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Partecipare (1° tempo)

Portare le persone a votare non è più un fatto scontato. Bisogna essere in grado di entusiasmare, coinvolgere, creare movimento e attrarre partecipazione. Anche, ma non solo, con forme e strumenti nuovi, per agganciare quelle persone che non vedremo mai dentro ad una sede di Partito o ad un’assemblea pubblica. Siamo sicuri? E come si fa? Qualche spunto prima e dopo la conferenza organizzativa del Partito Democratico regionale.

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L’ultima rilevazione nazionale dedicata alla partecipazione politica degli italiani (i dati non sono diversi dai trend europei) ci dice che è iscritto ad un Partito il 2,9% dell’elettorato; ha firmato petizioni o inviato lettere il 7,4%; è andato a sentire incontri o dibattiti il 19,6%; ha partecipato ad elezioni primarie il 25,8%.

E se, parafrasando Fabrizio Barca, immaginiamo “la partecipazione come fine in sé e fonte di conoscenza”, dobbiamo trovare un antidoto al fatto che ci siano sempre meno persone disposte ad identificarsi stabilmente in un Partito, ad iscriversi e soprattutto a partecipare costantemente alle attività “di base”.

Insomma, la minore disponibilità a identificarsi con i partiti deriva dall’attenuazione delle fratture sociali che storicamente ne avevano giustificato la nascita, dalla minore credibilità delle connesse ideologie e da un fenomeno che Russel J. Dalton ha definito “mobilitazione cognitiva”. Con questa espressione Dalton vuole indicare un processo di arricchimento/modernizzazione della cultura politica prodotto, a partire degli anni Sessanta del secolo scorso, dalla diffusione del benessere, delle informazioni, delle conoscenze, della crescita delle aspettative, oltre che dalla moltiplicazione delle fonti da cui le conoscenze sono diffuse e le opinioni si formano. Tutti fattori che rendono gli individui più indipendenti, ben disposti a informarsi, a discutere di politica, a partecipare, ma meno disposti ad appartenere stabilmente a un partito.

Tutto ciò, quindi, non significa che sia svanito l’interesse per la politica. Al contrario, c’è una domanda di politica che i dati sopra riportati ci manifestano chiaramente: tante persone vogliono partecipare. A patto che questo non comporti un’adesione troppo “impegnativa” e che la loro scelta sia influente, decisiva, ad esempio nella definizione dei candidati per una determinata elezione o, magari, sull’indirizzo politico che deve prendere il Partito. Troppo comodo?

Credo che, in questa fase, agli iscritti ed agli elettori si debba chiedere, prendendo spunto da Salvatore Vassallo, di “aderire-partecipando”. Dobbiamo chiedere loro contributi, opinioni, dobbiamo generare dibattito a partire da proposte che il Partito ha costruito a livello nazionale come sui territori. E si tratta di una partecipazione che se da un lato rappresenta una straordinaria forma di comunicazione (mentre ti chiedo un parere, ti sto avvicinando ad una mia proposta), dall’altro “non esclude – anzi, potrebbe precludere a – una forma di adesione più impegnativa, una militanza più intensa e stabile, a cui corrispondono maggiori diritti.” In altre parole, la tessera come approdo finale di un percorso di partecipazione e di inclusione, non come biglietto d’ingresso alle attività del Partito Democratico.

Qualcosa del genere stava già scritto nella prima versione dello statuto del PD nazionale datato 2008. Si parlava perfino di un “Sistema informativo per la Partecipazione” che avrebbe dovuto ospitare referendum tematici e contributi dagli eletti nelle istituzioni, per alimentare un dibattito costante sui temi.

Oggi tocca a noi dare corpo a quelle intuizioni. Si tratta di “attrarre partecipazione attraverso un confronto pubblico informato, acceso, imparziale e ragionevole. È determinante in questo partito, come motivo per iscriversi o frequentare o interloquire a livello territoriale con esso, la possibilità di confrontare le proprie conoscenze e valutazioni sulle politiche e azioni pubbliche locali, nazionali. Il confronto può trarre impulso dall’uso della Rete, può trovare nella rete la base informativa, la possibilità di contribuire in modo non costoso e verificabile negli effetti, ma ha bisogno di focalizzarsi e di trovare poi i suoi ritmi lenti in luoghi fisici del territorio.”

Si tratta anche di recuperare quanto di buono hanno fatto altri: penso al Movimento 5 Stelle, che nella prima fase della sua storia aveva sperimentato forme di consultazione che prevedevano prima un approfondimento tematico (due interviste, pro e contro un determinato tema) e poi l’espressione di un voto. Un metodo positivo, che purtroppo non ha avuto il seguito che ci si sarebbe aspettati: nella gran parte dei casi, oggi, il Capo comanda e gli iscritti vengono chiamati a ratificare, nei fatti, scelte già decise. Una è la grossa discriminante rispetto al Movimento: noi non riteniamo che gli eletti nelle Istituzioni siano semplici “portavoce“, chiamati ad alzare o abbassare la mano a seconda di quanto una “base”, più o meno ampia che sia, ha deciso sul blog. Gli eletti devono avere autonomia decisionale, il che non significa però che non debbano impegnarsi per stimolare un dibattito verso il basso ed accogliere suggerimenti ed opinioni.

A questo proposito, abbiamo immaginato una piattaforma web, parallela al nuovo sito internet del PD Lombardia, nella quale offrire a tutti i cittadini delle proposte sulle quali confrontarsi; con un’interfaccia semplice, intuitiva, una “pagina” dove proporre alle persone dei quesiti sui quali informarsi, esprimersi, discutere. Informarsi attraverso una breve spiegazione dell’argomento e la sezione “opinioni a confronto”, nella quale recuperare articoli e interviste di esponenti PD e non che discutono sul tema. Esprimersi attraverso dei questionari strutturati che sarà nostro compito predisporre sui singoli argomenti. Discutere all’interno di un forum moderato che raccolga contributi e suggerimenti, utili ad integrare le proposte sulle quali chiediamo ai cittadini di esprimersi. Un forum che nasce per dar vita ad una discussione più “ordinata” rispetto a quanto avviene, ad esempio, sui social e che, magari, riesca ad attirare opinioni qualificate (medici, infermieri, ecc. sulla riforma della sanità, ad esempio).

[continua...]

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Scandella su Dote Scuola: “Non c’è libertà di scelta tagliando gli aiuti ai redditi più bassi”

“Se davvero la Giunta volesse incentivare la ‘libertà di scelta’ per le scuole paritarie, dovrebbe concentrare i finanziamenti su quelle fasce di reddito che da sole non possono permettersi questa libertà”. E’ categorico Jacopo Scandella, consigliere regionale del Pd, commentando il voto contrario di oggi, martedì 6 maggio 2014, in Consiglio regionale, alla mozione sul sistema della Dote scuola di Regione Lombardia.

“Dispiace che nemmeno dentro al Consiglio regionale si riesca ad entrare seriamente nel merito delle questioni” aggiunge e specifica specificando “le fasce sotto i 15mila euro di Isee vedono tagliate le risorse, quelle fino a 38mila le vedono aumentare. Si trovano poi i soldi per raddoppiare il contributo alle famiglie con un reddito da 70-80mila euro e contemporaneamente si annulla ogni risorsa per acquisto libri, trasporto e mensa per le scuole statali. E’ un principio che non possiamo tollerare, soprattutto in un momento come questo”, conclude Scandella.

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Sull’aeroporto di Montichiari

Cuneo, Torino, Malpensa, Linate, Orio al Serio, Montichiari, Verona. Sono solo alcuni degli aeroporti “del Nord”, sparsi (spesso a pochi km. di distanza) tra Piemonte, Lombardia e Veneto.

Il Consiglio Regionale della Lombardia, tre anni fa, aveva impegnato la giunta a realizzare un vero e proprio piano degli scali aeroportuali lombardi, per uscire dall’anarchia e chiarire una volta per tutte “chi fa che cosa”. Passeggeri, cargo, low cost… Non se ne fece nulla.

Oggi si torna a parlare di Montichiari: uno scalo svuotato, rimasto sotto il controllo della società Catullo di Verona e che sta in piedi soltanto grazie a qualche volo postale notturno. Insomma, stando così, potrebbe chiudere domani.

Poi c’è Orio al Serio, i cui volumi di traffico hanno raggiunto livelli imponenti; direi, anzi, che nell’equilibrio tra occupazione e sostenibilità ambientale, si è andati fin troppo oltre.

Per questo motivo Montichiari potrebbe tornare di moda. La costruzione della Bre.Be.Mi e di un’apposita “bretella” di collegamento, unita alla distanza dai centri abitati, lo rendono appetibile per tutto quanto riguarda il traffico merci, che potrebbe diventare la vera e unica vocazione di questo scalo. Ancora molte realtà del nord-est preferiscono il trasporto su gomma verso l’estero allo scalo merci di Malpensa; per questo Montichiari, grazie alla sua posizione, può avere un futuro.

Soltanto, però, a patto di entrare nell’orbita di Orio, sgravando quest’ultimo e riequilibrando una situazione che, anche per i cittadini dei comuni limitrofi, si è fatta insostenibile.

Si tratta pur sempre di una trattativa tra società, (SACBO, Catullo, SAVE, con SEA spettatore interessato: è il caso di metterci il naso, per capire se e come l’operazione possa andare in porto), ma se questa scelta di buonsenso fosse condivisa tra Lombardia e Veneto, sarebbe tutto più facile. Come con i treni, prove di Macroregione

Eco - Montichiari con Orio

 

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“Ma allora a cosa serve fare la tessera?” Il mio contributo per un congresso aperto

“Il primo che passa non può scegliere il mio Segretario!”, oppure “ma allora a cosa serve fare la tessera al Partito?”

Sono due delle domande più ricorrenti che mi trovo a fronteggiare durante le Feste Democratiche della provincia. Tra primarie aperte, ruolo degli iscritti, coincidenza tra segretario e candidato premier, provo a dare il mio contributo al dibattito che anima il nostro Partito alla vigilia dell’assemblea nazionale che dovrà stabilire le regole del prossimo congresso.

Prima di tutto, dobbiamo chiarirci una cosa: nel 2007, quando abbiamo dato vita al PD, ci siamo detti che sarebbe stato un Partito di “iscritti ed elettori” (Statuto Nazionale).

Perché lo abbiamo fatto? La prendo da lontano.

Nel 1977, il Partito Comunista Italiano contava 1 milione e 800 mila iscritti. Una platea vastissima, che rappresentava in maniera piuttosto fedele un elettorato composto da circa 10 milioni di persone. Una classe sociale omogenea, quella operaia, che si riconosceva nel Partito come tutelante dei propri interessi e delle proprie battaglie. Il PCI era un partito di sindacato, che nell’immaginare una società “diversa”, lottava nelle istituzioni per tutelare in primo luogo i bisogni dei propri iscritti. I quali “pesavano” nelle scelte, eccome. Proprio perché rappresentativi di tutti (o quasi) quelli che il Partito lo votavano.

Poi caddero gli steccati, vennero meno le differenze ideologiche enormi fra gli schieramenti, calarono gli iscritti ai Partiti (13% di elettori iscritti ad un Partito nel 1948, 2% nel 2012), i blocchi sociali si frammentarono in quella che viene chiamata “società liquida”.

E nel 2007, quando facciamo nascere il PD, si vive l’ambizione di completare la trasformazione definitiva del più grande soggetto del centrosinistra italiano da partito di sindacato a partito di governo. Un Partito che non nasce per tutelare gli interessi dei propri iscritti, ma per fare molto di più, ovvero governare il paese secondo i propri valori: in primo luogo perché si rende conto che la parte più debole della società non coincide più con i propri iscritti; in secondo luogo perché l’elettorato cambia spesso opinione, è disposto a votare una volta destra, un’altra centro, un’altra ancora sinistra, e lo zoccolo duro degli elettori “fedeli” si assottiglia; in ultimo, perché se gli iscritti non bastano più a rappresentare il tuo corpo elettorale, con le mille sfaccettature di cui è composto, allora devi trovare lo strumento per coinvolgere nelle decisioni quella fetta sempre più ampia di elettori “fluidi”, di capire i loro bisogni ed offrire loro una prospettiva credibile. Bernstein diceva “non un partito di classe, ma un partito di popolo”.

Si chiama vocazione maggioritaria. E per farla, mi ripeto, devi prima conoscere le esigenze di quegli elettori che, per mille motivi, non si iscrivono più ai Partiti e non partecipano attivamente alla vita di Partito. Magari fanno politica, nei comitati come a scuola, magari no. Ma votano, quello sì. O possono farlo.

E di cosa si compone la vocazione maggioritaria? In primo luogo delle primarie aperte, quelle che permettono a tutti di esprimersi. Per tornare ad essere in sintonia con la società, per capire quello che succede fuori dai nostri circoli, troppo spesso autoreferenziali. Poi della coincidenza tra segretario e candidato premier. Perché se il Partito ha l’ambizione di convincere a votarlo quelle persone che oggi non si sentono stabilmente rappresentate da nessuno, lo fa con un leader, con una faccia, che possa contare su un Partito che lo sostenga e che ne condivida in toto la linea politica. Altrimenti “fai la fine di Prodi”.

Queste intuizioni, avute nel 2007, sono paradossalmente molto più attuali oggi, nel 2013. Perché se allora il blocco berlusconismo-antiberlusconismo era abbastanza coeso, oggi l’elettorato è ancora più fluido. Cresce continuamente il campo dei delusi, degli indecisi, di quell’elettorato potenziale disposto a votare PD e che abbiamo il dovere di andare a prendere. Perché nessun altro “alleato” può farlo in maniera stabile, ed alle ultime elezioni ne abbiamo avuto la triste dimostrazione.

Smontare quel disegno, quelle intuizioni, un pezzetto per volta, significa non comprendere la realtà nella quale vogliamo incidere politicamente. Dopodiché sia chiaro, le Primarie non garantiscono la vittoria né risolvono tutti i problemi. Aiutano però a capire meglio i sentimenti e le idee dei cittadini, ad avere uno sguardo più ampio su una società sempre più frammentata e sempre meno decifrabile.

“Ma allora per forza che nessuno si tessera più!”

Credo sia sbagliato pensare che il tesseramento dipenda dal potere decisionale che comporta: altrimenti non si spiegherebbe perché, a parità di condizioni, gli iscritti al PCI siano calati dal milione e 800 mila del ’77, al milione e 200 mila del ‘90, così come per la DC dal milione e 800 mila del ’72 al milione e 200 mila del ’77; la realtà è che il tesseramento avviene innanzitutto per senso di appartenenza, per volontà di contribuire alla vita di una comunità nella quale ci si riconosce. Per consenso e prestigio. Più siamo capaci di generare entusiasmo, dibattito, più il Partito diventa davvero popolare, e più le persone si avvicineranno, anche tesserandosi.

E la tessera non può essere considerata un biglietto d’ingresso senza il quale non poter prendere parte alla vita ed alle decisioni del Partito, bensì magari il punto di arrivo di un percorso inclusivo di partecipazione.

Se sapremo proporre all’elettorato un progetto credibile guidato da facce credibili, cresceranno l’appetibilità del Partito e con esso il numero delle persone disposte a spendere tempo ed energie per un progetto condiviso. E, magari, a donare a questo progetto anche il loro 2xmille…

Ci lamentiamo spesso che nei momenti di crisi la tendenza delle persone sia quella di  chiudersi, di guardare con nostalgia al passato, di non riuscire a gestire i sentimenti di rabbia e sconcerto. Vale anche per le organizzazioni. In un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, con quello che abbiamo passato negli ultimi mesi, è il momento di non commettere lo stesso errore. Non chiudiamoci, guardiamo invece con fiducia al futuro di un Partito che ha tutto per essere protagonista. Ne abbiamo bisogno noi, ne hanno bisogno i nostri vicini di casa, ne ha bisogno tutto il Paese.

 

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