disse quanto quelle parole fossero fuori luogo, citando per nome, uno ad uno, quasi tutti. Spiegò, per paradosso e con ironia, quanto fosse inimmaginabile rivolgere accuse ad uno, ad altro, o ad altro ancora, in quel consesso, dove ci si conosceva personalmente fin dalle rispettive famiglie e dove vigeva la stima reciproca…
Cosa ricorda di qualificante in quel periodo di amministrazione della città?In termini immateriali proprio questa capacità di privilegiare discussioni costruttive. Ciò faceva risparmiare tempo e aumentava la capacità di rendimento nelle realizzazioni per la città. Quanto alle opere fu il periodo della nascita della Biblioteca comunale, della passeggiata a lago di Villa Olmo, di tante nuove scuole elementari. Progettammo il nuovo palazzo di giustizia, la futura Pinacoteca…
Dunque le opere venivano condotte in porto…Sì, torniamo al punto di prima: c’era meno litigiosità. Avevamo spesso la collaborazione operativa della minoranza. Se qualcuno era competente, lo si interpellava indipendentemente dalla sua posizione politicia. Io l’ho fatto con il piano regolatore, con qualche collega dell’opposizione.
Arrivano le elezioni. Cosa suggerisce a chi sarà in lizza per gestire la cosa pubblica a Como?Auspicherei onestà e competenza tecnica. Ma, detto questo, raccomanderei di non privilegiare la speculazione politica. Il consiglio comunale non è un palcoscenico per mettersi in mostra. La città va amata in modo disinteressato. Poi, ricordo sempre l’insegnamento di Lino Gelpi: “la politica è l’arte del possibile”. Tradotto: se una cosa non si può fare, è inevitabile non farla.
Intervista di Marco Guggiari – Corriere di Como – 18 ottobre 2011

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Sara Valmaggi eletta vicepresidente del Consiglio Regionale

Sara Valmaggi è stata eletta vicepresidente del Consiglio regionale con 27 voti. La votazione si è svolta nella prima seduta dell’Assemblea regionale dopo la pausa estiva.

La votazione – Il PD presenta Sara Valmaggi, IDV il capogruppo Zamponi, Sel non partecipa al voto in polemica con la permanenza in ufficio di presidenza di Ponzoni, l’UDC propone il capogruppo Quadrini. PDL e Lega garantiscono il numero legale e Margherita Peroni, presidente della commissione sanità, di cui Sara fa parte, dichiara che la sosterrà, per il rigore e la serietà che ha sempre dimostrato.

I commenti – «Sara Valmaggi – dichiara il capogruppo Luca Gaffuri – è una consigliera regionale capace e apprezzata oltre i confini dell’opposizione. Particolarmente piacere ci ha fatto l’attestazione di stima, pur nella differenza di vedute e posizioni politiche, fatta in Aula dalla presidente della commissione sanità e assistenza Margherita Peroni, del PDL. Anche gli avversari le riconoscono il rigore, la competenza e l’impegno costante, doti che, siamo certi, le permetteranno di svolgere al meglio il ruolo di vicepresidente dell’assemblea».

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Martinazzoli: ci ha lasciato in eredità il rigore nella politica, insegnamento che non dimenticheremo mai

Luca Gaffuri, capogruppo del Pd, ha partecipato oggi ai funerali di Mino Martinazzoli, leader storico della Dc e fondatore del Ppi, in rappresentanza del Consiglio regionale di Regione Lombardia. Gaffuri era accompagnato da una delegazione del Gruppo regionale del Pd.

“Quest’oggi abbiamo rivolto l’estremo saluto a una personalità il cui esempio e impegno politico sono indiscutibilmente attuali, visto il modo in cui Mino Martinazzoli considerava la politica, ovvero come strumento per affrontare i problemi della società civile – sottolinea Gaffuri -. Per chi ne ha ammirato le idee, come coloro, anche tra i più giovani, che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo in questi ultimi anni nelle nostre scuole di formazione politica estive, rimarrà un punto di riferimento sempre attuale e un esempio di personalità di grande statura intellettuale e morale, oltre che politica. Di lui amiamo ricordare – continua Gaffuri – una dialettica sui generis, spesso ricca di aforismi fulminanti, e una sagacia non comune. Ma anche la profondità di pensiero, l’umanità che lo ha portato fino all’ultimo a stare vicino soprattutto alle nuove generazioni, la dignità e il coraggio delle sfide, non ultima quella che lo ha visto contrapporsi a Formigoni nella campagna elettorale per le regionali del 2000. E senza timori aveva affrontato, dopo una carriera politica stellare, il suo nuovo ruolo dai banchi dell’opposizione. Allo stesso modo si era messo a disposizione del suo territorio per ricoprire un compito spesso ingrato e difficile, quello di sindaco, oltre tutto di una città grande e complicata come Brescia. Ma lo aveva affrontato con il solito rigore, quello con cui riteneva ci si dovesse muovere in politica, dentro il partito e nelle istituzioni. Un insegnamento che non dimenticheremo mai”.

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“La Regione tagli se stessa: chiudiamo i Pirellini”

Dal quotidiano “La Provincia” del 18 agosto 2011: “Federalismo fiscale già finito prima di nascere e tagli alle regioni: il governatore lombardo, Roberto Formigoni, ha protestato per la manovra di Ferragosto, rappresenta una punizione per la Lombardia, locomotiva d’Italia e per nulla sprecona.
«Ma davvero in Lombardia non c’è niente da razionalizzare per risparmiare sulla spesa?», chiede Luca Gaffuri, Pd, consigliere regionale comasco e capogruppo in consiglio. Forse vuol suggerire, come ha già fatto qualcuno, di chiudere gli uffici della Regione a Roma o a Bruxelles. Non lo esclude, ma la sua proposta plana direttamente sulla nostra città, tra Via Benzi, via Einaudi e Viale Varese, sul palazzo turchese, quattro piani, accanto alla basilica del Crocifisso. È il “Pirellino”, sede territoriale della Regione, già da qualche anno al centro di critiche perché sottoutilizzato.
«Suggerisco di chiudere il Pirellino»: è la proposta di Gaffuri. Inaugurato nel 2001, aveva consentito di accorpare in una proprietà regionale di 1.800 metri quadrati, acquistata per otto milioni di euro da un privato, tutti gli uffici lombardi allora sparsi per la città: dieci anni fa, erano 80 i dipendenti. Adesso, sono 45; costi complessivi per gestione, manutenzione, stipendi, circa 2,3 milioni di euro l’anno.
I posti di lavoro sono intoccabili: «Certo, i dipendenti non vanno trasferiti di forza a Milano, ma potrebbero svolgere le stesse funzioni nei Comuni o in amministrazione provinciale, in convenzione con la Regione», sottolinea il consigliere Pd.

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Per Natale

La festa è ormai imminente: permettetemi di condividere con voi una riflessione e di fare il più sincero augurio di un sereno Natale. 

«Il compito dell’amore politico è quello di creare e custodire le condizioni che permettono a tutti gli altri amori di fiorire: l’amore dei giovani che vogliono sposarsi e hanno bisogno di una casa e di un lavoro, l’amore di chi vuole studiare e ha bisogno di scuole e di libri, l’amore di chi si dedica alla propria azienda e ha bisogno di strade e ferrovie, di regole certe… La politica è perciò l’amore degli amori, che raccoglie nell’unità di un disegno comune la ricchezza delle persone e dei gruppi, consentendo a ciascuno di realizzare liberamente la propria vocazione. Ma fa pure in modo che collaborino tra loro, facendo incontrare i bisogni con le risorse, le domande con le risposte, infondendo in tutti fiducia gli uni negli altri» (Chiara Lubich)

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I cinque motivi per cui Bruni dice che Como vale così poco

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Il sindaco di Como stupisce: dichiara di non avere sentito in questi anni la mancanza di un assessore regionale comasco. In verità questa presa di posizione non pecca d’incoerenza e per l’ennesima volta il sindaco va contro il sentire comune dei suoi cittadini che oggi si chiedono se davvero Como valga tanto poco nel panorama politico lombardo, da non riuscire a esprimere un personaggio che per autorevolezza e competenza possa sedere nella giunta Formigoni.

 Evidentemente per il primo cittadino comasco erra pure il senatore Butti, massimo responsabile provinciale del PDL, che ha espresso il suo disappunto per la mancata nomina di un comasco –  foss’anche leghista o di un “cespuglio” del centrodestra, come ha detto alla stampa – e sbagliano gli uomini delle organizzazioni economiche che avevano caldeggiato presso Formigoni la scelta di Giorgio Pozzi. Sgombriamo il campo dai pettegolezzi. Un annetto fa le cronache politiche locali raccontavano di un sindaco Bruni tentato di abbandonare Palazzo Cernezzi per affrontare l’avventura regionale, magari con la prospettiva di essere lui l’assessore comasco: pensare, però, che le attuali dichiarazioni siano frutto di personale frustrazione sarebbe meschino. E allora le motivazioni, come si confà a un uomo politico, saranno dettate da visioni politiche. Le elencherò in maniera un po’ ironica. Primo, restare in sella: tanto c’è ancora Formigoni che ti guarda le spalle (vedi il cosiddetto “abbattimento” del muro sul lungolago) e sostenere la candidatura di Pozzi a un assessorato rischia di far saltare i voti rinaldiniani in comune. Secondo, il migliore assessore regionale è quello che non c’è e, se c’è, non si fa mai vedere. Certo, Bruni sarebbe stato perfetto: è mancato per due anni alle riunioni del Tavolo provinciale per la competitività, dove si stanno prendendo decisioni importanti per lo sviluppo comasco nel breve e medio periodo, né si hanno sue notizie per quanto riguarda gli accordi di programma stretti tra Regione e Comune di Como (pensiamo solo all’accordo per la realizzazione del campus universitario a San Martino); anche la cancellazione del secondo lotto della tangenziale cittadina e l’introduzione del pedaggio non hanno provocato dal municipio una voce di dissenso. Terzo, dove si prendono le decisioni a Milano un comasco comunque c’è, Fulvio Caradonna: Formigoni l’ha insediato nel cda d’Infrastrutture Lombarde, società regionale che non solo penserà alla gara per l’arredo del lungolago ma aveva anche un progetto di valorizzazione dell’area del Sant’Anna a Camerlata che ai comaschi non piacque – non si prevedeva la realizzazione della cittadella sanitaria – ma a Bruni sì. Quarto, perché preoccuparsi se la provincia di Como non avrà voce in giunta regionale? Sono anni che il Comune di Como si muove senza tener conto del territorio circostante e senza coordinarsi con esso. Quinto: l’obiettivo – Bruni dixit nella campagna elettorale comunale del 2007 – è che Como diventi il quartiere-giardino di Milano, quindi è più preoccupante che non vi siano comaschi nella giunta Moratti. Torniamo a un tono più serio. Che non avverta un problema di mancata rappresentanza nel luogo – la giunta regionale – in cui si prendono le decisioni, denota la noncuranza del sindaco, anche rispetto alle attese del territorio e delle categorie produttive locali. Che non riesca a far valere i risultati elettorali che, nonostante tutto, consegue e non esprima personalità in grado di farsi premiare con un incarico di peso effettivo, pone di nuovo in dubbio – se mai ce ne fosse bisogno – che il centrodestra locale (Lega inclusa) sia capace di difendere efficacemente gli interessi della nostra comunità. La sfida del Partito Democratico comasco è tutta qui: continuare a denunciare la marginalizzazione progressiva della provincia di Como (tanto più ora che in molti convergono su questa nostra analisi) e fare ciò che gli altri non fanno, cioè difendere lo sviluppo produttivo e occupazionale comasco, il nostro tessuto sociale, la vivibilità del territorio. Due idee per iniziare: trasporto ferroviario, nonostante le contrarietà del centrodestra espresse in consiglio comunale di Como, e polo logistico, questione strategica che gli amministratori locali non affrontano.

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A Como c’è incapacità nel progettare

Investire

L’analisi dei conti comunali del Sole – 24 Ore serve un assist all’opposizione, che attacca sul punto debole di Como: gli investimenti. Palazzo Cernezzi è 83esimo su 110 capoluoghi Italiani, praticamente in fondo alla classifica.

«È sinonimo di incapacità progettuale – commenta Luca Gaffuri, eletto tra l’altro ieri capogruppo Pd in Regione – e indica come questa amministrazione non sia in grado di reperire fondi da Regione, Stato ed Europa. L’immobilismo negli investimenti è davanti agli occhi di tutti: le ultime due opere importanti, autosilo Valmulini e viadotto dei Lavatoi, sono un’eredità di Alberto Botta. Da quando amministra Bruni non si vede nulla di nuovo».
Gaffuri è un commercialista, finanza e bilanci sono la sua materia. «Il Comune ha perseguito una politica di abbassamento del debito. Oggi, l’unico modo per fare opere è ricorrere a un indebitamento responsabile, visto che peraltro ci troviamo in un momento in cui i tassi sono molto bassi».
Gli investimenti, secondo Gaffuri, sono stati frenati anche dalla mancata vendita della Ticosa, ipotesi confermata dall’assessore al Bilancio Sergio Gaddi. «La giunta Bruni per 3 anni, escluso il presente, ha messo nel preventivo l’introito della Ticosa, con il quale contava di fare investimenti. Quei soldi non sono mai entrati nelle casse comunali. Anche il costo del personale comunale andrebbe approfondito – conclude Gaffuri – Com’è noto, il Comune ha affidato alcuni servizi ad aziende esterne controllate».

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