Mentre in Tv si susseguono da giorni le immagini e le notizie allarmanti della catastrofe che si sta verificando nella centrale nucleare giapponese, una domanda sorge spontanea: questo incidente rappresenta l’addio al nucleare?
La riflessione a livello internazionale è apertissima: la Germania vuole bloccare gli impianti più vecchi, la Svizzera stoppa le nuove centrali, la Francia e la Russia intendono verificare lo stato di manutenzione di tutti gli impianti.
Fior di paesi altamente sviluppati che si pongono delle domande.
Questo incidente si è verificato nell’efficientissimo e tecnologicamente avanzato Giappone, ovvero in un contesto dove c’è senso delle regole, delle istituzioni, della disciplina civile ben superiore al nostro, dove da sempre costruiscono tutti gli edifici secondo criteri antisismici perché con i terremoti ci convivono. Se anche lì non sono riusciti a contenere gli effetti di un terremoto e di uno tsunami, allora come possiamo credere alle rassicurazioni del ministro allo sviluppo economico Romani sul fatto che il “nostro” nucleare sarà esente da rischi?
In Italia, secondo i politici di Governo, tutto deve andare avanti come prima, le scelte fatte non devono essere messe in discussione. Anzi, hanno cambiato idea due volte in tre giorni, più per timore di perdere consenso e voti che non per una reale convinzione sulle scelte che devono essere fatte.
Il ministro all’ambiente Stefania Prestigiacomo il 15 marzo ha dichiarato: «Chi si oppone fa macabre speculazioni. Andiamo avanti con la massima trasparenza». Se c’è una cosa che i governi italiani non hanno mai avuto è la massima trasparenza nelle decisioni. E due giorni dopo, parlando con il ministro Tremonti, la Prestigiacomo si è lasciata sfuggire la frase: «E’ finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate: dobbiamo uscire in maniera soft». Si resta sbalorditi. Alla fine il Governo ha deciso di sospendere ogni decisione per un anno.
Riaprire il dibattito sulla scelta nucleare non è questione di “sciacallaggio emotivo” o di speculazioni ideologiche e politiche, ma di semplice buon senso. Le radiazioni non chiedono la tessera di partito prima di colpire.
L’enormità del pericolo in gioco è tale che chi non è disposto a riesaminare la questione è affetto da gravi problemi della percezione della realtà. Oppure è preda di un automatismo accecante di appartenenza partitica, analogo a quello di chi seguiva fiducioso Mussolini quando dopo aver dichiarato guerra a mezzo mondo, compresi gli Usa e l’Urss, asseriva, alla vigilia del crollo: «Noi tireremo diritto!».
Possibile che questo governo di fronte ad ogni problema dica sempre: “andiamo avanti senza ripensamenti”?
Dopo l’incidente del 1979 alla centrale nucleare di Three Mile Island negli Usa, con fusione del nucleo, la paura fu grande. Non ci furono vittime dirette, ma l’”emotività” americana ebbe l’effetto di fermare per trent’anni la costruzione di qualsiasi nuova centrale atomica.
Solo un anno fa il presidente Obama autorizzò un prestito per avviarne un’altra. Gli eventi di Fukushima stanno rimettendo in discussione il progetto.
Sicuramente nella necessaria riflessione non si deve confondere lo sviluppo economico e tecnico con l’idea del progresso civile dell’uomo.
Occorre chiedersi se ai fini del progresso non sia preferibile un modello basato sul risparmio e sull’efficienza energetica, obbiettivi da tempo abbandonati, oltre al rafforzamento dello sfruttamento delle fonti alternative, piuttosto che tornare ad imboccare la presunta scorciatoia nucleare, vivendo però all’ombra di un rischio smisurato. Se la tecnologia per catturare energia dal vento e dal sole è ancora così rudimentale è perché non si riesce ad andare avanti scientificamente o perché non c’è abbastanza interesse degli investitori e delle nazioni a fare progressi tecnologici?
La questione della sicurezza delle centrali nucleari dipende solo in parte dalla modernità dell’impianto, il cui grado di sicurezza allo stato delle cose non è mai al 100%. Un terremoto di scala eccessivamente alta, un maremoto, un aereo che precipita, un attentato o anche un errore umano possono sempre superare le soglie di garanzia. Non esiste limite misurabile nello spazio e nel tempo per le catastrofi che possono sopravvenire. L’Italia tra l’altro è uno dei paesi europei a più alto ed esteso rischio sismico e la Natura ha il vizio di fare un po’ come le pare.
Molti sostenitori del nucleare asseriscono che l’Italia ha le centrali ai suoi confini, in Francia e Slovenia. Ma è altrettanto vero che la distanza attenua fortemente I’impatto radioattivo, che anche nel caso della catastrofe della centrale di Cernobyl è andato via via decrescendo ad ogni km di allontanamento, tanto da non investire né Kiev, capitale dell’Ucraina, né tanto meno Mosca. Resta, invece, il problema della previsione del rischio. Dopo Cernobyl è cambiato radicalmente il giudizio sulla pericolosità accettabile, legata ad ogni progresso tecnologico. Infatti mentre per tutte le altre inevitabili catastrofi (la caduta di un aereo, il crollo di una diga, l’incendio di una miniera o anche un maxi incidente stradale), quali ne siano le dimensioni, gli effetti tragici e distruttivi sono una tantum, così non è per l’incidente nucleare con fuoriuscita di materiale radioattivo. In questo caso può scatenarsi un processo di dimensioni e conseguenze imprevedibili che stravolge il concetto stesso di accettabilità dei rischi. Essi non possono essere misurabili a priori, non se ne può prevedere neppure per approssimazione l’ampiezza, la durata, la dislocazione, la gravità nel tempo delle conseguenze.
Senza voler fare del facile disfattismo, in Italia abbiamo qualche aggravante in più: siamo così tranquilli nell’affidare la costruzione delle centrali nucleari a chi non riesce nemmeno a gestire problemi ordinari come lo smaltimento dei rifiuti? A chi da anni non riesce a completare un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria? E vogliamo forse dimenticare che viviamo nel Paese con il più alto tasso di criminalità mafiosa, con profonde infiltrazioni nella gestione degli appalti pubblici e privati sia al sud che al nord? Senza parlare delle cricche di affaristi, pronti a sghignazzare dopo il terremoto dell’Aquila pensando agli affari che avrebbero fatto con gli appalti per la ricostruzione.
C’è, dunque, la speranza di fermare in Italia un disegno nucleare nato all’insegna dell’improvvisazione e dell’impreparazione. La possibilità è offerta dal referendum che si dovrebbe svolgere fra tre mesi e che, senza lo spaventoso allarme venuto dal Sol Levante, non avrebbe probabilmente raggiunto il quorum.
Gianni Saccani
Responsabile Economia e Lavoro
Partito Democratico Provincia di Lodi