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Sulla riforma delle province

La riforma Delrio ha tolto alle province una serie di funzioni, la legge di stabilità ha tagliato le risorse e tre letture della riforma costituzionale (in attesa della quarta) hanno sancito l’abolizione dell’ente.

Che ci piaccia o meno, la volontà del legislatore nazionale è piuttosto chiara: superare le province, eliminare un livello decisionale e suddividere le competenze tra Regioni e Comuni. Ma a chi tocca questo compito?

Nel dibattito di queste settimane, ho l’impressione che si continui a mirare un obiettivo solo, il Governo, reo innanzitutto di aver voluto questo riordino istituzionale in un momento di risorse decrescenti rendendolo ancora più difficile da praticare, mentre non si dice una parola sulla Giunta di Regione Lombardia, che da mesi decide di non decidere con l’obiettivo dichiarato di veder fallire tutto il percorso.

Di certo si poteva fare meglio (e qualche soldo in più da Roma è indispensabile), ma questo non accade solo quando non si fa nulla.
Prendete la Toscana: lì si è deciso che le province, finché ci sono, gestiscono la manutenzione delle strade e l’edilizia scolastica. Stop. Tutto il resto va in capo alla Regione (autorizzazioni ambientali, costruzione di infrastrutture, formazione professionale, ecc.) che assorbe e mantiene le strutture decentrate sul territorio, o alle Unioni di Comuni.

Se in Lombardia si vuole immaginare un ente intermedio di coordinamento tra Sindaci, che si chiami area omogenea, ben venga! Ma deve essere la Regione a prevederla per legge, per via di una specificità (tantissimi Comuni, tantissimi abitanti) che esiste qui e non altrove. Non il Parlamento, che dentro la Delrio e la riforma costituzionale prevede che questi spazi di manovra se li prendano proprio le Regioni. Altrimenti si invoca l’autonomia ma non si fa nulla per esercitarla, nemmeno quando c’è.

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Di qua, chi ama l’Europa.

Spero, da italiano prima che da democratico, che il 2014 sia davvero l’anno della ripresa economica, della modernizzazione istituzionale, di un governo che, come si usa dire in questi giorni, “faccia le cose”. Lo spero perché non c’è più tempo, perché servono risposte urgenti.

Il 2014 è anche l’anno delle elezioni europee, del semestre a presidenza italiana del Consiglio dell’UE, deve essere l’anno in cui anche l’Europa cambia rotta.
Per farlo, però, bisogna crederci. Lo ha giustamente ricordato Enrico Letta con un bel passaggio nel discorso di ieri alle Camere.

“Oggi vorrei che tracciassimo una linea.
Di qua, chi ama l’Europa, ne riconosce le contraddizioni, vuole riformarla, non delega ad altri la responsabilità di provare a farlo, sa che, senza l’Unione europea, ripiombiamo nel Medioevo.

Di là, chi vuole bloccare l’Europa, si scaglia contro i suoi limiti per speculare sul malessere, sulla disoccupazione e sul crollo dei consumi di questi cinque anni.

La linea di separazione è la più netta: nessuna sfumatura.
Il mandato che oggi qui vi chiedo è per costruire, insieme a chi si riconosce in questa parte, un’Europa migliore.
Chi vuole isolare l’Italia non voti la fiducia.
Chi vuole conquistare consenso con il populismo anti-europeo non voti la fiducia al mio Governo.”

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