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Partecipare (1° tempo)

Portare le persone a votare non è più un fatto scontato. Bisogna essere in grado di entusiasmare, coinvolgere, creare movimento e attrarre partecipazione. Anche, ma non solo, con forme e strumenti nuovi, per agganciare quelle persone che non vedremo mai dentro ad una sede di Partito o ad un’assemblea pubblica. Siamo sicuri? E come si fa? Qualche spunto prima e dopo la conferenza organizzativa del Partito Democratico regionale.

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L’ultima rilevazione nazionale dedicata alla partecipazione politica degli italiani (i dati non sono diversi dai trend europei) ci dice che è iscritto ad un Partito il 2,9% dell’elettorato; ha firmato petizioni o inviato lettere il 7,4%; è andato a sentire incontri o dibattiti il 19,6%; ha partecipato ad elezioni primarie il 25,8%.

E se, parafrasando Fabrizio Barca, immaginiamo “la partecipazione come fine in sé e fonte di conoscenza”, dobbiamo trovare un antidoto al fatto che ci siano sempre meno persone disposte ad identificarsi stabilmente in un Partito, ad iscriversi e soprattutto a partecipare costantemente alle attività “di base”.

Insomma, la minore disponibilità a identificarsi con i partiti deriva dall’attenuazione delle fratture sociali che storicamente ne avevano giustificato la nascita, dalla minore credibilità delle connesse ideologie e da un fenomeno che Russel J. Dalton ha definito “mobilitazione cognitiva”. Con questa espressione Dalton vuole indicare un processo di arricchimento/modernizzazione della cultura politica prodotto, a partire degli anni Sessanta del secolo scorso, dalla diffusione del benessere, delle informazioni, delle conoscenze, della crescita delle aspettative, oltre che dalla moltiplicazione delle fonti da cui le conoscenze sono diffuse e le opinioni si formano. Tutti fattori che rendono gli individui più indipendenti, ben disposti a informarsi, a discutere di politica, a partecipare, ma meno disposti ad appartenere stabilmente a un partito.

Tutto ciò, quindi, non significa che sia svanito l’interesse per la politica. Al contrario, c’è una domanda di politica che i dati sopra riportati ci manifestano chiaramente: tante persone vogliono partecipare. A patto che questo non comporti un’adesione troppo “impegnativa” e che la loro scelta sia influente, decisiva, ad esempio nella definizione dei candidati per una determinata elezione o, magari, sull’indirizzo politico che deve prendere il Partito. Troppo comodo?

Credo che, in questa fase, agli iscritti ed agli elettori si debba chiedere, prendendo spunto da Salvatore Vassallo, di “aderire-partecipando”. Dobbiamo chiedere loro contributi, opinioni, dobbiamo generare dibattito a partire da proposte che il Partito ha costruito a livello nazionale come sui territori. E si tratta di una partecipazione che se da un lato rappresenta una straordinaria forma di comunicazione (mentre ti chiedo un parere, ti sto avvicinando ad una mia proposta), dall’altro “non esclude – anzi, potrebbe precludere a – una forma di adesione più impegnativa, una militanza più intensa e stabile, a cui corrispondono maggiori diritti.” In altre parole, la tessera come approdo finale di un percorso di partecipazione e di inclusione, non come biglietto d’ingresso alle attività del Partito Democratico.

Qualcosa del genere stava già scritto nella prima versione dello statuto del PD nazionale datato 2008. Si parlava perfino di un “Sistema informativo per la Partecipazione” che avrebbe dovuto ospitare referendum tematici e contributi dagli eletti nelle istituzioni, per alimentare un dibattito costante sui temi.

Oggi tocca a noi dare corpo a quelle intuizioni. Si tratta di “attrarre partecipazione attraverso un confronto pubblico informato, acceso, imparziale e ragionevole. È determinante in questo partito, come motivo per iscriversi o frequentare o interloquire a livello territoriale con esso, la possibilità di confrontare le proprie conoscenze e valutazioni sulle politiche e azioni pubbliche locali, nazionali. Il confronto può trarre impulso dall’uso della Rete, può trovare nella rete la base informativa, la possibilità di contribuire in modo non costoso e verificabile negli effetti, ma ha bisogno di focalizzarsi e di trovare poi i suoi ritmi lenti in luoghi fisici del territorio.”

Si tratta anche di recuperare quanto di buono hanno fatto altri: penso al Movimento 5 Stelle, che nella prima fase della sua storia aveva sperimentato forme di consultazione che prevedevano prima un approfondimento tematico (due interviste, pro e contro un determinato tema) e poi l’espressione di un voto. Un metodo positivo, che purtroppo non ha avuto il seguito che ci si sarebbe aspettati: nella gran parte dei casi, oggi, il Capo comanda e gli iscritti vengono chiamati a ratificare, nei fatti, scelte già decise. Una è la grossa discriminante rispetto al Movimento: noi non riteniamo che gli eletti nelle Istituzioni siano semplici “portavoce“, chiamati ad alzare o abbassare la mano a seconda di quanto una “base”, più o meno ampia che sia, ha deciso sul blog. Gli eletti devono avere autonomia decisionale, il che non significa però che non debbano impegnarsi per stimolare un dibattito verso il basso ed accogliere suggerimenti ed opinioni.

A questo proposito, abbiamo immaginato una piattaforma web, parallela al nuovo sito internet del PD Lombardia, nella quale offrire a tutti i cittadini delle proposte sulle quali confrontarsi; con un’interfaccia semplice, intuitiva, una “pagina” dove proporre alle persone dei quesiti sui quali informarsi, esprimersi, discutere. Informarsi attraverso una breve spiegazione dell’argomento e la sezione “opinioni a confronto”, nella quale recuperare articoli e interviste di esponenti PD e non che discutono sul tema. Esprimersi attraverso dei questionari strutturati che sarà nostro compito predisporre sui singoli argomenti. Discutere all’interno di un forum moderato che raccolga contributi e suggerimenti, utili ad integrare le proposte sulle quali chiediamo ai cittadini di esprimersi. Un forum che nasce per dar vita ad una discussione più “ordinata” rispetto a quanto avviene, ad esempio, sui social e che, magari, riesca ad attirare opinioni qualificate (medici, infermieri, ecc. sulla riforma della sanità, ad esempio).

[continua...]

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I prossimi appuntamenti

Conferenza dei sindaci dell’ASL – Bergamo

venerdì 7  novembre, c/o Fiera di Bergamo,  ore 14.00 - 19.00

All’ordine del giorno:

  • Intervento del Presidente della Conferenza in carica;
  • presentazione delle candidature e delle proposte di programma;
  • elezione del presidente, del vicepresidente  e dei componenti del consiglio di rappresentanza dei sindaci;
  • varie ed eventuali

 


 

 Convegno “Le sfide dell’energia” – Milano

 Lunedì 10 novembre, c/o Grattacielo Pirelli (Sala Gonfaloneore), ore 15,30 – 18,30

 

Il Parlamento italiano, nel corso dell’ultimo anno, ha avviato un’indagine conoscitiva relativa alle principali questioni in materia di strategia energetica. La decisione è maturata a seguito del continuo processo di evoluzione di un settore caratterizzato da un rapido sviluppo tecnologico e da una governance policentrica, non più appannaggio esclusivo del governo centrale. La fase attuale è caratterizzata dalla presenza di alcune questioni di fondo comuni a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea: crescita dei prezzi finali dell’elettricità, sicurezza degli approvvigionamenti, generazione tradizionale e da fonti rinnovabili, adeguatezza delle reti di trasporto e distribuzione.

Il Partito Democratico lombardo propone una giornata di studio e riflessione perché oggi più che mai è necessario che decisori politici e operatori del settore energetico siano informati e consapevoli, in vista delle sfide dei prossimi anni.

PROGRAMMA

Ore 15,30: Alessandro Alfieri – Segretario PD Lombardia. Saluti e presentazione della giornata.

Ore 15,45: Vinicio Peluffo – Deputato PD. “L’indagine conoscitiva sulla Strategia Energetica Nazionale e sulle principali questioni legate all’energia”.

Ore 16,00: Tavola rotonda. “Tra Mercato unico europeo e riforma del titolo V: gli strumenti di una strategia energetica nazionale”.

Intervengono:

  • Alberto Biancardi – Commissario Autorità per l’Energia elettrica, il Gas e il Sistema Idrico;
  • Chiara Braga – Segreteria Nazionale PD;
  • Carlo Cerami – Membro del consiglio di amministrazione di Terna S.p.A;
  • Carlo Stagnaro – Consigliere per energia e liberalizzazioni del Ministro dello Sviluppo Economico;
  • Patrizia Toia – Parlamentare europeo PD;
  • Giovanni Valotti – Presidente A2A;
  • Modera: Alessandro Alfieri – Segretario PD Lombardia.

Ore 17,15: Tavola rotonda. “Tra green e white economy: gli strumenti a disposizione di famiglie, imprese, enti locali”

Intervengono:

  • Vittorio Biondi – Direttore Competitività territoriale, Ambiente ed Energia – Assolombarda;
  • Valerio Capizzi – Head of Structured and Project Finance – ING Bank NV;
  • Mauro Fasano – Dirigente U.O. Energia e reti tecnologiche – Regione Lombardia;
  • Claudio Ferrari – Presidente Federesco;
  • Simone Uggetti – Sindaco di Lodi;
  • Massimo Mucchetti – Presidente Commissione Industria del Senato;
  • Modera: Enrico Brambilla – Capogruppo PD nel Consiglio della Regione Lombardia. 

 Incontro con Enrico Morando (viceministro dell’economia) – Ranica

Lunedì 10 novembre, c/o auditorium della biblioteca di Ranica (BG), ore 20.15

L’incontro con il viceministro dell’economia Enrico Morando sarà incentrato sulla legge di stabilità.

 


 Incontri in previsione della conferenza organizzativa regionale del Pd:

  • 3 novembre – Cremona, assemblea con iscritti e simpatizzanti Pd, ore 21.00
  • 12 novembre – Clusone, coordinamento di zona Pd Alta Valle Seriana,  ore 21.00, c/o sede Pd Clusone
  • 15 novembre – Bergamo, assemblea con iscritti e simpatizzanti Pd, ore 15.00
  • 20 novembre – Sondrio, assemblea con iscritti e simpatizzanti Pd, ore 21.00
  • 24 novembre – Monza, assemblea con iscritti e simpatizzanti Pd, ore 21.00
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La fine del finanziamento pubblico e il 2xmille al Pd

Abbiamo abolito il finanziamento pubblico diretto ai partiti per far sì che siano i cittadini a decidere se e come finanziare la politica.

Per farla bene, perché sia utile, servono idee, persone oneste, unite ad una buona dose di soldi. Iniziative, corsi di formazione, campagne tematiche, siti web… Se è importante pretendere di sapere come vengono spesi (guarda qui), lo è altrettanto partecipare in prima persona e contribuire. 

Lo si può fare iscrivendosi, facendo una donazione, oppure, da quest’anno, destinando il proprio 2xmile. E’ sufficiente consegnare un modulo (lo trovate qui) in qualsiasi ufficio postale, c’è tempo fino al 30 settembre.

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Il centrosinistra e la riforma del Senato

Sulla riforma del Senato vedo attribuire a Renzi e alla Boschi le accuse più disparate, da quella di “autoritarismo illiberale” alla semplice “stupidità”. Premesso che è sacrosanto discutere di tutto, e a me piace farlo in qualsiasi occasione, mi pare che il progetto di riforma stia a pieno titolo nel solco di quanto il centrosinistra sostiene da vent’anni, ben prima di Renzi, e che oggi, con grave ritardo, ha finalmente la forza di realizzare.

Qualche esempio, per capirci.

Il primo, dal programma dell’Ulivo 1996 targato Romano Prodi:

“Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.

Il numero dei Senatori (che devono essere e restare esponenti delle istituzioni regionali) dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole. […]

I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell’attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali.”

Tutti “piduisti” anche allora?

Cinque anni dopo, elezioni 2001:

“Intendiamo garantire la trasformazione del Senato in una Camera federale coerente con la legge sul federalismo e corrispondente alle tradizioni del nostro paese. A un parlamento riformato, autorevole nel suo ruolo di indirizzo e di controllo, numericamente ridotto nel numero (la Camera federale non deve superare i 100 componenti), deve corrispondere un governo con maggiore responsabilità e autonomia con al centro il Primo ministro, capace di svolgere un ruolo di coordinamento e di raccordo fra Stato centrale, Unione europea e sistema delle Regioni e delle autonomie.”

Unione, 2006, ancora Romano Prodi:

“Noi intendiamo realizzare un efficace bicameralismo differenziato, attraverso un Senato che sia luogo di effettiva rappresentanza delle autonomie territoriali, titolare di competenze legislative differenziate rispetto alla Camera dei Deputati. Crediamo che i senatori debbano essere effettivi rappresentanti degli interessi del proprio territorio. Il numero dei senatori sarà ridotto a 150.”

In ultimo, il primo programma elettorale del Partito Democratico per le politiche 2008:

“E’ inaccettabile ritenere gli elettori italiani, solo sul piano nazionale, dei minorenni incapaci di scelte chiare e dirette. Per questo, appare necessaria la scelta diretta di soli 470 deputati in collegi uninominali maggioritari a doppio turno. […] Il Senato rinnovato di 100 membri scelti dalle autonomie regionali e locali è la sede della collaborazione tra lo Stato e tali autonomie. L’opportuna revisione dell’elenco di materie del Titolo V con una clausola di supremazia, trasversale alle materie, per il livello federale, col consenso del Senato, consentirebbe di superare la conflittualità permanente.”

In tutti i programmi, la legge elettorale proposta era maggioritaria, con un rafforzamento dei poteri del Premier quali la possibilità di nominare e revocare i Ministri o il legare la durata della legislatura alla sua figura. E, per inciso, non si accennava nemmeno alla revoca dell’immunità.

Non mi pare ci si stracciasse le vesti, allora, di fronte a quelle proposte. Che infatti sono state ripetute per 20 anni. E non dico, oggi, che il “pacchetto” delle riforme non sia migliorabile, tutt’altro: potremmo fare collegi ancora più piccoli per l’Italicum, oppure introdurre le preferenze, la parità di genere, oppure ancora le primarie obbligatorie per legge. Tutte cose, peraltro, che stavano già scritte dal ’96.

Ma è davvero stucchevole assistere al coro sdegnato di costituzionalisti e politici, perfino di quelli che quei programmi (e quel Senato) li hanno sottoscritti e sponsorizzati. Perché un conto sono i piccoli aggiustamenti, un conto è gridare costantemente all’“attacco alla Costituzione” o al “rischio per la democrazia”. Viene il sospetto che recitino una parte, spacciandola per critica “nel merito”. Una parte che più diventa volgare e sguaiata, più miete consensi tra quanti hanno sempre e comunque bisogno di un nemico, a prescindere dal merito.

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Un lavoro di squadra per il parcheggio dell’ospedale di Bergamo

Negli ultimi mesi ho ricevuto tante mail, tante segnalazioni sui temi più disparati. Tutte importanti, certo. Nessuna però mi ha colpito come quelle riguardanti il parcheggio presso il nuovo Ospedale di Bergamo.

Si tratta di persone costrette a pagare fino a 900 euro al mese per assistere i propri familiari; perché il parcheggio è molto caro e non esiste frazionamento orario della tariffa, perché non ci sono spazi gratuiti nelle vicinanze né una connessione ferroviaria, oltre ad un problema-sicurezza sollevato dagli utenti, soprattutto anziani.

È stato questo l’oggetto di una mozione che abbiamo approvato oggi in Consiglio Regionale. Un lavoro di squadra portato avanti dal gruppo Pd in consiglio comunale a Bergamo, dai parlamentari bergamaschi e, appunto, dai consiglieri regionali.

La società intende dotare a sue spese la struttura di un servizio di vigilanza e aumentare il numero di parcheggi gratuiti per auto e moto. Un primo passo, a cui vogliamo far seguire al più presto una revisione delle tariffe.

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Il comunicato stampa

Ospedale di Bergamo, Barboni e Scandella (PD): “Famiglie costrette a pagare sino a 900 euro al mese di parcheggio per assistere un parente. Situazione grave ed insostenibile. Si intervenga subito”

Approvata mozione in Aula

Il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità la mozione relativa ai parcheggi del nuovo Ospedale di Bergamo Giovanni XXIII presentata dal consigliere regionale del Patto civico Roberto Bruni e sottoscritta dai due colleghi bergamaschi del Pd Mario Barboni e Jacopo Scandella.

“Il problema è serio e deve essere risolto al più presto – spiegano Barboni e Scandella – Riceviamo quotidianamente numerose segnalazioni da parte di famiglie che sono costrette a pagare fino a 900 euro al mese per assistere 24ore al giorno il proprio familiare malato. E’ sotto gli occhi di tutti – e la mozione approvata all’unanimità lo sottolinea – che la situazione non è più sostenibile. I parcheggi gratuiti sono praticamente inesistenti, non solo per i pazienti ma anche per i dipendenti della struttura ospedaliera, e le tariffe imposte non prevedono un frazionamento orario dopo lo scadere del sessantesimo minuto. Persino per raggiungere la camera mortuaria è previsto il parcheggio a pagamento. E’ incomprensibile, inoltre, che per un ospedale come quello di Bergamo, punto di riferimento non solo della provincia e della Lombardia ma dell’Italia intera, non sia stata ancora pensata un’alternativa valida al mezzo privato valorizzando l’opzione della ferrovia”.

Una mancanza su cui il consigliere Roberto Bruni esprime forti perplessità. “In prossimità dell’ospedale – spiega il consigliere del Patto civico – corre la linea ferroviaria che collega Bergamo con Lecco. Si pensi ad istituire una fermata ad hoc, sosta peraltro prevista nell’Accordo di programma. Mi auguro che Regione Lombardia costituisca un tavolo di confronto con Trenord, RFI e TEB per risolvere quanto prima questa situazione”.

Con la mozione si chiede alla Giunta di indire un Tavolo per far sì che Regione, Provincia e Comune di Bergamo e la società vincitrice della gara d’appalto trovino una soluzione condivisa e si riveda la convenzione in essere. “Apprendiamo favorevolmente dall’assessore Mantovani che la società si farà carico del servizio di vigilanza per assicurare un controllo costante all’interno del parcheggio. Confidiamo nella Giunta – concludono – affinché dia seguito alla mozione e si attivi nel breve tempo per riunire le parti”.

 

Milano, 7 gennaio 2014

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Di qua, chi ama l’Europa.

Spero, da italiano prima che da democratico, che il 2014 sia davvero l’anno della ripresa economica, della modernizzazione istituzionale, di un governo che, come si usa dire in questi giorni, “faccia le cose”. Lo spero perché non c’è più tempo, perché servono risposte urgenti.

Il 2014 è anche l’anno delle elezioni europee, del semestre a presidenza italiana del Consiglio dell’UE, deve essere l’anno in cui anche l’Europa cambia rotta.
Per farlo, però, bisogna crederci. Lo ha giustamente ricordato Enrico Letta con un bel passaggio nel discorso di ieri alle Camere.

“Oggi vorrei che tracciassimo una linea.
Di qua, chi ama l’Europa, ne riconosce le contraddizioni, vuole riformarla, non delega ad altri la responsabilità di provare a farlo, sa che, senza l’Unione europea, ripiombiamo nel Medioevo.

Di là, chi vuole bloccare l’Europa, si scaglia contro i suoi limiti per speculare sul malessere, sulla disoccupazione e sul crollo dei consumi di questi cinque anni.

La linea di separazione è la più netta: nessuna sfumatura.
Il mandato che oggi qui vi chiedo è per costruire, insieme a chi si riconosce in questa parte, un’Europa migliore.
Chi vuole isolare l’Italia non voti la fiducia.
Chi vuole conquistare consenso con il populismo anti-europeo non voti la fiducia al mio Governo.”

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8 dicembre: la mia scelta per un nuovo PD

Lo scrivevo nella newsletter: “la ricostruzione di cui abbiamo bisogno passa anche attraverso i partiti: non ce ne sono di storie, se un partito raccoglie le istanze dei territori per portarle nelle istituzioni, se si rapporta costantemente con le imprese, le parti sociali, i comitati locali, se è democratico al suo interno e contribuisce a formare una classe dirigente in maniera trasparente e partecipata, beh, allora svolge un ruolo indispensabile per la nostra democrazia. Non basterà un uomo solo, non basterà nemmeno un Partito solo. Perché oggi troppe persone sono convinte che quelle organizzazioni non servano assolutamente a nulla. Ma riscoprire il senso e la forza di una comunità che si muove, e che quindi diventa utile per i suoi cittadini, è il primo obiettivo del nostro Congresso.”

Detto questo, ho scelto di sostenere la candidatura di Matteo Renzi nella corsa a Segretario del Partito Democratico. L’8 dicembre si vota per scegliere una nuova linea politica che ci accompagnerà nei prossimi anni e la leadership sulla quale essa dovrà camminare. Il minimo che si possa fare, avvicinandosi a questo appuntamento, è un’analisi di quanto successo negli ultimi mesi.

Sembra passato un secolo dalle Primarie di dodici mesi fa: la vittoria di Bersani, la coalizione con SEL, la sconfitta elettorale cui seguirono l’elezione del Presidente della Repubblica ed il governo Letta. Un piccolo focus è necessario.

Le elezioni politiche di febbraio ci hanno detto qualcosa che non possiamo ignorare: di fronte all’offerta politica esistente (Berlusconi per il centrodestra e Bersani per il centrosinistra), 1 italiano su 2 ha scelto o di non andare a votare o di votare Grillo, mentre sono stati (indicativamente) più di 8 milioni gli elettori che hanno cambiato schieramento rispetto alle elezioni precedenti. Il quadro è quello di una società frammentata, nella quale ormai più della metà dei cittadini non si sente stabilmente rappresentata da nessuno; non si sente di destra, sinistra o centro, ed è quindi disposta a cambiare idea. Magari l’ultimo giorno prima del voto.

Lo sforzo, che tocca soprattutto a chi invece vive da sempre l’appartenenza al Partito Democratico, è quello di capire che se dentro i nostri circoli ci troviamo a discutere con persone che ancora si riconoscono nel centrosinistra, nei suoi attuali leader e che, salvo eccezioni, hanno sempre votato da quella parte e sempre la voteranno, fuori è pieno zeppo di gente disposta a dare fiducia ieri a Bossi, oggi a Grillo, domani a qualcun altro. Persone alla ricerca di idee nuove e facce credibili; una fetta di elettori sempre più consistente e, tra le altre cose, sempre più decisiva.

Di fronte a questo scenario, dunque, chiediamoci che Partito Democratico vogliamo. Possiamo scegliere di rappresentare al meglio il nostro “zoccolo duro”, il nostro elettorato più fedele, composto in gran parte da dipendenti pubblici e pensionati; possiamo farlo sperando di trovare qualcuno (speranza vana, di questi tempi) con cui allearci prima delle elezioni, per provare così ad ottenere la maggioranza ed il governo del paese. Possiamo farlo dando mandato ad un candidato premier di allargare il recinto del nostro consenso, ma siamo certi che un Partito non plasmato sulle sue idee possa reggere questa sfida? In parole povere, gli faremo fare la fine di Prodi?

Io credo in un Partito Democratico diverso. Un Partito che guardi al futuro, che sappia rigenerare entusiasmo e voglia di fare politica, che non abbia paura di proposte coraggiose, di perdere consenso nel proprio elettorato, di conservare invece che cambiare. Un PD che abbia l’ambizione di tornare ad essere interlocutore di grosse fette della popolazione (giovani, prima di tutto!) che oggi non ci considerano come tale. Che sia chiaro: nessuno lo farà per noi. O riusciamo, come Partito, a riconquistare la fiducia di quelle persone, oppure non riusciremo mai a governare davvero questo Paese.

Per farlo, dicevo, servono due cose: idee coraggiose e facce giuste. In estrema sintesi, parto dalle prime citandone alcune.

LE IDEE

Lavoro e rappresentanza
Siamo il terzo partito tra gli operai, mentre tra chi il lavoro lo crea, lo inventa, siamo ancora visti con diffidenza. Eppure rivendichiamo il ruolo di partito dei lavoratori!
C’è l’universo della cooperazione sociale, ci sono le imprese che investono “green”, i posti di lavoro creati grazie a Internet ed alle nuove tecnologie, l’artigianato e la piccola impresa, a maggior ragione in bergamasca. Costruire soluzioni anche per questi mondi deve essere il nostro obiettivo primario. Che si parli di riduzione delle tasse sul lavoro o di semplificazione burocratica.

Ammortizzatori sociali
In tutta Europa, negli ultimi vent’anni, gli assegni di disoccupazione sono stati fortemente ridotti a fronte di un pesante investimento nelle politiche attive del lavoro, nel potenziamento dei centri per l’impiego e l’avvicinamento di domanda e offerta, nella formazione professionale soprattutto over 45. La scelta è stata meno cassa integrazione, meno spesa passiva che disincentiva la ricerca di una nuova occupazione; più servizi, più formazione, con una rete di protezione sociale che si allarga anche a chi oggi ne è sprovvisto e coinvolge i Comuni e il terzo settore. E’ un’impostazione diversa da quella che abbiamo conosciuto finora. E non sarà certo semplice metterla in pratica. Ma nessuno lo farà al posto nostro!

Pensioni
Altro tema scottante, sul quale dobbiamo fare chiarezza. Spendiamo quasi la stessa cifra per erogare tutte le pensioni al di sotto dei 2500 euro e tutte quelle superiori a 2500 euro, gran parte delle quali derivano dal calcolo effettuato con il metodo retributivo, consegnando al beneficiario molto più di quanto effettivamente versato nella propria carriera lavorativa. Una volta funzionava così, ora non più. Non si tratta di un privilegio ingiustificato? Possiamo dire che in una situazione di difficoltà è indispensabile chiedere un sacrificio anche a queste persone? A volte sento dire: “non innestiamo una guerra generazionale tra vecchi e giovani!”

Di fronte a quelle pensioni (a maggior ragione quelle superiori ai 5000 euro), di fronte ad una disoccupazione giovanile al 40%, di fronte al fatto che chi fra i giovani ha la fortuna di lavorare spesso percepisce meno di 1000 euro, rendiamoci conto che quella guerra c’è già! Non può più funzionare il sistema per cui la pensione del nonno mantiene il nipote, e magari pure il figlio, perché o si recuperano risorse per dare lavoro ai giovani, oppure non ci saranno più nemmeno i soldi per pagare le pensioni.

Scuola
E’ l’unico vero ascensore sociale. Dobbiamo fare di tutto per investire nell’educazione.
Nel 2011 dicevamo che “non era maturo il tempo per una selezione del personale docente da parte dei dirigenti scolastici”. Credo ci voglia più coraggio: perché non promuovere meccanismi valutativi all’interno della scuola, con l’obiettivo di motivare la classe docente e premiare gli insegnanti capaci di trasmettere passione e curiosità ai propri ragazzi?
E poi, la prossima riforma, che nasca dal basso: metteremo in atto la più grande campagna di ascolto dei nostri insegnanti, dei genitori, degli alunni stessi e dei quasi 5000 assessori alla cultura vicini al Partito Democratico su tutto il territorio nazionale.
Il tema centrale, infine, è quello delle risorse: se crediamo nella scuola, dobbiamo piantarla di tagliare laboratori, tempo pieno, mense, borse di studio… Ed in questo senso il decreto Carrozza, con i suoi 400 milioni sulla scuola, ha segnato un’importante inversione di tendenza.

Non sono per forza i più importanti, ma sono alcuni spunti sui quali mi aspetto dal Partito un coraggioso cambio di rotta. Europa, fisco, servizi sociali, ambiente: le sfide sono tante e molto c’è in comune con gli altri candidati alla Segreteria.

LA FACCIA

Perché Renzi?
Ho scelto di sostenere Matteo Renzi perché ritrovo in lui lo spirito entusiasta e coraggioso che vorrei rivedere nel Partito. Sono convinto che dietro ad alcune semplificazioni, dietro ad alcuni slogan ad effetto, ci stiano contenuti forti che ho avuto modo di leggere e studiare ad esempio ne “L’Italia dei democratici” di Giorgio Tonini ed Enrico Morando o “Più uguali più ricchi” di Yoram Gutgeld, per citare alcuni dei sostenitori più celebri. Li trovo particolarmente centrati e adeguati ad un progetto di riforma radicale prima del Partito Democratico e poi del Paese.

Quattro
Ci sono quattro motivi che rendono Matteo Renzi unico tra i candidati in campo:

Renzi è l’unico ad aver capito per tempo quanto fosse dirompente l’esigenza di cambiamento nel nostro Paese; quanto la crisi e le mancate risposte della politica nell’ultimo ventennio avessero esasperato la voglia, sempre più diffusa, di affidare a persone nuove una nuova grossa responsabilità. Dall’etica ai costi della politica, per cominciare.

Renzi è l’unico ad avere l’occasione, se dovesse vincere in maniera “larga”, di attuare davvero questo cambiamento; perché nel Partito Democratico, dal 2007, il rinnovamento ha interessato tutti i livelli: dai circoli locali, ai segretari provinciali e regionali fino agli eletti nelle Istituzioni. Tutti meno la dirigenza nazionale. La stessa che ha avuto cinque elezioni politiche nazionali a disposizione per mostrare il proprio valore e che ci ha portati, nel bene e nel male, fino a qui. “Tra 12 mesi la ruota girerà”, disse Bersani. Ecco, ora è il momento di farla girare e dare una chance ad un gruppo dirigente radicalmente rinnovato.

Renzi è l’unico in grado di esercitare una leadership forte sul gruppo parlamentare; perché non dimentichiamoci che, dentro questa esperienza di Governo, l’obiettivo del PD deve essere quello di contare di più, di farsi sentire di più. Di dettare l’agenda con le proprie idee. Renzi può farlo, a partire dalla legge elettorale. Maggioritaria, a doppio turno, partendo dalla Camera, dove il PD ha la maggioranza. Aiutiamo questo Governo a lavorare meglio, portiamo a casa quelle riforme istituzionali troppo a lungo rimandate. Se non lo faremo, se il Governo Letta mancherà questo appuntamento, non ci salveremo. Non c’è Renzi o Civati che tenga.

Renzi è l’unico, tra i candidati, ad aver amministrato qualcosa. E’ l’unico che può essere giudicato sulla base di quello che ha fatto, non solo su quello che dice di voler fare. Perché, oltre alla filosofia politica, di cui è necessario nutrirsi, ci sta un Partito concreto, comprensibile e immediato. Prima di sostenerlo, ho letto molto sul suo operato a Firenze e credo che siano indiscutibili alcuni risultati importanti raggiunti durante il suo mandato: dalle pedonalizzazioni del centro al piano strutturale a volumi zero, dagli investimenti pesanti nel turismo, nelle aperture di musei e biblioteche al potenziamento degli asili nidi. Cose concrete, cose giuste. E di sinistra, se proprio vogliamo.

Beninteso, non basta essere un buon Sindaco per essere un buon Segretario o un buon Premier. E Renzi è una speranza, non una certezza. Ma sulla base di tutte queste osservazioni, sulla proposta politica e sul suo profilo, credo meriti un’opportunità.

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Joint Research Centre – l’Europa che ci piace

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Ieri mattina, con la Commissione Ambiente e Protezione Civile, abbiamo avuto la fortuna di andare ad Ispra, in provincia di Varese, per visitare il Joint Research Centre. E’ un centro di ricerca della Commissione Europea, tra i più grandi e rinomati in Europa.

Si studia di tutto: dalle prestazioni dei pannelli fotovoltaici alle emissioni inquinanti delle automobili, dalle simulazioni dei terremoti al centro analisi sugli Tsunami, e ancora gli OGM, le nanotecnologie, la ricerca sul cancro.

E’ il volto più bello dell’Europa: quella squadra che investe 80 miliardi di euro per dare a chi deve prendere le decisioni, ovvero la politica, tutti gli strumenti per farlo nel migliore dei modi.

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Tutte le foto: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.773421532684686.1073741825.582381828455325&type=1

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Diritto allo studio: non ci siamo

In commissione Cultura e Istruzione arriva il primo bilancio targato Maroni.

Se la nota positiva sono le rassicurazioni rispetto all’investimento nella formazione professionale per il biennio 2014-2015, sul diritto allo studio non ci siamo proprio.

Un breve riassunto
Lo strumento con il quale Regione Lombardia finanzia il “diritto allo studio” è la Dote Scuola, che si compone di diverse parti, tra le quali:
1) il buono scuola, dedicato alle famiglie di ragazzi iscritti alle scuole paritarie, introdotto per garantire la libertà di scelta;
2) il sostegno al reddito, pensato per la permanenza dei ragazzi meno abbienti nel sistema dell’istruzione statale;
3) il merito, creato per premiare gli allievi più brillanti;
4) la Dote Scuola per l’Istruzione e Formazione Professionale, che copre le spese di frequenza dei ragazzi iscritti ai corsi regionali di istruzione e formazione professionale;

Di fronte ai numeri presentati in commissione, la scelta della giunta Maroni è quella di mantenere sostanzialmente invariato il contributo di 30 milioni di € per il “buono scuola” sulle paritarie, mentre viene completamente azzerata la voce “merito” che premiava i più capaci e soprattutto viene drasticamente ridimensionato il “sostegno al reddito”: si passa da 23 milioni a soli 5 milioni per sollevare le famiglie più bisognose dall’acquisto libri e materiale scolastico, la mensa o il trasporto.

La dispersione scolastica in Lombardia raggiunge il 15%, e questa scelta mette in seria difficoltà chi già comincia da tempo a fare fatica sul serio. E’ una decisione folle che si fatica a giustificare se non con la volontà di creare più iniquità e disagio per i ragazzi e le ragazze che provengono da famiglie meno abbienti. Anche se meritevoli.

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Il buon esempio – incontro con Nando dalla Chiesa

Ho avuto la fortuna di partecipare ad una splendida serata, martedì a Parre, in compagnia di Nando dalla Chiesa. Un grazie va a Giovanni Cominelli dell’associazione “Il testimone” che l’ha resa possibile e a tutti gli ospiti intervenuti: Rocco Artifoni di Libera, Ottorino Bettineschi dell’Ance, Marina Mazzeo, curatrice del sito stampoantimafioso.it.

Si è parlato di criminalità organizzata in bergamasca, dalle testimonianze dirette ai dati sulle infiltrazioni, dalle colpe della politica a quelle della società civile. Sala piena.

“La forza della mafia sta fuori dalla mafia”, ha ripetuto più volte Dalla Chiesa: nelle nostre debolezze, nell’indifferenza (“io mi occupo delle mie cose e basta”), persino nella scarsa conoscenza del fenomeno, soprattutto al Nord. “Perché la mafia non viene studiata nelle Università? Perché non si approfondiscono le strategie, così da rendere più consapevoli i funzionari, i dipendenti pubblici e privati, tutti i cittadini?” Sarebbe il primo passo.

Poi ci sta la coscienza civica, la capacità di resistere alle intimidazioni, il non sentirsi soli di fronte alla violenza. Troppe connivenze hanno agevolato la criminalità organizzata. Troppe. Dalla politica, alla magistratura, fino al medico che firma una finta perizia per far sì che il boss possa essere scarcerato. Appunto, “la forza della mafia sta fuori dalla mafia”.

Ma se è così, allora la speranza è nelle nostre mani. E’ nelle mani di ognuno, è nelle scelte quotidiane di ognuno. E proprio per le colpe gravi che in questo senso sono state attribuite alla politica, anche durante la serata, da quando faccio il consigliere regionale sento ancora più forte su di me il dovere dell’esempio, la responsabilità di essere sempre più integro, più trasparente. Come in una famiglia l’onestà del padre è contagiosa sui figli, così un dirigente d’azienda che fa bene il suo mestiere influenza positivamente tutti i suoi dipendenti. Ecco, alla stessa maniera, credo che la politica abbia il dovere di fornire ai propri cittadini tutto meno che l’alibi del “così fanno tutti, persino chi ci governa!” E’ la riforma più importante che abbiamo davanti.

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