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Il PD deve tornare ad essere il partito del coinvolgimento e del coraggio di cambiare

elezioni_comunali-442x200Legge elettorale che “salta” sulla buccia di banana volontariamente gettata da Grillo, elezioni qua e là per l’Europa di cui molti, disperatamente, cercano di appropriarsi o allontanarsi a secondo della convenienza, rinnovo amministrativo che al primo turno offre non pochi motivi di seria e profonda analisi.

Mi permetto di premettere due considerazioni e aggiungere qualche riflessione di prospettiva. Il cosiddetto “populismo”, termine che probabilmente sarebbe meglio eliminare dal nostro linguaggio politico, vive un momento di stallo, anzi sembra perdere quota in parte per la delusione dei cittadini verso chi se ne fa interprete, in parte perché la protesta torna a scegliere l’astensionismo. Ne sono dimostrazione le elezioni francesi, in parte quelle britanniche, certamente le nostre amministrative. Con la consapevolezza però che ogni riferimento diretto tra il voto di altri Paesi, Olanda un po’ di tempo fa, Francia ed Inghilterra in questi giorni, e la situazione italiana è perlomeno forzato. Come catalogare Macron, Corbyn o altri nei nostri contenitori? Come parametrare categorie come destra, sinistra, conservatori, progressisti, in culture politiche tanto diverse per origine, carta dei valori, storia?

Forse, più semplicemente, può essere utile cogliere alcuni messaggi provenienti dall’Europa e coniugarli in chiave italiana. La crisi del M5S alle amministrative, oltretutto il più delle volte in territori per loro non facili, non possiamo definirla come la crisi, o addirittura la fine, di quel movimento. In passato più volte si è commesso questo errore, pensiamo ai primi anni della Lega.

Saranno le future elezioni politiche a farci comprendere la loro tenuta e prospettiva di medio e lungo termine, la loro capacità di superare l’evidente e a tratti imbarazzante incapacità di dare rappresentanza in termini di persone e proposte, ad un sentire comunque ancora, se non ancor di più, presente nei cittadini. Non è attaccandoli che si risolve il problema, ma dando risposta alle domande di chi li vota.

Il centro destra dà prova di capacità e di ripresa. Dove si presenta unito, nascondendo sotto il tappeto tutte le tensioni e macroevidenti diversità di opinioni, raccoglie un inaspettato consenso. Questo lo porterà presto a riflettere su come dare consistenza a questa potenzialità, su quale leader, diverso dal passato – oramai superato – di Arcore e dallo scalmanato estremismo di Salvini. Di certo non ci si può continuamente cullare sulla mancanza di un loro leader davvero carismatico per pensare di sconfiggerli elettoralmente. La sinistra, o meglio il variegato mondo della sinistra italiana, dovrà pur uscire dal tentativo di appropriarsi di perlomeno stiracchiati riferimenti Esteri e costruire una proposta italiana, fondata su alcuni temi portanti che non siano il rancore, il risentimento e la voglia di “punire” il PD.

Già il PD, perché rimane questo il tema che più mi appassiona. Ha superato il profilo_pdmomento di disorientamento del risultato referendario con un congresso in due fasi che, al di là di ogni possibile sottolineatura critica, ha restituito in termini di partecipazione un risultato inaspettato, in termini di consenso al Matteo Renzi un poco più previsto, ma non scontato. Si trova di fronte all’impossibilità di aprire in Parlamento un confronto perlomeno rispettoso, se non condiviso, su riforme necessarie, come quella della Legge elettorale. Deve comprendere come costruire una proposta di Governo e verificare le possibili alleanze per le imminenti elezioni politiche.

Cosa fare. Smettere di farsi dettare l’agenda politica dagli altri. A volte si ha l’impressione che chi ha responsabilità il mattino legga la rassegna stampa e poi prenda posizione. Mi piacerebbe si iniziasse a prendere posizione e determinare la rassegna stampa del giorno dopo, non come controllo, ma come temi affrontati.

Tornare ad essere il partito che sa trasmettere coinvolgimento e coraggio di cambiare. Tra tutte le possibili analisi di quanto avvenuto nel nostro Paese negli ultimi anni, un dato emerge in modo evidente: come la conservazione si sia manifestata in modo forte, e in alcuni casi determinante, sotto varie forme e abbia saputo bloccare ogni vero tentativo di innovazione. A volte travestita della più dirompente delle novità. Tornare, o iniziare in modo diverso, ad affrontare la necessità di alcuni cambiamenti strutturali è fondamentale anche rispetto l’assetto istituzionale, bocciato dal referendum, ma non per questo meno bisognoso di essere rivisto. Farlo tenendo conto dell’esperienza, e degli errori commessi, è indispensabile.

Non possiamo permettere ad altri di interpretare il ruolo del Partito inclusivo, non possiamo rassegnarci a non riuscire a far sentire ai giovani – non solo quelli “dell’Università” -, ma anche quelli senza lavoro o che lavorano in fabbrica (si esistono ancora!) che ci occupiamo di loro, non possiamo non parlare al mondo produttivo parlando di innovazione, difesa della competitività, recupero delle tante peculiarità italiane che hanno determinato il nostro storico successo economico. Farlo significa selezionare una classe dirigente capace, propositiva, non semplicemente accondiscendente. Significa saper trasmettere la forza di una ritrovata unità interna, dove il dialogo dialettico si esaurisce in una proposta di sintesi, significa costruire alleanze. La prima con i cittadini, poi con le forze politiche che hanno l’ambizione di rappresentarli, ricordandoci e conservando quelle che sono le nostre idealità, le nostre linee guida, i nostri obiettivi.

Con questo spirito dobbiamo vivere i passaggi che abbiamo davanti, la scelta dei candidati, la stesura dei programmi, dal livello nazionale a quello regionale. Avendo a cuore il bene complessivo, la qualità della proposta, non certo il destino di questo o quel candidato.

Infine, se proprio si deve mutuare qualcosa dall’estero, mi permetto di suggerire al PD di appropriarsi del motto dei Labour inglesi, avere l’obiettivo di far diventare l’Italia “A country for the many, not the few”, un Paese per la gran parte, non per pochi (fortunati). Perché questa sì dovrebbe essere la visione del mondo che accumula tutte le forze popolari e progressiste d’Europa e del Mondo.

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Responsabilità

ercolino_sempre_in_piediIn un partito, specie se di grandi dimensioni, è indispensabile tener vivo un dibattito interno, un confronto dialettico tra varie scelte, la possibilità di offrire il proprio contributo insomma. A maggior ragione questo deve, anzi è inevitabile, esserci in una forza politica relativamente nuova una identità originale e nuova. Il punto è cogliere fino a dove è lecito spingersi nell’esasperare il dibattito o meglio quando per ovvie necessità di azione e autorevolezza politica, deve prevalere la “scelta”  di partito.
Il PD in questi giorni proprio nel momento in cui deve affrontare snodi cruciali per il Paese, quali l’elezione del Presidente della Repubblica e le riforme istituzionali, sta manifestando tutta la difficoltà nel far coesistere il confronto con la sintesi. Da qui la smisurata voglia di caratterizzarsi di alcuni, che in molti casi fanno sapere di esistere solo perché si differenziano e la reazione, in alcuni casi esageratamente stizzita, di chi é stato chiamato a guidare il partito. Con la schiettezza di sempre desidero porre i due principali motivi che, a mio parere, sono la causa  di questa situazione.

IL MERITO. È indubbio che esiste in alcuni casi una diversa valutazione di riforma istituzionale, di metodo di elezione, di riforme strutturali. Talvolta con motivazioni vere, in altri casi per semplice volere polemico. Qui, fuor da ogni dubbio, per un partito chiamato a svolgere un ruolo di riferimento non può che esserci la capacità della sintesi. Fatta la discussione interna, all’esterno non può che essere portata e sostenuta la decisione presa. Far venir meno questo principio significa indebolire il PD, ridurlo davvero a un gruppo politico in continua contrapposizione.
L’OBIETTIVO. Esiste una ambiguità di fondo, non facilmente superabile, ma che va affrontata una volta per tutte. C’è chi continua a vivere il PD come la somma di due idee. Indipendentemente dalle scelte congressuali, c’è chi si sforza di tener viva questa impostazione perché torna utile ogniqualvolta si devono far scelte attorno a candidature, nomine, indicazioni. Indirettamente si cerca anche di mantener vivo un bacino elettorale ben distinto, utile proprio perché distinto. Credo che questa impostazione e i mammut della politica che la sostengono, siano il vero problema del PD, siano il tappo dal quale liberarci. Da qui nascono comportamenti e posizioni che si potrebbero definire contraddittori se dettati da onestà intellettuale, sono invece profondamente ambigui perché mossi solo da uno sfrenato tatticismo. Come fa qualcuno ad essere contro il dialogo parlamentare sulle riforme, demonizzando “l’interlocutore”, quando a suo tempo era il promotore del confronto, delle bicamerali, delle necessarie condivisioni? Come fa qualcuno a cambiare ogni sei mesi la posizione interna al partito a secondo degli scenari politici e della probabilità di elezioni anticipate? Come fa qualcuno a sostenere tesi diverse a Roma rispetto al proprio territorio, con una disinvoltura degna del peggior burlesche?
Queste posizioni, questi personaggi, molto simili al famoso “Ercolino sempre in piedi”, sono il problema da stanare e allontanare dal partito. E badate non albergano solo in chi in questo momento occupa una posizione critica verso la segreteria del PD, ma anche in chi pretende di essere il depositario assoluto della linea, salvo smentirla clamorosamente nei modi e nei contenuti, timoroso di perdere la rendita di posizione. Vi é inoltre la disperazione di tutto un gruppo dirigente che non concepisce il partito senza il suo apporto, senza la sua presenza operativa. Vi siete accorti di alcuni che attraversano ogni maggioranza, che in occasione dei congressi sposano sempre e comunque la tesi del probabile vincitore? Questo é l’apparato, questa é la vera e pericolosa casta.

In realtà il Partito Democratico deve con coraggio e in modo definitivo, intraprendere la via della novità. Deve saper riaffermare, come gli era riuscito in occasione delle elezioni europee, di voler costruire una realtà diversa, libera da vizi e riti del passato, che sappia guardare avanti, portare cambiamento, mettere insieme le tante energie, che ci sono, indispensabili per uscire da questa drammatica situazione  di crisi. Questo può portare a perdere dei pezzi? Può darsi, anzi certe zavorre vanno proprio sganciate, ma se la perdita è dettata dall’esasperazione e della tattica, tranquilli riguarderà solo quella classe dirigente senza seguito e senza riconoscimento, viva solo perché simulacro di un passato da superare.
Siamo in un momento di stallo. Il consenso in lieve ma costante calo ci dice che non possiamo permettercelo, pena il fallimento del nostro progetto. Se c’è bisogno confrontiamoci ancora nel merito, ma non attardiamoci a rincorrere le inutili polemiche. Soprattutto liberiamoci di chi vorrebbe i voti del PD, ma piegati alle proprie idee, o, peggio ancora, delle idee è poco interessato, essendo molto concentrati sul futuro. Sia chiaro, il “loro”.

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Eppur si è vinto!

girelli_delbonoEppur si è vinto! Anche in Lombardia, anche in piazze difficili, anche dopo le NON belle figure fatte sull’elezione del Presidente della Repubblica e la faticosa vicenda della nascita del Governo Letta. Stride il confronto fra  le difficoltà riscontrate sul livello nazionale, e in Lombardia regionale,  e la vittoria in molti casi netta nelle amministrative. Provo ad immaginare alcune possibili motivazioni.
Laddove si riesce a costruire un programma chiaro, comprensibile e corrispondente alle reali esigenze dei cittadini, dove  si da vita ad una coalizione vera, basata su una concreta  condivisione di volontà, quando si propongono candidati credibili, riconosciuti dalle loro comunità come loro espressione, si vince.
Quando si balbetta, si esagera con il dibattito “interno”, ci si perde in programmi confusi e poco chiari, si vive il rapporto di coalizione in modo eccessivamente dialettico o quasi conflittuale, il rischio di non farcela è evidente.
Verrebbe da dire che la forza del PD, e del Centrosinistra, è più che mai nella sua base, nelle sue espressioni amministrative, nelle/nei sue/suoi militanti, nella sua capacità di coinvolgere  tanta società civile in un progetto per le proprie comunità. La sua debolezza è in una dirigenza nazionale distante, a volte impegnata ad autotutelarsi più che a guidare processi di innovazione e rinnovamento. E allora cosa fare? Proporrei di vivere la stagione congressuale, da quella dei circoli a quello nazionale, con la ferma volontà di chiamare tante energie che abbiamo sui territori a contribuire nel costruire l’organizzazione del PD e nello stendere una diversa proposta programmatica. Farlo significa mettere in condizione anche i nostri esponenti impegnati al Governo, partendo dal Presidente Letta, di marcare maggiormente le nostre priorità, i temi per noi fondamentali, le azioni che riteniamo irrinunciabili per continuare questo “stato di necessità”!
Il risultato delle amministrative non deve portarci ad eccessivi e facili entusiasmi, bensì a rappresentare l’ulteriore possibilità che ci è data, forse realmente l’ultima, di mettere a punto una proposta realmente innovativa e vincente, capace di consolidare il consenso ottenuto, ma soprattutto di intercettare l’interesse e il sostegno di tante/i cittadine/i che sempre più scelgono di chiamarsi fuori dalla partecipazione al voto. Non é infatti accettabile per la nostra idea di democrazia partecipata dare per acquisito un metodo che consegna a meno del 50% dell’elettorato la scelta del governo, da quello delle comunità locali a quello nazionale.

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Il PD può e deve fare la sua parte, ma non a tutti i costi!

Partito di lotta e di governo. Si è detto della Lega, lo ha interpretato in modo devastante una parte di sinistra, lo sta attuando in modo inusuale, e a mio giudizio particolarmente preoccupante, il centrodestra. Il vecchio vezzo tutto italiano di dire una cosa e poi farne un’altra è parte del nostro sistema politico. Se confrontiamo gli slogan leghisti alla loro azione di governo ci accorgiamo di quanto distanza vi sia, se pensiamo al periodo a guida Prodi con ministri che il mattino sedevano in Consiglio e il pomeriggio manifestavano in piazza contro il Governo, se ricordiamo il refrain del PDL “meno tasse” e scopriamo che in anni di potere le hanno “semplicemente” aumentate, abbiamo uno spaccato piuttosto evidente di questa abitudine.
Anche il PD non è venuto meno a questa tradizione, anche se più sul fronte interno che nell’attività governativa. Rinnovamento, cambio della legge elettorale, limiti di mandato rigido, congressi aperti, sono stati promesse e impegni non sempre mantenuti. Persino il M5S fatica ad essere coerente, sulle diarie, sul rispetto del principio che “ognuno vale uno” e altro. Non sempre questo comportamento viene peraltro punito dall’elettorato – a parte nel centrosinistra dove si bacchetta con più facilità quasi in preda ad una sottesa forma di masochismo – che sembra più incline a seguire i proclami urlati in piazza che le concrete azioni di governo.
Ora però ci troviamo di fronte ad uno scenario diverso. Abbiamo avuto parti contrapposte che si sono “dovute” incontrare su un programma non esaustivo, ma impegnativo sul fronte sociale ed economico. Tutti sappiamo che è una convivenza difficile e che contestualmente al rispetto degli impegni assunti vi è anche la necessità di marcare la propria identità. Rilevo che il PD su alcuni temi (immigrazione, cassa integrazione, esodati, mi auguro presto tassazione sul lavoro, giovani e donne), ha posto all’attenzione del governo questioni per noi importanti e non sempre inserite nel programma di governo. Vedremo cosa uscirà dal confronto politico.
Rilevo poi che il PDL, a parte il tema IMU che del resto non era sua esclusiva, è sulle vicende del suo leader che esercita il suo differenziarsi. Ha cominciato a riempire (a onor del vero tolti i contestati solo a metà!) le piazze per contestare le sentenze dei giudici, lo fa con i suoi Ministri e soprattuto con toni e contenuti che stravolgono l’impianto stesso del nostro sistema costituzionale. L’obiettivo è chiaro, delegittimare il lavoro della magistratura evocando un giudizio del “popolo”. Al di là della storia (la folla è incline a scegliere Barabba) non si può trascurare la pericolosità di tale deriva. Davanti ad eventuali sentenze definitive cosa dobbiamo aspettaci? Scontri in piazza? Rivolta di una parte politica rispetto all’indipendenza della Magistratura? Non voglio entrare nel merito dei processi in corso, ma trovo vergognoso il fatto che in ogni occasione si siano portati i dibattimenti negli studi televisivi.
Voglio qui ribadire il principio che NON può essere messo in discussione il ruolo della Giustizia. Si vogliono riforme? Si proponga una legge e si verifichi in Parlamento la possibilità di farla approvare. Su questo non sarà possibile essere indulgenti: o il PDL riporta il confronto all’interno di un normale dibattito politico e parlamentare o è impossibile non stigmatizzarne la deriva populista al di fuori del nostro tracciato costituzionale. Non sono giustizialista, anzi ho sempre pensato che l’aver concentrato l’attenzione sulle vicende giudiziarie più che su quelle politiche sia la fonte di molti errori del PD, ma un fermo difensore delle REGOLE sì. Il Paese ha bisogno di coesione e di riforme per uscire dalla profonda e grave crisi che sta attraversando, il PD può e deve fare la propria  parte, ma, come ha ricordato Enrico Letta, non a tutti i costi!

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È il momento della serietà. Per il PD del riscatto

Proprio mentre il Governo Letta giura al Quirinale in piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi, Luigi Preiti spara a due Carabinieri, Giuseppe Giangrande e Francesco Negri, ferendoli gravemente. Odio verso “i politici” la giustificazione, contornata da disperazione, disoccupazione, disagio e tanti aspetti che verranno chiariti in seguito.
Comunque la si voglia vedere, non è possibile slegare i due momenti, troppo vicini. Le immagini televisive, in modo quasi  irreale, mostrano in contemporanea le immagini del Quirinale e quelle di una piazza in preda allo sgomento: scenari troppo assimilati da una realtà politica e sociale per molti aspetti preoccupante. Non è corretto voler ascrivere a qualcuno la responsabilità di quanto avvenuto (sono per la colpa individuale di chi commette fatti di inaccettabile violenza), ma è serio chiederci se la tensione che in questi anni si è sviluppata non sia tragicamente terreno fertile per violenze prima isolate e poi organizzate. Da riflettere per chi fa politica – si può essere duri nel confronto senza cercare di distruggere l’avversario -, e per chi fa informazione. È curioso leggere alcuni editoriali su quotidiani che si sono da tempo caratterizzati per articoli particolarmente feroci, inneggiare contro il clima che “un” movimento politico ha creato nel Paese.
L’insediamento del Governo è la risposta possibile per la politica in questo periodo. Ad una crescente “rabbia” sociale non si può rispondere con l’ingovernabilità. Trovare un punto di incontro, un programma con alcuni punti condivisibili, con persone in gran parte nuove e seriamente rappresentative di competenze, territori e realtà sociali, non è forse l’unica strada percorribile? Letta è chiamato ad un compito non facile, ristabilire un clima di normale confronto politico e mandare segnali “concreti” di ripresa ai cittadini. È l’unico metodo per debellare la crescente “rivolta” e zittire i sobillatori della folla, quella che già il Manzoni ben descriveva.
È il momento della serietà. Per il PD del riscatto: chi in questa situazione volesse ancora “distinguersi” penso sarebbe veramente un irresponsabile. Anche per il centrodestra è il momento di fare i conti con l’emancipazione dal suo leader. Ma soprattutto per chi si porrà legittimamente all’opposizione è il momento di abbassare i toni, smettere di non essere d’accordo  lanciando una vera e propria caccia all’uomo, ma proponendo scelte alternative. Lo stesso vale per certa stampa che da l’impressione di non cogliere la gravità del momento e anzi in alcuni casi sembra voler cavalcare anche queste ore drammatiche.
Enrico Letta in questi giorni ha sì bisogno del convinto sostegno della maggioranza del Parlamento, ma anche del Paese nel suo insieme. Certo lui e il suo Governo dovranno essere all’altezza, sono convinto che lo saranno, ma anche noi non dobbiamo essere da meno. Ieri mattina si è giurato sulla Costituzione, lo hanno fatto il Presidente del Consiglio e i Ministri. Hanno giurato di agire “….nell’esclusivo interesse della Nazione….”. Sentiamoci vincolati allo stesso modo, senza rinunciare a differenziarci per appartenenze, ma facendolo con più rispetto, nell’interesse esclusivo della Nazione.
E, a proposito di coerenza, anche questo è un modo per ribadire “Prima di tutto l’Italia”! Lo dobbiamo soprattutto a Giuseppe e Francesco, i nostri carabinieri, che il loro dovere lo stavano facendo anche ieri mattina. A loro e alle loro famiglie la nostra fraterna solidarietà.

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Innovazione e capacità: perchè ha vinto Debora Serracchiani. Questa è la via

La vittoria di Debora Serracchiani non è quell’arcobaleno di cui abbiamo tanto bisogno, rappresenta però un buon punto di partenza per una seria riflessione su come ricostruire il PD. Non voglio sottovalutare il dato dell’astensione, persino il M5S non riesce a limitarne la dimensione, ma resta  il fatto che in questa aria  di protesta e di crescente antipolitica è possibile uscire vincenti, sia pur al fotofinish, anche dopo una settimana di “disastri” come quella trascorsa.
Vogliamo chiederci perchè Serracchiani ha vinto? Probabilmente, molto probabilmente, perchè si è  presentata come una figura fresca e vera, capace di interpretare la voglia di cambiamento assieme ad una crescente competenza. Lo ha fatto da leader naturale dell’area di centrisinistra del suo territorio, senza particolare tensioni, costruendo una proposta di governo credibile e perciò vincente. Non credo che gli elettori friulani si siano chiesti se la candidata fosse più di sinistra o di centro sinistra, semplicemente si sono chiesti se sapesse coniugare innovazione con capacità. La risposta che ha saputo dare l’ ha resa competitiva e capace di catalizzare anche parte del potenziale voto M5S.
Ecco perchè con grande franchezza mi sento di dire alle tante amiche e ai tanti amici che in questi giorni stanno dibattendo, specie sui social network,  se il PD deve spostarsi “a sinistra” o no, che stanno ancora una volta sbagliando, anzi stanno costruendo l’ennesima e forse definitiva sconfitta. È sulla proposta politica che ci si deve misurare. È li che ci si divide tra innovatori e conservatori, tra chi si sforza di essere coerente tra le promesse  e le cose fatte e chi no, tra chi è disposto a mettersi in gioco e chi tenta di auto conservarsi. In tema di diritti civili, di riforme istituzionali, di riequilibri sociali ed economici, di politiche europee, di modi di rapportarsi con le altre forze politiche, che ci dobbiamo confrontare, smettendo  di pensare che basti il dichiararsi più a sinistra per risolvere il problema, anzi senza accorgersi che proprio in questo modo non si fa altro che passare per “superati”.
Io confido che il PD – se riscopre il motivo della sua nascita, ovvero il mettere la persona  al centro dell’azione politica – può tornare ad essere il motore capace di cambiare il Paese. Dobbiamo proseguire spediti e decisi, non continuare a cincischiare su vecchie logiche, ambigue strategie e slogan stantii e forse quel bagliore che ci giunge dal Friuli potrà trasformarsi in un intenso arcobaleno nel cielo della politica italiana.

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Valorizzare chi unisce, non chi divide: al lavoro per un nuovo PD

Risulta evidente che dalle primarie per la leadership nel PD si è innescato un meccanismo teso a “preparare” lo scontro congressuale più che a vincere le elezioni. Le primarie “last minute” per i parlamentari non hanno risolto il problema, anzi lo hanno ulteriormente accresciuto. Il risultato lo conosciamo tutti.
Manca una capacità critica da parte del Partito. Non c’è stata per l’Italia, non c’è stata per la Lombardia. Nel giro di  quattro mesi siamo passati da un quadro di probabile vittoria al quadro desolante di questi giorni.
Ora, dopo la drammatica rielezione del generoso Presidente Napolitano, è necessaria un’azione forte, che deve partire dai territori e dai cittadini tesa a cambiare in modo definitivo il PD.
Sbaglierebbe chi, sia a livello nazionale che locale, pensasse che quello a cui stiamo assistendo è la vittoria dei “renziani” sui “bersaniani” e che sia giunto il loro momento. Non è così, non basta lo stemma di appartenenza ad una forma diversa di corrente a risolvere il problema. Anzi le primarie (vere) e le preferenze dimostrano quanto ci sia diversità tra il cincischiamento all’interno dei partiti rispetto al confronto con l’elettorato “tutto”.
È necessaria un’azione di tutti quelli che hanno creduto e credono in un PD libero da vecchie e nuove appartenenze, desideroso di cambiare il Paese, non solo la politica.
Cambio della legge elettorale perché siano i cittadini a scegliere per davvero; riduzione dei parlamentari e riforma del bicameralismo; limiti di mandato e razionalizzazione del sistema istituzionale sono questioni da porre e affrontare subito. Così come alcuni proposte “forti” su economia, finanza, interventi sociali.
Per farlo ci vuole un PD con una classe dirigente autorevole, non succube da sindacati, banche, giornali, poteri più o meno forti. Una classe dirigente fatta non solo da brave persone, ma anche capaci. Alle prossime, mi sa davvero prossime, elezioni, sarà necessario un cambiamento soprattutto “qualitativo”. Ma soprattutto ci vuole un PD libero da chi su antiche nostalgie ha costruito e tenta di costruire la sua “giustificazione” politica.
Ritengo che debba partire un’azione politica trasversale, completamente innovativa che raccolga indipendentemente dalle precedenti “mozioni” chi ci sta. Anche risorse importanti, quale può essere ed è Renzi o altri, se si rinchiuderanno in recinti stretti diventeranno a loro volta parte del problema. È ora di valorizzare chi unisce, non chi divide. Anzi l’unica divisione accettata è quella tra chi accetta di essere finalmente DIVERSI e chi invece vuole conservare quelle che oramai sono macerie!

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PD: non prevalga la conservazione, ma il coraggio e la novità

Sono sempre più convinto che ci troviamo di fronte ad una fase decisiva per il Partito Democratico.
Da come si uscirà da questo momento di “stallo”, dall’elezione del Presidente della Repubblica, da alcune scelte in tema di riforme istituzionali e interventi urgenti in materia socio-economica avremo un quadro di cosa può  rappresentare il  PD nel futuro politico del nostro Paese. In questo momento non è accettabile il tentativo di far passare il concetto che non si debba aprire alcun dibattito interno, ma che si debba rimanere fedeli ad un mandato derivante dalle primarie.
È cambiato lo scenario, ma ancor di più sono cambiate le domande alle quali dobbiamo dare urgenti risposte. E allora a chi è demandato rispondere? Vedo troppa autoreferenzialità in alcuni dirigenti, troppa supponenza, troppa voglia di rappresentare un’area, senza sapere cosa pensano e chiedono i nostri iscritti, i nostri simpatizzanti, i mondi che intendiamo interpretare. Mi è chiaro che scegliere non è facile, parlando “fra di noi” si notano ragionamenti  contraddittori che sono il segnale di una difficoltà evidente. Personalmente mi chiedo, per l’immediato, il motto “prima di tutto l’Italia” come va declinato? Dare una risposta ai drammatici problemi di tante/i cittadine/i in cosa consiste?
“Mai col PDL! Il M5S non ci vuole! Ci vuole più sinistra! Bisogna recuperare il voto moderato! Al voto subito! Nessuno vuole votare subito!”. Queste alcune delle tante e diverse risposte che si sentono a cui si aggiungono frasi del tipo “Se ci fosse stato Renzi!”oppure  ”Bisognava includere anche Ingroia!”, solo per citare le più usate. Senza timore intendo esprimere le mie considerazioni.
Se vi sono le condizioni di dar vita ad un Governo per affrontare alcune urgenze va fatto con coraggio. Questo non vuol dire fare accordi con Berlusconi (nessuno intende barattare situazioni giudiziarie o conflitti di interesse), vuol dire capire se in Parlamento vi è  la possibilità di assumere alcuni provvedimenti urgenti con un esecutivo condiviso. Non mi interessa se vogliamo chiamarlo Governo tecnico, di scopo o altro. Mi interessa che sia chiaro che non vi è alcun pasticcio, ma che  si smetta di inseguire a capo chino e orecchie basse chi ci insulta quotidianamente.
Così come dobbiamo prepararci alle imminenti sfide future
. Che sia subito, fra un anno o un po’ più in la, dobbiamo prepararci ad una nuova e per certi versi decisiva competizione. Non possiamo farlo con il medesimo schema. La novità qual è? Renzi, può essere. Deve rafforzarsi nella proposta governativa e nella capacità  di  tenere insieme anime diverse. Ma soprattutto va definita una, volta per tutte, la connotazione del PD. Non possiamo andare avanti con un sotteso scontro fra chi lo vorrebbe il moderno partito di sinistra e chi lo intende come un innovativo soggetto di grande riforma. A mio giudizio è la seconda ipotesi l’obiettivo che ci siamo dati e che deve rimane il riferimento. Questo implica  un riconoscimento reciproco, dove non vi sono i custodi dell’ortodossia e i “sopportati”, dove non si assiste all’intervista, indotta,  del ministro tecnico che si candida ad essere la nostra classe dirigente, dove si smette di avere candidature costruite in laboratorio e poi “purificate” attraverso primarie last minute, dove gli eletti hanno capacità e competenza non “tensione emotiva”, dove si è rigorosi nella trasparenza e nella moderazione, dove le decisioni, anche quelle vere,  si assumono coinvolgendo e non escludendo le persone. Infine bisogna mettere a punto un modello di Partito sempre meno fatto di burocrati, sempre meno legato a logiche centralistiche, ma sempre più strutturato e radicato sui territori.
Su questo voglio potermi confrontare all’interno del partito con spirito di ascolto, ma anche di proposta, non essendo più disponibile ad accettare logiche calate dall’alto, compromessi  di basso profilo che ci consegnano solo “non vittorie”  e non disinnescano l’avversione delle persone verso la politica e i suoi rappresentanti.

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Avanti con il popolo

Il risultato delle lezioni regionali può avere due letture. Una desolante: ma come, dopo una legislatura interrotta a metà per scandali e arresti viene rieletta la stessa compagine? Un’altra più analitica: la Lega e il Centrodestra non sono più invincibili, ma riescono a risultare vincenti in un quadro dove rispetto alla proposta prevale l’insofferenza verso l’intero sistema. Questo non deve esimerci dal chiedere anche a noi stessi dove abbiamo sbagliato, perché è evidente che in qualcosa abbiamo sbagliato.
Partirei dalla campagna elettorale. Abbiamo tenuto un profilo alto, richiamato l’importanza della trasparenza e della legalità  nella gestione della cosa pubblica, avanzato proposte concrete e realizzabili. Lo abbiamo fatto  con un candidato credibile e serio, portatore del valore aggiunto di essere “nuovo” e inclusivo  di una parte di Lombardia che nel corso di questi anni si era chiamata fuori dall’impegno politico. Non è bastato. Nelle periferie pedemontane il messaggio non è arrivato: né quello della gravità di quanto successo, né quello dell’effetto delle proposte avanzate. Ha prevalso l’idea che la Lega, o meglio il candidato  Maroni (esemplificativo il successo della sua lista civica), continuasse ad interpretare meglio il malessere di quella parte del territorio rispetto ad un centrosinistra visto molto lontano dalla quotidianità dei problemi.
Col senno di poi è evidente che di più andava fatto nel messaggio. Perché sono  andati a casa? Perché non hanno retto a scandali e arresti? Qual è la nostra proposta? Togliere l’addizionale a chi ha di meno, abbassare i ticket a chi è in difficoltà, ridurre  l’Irap alle imprese. Punto. Così come andava percorsa in lungo e in largo la periferia, con determinazione, convinzione, coraggio.
Esiste poi il tema centrale la nostra offerta politica. È evidente che nemmeno l’intuizione del Patto Civico, già dovrebbe riuscirci il PD, ci ha tolto di dosso la riduttiva etichetta di essere la “sinistra”.
Lo sforzo di rappresentare la discontinuità, il cambiamento, l’innovazione si è scontrato con la percezione di essere la parte politica con attenzione ai lavoratori più che al lavoro, all’assistenza sociale più che allo sviluppo socioeconomico, alla politica del no più che alle risposte ai problemi concreti. Può non piacerci, e non mi piace, ma è quanto avvenuto.

La strada da intraprendere è una. Partire dalla constatazione che Maroni reggerà la Lombardia non più con un consenso maggioritario, solido, ma diverso da quello di Formigoni. Va inseguito con la concretezza e la determinazione. Cominciando con il chiedere chiarezza sulle vecchie vicende, sanità, discariche, infiltrazioni malavitose. Per giungere a confrontarsi sulle nostre proposte fiscali, economiche e di sviluppo.
Va fatto con un PD che una volta per tutte si distingue da vecchi stereotipi, si sdogana da superati slogan, comincia a parlare veramente alla Lombardia nel suo insieme, si interfaccia con i mondi economici oltre che sindacali, mette in campo esponenti che conoscono i temi che affrontano e sanno guardare avanti. Va fatto con un partito che si riorganizza su base territoriale. Ci siamo accorti che perdiamo in periferia? Penso di sì. Vogliamo investire in presenza e attività proprio li, facendo capire alle tante lombarde e ai tanti lombardi che ci considerano “altro” rispetto a loro che é proprio di un modello di regione attento ai territori e ai cittadini quello che abbiamo in testa?
La cosa da evitare è quanto successo nelle esperienze passate. Dopo il voto si resetta il tutto, ci si assesta nei pochi ruoli a disposizione, quasi che l’obiettivo sia il “gestire” il presente più che costruire il futuro. No: bisogna cambiare quello che va cambiato, investire su quanto di buono è emerso. Non è difficile individuarlo, basta sapersi mettere in discussione e agire di conseguenza.
Avanti popolo? No, avanti con il popolo lombardo, fatto di lavoratori e imprenditori, di giovani e anziani, di donne e uomini, di tanti territori diversi fra loro che hanno bisogno di essere rimessi insieme!

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