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Il PD deve tornare ad essere il partito del coinvolgimento e del coraggio di cambiare

elezioni_comunali-442x200Legge elettorale che “salta” sulla buccia di banana volontariamente gettata da Grillo, elezioni qua e là per l’Europa di cui molti, disperatamente, cercano di appropriarsi o allontanarsi a secondo della convenienza, rinnovo amministrativo che al primo turno offre non pochi motivi di seria e profonda analisi.

Mi permetto di premettere due considerazioni e aggiungere qualche riflessione di prospettiva. Il cosiddetto “populismo”, termine che probabilmente sarebbe meglio eliminare dal nostro linguaggio politico, vive un momento di stallo, anzi sembra perdere quota in parte per la delusione dei cittadini verso chi se ne fa interprete, in parte perché la protesta torna a scegliere l’astensionismo. Ne sono dimostrazione le elezioni francesi, in parte quelle britanniche, certamente le nostre amministrative. Con la consapevolezza però che ogni riferimento diretto tra il voto di altri Paesi, Olanda un po’ di tempo fa, Francia ed Inghilterra in questi giorni, e la situazione italiana è perlomeno forzato. Come catalogare Macron, Corbyn o altri nei nostri contenitori? Come parametrare categorie come destra, sinistra, conservatori, progressisti, in culture politiche tanto diverse per origine, carta dei valori, storia?

Forse, più semplicemente, può essere utile cogliere alcuni messaggi provenienti dall’Europa e coniugarli in chiave italiana. La crisi del M5S alle amministrative, oltretutto il più delle volte in territori per loro non facili, non possiamo definirla come la crisi, o addirittura la fine, di quel movimento. In passato più volte si è commesso questo errore, pensiamo ai primi anni della Lega.

Saranno le future elezioni politiche a farci comprendere la loro tenuta e prospettiva di medio e lungo termine, la loro capacità di superare l’evidente e a tratti imbarazzante incapacità di dare rappresentanza in termini di persone e proposte, ad un sentire comunque ancora, se non ancor di più, presente nei cittadini. Non è attaccandoli che si risolve il problema, ma dando risposta alle domande di chi li vota.

Il centro destra dà prova di capacità e di ripresa. Dove si presenta unito, nascondendo sotto il tappeto tutte le tensioni e macroevidenti diversità di opinioni, raccoglie un inaspettato consenso. Questo lo porterà presto a riflettere su come dare consistenza a questa potenzialità, su quale leader, diverso dal passato – oramai superato – di Arcore e dallo scalmanato estremismo di Salvini. Di certo non ci si può continuamente cullare sulla mancanza di un loro leader davvero carismatico per pensare di sconfiggerli elettoralmente. La sinistra, o meglio il variegato mondo della sinistra italiana, dovrà pur uscire dal tentativo di appropriarsi di perlomeno stiracchiati riferimenti Esteri e costruire una proposta italiana, fondata su alcuni temi portanti che non siano il rancore, il risentimento e la voglia di “punire” il PD.

Già il PD, perché rimane questo il tema che più mi appassiona. Ha superato il profilo_pdmomento di disorientamento del risultato referendario con un congresso in due fasi che, al di là di ogni possibile sottolineatura critica, ha restituito in termini di partecipazione un risultato inaspettato, in termini di consenso al Matteo Renzi un poco più previsto, ma non scontato. Si trova di fronte all’impossibilità di aprire in Parlamento un confronto perlomeno rispettoso, se non condiviso, su riforme necessarie, come quella della Legge elettorale. Deve comprendere come costruire una proposta di Governo e verificare le possibili alleanze per le imminenti elezioni politiche.

Cosa fare. Smettere di farsi dettare l’agenda politica dagli altri. A volte si ha l’impressione che chi ha responsabilità il mattino legga la rassegna stampa e poi prenda posizione. Mi piacerebbe si iniziasse a prendere posizione e determinare la rassegna stampa del giorno dopo, non come controllo, ma come temi affrontati.

Tornare ad essere il partito che sa trasmettere coinvolgimento e coraggio di cambiare. Tra tutte le possibili analisi di quanto avvenuto nel nostro Paese negli ultimi anni, un dato emerge in modo evidente: come la conservazione si sia manifestata in modo forte, e in alcuni casi determinante, sotto varie forme e abbia saputo bloccare ogni vero tentativo di innovazione. A volte travestita della più dirompente delle novità. Tornare, o iniziare in modo diverso, ad affrontare la necessità di alcuni cambiamenti strutturali è fondamentale anche rispetto l’assetto istituzionale, bocciato dal referendum, ma non per questo meno bisognoso di essere rivisto. Farlo tenendo conto dell’esperienza, e degli errori commessi, è indispensabile.

Non possiamo permettere ad altri di interpretare il ruolo del Partito inclusivo, non possiamo rassegnarci a non riuscire a far sentire ai giovani – non solo quelli “dell’Università” -, ma anche quelli senza lavoro o che lavorano in fabbrica (si esistono ancora!) che ci occupiamo di loro, non possiamo non parlare al mondo produttivo parlando di innovazione, difesa della competitività, recupero delle tante peculiarità italiane che hanno determinato il nostro storico successo economico. Farlo significa selezionare una classe dirigente capace, propositiva, non semplicemente accondiscendente. Significa saper trasmettere la forza di una ritrovata unità interna, dove il dialogo dialettico si esaurisce in una proposta di sintesi, significa costruire alleanze. La prima con i cittadini, poi con le forze politiche che hanno l’ambizione di rappresentarli, ricordandoci e conservando quelle che sono le nostre idealità, le nostre linee guida, i nostri obiettivi.

Con questo spirito dobbiamo vivere i passaggi che abbiamo davanti, la scelta dei candidati, la stesura dei programmi, dal livello nazionale a quello regionale. Avendo a cuore il bene complessivo, la qualità della proposta, non certo il destino di questo o quel candidato.

Infine, se proprio si deve mutuare qualcosa dall’estero, mi permetto di suggerire al PD di appropriarsi del motto dei Labour inglesi, avere l’obiettivo di far diventare l’Italia “A country for the many, not the few”, un Paese per la gran parte, non per pochi (fortunati). Perché questa sì dovrebbe essere la visione del mondo che accumula tutte le forze popolari e progressiste d’Europa e del Mondo.

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Orgogliosamente in campo, facendo tesoro degli errori commessi e delle tante speranze suscitate

“IL SUCCESSO NON È DEFINITIVO, IL FALLIMENTO NON È FATALE: CIÒ CHE CONTA È IL CORAGGIO DI ANDARE AVANTI.”
W. Churchill

pallonicini_pdSconforto. È forse il sentimento che più si sente nel PD. Passare nel giro di poco tempo da un vento di crescente consenso ad una desolante resa dei conti suscita un giudizio negativo nel cittadino elettore. Pensiamo allora cosa genera in chi nel PD si è impegnato e si impegna, lo rappresenta nelle sedi istituzionali, lo ha vissuto come una grande speranza.
Ora si è davanti ad un bivio, forse alla scelta definitiva, che non tutti, al momento della nascita del partito, aveva convintamente fatto.

La cultura cattolico democratica è arrivata pronta all’appuntamento, dopo aver attraversato passaggi radicali che hanno costretto a scegliere da che parte stare: la fine della DC, il ponte del PPI, la nascita della Margherita ed infine la costituzione del PD.
Altre culture, penso a quella socialista o quella ambientalista, sono confluite dentro il PD facendo un analogo percorso. Stessa cosa è successa per tanti militanti provenienti dai Democratici di Sinistra che hanno compiuto questo cammino in maniera convinta (il discorso di Walter Veltroni al Lingotto ne è testimonianza limpida).

Nella componente più a sinistra dei DS, invece, lo stesso processo non è avvenuto. Si è sviluppato un certo fermento – Rimini ci ha mostrato in questi giorni quanto ancora in evoluzione -, ma un nocciolo duro di quel mondo è ed è rimasto nel PD, con il continuo e reiterato tentativo di ricondurre il nuovo soggetto ad una filiera consolidata che trova la sua origine nel PCI e la dura evoluzione nel PDS, poi DS.

Tutto ha retto fino all’irruzione di Renzi che, al netto di ogni giudizio, ha rappresentato un momento, o meglio il momento, di rottura con il passato. Ed ecco che in maniera palese si è manifestata non solo l’incapacità di un intero gruppo di classe dirigente di accettare di essere minoranza nel partito – guidato per la prima volta da chi percepisce come “altro” -, ma ancor di più per alcuni all’impreparazione ad affrontare le sfide della modernità, ancorata com’è a schemi, letture, idee, persino linguaggi, di un tempo che non c’è più.

È questo il motivo della rottura, non certo la reazione verso la più o meno vera arroganza di un segretario, Renzi, che in ogni caso rischia di passare per un esempio di umiltà se messo a confronto con la protervia di un D’Alema, o le scelte di governo, tutte votate e sostenute fino a quando qualcuno ha deciso di costruire la “PDEXIT”.

Ecco perché sono dispiaciuto che un gruppo di generali e colonnelli se ne vada, ma sono molto più interessato a capire se questa soluzione può diventare una opportunità per il PD.
Questa continua azione di logoramento, che dal risultato delle elezioni europee ha caratterizzato l’azione della cosiddetta minoranza interna, rischia di avere come unico sbocco il consegnare il Governo del Paese ai populismi emergenti, con buona pace della difesa dei valori e dei principi della sinistra.

Ecco che allora la sfida, quella decisiva, che il PD ha di fronte non può che essere colta con la necessaria determinazione e la massima consapevolezza. Partendo dai motivi che hanno fatto nascere il PD: dar vita ad un soggetto politico di centro sinistra che sapesse parlare alla società del presente e del futuro in termini di giustizia e solidarietà sociale, mediando fra interessi contrastanti, capace di guardare ad un’ Europa sempre più dei popoli quale strumento di equilibrio e pacificazione internazionale.

Con il conseguente necessario cambiamento di un modello Paese, quello italiano, oramai del tutto inadeguato. Su questo comunità per comunità, circolo per circolo, iscritto per iscritto, simpatizzante per simpatizzante, cittadino per cittadino, dobbiamo sviluppare il confronto congressuale, preparare la difficilissima sfida elettorale. Ognuno sostenga il candidato segretario che ritiene più adeguato all’impresa, ma sia chiaro senza lasciare spazio a chi vive di nostalgia verso un passato, migliore solo nella narrazione che pretende di farne.

Quindi orgogliosamente in campo, facendo tesoro dei tanti errori commessi, ma anche delle tante speranze suscitate, consapevoli di alcune fragilità, ma anche delle indubbie e di gran lunga superiori potenzialità. Capaci di rispondere a chi punta il dito contro di noi nascondendo la mano che vergognosamente ha scritto tanti fallimenti della nostra storia recente. Forti della proposta di un modello di stare insieme che, a chi predica odio e separazione, contrappone la necessità del rigore della giustizia e della legalità, ma anche la straordinaria forza della solidarietà.

Su questa base va rilanciato il progetto politico del PD e la sua capacità di costruite, anche con chi lo ha recentemente abbandonato, alleanze e programmi capaci di competere per la guida del Paese.

ENTUSIASMO ed IMPEGNO devono tornare ad essere i sentimenti che il PD sente propri e che riesce a trasmettere!

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È dal cambiamento che si parte per attaccare e sconfiggere la mafia

mafiaIl caso di Quarto e della Sindaco M5S Rosa Capuozzo fa riflettere, e molto, sulla capacità della malavita organizzata di infiltrarsi nelle istituzioni, adattarsi – meglio di un camaleonte – alle nuove situazioni, alle opportunità che via via le si presentano.

C’è anche una considerazione politica generale da fare come premessa. Il M5S, i suoi massimi esponenti nazionali, dai guru agli eletti, hanno mostrato nella vicenda una imbarazzante somiglianza alla peggio politica già vista. “Non sapevamo”, “aspettiamo la fine delle indagini”, “gli altri partiti (fra tutti ovviamente il PD) ha molti più indagati di noi”, ovviamente in questo caso rinunciando ad un minimo di comparazione matematica fra ruoli ricoperti e situazioni imbarazzanti che li vedrebbe in grande difficoltà, fino alle espulsioni democratiche decise da….. chi eletto non è in nessun modo, ma semplicemente rappresenta la massima autorità.

Vagamente il metodo ricorda l’Iran degli ayatollah. La cosa, oltre che far riflettere sulla effettiva capacità di “diversità” di questo gruppo dirigente, dovrebbe innanzi tutto indignare quanti nel M5S hanno visto e vedono una seria opportunità per cambiare il modo di concepire la politica nel nostro Paese, facendo dei tema della trasparenza, della lotta alla corruzione e alla malavita organizzata punti essenziali. È la stragrande maggioranza dei militanti e dei sostenitori di questo Movimento che deve però superare l’idea di avere l’esclusiva dell’impresa. Anche in altri Partiti c’è chi si impegna, e molto.

Ma il problema è e rimane soprattutto un altro. Ancora una volta la mafia ha dimostrato come riesce a raggiungere i suoi obiettivi, a controllare territori e persone. E allora la politica invece che avventurarsi in un inutile, quanto controproducente, duello tra chi è meno mafioso dell’altro, dovrebbe darsi in tempi rapidi regole condivise, codici comportamentali, metodi di selezione ed espulsione della propria classe dirigente, sempre più condivisi e da tutti riconosciuti. Senza doppie morali a seconda di a chi capita, senza interpretazioni diverse, senza trasformare in lotta politica le legittime sentenze dei tribunali. Questo non significa perdere di vista il principio sacrosanto che ogni persona è da considerarsi innocente fino a che non viene definitivamente condannata. Significa semplicemente riaffermare che dedicarsi alla gestione della cosa comune implica un di più di assunzione di responsabilità e che chi si mette a disposizione deve farsene carico. La difesa dell’istituzione viene prima. Ovvio che ci vuole il controllo, ovvio che bisogna impedire che la diffamazione diventi un metodo per sconfiggere l’avversario politico. Basterebbe introdurre una qualche regola, e pena in più, verso chiunque pratichi questi percorsi e forse qualche risultato si otterrebbe.

Per il PD – lasciando a se stesso chi nel M5S pensa di difendere se stesso parlando degli altri – in quanto maggior partito italiano e determinante forza alla guida del Paese, la questione della lotta alla Mafia e alla Corruzione deve diventare uno dei punti principali dell’azione di Governo, al pari delle riforme. Va affrontata con determinazione, con fermezza, coinvolgendo ogni forza politica realmente disponibile non ad operazioni di facciata, di pura convegnistica o propaganda, ma di azione concreta che si sviluppa dalle aule parlamentari fino ai consigli comunali. Va fatto con la schiena dritta, senza timore di denunciare le proprie difficoltà da analizzare e superare, ma anche rigettando le tante lezioni che molti cattivi maestri ogni giorno cercano di dargli.

Sulla divisione della politica, sul rimpallo di responsabilità di chi è il peggiore, la mafia ha trovato negli anni un humus particolarmente adatto al proprio consolidamento. È da questo cambiamento che bisogna partire per attaccarla e sconfiggerla definitivamente.

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Portiamo il treno della Leopolda in tutte le stazioni

Vi riporto la mia riflessione pubblicata ieri sul Giornale di Brescia dopo la sesta edizione della Leopolda a Firenze

brescia_giornaleSi è conclusa la Leopolda 2015. Una chermesse sempre più diversa dalle prime edizioni. Un conto infatti é promuovere e vivere un think tank improntato alla richiesta di cambiamento, capace di raccogliere entusiasmi, energie, idee innovative, un altro presentarsi con addosso la responsabilità della guida del PD e ancor di più del Governo.

Prima si trattava di raccontare perché bisognava cambiare, ora di spiegare come si sta cambiando. Da qui la diversa attenzione rivolta all’appuntamento fiorentino, non più promosso come notizia accattivante, criticare il sistema é pur sempre di moda, ma vissuto come evento da giudicare, od ostacolare con decisione, in fondo siamo un Paese che quando si intravedono reali cambiamenti fa scattare meccanismi di difesa non da poco. Ma con buona pace dei detrattori a prescindere, credo che importanti messaggi siano giunti da Firenze, che segnano un mutamento di prospettiva, un passo in avanti rispetto a prima.

Innanzi tutto il chiaro messaggio di Renzi: no a correnti. Ancora una volta il Premier si è dimostrato meno renziano di alcuni suoi ortodossi sostenitori. Si è invece parlato di come si sta cambiando il Paese e perché é indispensabile continuare a farlo. Certo si potrebbe obiettare che potrebbe essere oggetto di assemblee nazionali del Partito, con tanto di bandiere esposte. Vero, ma per arrivarci bisogna prima far maturare in tutti il convincimento che non ha molto senso organizzare in contemporanea, come ha fatto la sinistra PD,  l’incontro  al teatro Vittoria. Tornare ad ascoltarsi, bene ha fatto Guerini ad andare a Roma, é fondamentale per trovare  un vero dialogo all’interno del Partito, dove chi vince il congresso non si dimentica che deve farsi carico anche di rappresentare chi lo perde, ma chi lo perde deve riconoscere e sostenere lealmente chi vince.

Questo significa non ridurre le idee a correnti, trasformare ogni occasione per costruire “appartenenze” attorno alle quali rivendicare ruoli e posizioni. Significa concorrere con le necessarie fatiche del confronto a costruire soluzioni. Poi si è cercato di spiegare, in forma diretta e davvero informale, cosa si sta facendo chiedendo ai ministri ospiti di raccontare il loro lavoro, indicare il percorso, ma ancor di più la meta. Qualcuno, anche in modo rumoroso, ha obiettato, perché non si è parlato di banche, di padri o altro? Perché li si era per parlare del fare, non d’altro!

Ad alcune domande, pur legittime, si risponde in sede politica idonea, o istituzionale, non alla Leopolda, cadendo nel palese tentativo di impoverire il messaggio dell’iniziativa. Ora però rimangono da affrontare le questioni vere poste dall’appuntamento di Firenze. Da un lato trasformare gli approfondimenti maturati in messaggi comprensibili, dall’altro portare il metodo e il contenuto Leopolda fuori da Firenze, farli diventare patrimonio del PD, di tutto il PD. Impresa non facile che mostra nel percorso di avvicinamento alle impegnative consultazioni amministrative del prossimo anno tutte le sue difficoltà.

Ma è necessario per trasformare l’attenzione al PD, sempre più sotto attacco, in consenso consolidato e maturato. Anche in territori difficili come il nord che rischia, ancora una volta di consegnare ai vuoti messaggi della Lega di Salvini un ruolo fondamentale. Salvaguardare l’idea di Partito come comunità di persone che condividono un obiettivo, farlo senza rinunciare alla dialettica, ma sapendo giungere alla sintesi, é la scommessa. Affrontando questioni reali, offrendo soluzioni possibili, parlando la stessa lingua dei territori e dei cittadini ai quali ci rivolgiamo. Senza dimenticare la necessità di mettere in campo una classe dirigente credibile e preparata, dal livello nazionale a quello locale.

Lavoro impegnativo, ma entusiasmante, che può, deve, fare un PD senza correnti, dove ad essere riconosciuto é il merito, non il tifo, e ad essere ascoltate le idee, non le rivendicazioni. Sono convinto che il Partito Democratico abbia tutte le potenzialità di donne e uomini capaci di affrontare l’impresa, far partire dalia Leopolda il treno che attraversando tutta l’Italia la cambi, in meglio!

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Le sfide per il PD #ItaliaCoraggio

pd_italiacoraggioNei giorni scorsi il PD è tornato nelle piazze, fra la gente. Lo ha fatto in un momento complicato dove raccogliere persone attorno a gazebo urlanti è facile, farlo attorno a tavoli pensanti un po’ meno. Al di là della fantasia dei social network al riguardo – alcune immagini su Facebook lo ammettono mi hanno anche divertito – l’iniziativa ha avuto successo. Infatti oltre all’attenzione dei cittadini, che pur c’è stata, importante è stata la mobilitazione del Partito, dei suoi iscritti, dei suoi simpatizzanti, a dimostrazione di una vivacità che c’è e vuole continuare a rappresentare un riferimento importante per il futuro. Certo in questo momento siamo sotto attacco, tutti, o quasi, tendono ad indicare nel PD il nemico da sconfiggere.

Per il centrodestra c’è la paura del consolidarsi di una proposta politica capace di reggere, parlare anche al proprio elettorato, metterli insomma per un bel po’ nell’angolo. Pur di scongiurare questo pericolo è disposto ad affidarsi anche ai messaggi di Salvini, suadenti sulla cronaca dell’oggi, inconsistenti sull’agenda da domani in poi.
Per M5S chiunque governi rappresenta l’avversario, non potendo presentare il buongoverno dove hanno vinto é più semplice continuare a sparare contro chi Governa.
La Sinistra rischia di veder primeggiare la parte con vocazione minoritaria, portata ad esasperare temi e posizioni, incapace di svolgere quel lavoro di dialogo e cucitura necessario a chiunque aspiri a guidare un Paese. Pur di conquistare un qualche decimale di voto non esita ad un attacco al PD che va ben oltre la normale critica, fino a metterne in discussione la sua natura di centrosinistra, se non addirittura accusandolo di essere portatore di politiche di destra.

Il PD, proprio dalla ritrovata vivacità dell’iniziativa Italia Coraggio, deve riscoprire l’orgoglio di se stesso. Chiedere ai cittadini di questo Paese come era l’Italia e la situazione degli italiani prima del cambiamento introdotto dal PD. L’ingloriosa caduta del Governo Berlusconi – Lega, dovuta non a congiure internazionali, ma all’assoluta incapacità di svolgere il proprio ruolo, ci ha consegnato un quadro drammatico, dove in discussione vi era il pagamento degli stipendi, dove tutti gli analisti ci davano come uno Stato prossimo al default, al pari della Grecia. Ora qual è la situazione? Di cosa parlano i Brunetta, le Santanchè? Non basta continuare a contare sulle TV e i giornali di famiglia per spacciare per analisi economiche puri slogan da buvette. Chiediamo agli operatori e agli investitori nazionali e internazionali se l’Italia di oggi è la stessa di qualche anno fa!

Ma non basta. Come non basta avere un Presidente del Consiglio, nonché Segretario Nazionale, che continua a godere di un consenso ben superiore a quello del PD. Anzi proprio attorno a questa grande opportunità bisogna accelerare nelle azioni di riforma del Paese, toccare ulteriormente le tante incrostazioni che ancora resistono e spacciano per tragedie cambiamenti che semplicemente pongono fine ai loro privilegi.

Nello stesso tempo però bisogna, in particolare rispetto alle amministrative, aver maggior attenzione ai territori e alle possibili alleanze. Sono convinto che esista la possibilità di un serio confronto con le forze di sinistra già alleate del PD. Alcune esperienze, come Milano, dimostrano questa opportunità (non vorrei sfuggisse agli amanti dell’alternativo che se si è potuto governare è soprattutto grazie al consenso elettorale del Partito Democratico). Partito che deve saper parlare anche al potenziale elettorato del M5S, se non ad alcuni suoi esponenti. È indubbio che se alcuni toni e argomenti sostenuti da Grillo sono del tutto inaccettabili, oltre che all’atteggiamento di molti esponenti del movimento, è altrettanto vero che alcune richieste di trasparenza e lotta alla corruzione devono diventare prioritarie anche per il PD. Riconquistare la fiducia dei cittadini nella politica e nelle istituzioni,passa attraverso l’assoluta intransigenza nella scelta delle persone e degli obiettivi. Essere credibili in questo significa sconfiggere populismo e astensionismo.

Tornare fra le persone, ridare voce agli amministratori locali, non solo ai Sindaci delle città, confrontarsi con i territori anche sui temi più delicati, è la strada da seguire, con fiducia in se stessi, consapevoli delle proprie potenzialità.

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Bologna, Milano e Valencia

elezioniUna domenica, quella di ieri, che mi ha stimolato alcune riflessioni sulla politica, ma non solo.

Cominciamo da Bologna. La notizia l’hanno fornita i soliti idioti, che con la sperimentata violenza organizzata, hanno dato un triste risalto alla manifestazione. Per il resto è emerso quanto già si sapeva. La strategia di Salvini è e rimane quella di utilizzare le paure, e sono tante,  delle persone per trasformarle in consenso. Come? Esasperandole, fomentando divisioni, disegnando scenari catastroficamente spaventosi. Contenuti, proposte alternative al piano di riforme in atto? Non pervenute. Per il resto le solite offese urlate in modo sguaiato, accompagnate da un malcelata maleducata ed arrogante presuntuosità nei confronti dei ritrovati alleati. Alleati che hanno mostrato tutta la loro inconsistenza.
Berlusconi, oramai controfigura di se stesso, continua a recitare gli slogan di 20 anni fa, ha scelto la scorciatoia di appoggiare la Lega, deludendo molti dei suoi, ma ancor di più certificando, lui stesso, il fallimento del suo progetto politico, che era dar vita ad un partito moderato di ispirazione europea, capace di introdurre cambiamenti e modernizzazioni, progetto che aveva rappresentato il motivo dei suoi successi elettorali. Ha suscitato quasi compassione il suo sorriso al cerone, sul palco di una manifestazione che lo ha fischiato, non ascoltato, in passato, o forse anche ora, di fatto disprezzato. La Meloni cercando di far concorrenza a Salvini nel sobillar paure, spera di far dimenticare la modestissima prova mostrata al Governo, si quello, il peggior Governo della Storia Repubblicana. Di fatto tolto qualche facile slogan, occhi sgranati e isteriche enunciazioni, molte contraddizioni, non riesce ad aggiungere alcun contributo al progetto. In sintesi, a Bologna, abbiamo avuto la prima uscita di un cartello politico che ha un unico collante, essere contro il PD e il Governo Renzi. Strategia a mio giudizio fallimentare, proprio perché rappresenta la caricatura di quanto per troppe volte e colpevolmente il centrosinistra ha fatto verso il centrodestra.

Passiamo a Milano. Il M5S ha tenuto le sue primarie, riviste rispetto al metodo “in rete”, per la scelta del candidato Sindaco della città. Risultato? Scarsissima affluenza, dati non forniti, vincitrice immediatamente “blindata”, mancanza di ogni forma di partecipazione e possibilità di osservare quanto avveniva. E la trasparenza, la politica restituita ai cittadini, i percorsi condivisi, dove sono finiti? L’aumento del consenso ha coinciso con la caduta della freschezza e sempre più si manifesta la voglia di controllo su un movimento che potenzialmente mantiene la sua competitività in futuro. A farne le spese, penso, sarà la sua capacità attrattiva mostrando di possedere più i peggior difetti del passato che felici novità per il futuro.

Il PD non può però sperare di costruire il suo successo elettorale sulle difficoltà altrui, anzi deve riuscire a tramutare le tante speranze suscitate in azioni e risultati concreti. Dovrà farlo superando le difficoltà interne, trovando un equilibrio stabilizzante che non ne pregiudichi la spinta innovativa e di cambiamento che rappresenta il motivo del suo successo. Dovrà farlo rapportandosi con i possibili alleati che, al di là di comportamenti più o meno discutibili, devono una volta per tutte chiarire se desiderano costruire insieme un progetto o semplicemente cercare di erodere un po’ di consenso per garantirsi un minimo di rappresentanza. Nel primo caso il PD deve essere capace di avere la pazienza di costruire, nel secondo avere la giusta autorevolezza di andare per la propria strada.

E su Valencia? Nulla, per qualche giorno però non mangerò biscotti.

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Due impegni per settembre

pd_bandiereChe la minoranza del PD, al Senato in particolare, faccia di tutto per mettere in difficoltà il Governo, e di conseguenza il Segretario del PD, lo trovo particolarmente grave e inaccettabile. Soprattutto in considerazione del fatto che i motivi del dissenso, volutamente esasperati, provengono da chi per storia e formazione ha sempre fatto del rispetto delle decisioni del Partito un valore irrinunciabile. Adducono motivazioni del tipo “…ma non é il Partito che volevamo, facciamo politiche di destra, non é possibile andare avanti così…”.

Effettivamente il PD non è il partito che volevamo, non è la riedizione di un passato. È il portare nel futuro valori di solidarietà e sviluppo di culture politiche diverse, ma che in questi valori, sia pur con sfumature diverse, si sono riconosciute. I motivi che questi esponenti muovono sono gli stessi che si sono voluti superare con il PD, perchè oramai anacronistici, incapaci di affrontare le sfide del futuro, utili solo a preservare una gerontocrazia politica che si sbrodola addosso.

Non è un caso che si siano registrate una serie di scissioni a sinistra per questo, come a destra, dove si sono accomodati altrove quelli che nulla hanno capito del pensiero di Sturzo, De Gasperi e Moro. Inoltre volutamente dimenticano che ogni passo delicato, ogni scelta difficile, sono stati fatti affrontando la questione in Direzione Nazionale e nei Gruppi Parlamentari. Credo si chiami “rispetto della maggioranza” o, se si preferisce, democrazia. Questo é l’essere di centrosinistra. É questo un problema che bisogna risolvere e in fretta, perché ritengo davvero inaccettabile questo logorio continuo, teso a riportarci a vecchie stagioni. Di quelle stagioni fatte sì di inciuci sotterranei, di bicamerali imbarazzanti, di conflitti di interessi mai affrontati, anzi volutamente tutelati in virtù di vergognose convenienze. Di questo si tratta non di altro. Facendo in questo modo venir meno quel confronto dialettico, quella giusta differenziazione, che un grande partito deve avere e conservare come un patrimonio importantissimo, ma che deve essere ricondotta, una volta superata la fase congressuale, ad una azione unitaria. Specie quando sullo sfondo vi è l’alternativa di una deriva populista e reazionaria.

Voglio chiudere su una considerazione. Sui dissensi interni al PD a Roma ne parlano tutti. Sulla frattura nella maggioranza in Regione Lombardia nessuno, o quasi. Ritengo questa altrettanto,  se non di più, preoccupante per il futuro dei nostri territori, delle lombarde e dei lombardi. Sanità, trasporti, ambiente, formazione, agricoltura, solo per fare esempi, sono le partite in gioco vengono affrontate in modo superficiale, contraddittorio e conflittuale da parte di una maggioranza che brilla per basso profilo e incapacità.
Due impegni quindi per la ripresa di settembre:
- chiarire definitivamente la questione dei dissidenti interna al PD
- iniziare una campagna in Lombardia forte e intransigente che ci porti nel 2018 ad un confronto vero e per noi vincente!

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L’incoerenza delle minoranze

pd-urnePenso che un po’ di ripasso della storia recente non faccia male. Il “Porcellum” era da tutti, anche dall’autore, considerata una legge ignobile, da cambiare il prima possibile. Il PD ha cercato di attenuarne le storture, introducendo le primarie, ma soprattutto di approvarne una radicale revisione. Su questa seconda finalità si è lavorato costruendo un’ipotesi il più possibile condivisa.

Al Senato si è giunti ad un testo di legge, “l’Italicum”, frutto di mediazioni imposte dai numeri. Apportare modifiche alla Camera significherebbe tornare al Senato e di fatto mettere la legge  su un binario morto, andando al voto con il Mattarellum, considerata la sopravvenuta riconosciuta incostituzionalità che nel frattempo ha colpito il “Porcellum”. Da qui la rigidità nel difendere un testo non più emendabile.

L’Italicum non è la miglior legge elettorale possibile, è al momento l’unica possibile e mi auguro possa essere in parte modificata in un futuro Parlamento con una maggioranza ben definita. Certo colpisce l’attaccamento di alcuni esponenti del PD alle preferenze, sia perché alcuni di loro sono parlamentari per “nomina”, non per aver superato le primarie, sia perché a suo tempo furono feroci contestatori delle stesse. Tutti ricordiamo certi manifesti e certi slogan, nonché promotori di terne o quaterne “imposte dall’alto”.

Ancora una volta spetta ai partiti applicare regole interne nella scelta dei propri rappresentanti trasparenti e capaci di promuovere persone realmente espressione della base. Sulle decisioni del PD è da rilevare che mai come in questo periodo sono state sottoposte al voto in direzione nazionale, eletta con primarie, e nelle assemblee dei gruppi parlamentari. Le determinazioni assunte possono piacere o non piacere, ma nessuno può dire non siano frutto di una scelta condivisa e che siano portate avanti da un gruppo dirigente frutto di primarie aperte.

Certo é bizzarro vedere alcuni nostri esponenti rivendicare ora libertà di azione mentre  quando guidavano il partito consideravano il più piccolo dissenso come inaccettabile e lesivo dell’unità necessaria. Ma è ancor più incredibile vedere rappresentanti di altri partiti e movimenti, fra tutti il M5S, abituati a chiedere la pubblica lapidazione per i loro esponenti che agiscono in autonomia, difendere ora quella della minoranza PD, bella coerenza! Così come vedere la condivisa necessità di impedire cambi di casacca o infedeltà ai gruppi di appartenenza diventare ora riconoscimento dell’autonomia del parlamentare, improvvisamente tornato ad essere rappresentante dei cittadini, non più nominato dai partiti; anche qui una qualche riflessione sui giudizi a corrente alternata non farebbe male.

Io non sono fra quelli che pensano che ogni cosa fatta dal PD e dal Governo sia perfetta. Conosco però le condizioni nelle quali si deve lavorare, le politiche ci hanno consegnato un 25% di consenso, non il quasi 41% delle europee, ma ancor di più la richiesta dei cittadini/elettori di un partito unito e capace di attuare quanto promette, cosa mai avvenuta negli ultimi 30anni. Accettare che il PD si trasformi nel luogo delle continue mediazioni, dove la minoranza costringe continuamente la maggioranza a subire ricatti, significherebbe non solo abbattere Renzi, come D’Alema, Bersani, ahimè!, e altri vorrebbero, ma sabotare definitivamente il PD togliendogli quell’energia e quel vento di cambiamento che sono state le sue caratteristiche vincenti, come Grillo, Salvini, Brunetta sperano. Da qui il loro falso sdegno, la loro incredibile alleanza, il loro ridicolo sostegno alla minoranza Dem.

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Il Pd, le parole e i fatti. Riflessioni dalla riunione di sabato

girelli_milanoSabato a Milano si è riunito il PD, o meglio molti degli esponenti che sostengono l’azione del Governo Renzi. Obiettivo,  la necessità di affermare con chiarezza e determinazione la lealtà e la coesione che caratterizza la stragrande maggioranza dei democratici, purtroppo non di tutti. Già perché anche sabato c’è stato chi ha preferito andare a Roma per sentirsi dire, o meglio urlare addosso, che Renzi è peggio di Berlusconi.
Penso che la sfida che sabato abbiamo lanciato, alla presenza del Ministro Boschi, del vicesegretario nazionale Guerini e del nostro segretario regionale Alessandro Alfieri, a noi stessi, sia da cogliere e affrontare con decisione. Brevemente riassumo il mio contributo al dibattito, compreso quanto non sono riuscito a dire, visto che l’ottimo Fabrizio Santantonio ha giustamente preteso da tutti i rispetto dei 3 minuti di intervento.

IL CAMBIAMENTO
Il PD lombardo deve chiedersi il perché dell’insuccesso alle regionali del 2013. Perché il voto anticipato, determinato da fatti gravissimi, ci ha restituito l’ennesima, sia pur non così netta, sconfitta. Probabilmente perché abbiamo chiesto di cambiare il Governo Regionale, dimenticando che in realtà dovevamo prima di tutto cambiare noi stessi, nel modo di porci, nei messaggi da dare, nei mondi da intercettare. Bisogna metterci al lavoro per essere pronti al prossimo appuntamento, dobbiamo essere all’altezza della forte innovazione che il livello nazionale del partito ha portato.

QUATTRO  POSSIBILI MESSAGGI
ECONOMIA. É tempo di tornare a parlare alla piccola, se non micro, e media impresa. Attorno a loro é iniziato ed é cresciuto il nostro modello di sviluppo, caratterizzato da una ricchezza “distribuita”. Su di loro, sia pur in forma sempre più associata, si deve puntare per la ripresa. Turismo, Agricoltura, devono trovare una giusta valorizzazione, Expo diventa importante se pensato come trampolino di rilancio di questi settori strategici.
NUOVO MODELLO DI WELFARE. Dobbiamo dare risposte  ad una società cambiata radicalmente e che presenta problemi e necessità nuove. La riforma sanitaria deve introdurre l’idea di benessere, come educazione alla salute, riportando il cittadino, non “l’attività sanitaria” al centro dell’attenzione. Il tema dell’età media, sempre più alto, deve trovare un’adeguata risposta, essere vissuto come una grande conquista, non come un problema. Così come una composizione etnica sempre più varia deve trovare percorsi di reale interazione, ricordando a Salvini e C. che il milione di stranieri presenti in Lombardia sono quelle persone che lavorano nelle nostre fabbriche, raccolgono i nostri rifiuti e puliscono le nostre strade, accudiscono i nostri anziani. É immorale volerli confondere con i temi della sicurezza, della clandestinità, se non addirittura del terrorismo. Basta parlare di “spesa” sanitaria, parliamo di investimento in salute, qualità della vita, servizi e aiuti garantiti a TUTTI i cittadini indipendentemente dal territorio e dal reddito. Abbattiamo una forma di compartecipazione alla spesa, ticket, davvero iniqua.
TERRITORIO, AMBIENTE, MOBILITÀ. Ribadire l’idea diversa di sviluppo che abbiamo, dove il rispetto dell’ambiente, la “rigenerazione urbana”, un modo diverso di concepire lo spostamento di persone e merci, l’abbattimento dei fattori inquinanti, la bonifica dei siti contaminati, non sono enunciazioni, ma concreti impegni di governo.
RIFORME ISTITUZIONALI. Le riforme in atto sono quanto da tempo e dai più è chiesto. Ma invece di farlo fino ad ora ci si era limitati solo a parlarne. Non abbiamo bisogno di lezioni di autonomia, da Sturzo in poi sappiamo bene cosa sia, dobbiamo puntare a reiscrivere forme di aggregazioni partendo dal basso, rilanciando gli enti locali, dando loro il necessario ossigeno finanziario, superando però privilegi e incrostazioni che come sempre ostacolano ogni novità.

IL PARTITO
É tempo di richiamare gli appartenenti al PD alla necessaria lealtà. Non é pensabile mantenere costantemente aperta una fase congressuale, dove le opinioni diverse si organizzano in manifestazioni esterne, in prese di posizioni di parlamentari, che danno un’immagine del partito molto più divisa di quanto effettivamente sia. Mai come in questo ultimo periodo ogni passaggio é stato discusso in Direzione Nazionale e nelle assemblee dei gruppi di Camera e Senato, garantendo momenti di confronto vero e la possibilità per tutti di esprimere il proprio convincimento. Due cose sono però da rigettare con forza.

Accettare che anche dall’interno del PD venga mossa al Governo l’accusa di fare una politica di destra. Mettere mano al tema del lavoro, dopo un periodo di grande disoccupazione, in particolare giovanile, al tema della scuola, con la necessaria  riorganizzazione e modernizzazione da tempo richiesta, a quello dello snellimento burocratico e del sistema istituzionale NON é fare una politica di destra,  é interpretare in modo attuale i principi di solidarietà che hanno caratterizzato il pensiero cattolico-democratico e della sinistra realmente riformista. In sintesi é la concreta azione che il PD, forza di CENTROSINISTRA, intende portare come ventata di necessaria novità all’interno del sistema politico italiano. È “di destra” chi grida dal palco contro ogni cambiamento, che difende lo status quo e interpreta il principio di uguaglianza come salvaguardia di inaccettabili e antichi privilegi, invece che come pari opportunità dalla quale partire per premiare merito e impegno.

Sopportare che alcuni vivano “del partito” senza sentirsi “del” partito. I cittadini, oltre che idee e programmi per uscire dalla crisi,  ci chiedono UNITÁ di intenti nel farlo, non sopportano partiti che invece di lavorare per risolvere i problemi, perdono tempo in infinite contrapposizioni interne. Basta quindi alle convenienze garantite dalle posizioni di minoranza, o dai ripetuti viaggi a Damasco.

Il PD ha avuto un incredibile riconoscimento elettorale in occasione delle elezioni europee. Va rafforzato con un’azione coerente, con la capacità di tradurre le parole in fatti, le promesse in realtà. Questo è il PD da difendere, rafforzare, trasformare anche e soprattutto al nord in un soggetto politicamente  affidabile e vincente.

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