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Lavoro? Vogliamo una riforma utile.

Questa sera, alle ore 21 presso il Comune di Livraga, via Dante, n. 30, si terrà l’iniziativa Pd per approfondire il tema della Riforma del Mercato del Lavoro.
La situazione in cui si trova l’Italia è molto critica ed è figlia della mancata risoluzione di alcuni nodi strutturali della nostra economia. E in un momento così delicato, di fronte alla riforma del mercato del lavoro, che ha fatto emergere differenze tra le forze che sostengono il governo Monti, i sindacati e la società in generale, le domande che ci porremo avranno quindi l’obiettivo di riflettere in merito all’utilità di una riforma che possa servire ai lavoratori, al Paese, ai giovani e che ha la necessità di integrarsi con i provvedimenti necessari a rilanciare l’economia.

Interverranno:
Mauro Soldati – Segretario Provinciale Pd del Lodigiano
Domenico Campagnoli – Segretario Provinciale CGIL
Mario Uccellini – Segretario Provinciale CISL
Santino Bolognesi – Segretario Provinciale UIL

Modera:

Enrico Cremaschi – Portavoce Circolo Pd di Livraga

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Province, Soldati: “Basta ai piagnistei dei leghisti. Noi non ci sottraiamo alla sfida di ripensare il sistema delle autonomie locali”

Il rischio di fallimento per il Paese è dietro l’angolo e la manovra è dura, molto dura e questo noi ce lo aspettavamo, visto che abbiamo sempre detto che andavamo verso il disastro, mentre per tre anni ci hanno raccontato (Lega compresa) un sacco di storie e che non c’erano problemi; ma adesso siamo al dunque e mi auguro che gli italiani non dimentichino perché siamo arrivati sin qui.

Ci aspettavamo misure che dessero più il senso di uno sforzo collettivo, per questo motivo vorremmo più equità e abbiamo segnalato anche i punti, dove sarebbe possibile secondo noi intervenire. Abbiamo subito chiesto modifiche per quanto riguarda il sistema pensionistico e l’indicizzazione delle pensioni, attraverso un meccanismo più graduato di avvicinamento alla riforma strutturale della previdenza, perché ci sono delle persone a reddito basso che per avvicinarsi all’età della pensione non possono sopportare decurtazioni troppo forti…Abbiamo anche detto dove prendere i soldi e quindi apprezziamo che sia passato un principio sul quale ci siamo spesi molto, come la tassazione dei capitali scudati, anche se l’1,5% è solo un buffetto e rischia di apparire persino come una presa in giro. Altre cose al momento non convincono, dalla mancanza di una patrimoniale, alla mancata modifica degli scaglioni irpef sopra i 50mila euro, dalla lotta all’evasione, alla reintroduzione dell’Ici o Imu (prevista anche dalla riforma federalista della Lega) senza una forte progressione per le esenzioni e senza una riflessione che desse il senso di chi e cosa esentare e perché.

Il Pd è una forza responsabile, abbiamo deciso di sostenere il governo Monti nella consapevolezza piena di quel che rischia l’Italia, perché il rischio essere come la Grecia, oggi, sarebbe già una certezza. Mi auguro che il partito riesca a portare le nostre proposte e quelle delle classi più popolari all’interno del dibattito parlamentare che si svilupperà nei prossimi giorni, nella consapevolezza che in parlamento la destra ha un peso maggioritario, ma ripeto è necessario ristabilire il senso di uno sforzo collettivo, altrimenti il rischio di deprimere tutto e tutti renderà ingannevole ogni sforzo.

Quel che è certo e che noi abbiamo fatto un’operazione politica complessa con questo governo. L’abbiamo fatto perché abbiamo messo l’Italia davanti alle nostre esigenze di partito e questo è il nostro punto di partenza, dopodiché i gruppi parlamentari facciano quelle cose che non può fare il governo, dalla modifica dei regolamenti parlamentari alla legge elettorale, dalla riforma del bicameralismo al dimezzamento dei parlamentari.

Per quanto concerne il riassetto istituzionale, quindi, ribadiamo la nostra opinione: massima disponibilità, soprattutto di fronte ai sacrifici richiesti agli italiani, a partire dai rami alti fino a raggiungere i livelli territoriali.

Per quanto riguarda il tema delle Province, riteniamo che l’art. 23 del decreto “Salva Italia” appaia caotico e poco chiaro. Rispetto alla prima versione è stato eliminato il comma 18 che recitava “gli organi in carica delle Province decadono al momento dell’entrata in vigore delle Leggi Statali o Regionali di trasferimento delle funzioni e comunque decadono entro il 30 novembre 2012” e che ci appariva essere una norma assolutamente sbagliata e lesiva.

Nell’ultimo articolato, invece, si rimanda a legge statale per le norme di elezione (comma 16) e a legge regionale per il trasferimento delle funzioni ai Comuni o alle Regioni (comma 18). È inoltre fissato il numero dei componenti eletti (10) dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia (comma 16).
Se ne ricava, insomma, una proposta di riforma alquanto disorganica e non rispondente alla reale esigenza di riorganizzazione dell’Ente Stesso.
Abbiamo chiesto ai nostri parlamentari presenti in Commissione Affari Istituzionali di Camera e Senato, di vigilare attentamente in merito al contenuto e all’iter di queste norme, e di tenere uno stretto collegamento con i territori per monitorare la situazione.

In generale, comunque, è confermata la necessità di un Ente intermedio tra Comuni e Province, ma l’impressione è che ormai siamo giunti a un punto di non ritorno. Pur non credendo che dal punto di vista economico ciò risolverà molto (i numeri sono quelli che tutti citano), non ci sottraiamo alla sfida e credo che da questo punto di vista, possa anche essere stimolante ripensare il sistema delle autonomie locali, partendo però da cosa devono fare gli enti, prima che da come devono essere governati.

Mauro Soldati
Segretario Pd del Lodigiano

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Infiltrazioni mafia, PD: “Necessario un salto di qualità nell’attività della Commissione di Indagine Provinciale”.

“Non è nostro costume confondere la dialettica politica con il ruolo istituzionale, e non ci piacciono gli strepiti, tant’è che in questo momento la cosa fondamentale è manifestare la più totale solidarietà ad un rappresentante dello Stato. Il resto viene dopo, purché, però, avvenga qualcosa”, così Luca Canova, Consigliere Provinciale Pd e vicepresidente della Commissione di Indagine, fortemente voluta proprio dal PD nel dicembre scorso, in merito all’incendio che ha distrutto l’auto del Sindaco di Zelo Buon Persico.

Nei giorni scorsi il PD provinciale, il gruppo del PD e il circolo di Zelo hanno espresso, sul piano politico e personale, solidarietà e vicinanza al sindaco di Zelo Buon Persico, mentre su quello istituzionale verrà presentato in Provincia un ordine del giorno per fare il punto sulla situazione.

“Siamo vicini alle Forze dell’Ordine affinché accertino al più presto le cause dell’incendio – dichiara Mauro Soldati, Segretario Pd del Lodigiano – nel mentre, di fronte a fatti che inquietano: dalla distruzione dell’auto di un sindaco, sino alle fiamme che nei week end si sono registrate, per la seconda volta, presso Eal Compost, avvertiamo la necessità di un salto di qualità nella risposta istituzionale, al fine di arrivare alla definizione di un codice al quale uniformare l’attività del territorio, anche e soprattutto per non lasciare soli gli amministratori locali”.

Su questa vicenda e altre, quindi, il PD Lodigiano mantiene alta la guardia: “La serie di fatti riconducibili a possibili intimidazioni si allunga e noi dobbiamo dare una risposta forte, significativa e condivisa come Provincia. La fase di analisi della Commissione deve quindi finire e dopo l’esito delle prime iniziative dobbiamo passare alla concretezza delle scelte politiche. La Commissione ha un presidente e una maggioranza, si dia quindi un’agenda di lavoro serrata, in grado di offrire risposte, che non possono essere attivate a spot. Noi come minoranza abbiamo le competenze per indirizzare ed eventualmente guidare questa fase, se ci sono difficoltà”.

Ufficio Stampa Federazione Pd del Lodigiano

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La paura del nucleare scuote il mondo

Mentre in Tv si susseguono da giorni le immagini e le notizie allarmanti della catastrofe che si sta verificando nella centrale nucleare giapponese, una domanda sorge spontanea: questo incidente rappresenta l’addio al nucleare?
La riflessione a livello internazionale è apertissima: la Germania vuole bloccare gli impianti più vecchi, la Svizzera stoppa le nuove centrali, la Francia e la Russia intendono verificare lo stato di manutenzione di tutti gli impianti.
Fior di paesi altamente sviluppati che si pongono delle domande.

Questo incidente si è verificato nell’efficientissimo e tecnologicamente avanzato Giappone, ovvero in un contesto dove c’è senso delle regole, delle istituzioni, della disciplina civile ben superiore al nostro, dove da sempre costruiscono tutti gli edifici secondo criteri antisismici perché con i terremoti ci convivono. Se anche lì non sono riusciti a contenere gli effetti di un terremoto e di uno tsunami, allora come possiamo credere alle rassicurazioni del ministro allo sviluppo economico Romani sul fatto che il “nostro” nucleare sarà esente da rischi?

In Italia, secondo i politici di Governo, tutto deve andare avanti come prima, le scelte fatte non devono essere messe in discussione. Anzi, hanno cambiato idea due volte in tre giorni, più per timore di perdere consenso e voti che non per una reale convinzione sulle scelte che devono essere fatte.
Il ministro all’ambiente Stefania Prestigiacomo il 15 marzo ha dichiarato: «Chi si oppone fa macabre speculazioni. Andiamo avanti con la massima trasparenza». Se c’è una cosa che i governi italiani non hanno mai avuto è la massima trasparenza nelle decisioni. E due giorni dopo, parlando con il ministro Tremonti, la Prestigiacomo si è lasciata sfuggire la frase: «E’ finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate: dobbiamo uscire in maniera soft». Si resta sbalorditi. Alla fine il Governo ha deciso di sospendere ogni decisione per un anno.

Riaprire il dibattito sulla scelta nucleare non è questione di “sciacallaggio emotivo” o di speculazioni ideologiche e politiche, ma di semplice buon senso. Le radiazioni non chiedono la tessera di partito prima di colpire.
L’enormità del pericolo in gioco è tale che chi non è disposto a riesaminare la questione è affetto da gravi problemi della percezione della realtà. Oppure è preda di un automatismo accecante di appartenenza partitica, analogo a quello di chi seguiva fiducioso Mussolini quando dopo aver dichiarato guerra a mezzo mondo, compresi gli Usa e l’Urss, asseriva, alla vigilia del crollo: «Noi tireremo diritto!».

Possibile che questo governo di fronte ad ogni problema dica sempre: “andiamo avanti senza ripensamenti”?

Dopo l’incidente del 1979 alla centrale nucleare di Three Mile Island negli Usa, con fusione del nucleo, la paura fu grande. Non ci furono vittime dirette, ma l’”emotività” americana ebbe l’effetto di fermare per trent’anni la costruzione di qualsiasi nuova centrale atomica.
Solo un anno fa il presidente Obama autorizzò un prestito per avviarne un’altra. Gli eventi di Fukushima stanno rimettendo in discussione il progetto.

Sicuramente nella necessaria riflessione non si deve confondere lo sviluppo economico e tecnico con l’idea del progresso civile dell’uomo.

Occorre chiedersi se ai fini del progresso non sia preferibile un modello basato sul risparmio e sull’efficienza energetica, obbiettivi da tempo abbandonati, oltre al rafforzamento dello sfruttamento delle fonti alternative, piuttosto che tornare ad imboccare la presunta scorciatoia nucleare, vivendo però all’ombra di un rischio smisurato. Se la tecnologia per catturare energia dal vento e dal sole è ancora così rudimentale è perché non si riesce ad andare avanti scientificamente o perché non c’è abbastanza interesse degli investitori e delle nazioni a fare progressi tecnologici?
La questione della sicurezza delle centrali nucleari dipende solo in parte dalla modernità dell’impianto, il cui grado di sicurezza allo stato delle cose non è mai al 100%. Un terremoto di scala eccessivamente alta, un maremoto, un aereo che precipita, un attentato o anche un errore umano possono sempre superare le soglie di garanzia. Non esiste limite misurabile nello spazio e nel tempo per le catastrofi che possono sopravvenire. L’Italia tra l’altro è uno dei paesi europei a più alto ed esteso rischio sismico e la Natura ha il vizio di fare un po’ come le pare.

Molti sostenitori del nucleare asseriscono che l’Italia ha le centrali ai suoi confini, in Francia e Slovenia. Ma è altrettanto vero che la distanza attenua fortemente I’impatto radioattivo, che anche nel caso della catastrofe della centrale di Cernobyl è andato via via decrescendo ad ogni km di allontanamento, tanto da non investire né Kiev, capitale dell’Ucraina, né tanto meno Mosca. Resta, invece, il problema della previsione del rischio. Dopo Cernobyl è cambiato radicalmente il giudizio sulla pericolosità accettabile, legata ad ogni progresso tecnologico. Infatti mentre per tutte le altre inevitabili catastrofi (la caduta di un aereo, il crollo di una diga, l’incendio di una miniera o anche un maxi incidente stradale), quali ne siano le dimensioni, gli effetti tragici e distruttivi sono una tantum, così non è per l’incidente nucleare con fuoriuscita di materiale radioattivo. In questo caso può scatenarsi un processo di dimensioni e conseguenze imprevedibili che stravolge il concetto stesso di accettabilità dei rischi. Essi non possono essere misurabili a priori, non se ne può prevedere neppure per approssimazione l’ampiezza, la durata, la dislocazione, la gravità nel tempo delle conseguenze.

Senza voler fare del facile disfattismo, in Italia abbiamo qualche aggravante in più: siamo così tranquilli nell’affidare la costruzione delle centrali nucleari a chi non riesce nemmeno a gestire problemi ordinari come lo smaltimento dei rifiuti? A chi da anni non riesce a completare un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria? E vogliamo forse dimenticare che viviamo nel Paese con il più alto tasso di criminalità mafiosa, con profonde infiltrazioni nella gestione degli appalti pubblici e privati sia al sud che al nord? Senza parlare delle cricche di affaristi, pronti a sghignazzare dopo il terremoto dell’Aquila pensando agli affari che avrebbero fatto con gli appalti per la ricostruzione.

C’è, dunque, la speranza di fermare in Italia un disegno nucleare nato all’insegna dell’improvvisazione e dell’impreparazione. La possibilità è offerta dal referendum che si dovrebbe svolgere fra tre mesi e che, senza lo spaventoso allarme venuto dal Sol Levante, non avrebbe probabilmente raggiunto il quorum.

Gianni Saccani
Responsabile Economia e Lavoro
Partito Democratico Provincia di Lodi

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Tutta l’Europa riflette sul nucleare, non l’Italia

Tutta l’Europa riflette sul nucleare, non l’Italia, e tutto per un misero 4% di tutta l’energia consumata nel nostro Paese.
A quali rischi andiamo incontro? Una volta avviato il processo di costruzione delle centrali nucleari non potremo più tornare indietro e produrremo scorie e rifiuti che avranno bisogno di millenni per essere smaltiti. Perchè lasciare questa eredità ai nostri figli, nipoti, pronipoti ecc. ecc.?
L’incaponimento del governo (Pdl e Lega Nord, il cui silenzio sui temi fondamentali è sempre più assordante) sul nucleare, business in mano a pochi noti, a danno delle energie rinnovabili, business in mano a centinaia di piccole aziende indipendenti, appare sempre più come il solito dramma pagato da noi italiani per consentire di guadagnare ancora di più ai soliti pochi e già ricchissimi.
L’azione di governo dovrebbe concentrarsi su quanto l’ Italia ha veramente bisogno, riforme, liberalizzazioni, azioni serie per l’innovazione e la ricerca, la tutela del nostro patrimonio culturale ed artistico.

Le scelte delle priorità del governo di centrodestra, ormai continuamente in affanno, sono sempre più inspiegabili e non più giustificabili.
Tutto, purtroppo, già visto.

Antonio Bacchi
Responsabile Professioni ed Innovazione
Partito Democratico Provincia di Lodi

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Cosa ci riserva il 2011

Proponiamo un intervento di Alessandro Manfredi del Pd di Lodi

Di fronte ad una politica che si occupa di ben altro, ritengo sia opportuno, all’inizio di questo nuovo anno, riportare l’attenzione su quelli che sono i problemi veri del nostro paese, di cui quello più importante riguarda la crisi economica e sociale che lo attanaglia ormai da anni. Su questo tema la prima considerazione da fare è che, al di la della divisione fra ottimisti e pessimisti, questa crisi, una delle peggiori dal 1929 ad oggi, non è finita e che il 2011ed il 2012 sconteranno ancora pesantemente i suoi effetti: anche la situazione del nostro territorio è emblematica da questo punto di vista. Questo perchè si tratta di una crisi di sistema, il cui carattere principale sta nel fatto che si ridefiniscono i rapporti fra i paesi di antica industrializzazione e quelli emergenti e ciò comporta una redistribuzione di funzioni e quindi di ricchezza fra le nazioni. E’ importante evidenziare questo dato per sottolineare come non ci sia bisogno di pannicelli caldi per affrontare questa situazione ma di interventi ben più consistenti capaci di intervenire sulla struttura produttiva del paese per disegnare una nuova prospettiva. Da questo punto di vista, e per me questa è una carenza oggettiva del Governo di destra del nostro paese, Manovra correttiva e Legge di stabilità evidenziano che noi siamo ancora fermi ad una dimensione finanziaria della crisi, quella che ha tratto origine alla fine del 2008 dalla vicenda dei sub prime negli Stati Uniti d’America, in quanto tutto ciò che è stato messo in campo con i provvedimenti citati attiene al governo della spesa pubblica ed alla sua riduzione, ma non affronta il problema prioritario del ruolo che vuole avere il nostro paese in un quadro economico e produttivo internazionale che è fortemente cambiato. L’Italia è stata, per tutto il periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine del secolo scorso, un paese trasformatore che ha basato la sua forza sul fatto di avere una struttura industriale che ha avuto la capacità di ritagliarsi uno spazio in settori industriali importanti (il meccanico, il chimico, il tessile ecc) pur essendo importatrice di materie prime. Il boom economico degli anni 60 è stato possibile, analogamente a quanto avviene oggi in Cina, perchè l’esodo di forza lavoro dalla campagna alle città, ha messo a disposizione della nascente struttura industriale manodopera a basso costo. Siamo convinti che sia questa la strada, per intenderci quella del degrado delle condizioni di lavoro e dei bassi salari, che ci può permettere di salvaguardare uno zoccolo di struttura industriale? Perchè è questo il segnale che viene dall’accordo Fiat (sia Pomigliano che Mirafiori), un prezzo che non può essere contrabbandato per quello da pagare per accedere alla modernità rappresentata dal mercato globale.
La seconda considerazione riguarda proprio la vertenza Fiat. Il messaggio del suo Amministratore Delegato è del tutto evidente: l’Italia per potere competere sul mercato globale deve avere chiare due cose di cui la prima è chi comanda in azienda (e questi non possono essere i lavoratori), e la seconda che nel nostro paese non possono sussistere diritti e condizioni di lavoro superiori a quelli vigenti negli altri paesi, segnatamente ed in modo evidente gli USA, che è ormai la vera patria di Fiat. Ciò apre la strada ad una ridefinizione complessiva del sistema di relazioni industriali che non è sicuramente foriero di nuove conquiste per il mondo del lavoro, ma di un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, ancora più pesanti di quelle che si sono registrate in questi anni. Oltre a questo va evidenziato che il limite intrinseco di questo ragionamento è rappresentato dal fatto che la sfida viene lanciata da una azienda che ormai non ha più la testa in Italia, è a sostegno di un prodotto e di un mercato oramai maturo e gli investimenti preannunciati non garantiscono l’avvio di un processo innovativo nella produzione dei mezzi per la mobilità individuale: l’ibrido, l’elettrico o altro sistema compatibile con la salvaguardia dell’ambiente.
La terza considerazione riguarda la politica ed in modo particolare il ruolo del Governo. Ed il problema non è legato solo al Governo nazionale che ha deciso, penso sia ormai evidente a tutti, in modo del tutto ingiustificato, di starsene fuori non solo dalla vertenza Fiat ma dalle implicazioni relative al sistema delle relazioni industriali del nostro paese, ed inoltre non considera prioritario fornire la benchè minima indicazione di politica industriale (il Ministro per lo Sviluppo economico è stato nominato dopo oltre quattro mesi dalle dimissioni di Scajola, ma quale contributo abbia dato il nuovo Ministro se non la riduzione di 242 milioni di euro del fondo strategico per ilpaese contenuto nella legge di stabilità per il 2011 c. 53 art.1 non è dato di sapere), ma riguarda anche il Governo dell’Europa. Penso sia arrivato il momento di cominciare a dire che l’Europa che si sta realizzando anche, ma non solo, per effetto dei vincoli posti dalla crisi in atto, non è l’Europa per cui abbiamo deciso di accettare i sacrifici derivati dal processo di integrazione e dal passaggio alla moneta unica. Un’Europa che doveva volgersi progressivamente verso una unione politica e la cui forza economica doveva servire per sostenere non solo l’industria, il mercato e la moneta, ma anche i suoi cittadini e, per questo, un sistema di protezione sociale che era il frutto delle storie di paesi differenti: la Germania, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, i Paesi Scandinavi, un sistema di welfare sostanzialmente differente da quello rappresentato dalla storia degli Stati Uniti d’America. Stiamo invece assistendo ad un progressivo smantellamento di tutte le conquiste che sono il frutto di anni e anni di lotte e di sacrifici delle lavoratrici e dei lavoratori europei, e tutto questo in nome della globalizzazione e della modernità. Mi domando e domando se il processo che sta portando al superamento dell’arretratezza ed all’affacciarsi alla modernità di economie fino a poco tempo fa sottosviluppate, debba significare necessariamente il ritorno all’arretratezza, dal punto di vista dei diritti e delle condizioni di esistenza, di buona parte dei lavoratori delle economie mature, mentre in una visione corretta di questo processo, esso dovrebbe significare che i lavoratori delle economie emergenti dovrebbero avere accesso progressivamente alle nostre condizioni di diritti e di lavoro. E mi sento di lanciare una provocazione: siccome i processi di delocalizzazione in atto, anche di pezzi importanti dell’industria nazionale, sono dovuti principalmente al fatto che si va a produrre dove il lavoro costa meno, per potere importare sul mercato nazionale prodotti da vendere a prezzi inferiori e vincere quindi la concorrenza rappresentata dall’industria dei paesi emergenti, dato che questo processo è analogo sotto molti aspetti a quello che in economia va sotto il nome di dumpinge (per il dizionario Garzanti della lingua Italiana “vendita all’estero di merci a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato interno o addirittua sottocosto al fine di conquistare un mercato straniero) in attesa che si realizzi una equiparazione fra le loro condizioni e le nostre, un processo che col tempo è destinato necessariamente a realizzarsi, perchè, non in una dimensione nazionale ma a livello europeo, non contrastiamo questo fenomeno come si contrasta il fenomeno del dumping, frapponendo cioè dei vincoli alle importazioni, che servano ad equiparare i prezzi, almeno per i settori strategici da non buttare a mare, fra ciò che viene prodotto all’estero e ciò che viene prodotto all’interno. E’ un ritorno a vecchie logiche protezionistiche? Può anche essere, ma abbiamo visto nel corso di questi anni come la libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro per equiparare sul mercato globale le condizioni di questi fattori, sia valsa per i primi due ma non per il lavoro che sta subendo, anzi, un processo di omogeneizzazione, ma al basso, delle sue condizioni.

Alessandro Manfredi

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Il Lavoro prima di tutto – C.Vidardo, 3 Febbraio 2011

tempi-moderni

Il circolo PD di Castiraga Vidardo invita la cittadinanza a partecipare numerosa all’incontro pubblico.

IL LAVORO PRIMA DI TUTTO
Occupazione, giovani, pendolari… Il Lodigiano e l’Italia ai tempi della crisi economica.

Giovedì 3 Febbraio 2011, ore 21.00, Sala Civica “Luigia Castelli”

Interverranno

On. Alessia Mosca (PD).
Membro della Camera dei Deputati, XVI Legislatura. [link]

Andrea Signorini (PD).
Consigliere provinciale.

Michele Merola.
Blogger lodigiano e pendolare. [link]

Coordina la serata Paolo Bianchi [link], portavoce di circolo PD, Castiraga Vidardo.


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FIAT. Rispettare l’esito del referendum. Ma no agli strappi.

Il referendum? Non c’è altra strada da seguire che rispettarne il risultato. L’Italia è incapace di attirare gli investimenti dall’estero, ogni anno mancano all’appello 30 miliardi, questo vuol dire che non ci sono quei quindici Marchionne in giro per il mondo che vogliono impegnano il loro denaro nel nostro Paese. In Europa siamo al penultimo posto. Il progetto del colosso dell’auto prospetta importanti potenzialità anche se gli investimenti previsti restano incerti. L’accordo non riguarda solo i dipendenti di Mirafiori, ma tutta la galassia di imprese e lavoratori che ruota attorno alla Fiat. Gli accordi, o meglio, gli atti unilaterali imposti, devono essere valutati su due piani distinti: quello della riorganizzazione delle condizioni di lavoro e quello delle regole di rappresentanza. La riorganizzazione del lavoro avviene a fronte di prospettive di sviluppo e occupazionali, anche se non si definiscono le condizioni legate alla ricerca, da anni la Fiat non sforna modelli competitivi. Sul fronte delle regole di rappresentanza, ci sono strati degli strappi ingiustificabili, non si è parlato per esempio della presenza dei sindacati all’interno dei consigli di amministrazione, come avviene in Germana, una riflessione che non è stata affrontata. Ciò che colpisce è l’atteggiamento del Governo, che soffia sulle divisioni senza essere capace di adempiere al suo ruolo.

Mauro Soldati

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