Oggi in consiglio regionale discuteremo di carceri, o meglio dell’emergenza carceraria in Lombardia. I dati sono evidenti su una capacità di capienza regolamentare di 5398 e una tollerabile di 8540 abbiamo nei 18 istituti lombardi ben 9242 detenuti. Come non occuparsene!
Se da un lato siamo un paese dove va meglio marcata la certezza della pena, per “tutti” i colpevoli, e abbattuti i tempi dei processi. Dall’altra non possiamo dimenticare che un detenuto è un cittadino che ha sbagliato, ma che è nostro impegno recuperare. Questo significa essere uno stato di diritto, questo significa avere chiaro il concetto di giustizia.
Nei prossimi mesi, molto si parlerà di carcere, di decreti “svuota-carceri” e altro. Mi piacerebbe che si parlasse anche di recupero del detenuto e prevenzione al crimine, due “indispensabili” per cambiare marcia sull’argomento. In consiglio spero si dia vita ad uno strumento di approfondimento per uscire da questa intollerabile emergenza, certo come prima cosa forse basterebbe evitare di contribuire con esponenti regionali e intasare le carceri lombarde, ma….
Martedì 20 settembre 2011, in Consiglio regionale, si è tenuta una commemorazione di Mino Martinazzoli. Ecco il mio intervento in ricordo di Mino
Gentile Presidente, la ringrazio per aver previsto in apertura di questo consiglio un momento di breve riflessione su Mino Martinazzoli, politico lombardo scomparso il 4 settembre a Brescia.
Momento breve, come sicuramente avrebbe preteso, ma intenso, non per quanto con una certa fatica cercherò di dire, ma per i ricordi e le sensazioni che in molti di noi la figura di Mino Martinazzoli evoca.
Un’esperienza istituzionale intensa la Sua, iniziata sui banchi del Consiglio comunale di Orzinuovi, suo paese d’origine, che lo ha visto Presidente della Provincia di Brescia, Deputato, Senatore, più volte Ministro, Sindaco di Brescia, Consigliere regionale, nonché un altrettanto rilevante attività di uomo del “Suo” partito, la Democrazia Cristiana, che gli affidò compiti delicati, da ultimo quello della segreteria chiamata a concludere una pagina fondamentale della storia del nostro Paese restituendo all’esperienza cattolico democratica quell’etica cristallina che ne aveva caratterizzato gli anni migliori garantendo un armonico sviluppo del nostro Paese.
Ha conosciuto momenti di “potere”, sempre esercitato con prudenza, senza arroganza e con quel dossettiano distacco che gli ha permesso in alcune occasioni semplicemente di “lasciare” i ruoli ricoperti o perché in totale disaccordo sulle decisioni prese o perché percepiva che non era più il “suo” tempo.
Ha conosciuto momenti di sconfitta, come quando si propose quale presidente della nostra regione, momenti che ha interpretato come un modo diverso di concorrere alla vita istituzionale nel convincimento che “… le maggioranze hanno ragione di governare, ma non governano perché hanno ragione…” e con l’idea del dubbio e del travaglio di montiniana memoria che sempre dovrebbe caratterizzare chi ha un ruolo politico, specie quando il voto gli consegna la responsabilità della guida delle istituzioni.
Ha attraversato momenti difficilissimi per il mondo politico, uscendo sempre indenne e “altro” rispetto a certe involuzioni del sistema.
Ha interpretato l’attività politica con rigore, sapendo che è necessario conoscere per “dire”, approfondire per decidere, sforzandosi di mantenere un reale contatto non con la gente, intesa come massa da assecondare e manipolare, ma con le persone considerate come singole individualità da valorizzare in un insieme che non mortifica, ma anzi esalta l’unicità di ciascuno, senza dimenticare nessuno.
Certo forse non è un modo di interpretare la politica oggi in uso, dove al ragionamento si preferisce lo slogan, dove alla coerenza si antepone l’adattabilità del pensiero alle convenienze del momento, dove alla costruzione del futuro si privilegia una superficiale recita del presente.
Non è un caso che non si ritrovò nell’attuale scenario politico, sia chiaro non perché non sapesse cosa “non” gli piaceva, ma perché con difficoltà individuava dove effettivamente poteva riconoscersi.
Insomma forse capiva che non era il suo tempo per essere l’interprete e si era ritagliato, si fa per dire la funzione del “conservatore”, quale ruolo più riformista oggi esiste?, di quella che Gaber chiamava “una antica speranza” di dare soluzioni ai tanti problemi che le persone che, come diceva Mino “… ogni giorno gioiscono e soffrono sullo splendore della terra” hanno.
Il Vescovo di Brescia lo ha salutato quale interprete di un modo di interpretare la politica come esercizio dell’amore verso il prossimo lo ha definito “… fedele interprete di quel bisogno sempre presente in particolare per i giovani di persone credibili che li stimolino, che facciano loro intravedere la possibilità e la bellezza di una politica fatta di intelligenza, di sincerità, di coerenza, di passione per l’uomo.
Nessuno di noi possiede tutte le risposte utili. Non sono più in commercio visioni di società perfette da comporre pezzo per pezzo. Questo tipo di certezza ci è negato. Abbiamo invece sempre più chiara la consapevolezza che un futuro degno dell’uomo potrà essere costruito solo attraverso le scelte di persone umane autentiche: sagge e non stupide; moralmente responsabili e non infantili; capaci di riflessione critica e di autocritica; appassionate del bene delle persone concrete e disponibili ai sacrifici necessari per costruire una civiltà degna dell’uomo, quella che Paolo VI chiamava: la civiltà dell’amore…”.
Richiamo ancora più provocante in questa stagione di crocifissi ostentati o negati.
Ecco perché ricordiamo Mino Martinazzoli come una persona e un politico perbene, noi tutti sappiamo che di questi tempi non è poco, noi tutti sappiamo che ora di ritornare ad esserlo.
Il lavoro svolto in questi mesi dal gruppo consiliare del Pd, volto alla riqualificazione delle stazioni ferroviarie lombarde, inizia a dare i suoi primi risultati. In settimana la Giunta regionale, incalzata per mesi dal Pd prima con un ordine del giorno votato all’unanimità nel luglio scorso e successivamente con i risultati della campagna “tour delle stazioni” che fotografa un quadro desolante dell’attuale situazione in cui riversano le 415 stazioni lombarde, ha espresso la volontà di favorire la stipula di protocolli specifici tra i Comuni ed RFI.
Prendiamo atto che la Regione abbia focalizzato l’attenzione sul tema anche se constato con rammarico che la comunicazione della Giunta presenta dei limiti evidenti.
Il rammarico è doppio se si pensa all’impegno sottoscritto a fine luglio in cui si è concordata trasversalmente la mappatura della funzionalità delle stazioni lombarde e la promozione di un bando in grado di valorizzare le piccole stazioni attraverso la collaborazione e la partecipazione di tutti i portatori di interesse locale.
Partendo da queste premesse, la delibera formulata della Regione non va nella direzione indicata essenzialmente per tre ragioni: L’ assenza di volontà politica della Regione di promuovere un bando vero e proprio, al contempo la Giunta non si assume la regia delle possibili convenzioni demandando il tutto a specifici protocolli d’intesa con RFI e Ferrovie Nord. Infine, cosa ancor più grave, non prevede contributi propri in favore degli enti e delle associazioni che si fanno carico dei lavori di riqualificazione.
E’ del tutto strumentale dunque sbandierare ai quattro venti la volontà di ridare dignità e identità alle stazioni, qualificandone il servizio in piena sussidiarietà con gli enti locali, se poi non si investe nemmeno un euro.
Con la decisione della Giunta tutto il lavoro portato avanti fino ad ora viene svilito. Speriamo vivamente che la Regione corregga il prima possibile il tiro ricordando nuovamente che le piccole stazioni sono un patrimonio del servizio ferroviario regionale da preservare restituendo loro quel ruolo di aggregazione urbana di un tempo.
Ci sarà tempo fino al 2012 per approvare i Piani di Governo del Territorio
In provincia di Brescia più della metà dei comuni è in ritardo: proroga necessaria, purché sia l’ultima e si corregga il sistema, La Regione proroga di un ulteriore anno e mezzo il termine per l’approvazione dei piani di governo del territorio. I comuni dovranno adeguarsi alla normativa vigente, approvata nel febbraio del 2005, entro e non oltre il 31 dicembre del 2012, anziché entro il 31 marzo 2011. La proroga si è resa necessaria per l’alto numero di comuni, oltre due terzi, che ancora non ha portato a termine l’iter di approvazione del PGT. Su 1543 comuni lombardi infatti solo 457, il 30%, ha concluso con successo l’iter di approvazione. Sopra la media, ma comunque distante dall’obiettivo, il dato della provincia di Brescia, dove ha concluso l’iter il 46% dei comuni, 94 su 206 (il dato è aggiornato a fine gennaio 2011). Secondo quanto prevede la modifica della legge urbanistica approvata oggi dal Consiglio regionale i comuni non potranno però continuare a utilizzare i vecchi PRG approvando i relativi piani integrati se entro la fine di quest’anno, il 2011, non avranno almeno adottato (approvato in prima lettura) il proprio piano di governo del territorio. L’ennesima, necessaria proroga è motivata dal fatto che solo poco più di un quarto dei comuni lombardi ha già approvato il proprio PGT. Un problema legato alle complicazioni della legge urbanistica ma soprattutto alla mancanza di risorse, in particolar modo per i comuni piccoli. È giusto prorogare i termini ma c’è un evidente problema nel sistema se i comuni non hanno avuto modo di approvare il PGT o, peggio, se hanno avuto in alcuni casi convenienza a continuare ad approvare varianti e piani integrati sui vecchi piani regolatori, in barba alla nuova programmazione urbanistica. Noi abbiamo dato il nostro voto favorevole a condizione che sia inderogabilmente l’ultima volta e che, com’è scritto nel testo, non sia concesso ai comuni di continuare a programmare in deroga.
La nostra maratona oratoria ha prodotto un effetto.
Il Consiglio Regionale ha deciso di rinviare al 23 dicembre la discussione sul progetto di legge 57 riguardante la gestione dell’acqua in Lombardia.
Un rinvio che permetterà di capire le intenzioni del Governo: c’è la possibilità che la cancellazione degli Aato (gli attuali soggetti gestori dell’acqua sul territorio) venga rinviata di qualche mese, in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale e dei referendum.
Questo garantirebbe la possibilità di evitare la creazione di nuovi enti gestori (affidati alle province) togliendo la titolarità del servizio ai comuni, che potrebbero esprimere solo un parere, senza nessuna possibilità di gestire il servizio in proprio.
Per questo il rinvio al 23 dicembre, è da considerarsi una piccola vittoria, in attesa di notizie
da Roma, che si sperano positive, visto che la governano i maestri del
Oggi in consiglio regionale, sfida sull’acqua. Per il Pd le scelte fondamentali devono spettare al Comune: riaffermare il suo protagonismo decisionale vuol dire ridare centralità a ciascuna comunità locale. Non condividiamo la scelta di affidare alla Provincia un ruolo strategico. Senza coraggio, la maggioranza Lega-PDL richiama il decreto Ronchi, che penalizza fortemente la gestione pubblica dell’acqua, segui i nostri lavori sulla diretta video oppure la mia diretta su twitter
Con il voto contrario del Gruppo consiliare del Partito democratico è stata approvato in VIII Commissione Agricoltura, parchi e risorse idriche il progetto di legge di modifica sul servizio idrico integrato
Noi Abbiamo votato contro un provvedimento che di fatto affida la titolarità del servizio alle Province togliendolo ai Comuni. Le audizioni dei giorni scorsi con Comuni, Ato, Comitati dei cittadini, non sono servite per far recedere la maggioranza da un provvedimento che poteva essere definito in maniera sicuramente diversa.
La maggiornaza ha voluto approvare il provvedimento con una fretta sospetta.
Vanamente abbiamo chiesto alla maggioranza di tenere conto del ricorso avverso alla soppressione degli Ato, presentato da Regione Veneto e per il quale la Corte costituzionale si esprimerà a febbraio.
Ma i” maestri” del federalismo non hanno voluto sentite ragioni, avanti tutta!
Nel caso di accoglimento del ricorso del Veneto, ci troveremo in una situazione di grande difficoltà con una legge non valida e gli Ato soppressi.
Qualcosa però abbiamo ottenuto: in sede di discussione siamo riusciti a ottenere almeno che il parere dei Comuni diventasse vincolante, ridando così un minimo di forza alle amministrazioni locali. La nostra battaglia continuerà da martedì (il 30 novembre prossimo ci sarà Consiglio regionale, ndr), in Aula, dove difenderemo come sempre la titolarità dei Comuni e chiederemo che anche Regione Lombardia si faccia promotrice per la soppressione dell’articolo della legge Calderoli che sopprime gli Ato, i quali, per inciso, garantiscono ai cittadini lombardi le tariffe più basse di tutto il territorio nazionale e che per efficienza ed efficacia sono citati da organismi sicuramente non vicini al pubblico come Mediobanca.
I parchi regionali rischiano di finire sotto lo stretto controllo della giunta regionale. Questo sarebbe l’effetto della finanziaria che, secondo l’interpretazione dell’assessorato regionale ai Parchi della regione Lombardia, porterebbe a breve alla cancellazione dei parchi come enti consortili tra comuni per trasformarli in enti di diretta emanazione della Regione, quindi sotto il suo stretto controllo gestionale.
Una soluzione da noi avversata: chiediamo infatti alla Regione di prendere impegni stringenti in merito, ma rimaniamo ancora in attesa di risposte e di risultati.
La Regione avrebbe in tasca un parere legale, che prevede espressamente la decadenza degli enti consortili, parere che viene però contestato dai Parchi stessi, anche perché in Emilia Romagna, unica altra regione in cui i parchi sono gestiti da consorzi di comuni, l’orientamento è per il mantenimento.
I parchi lombardi rappresentano il 30% del territorio regionale e rappresentano un modello che ha fatto storia a livello nazionale, anticipando le ragioni federaliste emerse anni dopo e traducendo in concreto il principio di sussidiarietà. Ricondurli allo stretto controllo della Regione, in un’ottica di un obsoleto neocentralismo regionale, non porta a migliorarne la gestione che, anzi, sarebbe sottratta al controllo dei comuni.
La battaglia su questo tema si è svolta anche martedì scorso, 28 ottobre, in Consiglio regionale, dove il PD ha presentato un ordine del giorno al piano regionale di sviluppo, approvato con alcune modifiche sostanziali.
Non abbiamo ottenuto l’impegno al mantenimento della forma consortile e quindi, su questo punto, la nostra battaglia continuerà nelle prossime settimane, anche quando affronteremo la legge regionale di riordino dei parchi.
Abbiamo ottenuto invece un riconoscimento del ruolo dei comuni nella governance e la garanzia del mantenimento dell’attuale entità delle superfici dei parchi, due principi che entrano perciò a far parte del Piano regionale di sviluppo vigente.
La partita si gioca ora: noi faremo di tutto perché non venga riproposta e quindi approvata un’altra legge ‘ammazzaparchi’( come quella che due anni fa si è riusciti a scongiurare con una forte battaglia in Consiglio e fuori) e con la decisiva alleanza dei parchi e dei comuni interessati.