Archivi del mese: luglio 2010

Infiltrazioni nella pubblica amministrazione: Si aggrava ulteriormente il quadro: ora nuovi meccanismi di nomina

“Non passa giorno senza che emergano dalla stampa pezzi di malaffare – dicono i due esponenti del Partito democratico –. Non possiamo non rafforzare l’assoluta preoccupazione per questi scenari. Rinnoviamo l’urgenza di chiarezza e dunque la richiesta di convocazione di una seduta straordinaria del Consiglio regionale che possa discutere della diffusione di fenomeni criminali o corruttivi in contesti amministrativi”. E riguardo ai soggetti presumibilmente coinvolti, Martina e Gaffuri prendono atto “di quanto essi dicono, ma non possono bastare questi elementi per tracciare un quadro sereno. Alla giustizia compete la responsabilità di accertare le eventuali questioni penali, ma la responsabilità politica va oltre ed è sul piano politico che dobbiamo insistere affinché, a tutti i livelli e in tutte le sedi, sia data la disponibilità a chiarire e venga consentito anche al Consiglio regionale di discutere”. Ma l’Aula sarebbe solo il primo passo, chiosano Gaffuri e Martina: “Vanno rivisti i meccanismi di nomina. Vanno creati gli anticorpi affinché l’amministrazione pubblica non sia facile preda di fenomeni criminosi”.

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Nomine di competenza regionale: “Un codice etico per garantire trasparenza e legalità”

Sede della Regione Lombardia“La Giunta aveva invece la possibilità, in occasione della revisione delle idoneità per coloro che potranno essere nominati direttori generali, di rendere più stringenti i requisiti inserendo nei reati incompatibili con quel ruolo anche l’abuso d’ufficio, oggi escluso – afferma il capogruppo del Pd Luca Gaffuri – . Sono quindi cadute nel vuoto le parole dell’Assessore leghista. Non c’è stata la volontà da parte della Giunta di dare un segnale forte dato il momento di emergenza che sta vivendo la sanità lombarda”. Il capogruppo del Pd annuncia una mozione con la quale chiederà che la Regione Lombardia si doti di un codice etico, per tutte le nomine di sua competenza, che preveda il restringimento dei requisiti escludendo tutti coloro che hanno avuto condanne definitive o sono stati rinviati a giudizio a garanzia della trasparenza e della legalità di cui oggi più che mai si sente la necessità.

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Manovra: «Formigoni ha abbassato l’asticella»

Sede della Regione LombardiaI tagli della manovra sono pesantissimi e incidono sui servizi ai cittadini, mentre alle Regioni non è nemmeno data la possibilità, se non per una parte minore, di decidere autonomamente dove e come tagliare. Ma la riduzione di treni, autobus e corriere del 30% è indubbiamente insostenibile e rischia di generare proteste plateali, visto che i pendolari sono già esasperati. Sicuramente il PD è pronto a scendere in piazza in difesa dei servizi essenziali come i trasporti, la casa, la formazione per lavoratori e studenti, il sostegno ad anziani e disabili». Lo dichiara il capogruppo del PD in Regione Luca Gaffuri a commento delle dichiarazioni del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni in merito ai tagli della manovra.

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Tagli del 10% agli stipendi dei consiglieri regionali, non solo dei parlamentari

Sede della Regione Lombardia«Crediamo sia necessario dare un segnale forte anche in Lombardia. Per questo pensiamo che ridurre del 10% lo stipendio complessivo dei consiglieri regionali, degli assessori e del presidente della giunta sia una proposta ragionevole su cui speriamo si sia tutti d’accordo». Lo dichiarano Luca Gaffuri e Giuseppe Civati, capogruppo e consigliere regionali del Pd, riprendendo la proposta del Presidente della Camera Fini sulla riduzione degli emolumenti di deputati e senatori. Civati e Gaffuri colgono anche la disponibilità del governatore Formigoni, il quale ha rilanciato ieri la proposta di riduzione degli stipendi senza però specificare l’entità. «Ciò che va ridotto del 10% – spiegano ancora Gaffuri e Civati – è il complesso degli emolumenti e non solo la voce che si riferisce all’indennità. In un momento come questo, anche i simboli contano».

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Expo: Como si sveglia sempre in ritardo

“Però, inspiegabilmente Como e l’area del Lario non potranno partecipare, nonostante l’evidente presenza del lago – commenta Luca Gaffuri, capogruppo regionale del Pd –: il bando è destinato all’area dei Navigli, ai territori del Ticino e dell’Adda meridionali e ai comuni rivieraschi del Po. Tutto tranne il nostro lago”. Ora il Comune di Como vuole rientrare a tutti i costi nel bando e ha già fatto le prime mosse. “È bene che Como si muova – continua Gaffuri –. Tuttavia, l’esclusione è datata dicembre 2009, quando la Giunta regionale, su proposta del presidente Formigoni, ha approvato i criteri del bando: l’iniziativa che la Giunta ha adottato allora era rivolta all’area dei Navigli ricompresa tra Ticino e Adda, che costituisce un luogo emblematico dove è possibile ripercorrere l’evoluzione della civiltà idraulica in Lombardia, recitava la delibera”. Lo stesso documento della giunta riconosceva, però, che “i laghi lombardi costituiscono un marchio prestigioso che nei secoli ha attratto il turismo straniero e italiano”, con il suo eccezionale patrimonio di ville storiche, monumenti, giardini e darsene. “Ma allora perché Como è fuori dal bando? – si chiede Gaffuri –. Certo l’area dei Navigli è più vicina al sito di Rho-Pero, sede dell’Expo. Perciò, occorrerebbe ricordare a Formigoni che nella zona, oltre al Parco del Ticino o a quelli dell’Adda nord e sud, o al Parco delle Groane, che giunge sino a Lentate sul Seveso, ci sono i Parchi della Valle del Lambro e del Lura, che sono in provincia di Como e presentano caratteristiche ambientali e paesaggistiche degne di valorizzazione. Averli esclusi non pare giustificato”, continua Gaffuri. Un altro aspetto che può avere influito su questa scelta, è la prontezza con cui altre zone hanno iniziato a organizzarsi in vista dell’Expo: “E’ un caso che i documenti approvati dalla Giunta in dicembre menzionino l’itinerario fluviale Locarno-Milano, attraverso il lago Maggiore, il Ticino e i Navigli? – si domanda ancora Gaffuri –. Forse no, considerando che i contatti tra la città svizzera e il capoluogo ambrosiano su questo progetto risalgono al 2008”. Como dunque è in ritardo e il Tavolo provinciale di coordinamento territoriale, dove il Comune è referente per quanto riguarda l’accoglienza e la cultura, ha iniziato a muoversi solo da alcune settimane: “Del resto la delibera della Giunta di dicembre prevede la possibilità di avviare ulteriori circuiti d’acqua localizzati anche in altre aree del territorio regionale. Non è stato fatto prima, ma si può recuperare il tempo perduto – conclude Gaffuri –. A patto di lavorare bene, visto che il Lario ha caratteristiche eccezionali ambientali e culturali che garantiscono il successo, e magari in sinergia con i vicini lecchesi: il lago è uno solo ma, ad esempio, i servizi di navigazione oggi sono praticamente spezzati in due “tronconi”. Inoltre, la valorizzazione dei laghi briantei è questione che riguarda entrambe le province. Mentre l’area del Ceresio può stringere collaborazione con Lugano, che già in passato s’è detta interessata alla partita di Expo”.

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Manovra: a Como stanno rubando anche la seta

I tagli imposti dalla manovra finanziaria del governo prevedono soppressioni ingiustificate di enti la cui importanza è strategica per il territorio, come già segnalato dal Pd. Nel calderone dei tagli è stato inserita anche la Stazione Sperimentale per la Seta di Como.

“Dopo aver premiato Milano sui circuiti turistici incentrati sull’acqua, ora a Como si ruba anche la seta. Formigoni e Berlusconi scippano le specificità del territorio comasco. Cosa ci dobbiamo aspettare ancora?” chiede il capogruppo del Pd Luca Gaffuri. La volontà è infatti quella di realizzare un’unica stazione sperimentale suddivisa per sezioni di cui si farà carico la Camera di Commercio di Milano dall’entrata in vigore del nuovo decreto. La Stazione Sperimentale per la seta è un ente di ricerca e di servizi per il settore tessile/abbigliamento e serico in particolare. Istituita a Milano nel 1923, sino ad oggi era un ente pubblico economico con due sedi, una Milano e una a Como (istituita nel 1993 con proprie peculiarità). Due laboratori di ricerca molto avanzati sono attrezzati per elaborare una grande varietà di servizi e di ricerche indispensabili per chi opera nel settore tessile. Tra l’altro la Stazione si occupa di filati e tessuti innovativi e si pone al servizio delle aziende che effettuano verifiche sulle caratteristiche tecnico-qualitative dei prodotto in caso di contestazioni. Si occupa della formazione professionale di tecnici del settore tessile a diversi livelli, pubblica l’unica rivista nazionale dedicata al settore serico e diffonde dati statistici aggiornati semestralmente. Il laboratorio di Como, in particolare, collaborando con i corsi di laurea in chimica dell’Università dell’Insubria, è specializzato negli studi sulle problematiche ambientali legate al tessile. Il capogruppo del Pd Gaffuri chiede a Regione Lombardia, in un momento in cui l’innovazione e la ricerca sono fondamentali per la manifattura italiana, quali iniziative intenda assumere presso il Ministero per tutelare questo presidio scientifico fondamentale al fine di evitare la prospettiva dell’inglobamento della Stazione e la dispersione del suo patrimonio tecnico-economico.

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Non basta un’etichetta per difendere il made-in

Non basta un’etichetta con scritto Made in Italy per difendere i prodotti italiani e le eccellenze comasche dalla concorrenza estera e dalla contraffazione: è necessario un ampio sistema di strumenti di tutela perché il cittadino scelga la qualità e la sicurezza dei nostri prodotti. E’ questo quanto emerso durante l’utile e stimolante convegno “Italiano Autentico Sicuro” organizzato a Como al Palazzo Terragni dal Tavolo per il Made In.

Prima di tutto, visto che la legge Reguzzoni/Versace dell’aprile 2010 non è ancora sufficiente, serve una normativa chiara che non preveda solo l’ennesimo obbligo da rispettare e una nuova etichetta da apporre per le nostre aziende ma che, con l’introduzione del marchio Italiano Autentico Sicuro, cioè la traduzione italiana di quello che a livello europeo è definito Made in, garantisca i nostri prodotti come sinonimo di un prodotto fatto con materie prime di qualità e la cui lavorazione rispetta standard ambientali, di tutela dei lavoratori e di sicurezza.

All’europarlamento si stanno discutendo due diversi provvedimenti in materia: il primo sull’etichettatura dei prodotti tessili e il secondo sull’indicazione del paese di origine nel commercio con i paesi terzi. Il primo, appena votato, obbliga i produttori a inserire l’indicazione di origine: per avere la denominazione Made In Italy devono essere fatte in Italia due delle quattro fasi di lavorazione di un capo di abbigliamento. Questo è ancora troppo poco; per garantire i nostri prodotti serve che in Italia sia fatta l’ultima delle quattro fasi (quella cioè del confezionamento) perché è quella fondamentale per garantire la qualità e la sicurezza per i consumatori, così come ha spiegato l’onorevole del Partito Democratico Gianluca Susta durante il convegno.

Per tutelare consumatori e produttori la normativa però non basta. Oggi sono in commercio numerose merci contraffatte: non solo le borsette griffate sui marciapiedi delle grandi città, ma anche medicinali e pezzi di ricambio per auto. Il danno è prima di tutto economico: nel nostro territorio le aziende sono per il 90 % piccole o micro e proprio queste realtà hanno fatto un grandissimo sforzo di investimenti per poter garantire gli attuali standard attuali di qualità e sicurezza che rendono i prodotti comaschi unici e sinonimo di qualità in tutto il mondo. Proprio per tutelarle servono migliori strumenti per i controlli e, anche a livello europeo, si devono pensare sistemi anticontraffazione migliori di rispetto al semplice osservatorio oggi esistente, ad esempio un’authority, o una normativa in materia doganale più stringente, per evitare che dai porti del Nord entrino nell’Ue merci false. Su questo l’onorevole Susta, ex sindaco di Biella, si è battuto molto sin dal suo insediamento a Bruxelles e su questo bisogna continuare a lavorare.

I danni legati a merci contraffatte non sono solo di carattere economico ma hanno anche un risvolto sociale: dietro a un falso, come ha ricordato il comandante della GdF Mecarelli, molto spesso ci sono lavoratori clandestini sfruttati o bambini costretti a lavorare sin dalla tenera età. Tutelare il Made in significa anche contrastare queste forme di sfruttamento: come partito riformista non possiamo delegare ad altri questo impegno, né tollerare che sullo sfruttamento prosperi la concorrenza sleale.

Etichette e controlli, tuttavia, sembrano non bastare: le ricerche di mercato e i sondaggi dimostrano, infatti, che pochi consumatori leggono l’etichetta dei prodotti che acquistano. Dobbiamo quindi trasformare il marchio Made in, attraverso campagne di informazione e sensibilizzazione, in un plus valore che richiami nel cittadino un’idea di un prodotto migliore rispetto agli standard che si dicevano prima.

La nostra zona consoce già un esperimento di marchio di qualità, come Seri.co che permette di riconoscere nel mondo la prestigiosa seta comasca. Da Como a Bruxelles speriamo che questo strumento si possa arrivare anche in altri settori grazie all’introduzione del Made in, o dell’Italiano Autentico Sicuro, come piace dire ai nostri concittadini: non perché siamo protezionisti ma piuttosto perché siamo fieri dell’eccellenza dei nostri prodotti da esportare.

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Brancher si è dimesso: la prima previsione di Enrico Letta si è verificata, ora aspettiamo le altre.

Questa maggioranza non è in grado di governare, la parola passi al Capo dello Stato che con la sua saggezza saprà trovare la soluzione migliore». Enrico Letta, vicesegretario Pd, rilancia l’ipotesi del dopo-Berlusconi, dopo che sabato Bersani ha parlato di «altre ipotesi se il governo non ce la fa».  

Cosa vi fa credere che il Cavaliere sia davvero al capolinea?
«La somma delle due grandi questioni, democratica e sociale, esemplificate dalle intercettazioni e dalla manovra: su questi due temi chiave il governo ha fallito e sta implodendo. Era una maggioranza fatta per vincere e non per governare».

Vede una crisi alle porte?
«Sono crepe non più suturabili. Siamo in una situazione di pre-crisi, il primo passaggio decisivo è giovedì: il voto della Camera sulla nostra mozione di sfiducia a Brancher. Penso che ci saranno sorprese, tra assenze e casi di coscienza: abbiamo fondate speranze che il ministro sarà costretto a dimettersi. Il secondo passaggio è il caos della manovra che dimostra che il Paese non è governato: la confusione sui 40 anni di contributi, i tagli alle tredicesime, gli insulti di Tremonti alle regioni “cialtrone” del sud».

Crede che Berlusconi possa mollare? E se accadesse, vede un fronte delle opposizioni compatto? Di Pietro vuole le urne, Casini un altro governo del Cavaliere…
«La maggioranza è vicina al capolinea, per noi il punto di partenza è che Berlusconi si faccia da parte. Il Pd non prefigura oggi gli scenari del dopo, perché il ruolo guida spetta al Capo dello Stato e per fortuna c’è Napolitano, riconosciuto come massimo punto di equilibrio. Ragioneremo a seconda di come la crisi si evolverà: i comportamenti saranno decisivi per valutare la credibilità dei vari soggetti sul dopo».

Si riferisce a Fini?
«Vale per tutti. Quando il governo cadrà non ci tireremo indietro dalle responsabilità per il bene del Paese, ben sapendo che il pallino sarà nelle mani di Napolitano. Ora però è prematuro avventurarsi in ipotesi di governi tecnici o governissimi».

Non chiederete il ritorno alle urne?
«Dipende dagli scenari. C’è in corso una manovra, bisogna capire se verrà approvata oppure no. Il primo interrogativo è questo, visto che ci sono di mezzo 25 miliardi e la tenuta dei conti pubblici».

E il fronte delle opposizioni?
«Faccio un appello a tutte le opposizioni: far cadere il governo è la priorità e uniti possiamo farcela, a partire dalle mozione su Brancher».

Franceschini ha detto che il Pd voterà gli emendamenti dei finiani. C’è chi teme un “inciucio”…
«Capisco i dubbi, ma Franceschini ha fatto bene. Dobbiamo infilarci in tutte le contraddizioni della maggioranza, dal pasticcio Brancher alle intercettazioni. Non ci basta condurre una battaglia di grande coraggio e visibilità e poi perdere: tutti gli emendamenti che rendono meno devastante quel testo vanno appoggiati. Ed è positivo che Fini e la Bongiorno si muovano in questa direzione».

Crede che Fini sia pronto alla crisi?
«Mantengo delle riserve, ma credo che sia Berlusconi a voler chiudere i conti con lui, come fece nel 1994 con Bossi. Mi auguro che anche stavolta gli si ritorca contro».

Esclude un governo con Pd e Pdl?
«Escludo una cosa sola: un nostro governo insieme a Berlusconi. Il Berlusconi dell’ultimo mese, della nomina di Brancher, della truffa al Capo dello Stato, è un soggetto di cui l’Italia deve liberarsi».

E con Tremonti?
«Per noi Berlusconi si deve fare da parte».

Insisto: davvero crede che il Cavaliere possa mollare il potere?
«Lui no, ma intorno a lui non vedo forze politiche intere che vogliano immolare se stesse e i loro valori per sostenere uno che non è più credibile. La Lega e Fini hanno fatto della legalità e della sicurezza i loro punti fermi. Come fanno a votare norme che aumenteranno l’illegalità?».

Eppure in questi anni hanno votato tutte le leggi ad personam…
«Sì, ma con le intercettazioni siamo oltre. Il procuratore Antimafia Grasso ha detto che le nuove norme sulle intercettazioni porteranno più insicurezza nel Nord, dove non ci sono i reati tipicamente mafiosi. Ieri ho detto che per gli italiani le intercettazioni non sono una priorità: ma l’italiano medio non vuole un abbassamento della guardia verso la criminalità, e su questo l’opinione pubblica è sempre più in allerta».

Bossi, prima dell’ok ai decreti sul federalismo, la spina non la stacca…
«La parola federalismo è stata sputtanata affiancandola a Brancher, fatto ministro per fuggire alla giustizia. E poi nella relazione di Tremonti al Cdm non c’era nulla di sostanziale. A me pare chiaro che con Berlusconi la Lega non otterrà il federalismo».

Su questo punto siete disposti a dare garanzie a Bossi?
«Non è il momento delle profferte, ma noi siamo siamo molto più credibili di Berlusconi sul federalismo. Noi ci crediamo, e nei passaggi chiave l’abbiamo dimostrato».

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A causa della manovra a rischio il collegamento autobus tra il nuovo ospedale e Como?

Il taglio del 30% dei trasferimenti per i contratti di servizio del trasporto su gomma costerà a Como città una decurtazione di 1,47 milioni di euro che significa 840mila kilometri in meno che gli autobus cittadini potranno percorrere. Per la provincia, invece il taglio sarebbe di 4,96 milioni di euro, per una riduzione di 3,25 milioni kilometri di pullman e corriere.

I dati sono contenuti in un documento distribuito agli assessori provinciali ai trasporti, riuniti mercoledì a Milano dall’assessore alle infrastruttura e mobilità Raffaele Cattaneo. Secondo lo stesso documento sarebbe a rischio la riqualifica e completamento della variante della SS. 35 tra Cermenate e Como, nei due lotti di Casnate e Cantù. Meno a rischio, ma non sicura, è la realizzazione della galleria di Pusiano.

“Le notizie diffuse dalla Regione sono allarmanti” dichiara il capogruppo del PD in Regione Luca Gaffuri. “I tagli della manovra finanziaria – continua – si dimostrano una volta di più sbagliati e insostenibili. Il taglio del trasporto su gomma è fortemente penalizzante per territori come il nostro, dove il pullman è spesso l’unico mezzo pubblico a disposizione per decine di migliaia di persone, soprattutto studenti e lavoratori. Non solo, con il taglio del trasporto urbano mi chiedo come sarà possibile collegare il nuovo ospedale alla città e alla stazione di Grandate. Con i tagli, inoltre, rischiano di sparire infrastrutture viabilistiche di collegamento tra Cantù e la Milano Meda attese da anni, di cui nei mesi scorsi si era finalmente vista la certezza del finanziamento. Anche la realizzazione del tunnel di Pusiano, opera molto discussa, non è più scontata”.

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Il passaggio a livello di piazzale Gerbetto è un’anomalia che non può continuare

«Bisogna fare in modo che venga risolta rapidamente una situazione assurda, qualcosa che nel 2010 non può esistere».

Luca Gaffuri ha annunciato «un’interpellanza all’assessore regionale ai Trasporti, Raffaele Cattaneo» per «agevolare una soluzione praticabile ai disagi che il funzionamento del passaggio a livello tra piazzale Gerbetto e via Carloni di Como» crea ai cittadini e agli automobilisti. «Considerato che il timore maggiore di Ferrovie Nord riguarda incidenti che potrebbero verificarsi all’arrivo dei convogli in stazione in discesa da Camerlata a causa di un eventuale, mancato arresto del treno – dice ancora l’esponente del Partito Democratico – un primo elemento che intendo verificare con la mia interpellanza all’assessore Cattaneo è la possibilità di riaprire il passaggio quando il treno è fermo in stazione, interrompendo e riducendo i tempi di attesa del traffico veicolare e pedonale. Un secondo aspetto riguarda i progetti di potenziamento della linea ferroviaria tra Grandate e Como Borghi. Se è vero che la chiusura a Como Borghi si verifica dopo la partenza dei convogli da Camerlata, una riduzione dei tempi di attesa al passaggio a livello potrebbe verificarsi se si realizzasse la stazione all’altezza dell’autosilo della Val Mulini, la cui fattibilità è oggetto dello studio che la giunta regionale ha commissionato a Ferrovie Nord nell’agosto 2009. La consegna dello studio sarebbe dovuta avvenire entro 90 giorni».

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