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Essere di sinistra

pd_bandiereNel corso degli ultimi anni molte volte si è discusso sulla sinistra, sulla sua incapacità di vincere o sul suo essere “non” di sinistra quando lo fa. Di fatto facendo una breve, e ovviamente soggettiva, lettura degli ultimi 20 anni rilevo che la sinistra è stata l’artefice di tutte le sue disavventure. Ricordate con Occhetto? La “gioiosa macchina da guerra” che si era semplicemente dimenticata che per funzionare aveva bisogno del carburante, i voti? Ricordate con Prodi 1? Quando il “migliore” da una parte con il “peggiore” dell’altra parte pur di rincorrere le loro ambizioni – palazzo Chigi e il Quirinale – lo mandarono a casa? Non basta, ricordiamo il Prodi 2, dove l’armata arcobaleno si incagliò sui principi inderogabili dei soliti noti?
Sia chiaro il PD non può, non deve, non vuole essere la riedizione di queste stagioni. Ha rischiato alla sua partenza quando qualcuno ha letto la vittoria di Bersani su Renzi come il prevalere della parte più a sinistra del partito. Risultato? Una campagna elettorale “balbettante”, un’emorragia di voto potenziale, un dopo voto imbarazzante.
Ora ci troviamo di fronte ad uno scenario interessante. Il PD ha dimostrato di saper essere quello per cui è nato. Un nuovo partito che è oltre il concetto classico di sinistra, ma è a tutti gli effetti un soggetto politico di centrosinistra.  Ha accelerato su alcuni passaggi, a volte dimenticando di schiacciare la frizione nel cambio di marcia, ma è riuscito a intravedere il traguardo. Il risultato delle europee è l’orizzonte che può essere raggiunto alle politiche! Ma ora come riuscirci? Essendo fermi nella volontà del cambiamento. Essendo capaci di portare avanti le promesse assunte nei confronti dei cittadini. Le riforme istituzionali, la riforma elettorale, sono i primi passi per snellire un sistema macchinoso e superato, per garantire in tutti i modi un reale rispetto del volere degli elettori. Certo vanno seguite da un forte investimento per il rilancio dell’economia, impresa più difficile, ma da perseguire urgentemente.
Rimane il tema della sinistra. Quella di Vendola, che dimentica che senza di noi non sarebbe in Parlamento e della cui affidabilità abbiamo avuto la riprova subito dopo il voto (ricordate il gruppo unico? le decisioni prese a maggioranza?) e quella interna al PD, quasi sempre “nominata”, che vorrebbe il consenso elettorale di questo PD, ma facendo l’esatto opposto della volontà di chi lo ha votato. La risposta deve essere duplice. Ferma nelle sedi istituzionali e nel partito, basta con chi si ritaglia lo “spazio politico” minoritario per mantenere posti ed ottenere nomi e, attenta nelle politiche. Non mi interessano i generali di questa area politica, mi interessano le difficoltà e le speranze dei loro potenziali votanti. Ecco allora la necessità di una lettura più coraggiosa in tema di diritti, una forte sottolineatura della difesa delle fasce sociali più deboli, una idea di innovazione e cambiamento che non dimentica il punto cardine della nostra Costituzione, la valorizzazione della persona in un contesto di solidarietà nazionale e internazionale. Dobbiamo essere determinati perché oltre che convincere, dobbiamo anche sconfiggere un certo populismo, una facile demagogia di ritorno che invece di risolvere i problemi li amplifica e li usa come messaggio di paura.
Ecco perché fanno bene Renzi e il Pd a mostrare una certa intransigenza, ne va del futuro dell’Italia, più che del Partito. Preoccupa il fatto che non sempre in “periferia” ci si mostra all’altezza. In alcuni casi mi sembra che si guardi più all’archivio storico che alla capacità di chi nominiamo nelle varie realtà. Impediamo che avvenga il contrario di quanto fino ad ora  accaduto. Eravamo abituati ad un livello centrale che rovinava un gran lavoro fatto sui territori. Ora rischiamo di avere un livello locale non all’altezza del cambiamento centrale. Non permettiamolo in tutti i modi, sarebbe un errore davvero imperdonabile, ancora una volta per la smania di marcare “la sinistra” finiremmo per esser i soliti…SINISTRATI!

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Quirinale: meglio l’alleanza con i cittadini

Se dovessi esprimere  una preferenza sul candidato ideale a Presidente della Repubblica, dopo una elaborata e in parte sofferta riflessione, indicherei Romano Prodi. Ne ha la statura politica, la competenza, l’ esperienza sia nazionale che internazionale. Sono convinto che in uno Stato “normale” la proposta passerebbe senza particolare difficoltà. Uno stato “normale” dove nessuno si sognerebbe di accusare un ex Presidente del Consiglio e Presidente della Commissione Europea di essere “di parte”. Magari in quel caso si riterrebbe inaccettabile candidare condannati, persone soggette a giudizio o con interessi confliggenti. Ma non siamo un Paese normale e mi rendo conto che Prodi in questo momento otterrebbe il voto solo di una parte dei grandi elettori, ma soprattutto la netta contrarietà “dell’altra parte”. Da qui la probabile impraticabilità di questa indicazione.
Non si cada però nell’errore opposto. Il ricercare a tutti i costi un compromesso “fra” i partiti, o movimenti che siano, potrebbe infatti portarci ad un’ulteriore frattura con i cittadini aggiungendo ulteriore alimento alla oramai diffuso senso di anti politica. Starei molto attento a presentare certi nomi “comprensibili” per gli addetti ai lavori, ma del tutto inaccettabili fuori dal palazzo.
La necessità deve essere quindi quella di cercare una personalità realmente al di sopra delle appartenenze, che sappia comunque garantire una vera equidistanza tra forze politiche, ahimè, con forze pressoché coincidenti,  dove al di là delle normali e importanti caratteristiche necessarie vi deve essere anche quella di trasmettere una forte innovazione  ai cittadini. Compito non facile, ma importante. Se non vi fosse questo sforzo mi chiedo, seriamente, se non sia il caso di ripensare a Prodi preferendo in ogni caso l’alleanza con i cittadini piuttosto che con “l’apparato”.

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