Si discuterà di piccoli comuni nella seduta odierna del Consiglio regionale. A sottoporre la questione all’Aula sarà il PD, che ha presentato una mozione per invitare la Regione a dire la propria sulle confuse normative in merito alle unioni dei comuni scaturite dalle due ultime manovre finanziarie correttive.
La Lombardia è la Regione italiana con il maggior numero di piccoli comuni, e la Provincia di Como conta 130 municipalità con meno di 5000 abitanti sul totale di 160. Molti di questi si sono nel tempo associati nelle funzioni, e infatti sono quattro le unioni dei comuni oggi attive che riuniscono 20 centri (una è in liquidazione), e tre le comunità montane, per un totale di 88 comuni.
Il problema si presenta innanzitutto per le unioni, poiché tre su quattro non sono in regola con le norme introdotte nelle due manovre finanziarie del 31 maggio e del 13 agosto scorsi, che prevedono che tutti i comuni sotto i mille abitanti debbano associare le funzioni con altri centri per una popolazione non inferiore a 5mila residenti, 3mila se in montagna. Non solo, per come è scritta, la normativa scoraggia l’unione tra i comuni sotto i mille abitanti e quelli che superano quella soglia: l’unione, come concepita dalle norme citate e a differenza di quanto previsto finora, prevede la decadenza di tutte le giunte comunali dei centri che si associano e la riduzione delle prerogative dei consigli. È un meccanismo che scatta quando nelle unioni ci sono comuni con meno di mille abitanti, ragione che rischia di mettere in crisi le quattro unioni di questo tipo già operanti.
Non va meglio ai comuni tra i mille e i cinquemila abitanti, che devono associarsi fino a raggiungere una popolazione di 10mila almeno per due funzioni entro il 31 dicembre 2011 e per sei entro la fine del 2012.
Dulcis in fundo, tutti i piccoli comuni nei prossimi tre anni dovranno assoggettarsi al patto di stabilità, finora riservato ai comuni sopra i 5mila. Il che significa che si troveranno a fare i conti con maggiori ristrettezze di bilancio.
Il Partito Democratico è molto critico e nella mozione chiede alla Regione di assumere la responsabilità che la legge le riserva.
“In questo quadro già confuso e contradditorio – spiega il capogruppo al Pirellone Luca Gaffuri – consideriamo veramente irresponsabile l’atteggiamento della Regione che finora si è rifiutata di assumersi la responsabilità di predisporre una legge in base alle competenze che le vengono assegnate dalla legge nazionale. Abbiamo scritto una mozione in cui invitiamo la giunta regionale a chiarire alcuni punti fondamentali su cui si deve pronunciare: compiere una scelta rispetto alle unioni già esistenti e funzionanti, che non ha senso smantellare; esprimersi rispetto alle funzioni delle comunità montane, che sono pur sempre forme di associazione dei comuni, e definire gli ambiti territoriali entro cui hanno senso le aggregazioni, con la condivisione delle amministrazioni locali. È chiaro che smantellare le unioni già funzionanti per costituirne altre significherebbe buttar via un lavoro già fatto, con relative spese e spreco delle risorse già stanziate”.
E il documento del PD arriva a ipotizzare anche il ricorso alla Corte Costituzionale da parte della Regione perché ne vengano tutelate le prerogative istituzionali in materia di disciplina delle forme associative.
In dettaglioLe tre unioni messe a rischio sono la “Della tremezzina” (Tremezzo, Colonno, Griante, Lenno, Ossuccio), “Lario di Ponente” (Moltrasio, Carate Urio, Brienno e Laglio), “Lario e monti” (Blevio, Torno, Faggeto Lario, Pognana Lario, Veleso, Zelbio e Nesso). Tutte queste hanno almeno un comune sotto i mille abitanti, pertanto incappano nelle restrizioni relative alla decadenza della giunta e alla limitazione dei poteri dei consigli comunali che, come previsto dalla legge nazionale, vale per tutte le amministrazioni coinvolte, anche quelle che amministrano più di mille cittadini. Rimane indenne solo l’unione “Terre di frontiera”, composta da comuni tutti sopra i mille abitanti (Bizzarone, Ronago, Uggiate – Trevano, Faloppio). Si è invece sciolta di recente la “Riviera del Bregagno” (Cremia, Musso e Pianello del Lario), e forse dovrà ricomporsi e aggiungere altri comuni: la popolazione non raggiungeva quota tremila, come richiesto alle unioni di comuni montani, fermandosi a quota 2785.
Per capire le possibili ricadute della normativa attuale basta considerare il caso dell’unione “Lario e monti”, che potrebbe trovarsi a perdere i comuni di Pognana, Veleso e Zelbio per evitare la decadenza delle giunte. Ma in questo modo l’unione risulterebbe spezzata in due dal territorio di Pognana, mentre per raggiungere i diecimila abitanti dovrebbe inglobare anche Lezzeno e Bellagio, con il risultato di dover gestire unitariamente, da Blevio a Bellagio, le funzioni generali di amministrazione, di polizia locale, di istruzione pubblica, della viabilità e dei trasporti, funzioni riguardanti la gestione del territorio e dell’ambiente e del settore sociale. E, in aggiunta, Pognana, Veleso e Zelbio, 1289 abitanti in tutto, dovrebbero unirsi ad altri comuni non contigui per realizzare un’unione di almeno tremila abitanti. Problemi analoghi si verificherebbero in zone come la Val Cavargna e la Val d’Intelvi e in tutto l’alto lago. E che dire di Castelnuovo Bozzente, unico comune con meno di mille abitanti nel raggio di diversi chilometri?




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