Archivi del mese: settembre 2014

Quando lo sport viene usato per discriminare

La legge sullo sport che è stata approvata questa settimana contiene i principi fondamentali di disciplina e, contemporaneamente, cerca di regolamentare nel dettaglio l’attività sportiva nelle linee di competenza della Regione. È una legge che dà organicità alla materia, riordinando una serie di norme, prima sparse in vari testi, ora abrogati.

È una buona legge che, come gruppo PD in VII Commissione, abbiamo contribuito a costruire. Ma è anche un lavoro che l’ideologia e la propaganda della maggioranza di centrodestra rischia di vanificare. Se nelle premesse generali lo sport è considerato strumento per favorire l’integrazione sociale e per contrastare ogni forma di discriminazione, la legge si smentisce subito all’articolo 5, riservando la Dote sport, ovvero un contributo economico per le famiglie disagiate con minori, solo a coloro che risiedono da 5 anni in regione.

Inutile il nostro tentativo di convertire il meccanismo ideologizzato della Dote in un Piano regionale del diritto allo sport, che preveda un sostegno economico indirizzato ai Comuni e rivolto in particolare alle famiglie meno abbienti che non debbano considerare l’attività sportiva dei figli un ulteriore aggravio.

Lo sport, che dovrebbe eliminare ogni barriera ed essere un’occasione di integrazione e relazione, qui viene usato per discriminare.

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Con le pive nel sacco

L’origine del detto risalirebbe alle ritirate militari che, in caso di sconfitta, avvenivano in silenzio, senza che le pive (uno strumento antico simile alla cornamusa, guarda caso!) suonassero. I soldati riponevano le pive nella loro custodia o nello zaino: il sacco, appunto. Tornavano senza aver concluso nulla, delusi.

Così deve essere stata cocente la delusione per i nostri leghisti, partiti addirittura in delegazione verso la Scozia per assistere da vicino al sicuro successo del referendum per l’indipendenza di quella regione.

Per la verità, facendo anche un po’ di confusione sulla destinazione.

Deboli in geografia, avevano infatti indicato come meta, prima Amburgo, poi Strasburgo e, finalmente, Edimburgo.

Il popolo sovrano, ne erano sicuri, avrebbe deciso per il sì all’indipendenza, fornendo un incredibile viatico al referendum da 30 milioni di euro che Maroni e la sua maggioranza vogliono a tutti i costi per consultare i Lombardi sulla Regione a Statuto speciale.

A questo proposito, per sottolineare l’occasione storica, la settimana scorsa l’assessorato alla Cultura aveva già speso una congrua cifra per organizzare il convegno “Un referendum per l’Europa dei popoli, il caso scozzese e le opportunità per la rinascita europea”, comprensivo di buffet a base di prodotti tipici scozzesi.

Le cose, invece, non sono proprio andate per il verso giusto. Ora torneranno a casa tutti. Con le pive nel sacco.

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Le vie d’acqua di Expo: una vicenda travagliata

Il progetto delle vie d’acqua era parte integrante del dossier di candidatura di Expo 2015 e, probabilmente, è stato uno dei motivi che hanno fatto prevalere Milano sulle altre città. In se’ era una buona idea.

Attraverso la realizzazione di un canale che si dipartiva dal Canale Villoresi, si alimentava il bacino di Expo e si faceva infine defluire l’acqua nel Naviglio Grande e nella Darsena.

Si prevedeva così di ricucire il legame storico di Milano con l’acqua, di rilanciare il ruolo strategico dell’agricoltura milanese e di potenziare e valorizzare il sistema parchi: Parco di Trenno, Boscoincitta’, Parco delle Cave …

Com’è andata a finire, ormai è risaputo. Difficoltà, incertezze, contestazioni di una parte dell’ambientalismo e di alcuni comitati cittadini. Tant’è che il progetto è stato largamente modificato ( si prevede l’interramento di buona parte del canale ) e quasi sicuramente non sarà completato in tempo per l’esposizione. Si troverà una soluzione provvisoria per il deflusso dell’acqua dal bacino di Expo.

Tardiva è sembrata anche la mozione presentata in Consiglio regionale dal Movimento 5 stelle che chiedeva la completa cancellazione delle vie d’acqua e, quindi, non meritevole di essere presa in considerazione.

In questa travagliata vicenda si è persa un’occasione, quella di mantenere in essere la soluzione originaria del canale a cielo aperto, perché l’acqua è un elemento arricchente dell’ambiente e del paesaggio. Naturalmente, a patto che sia perseguita la sua qualità e
curata la manutenzione dei canali.

C’è infine una lezione da imparare una volta per tutte: che non si possono più realizzare opere pubbliche senza il coinvolgimento e la condivisione dei portatori di interesse, sia nella fase dell’ideazione che in quella della progettazione. È ormai troppo alto il rischio dello spreco di tempo, di energie e di risorse.

 

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