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La vera sfida comincia ora

Bersani vince le primarie con un margine che va oltre le previsioni. Il risultato cancella ogni possibile polemica sui non ammessi al voto, sulle regole (a onor del vero non sempre comprensibili) e sugli altri motivi di polemica di questi giorni.
Di certo non si può che constatare che, se attorno alle primarie si è sviluppato un interesse crescente, è perché di competizione vera si è trattato. Peccato che in alcuni momenti, per fortuna non nell’ultima giornata, si è un po’ superato il livello di normale confronto. Il riconoscimento della leadership di Bersani passa attraverso i tanti italiani che lo hanno indicato, ma anche attraverso la proposta di Renzi che ne ha certificato l’autorevolezza, offrendo una seria scelta alternativa.
Tutti però sappiamo che la vera sfida comincia solo ora. La possibilità di vittoria passa   attraverso la stesura di un programma concreto, la definizione di un’alleanza seria e credibile, l’individuazione di una classe dirigente rinnovata.
Inutile dire che, come ho già più volte sostenuto, se l’affidabilità di Bersani non si saprà accompagnare alla richiesta di innovazione di Renzi, difficilmente si potranno vincere le elezioni.
Mi auguro che il Segretario neo investito di un forte mandato sappia fin da subito chiarire alcuni aspetti a mio giudizio fondamentali.
A cominciare dal rapporto con Vendola. Se l’alleanza con Sel è un fatto quasi assodato – e ritengo indispensabile – non è altresì accettabile il tentativo di cointestarsi la vittoria delle primarie. Il PD deve essere attento e rispettoso delle istanze di Sel, a mio giudizio in particolare riguardo alcuni diritti civili, non virare a “sinistra” per esserne l’interprete.  Anzi la scommessa è riuscire a mantenere viva l’attenzione e il consenso che hanno reso competitivo Renzi alle primarie e che non può essere con grande superficialità derubricato come il tentativo della destra di sabotare il percorso del centrosinistra. Sì, qualche episodio può esserci stato; sicuramente però poca cosa rispetto un interesse manifestato da certi mondi che fino ad ora ci avevano ampiamente ignorato. Questo lo si potrà fare usando un linguaggio nuovo e proponendo politiche innovative, impresa più che alla portata del miglior Bersani. Lo si potrà ottenere interpretando fino in fondo il ruolo di partito RIFORMISTA che il PD si era dato.
Così come è indispensabile non far venir meno la necessità di un certo cambiamento di classe dirigente. Se qualcuno pensa che il consenso di Bersani equivalga ad una specie di moratoria nei propri confronti, sbaglia. Che certi nomi, proprio perché eccellenti e famosi, debbano lasciare spazio ad altri è e rimane una priorità per essere credibili nella voglia  di innovare. Così come, in mancanza di una riforma seria della legge elettorale, l’individuazione attraverso un percorso condiviso dei futuri probabili parlamentari.
Potrebbe essere obiettato: ma se si chiede a Bersani di fare molte delle cose proposte da Renzi, non poteva essere direttamente Renzi a farle? Pur rispettando il Sindaco di Firenze, ritengo che avrebbe avuto una qualche difficoltà in più a interpretare alcune istanze che invece sono meglio individuabili nel Segretario nazionale, fra tutte la necessità di marcare una chiara proposta di centrosinistra, fortemente alternativa al centrodestra e ala lega.
I giorni che ci aspettano sono cruciali sia per il voto nazionale che per quello regionale. In molti dei sostenitori di Bersani, io fra questi, ci adopereremo perchè venga attuato questa innovazione nel nostro partito e nella coalizione, interpretando fino in fondo il concetto “bersaniano”: non ci deve essere l’uomo solo al comando, o peggio, aggiungo io, l’uomo solo circondato dai pochi e soliti amici, bensì il leader di un partito che sa riassumere  il meglio sia di chi lo ha votato, sia di chi ha fatto una scelta diversa, ma che ora ne riconosce l’autorevolezza e la guida.

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Il video della mia diretta web. Si parla di sanità, welfare e non solo

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Lavoro: discutiamo senza pregiudizi

Ieri ho partecipato a Brescia alla presentazione del libro del senatore Pietro Ichino “Inchiesta sul lavoro”. Incontro interessante e molto partecipato promosso da 2 associazioni culturali, Partecipazione e Identità e Brescia per Passione. La formula proposta, domande poste da vari attori del mondo del lavoro al senatore Ichino e conclusioni di Emilio Del Bono, ha permesso di riflessioni importanti che hanno posto un quesito fondamentale: come coniugare la difesa di alcuni diritti consolidati con la necessità di garantire diritti a tutti i lavoratori? È infatti oramai tempo di rivedere l’idea di un mercato del lavoro che viaggia su due piani, uno caratterizzato dall’assoluta inamovibilità, l’altro dall’assoluta precarietà. Questo non ê più sopportabile, ne per le giovani generazioni, ne per gli investitori sia italiani che Esteri. Le tesi di Ichino possono essere condivise, da me in parte, o no, di certo hanno l’indubbio pregio di alzare la qualità del confronto, obbligando tutti a dire qualcosa di chiaro e di coraggioso. È infatti ancora pensabile di ridurre tutto il dibattito sul lavoro sulla riforma o no dell’art. 18? È tollerabile che in un contesto economico internazionale in straordinario mutamento e in una sfida competitiva sempre più complessa, in casa nostra ci si confronti sugli stessi temi da più di 20 anni? Sia chiaro sono convinto anch’io che la difesa di chi lavora è un dovere per il legislatore, oltretutto costituzionalmente previsto. Ma lo è nei confronti di tutti, non di una sola parte. Lo è tenendo conto di scenari diversi che esigono politiche diverse. L’inserimento vero dei giovani, la valorizzazione delle competenze e dei meriti, il reinserimento e non il congelamento di chi il lavoro lo perde, sono le questioni vere, i non facili nodi da sciogliere. Il tutto con la prospettiva di una ripresa economica che va incentivata con maggior decisione rispetto a quanto fino ad ora fatto, guardando non solo alle banche e alle grandi industrie, ma anche al tessuto della piccola e media impresa che, a mio giudizio, rimane la grande forza e la grande possibilità per il nostro Paese per uscire da questo momento di perdurante crisi.

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Alla Lombardia serve di più

Basta un elenco di propositi, anche buoni, per far ripartire la Lombardia? Direi di no e l’ho detto anche oggi in Aula durante la seduta del Consiglio Regionale.
Oggi infatti di discute l’ormai famoso CresciLombardia (pdl 146), ovvero un provvedimento che contiene tutto e niente voluto da Formigoni e dalla sua Giunta. Obiettivo del progetto di legge sarebbe quello di far ripartite proprio la crescita e lo sviluppo della nostra regione e dei nostri territori.
Ma se alcune idee di fondo ci sono, come si fa ad inserire così tanti temi in un solo progetto senza poter garantire le risorse necessarie a realizzarle? Possiamo davvero pensare che un elenco di aggiustamenti burocratici e amministrativi possa portare sviluppo e crescita? Credo di no.
Quello che serve alla nostra regione è un cambio di marcia. I nostri territori chiedono risposte concrete. E invece, fra le altre cose, non c’è ad esempio nulla sul tema della montagna.
E poi, c’è anche un problema di metodo, diciamo. Questo è un progetto di legge omnibus, contiene tanto, anzi troppo. Questo tipo di legge non è previsto nell’ordinamento di Regione Lombardia. Qui ci troviamo di fronte all’ennesimo esproprio di potestà legislativa del Consiglio regionale, quasi tutti gli articoli sono deleghe pressoché in bianco alla Giunta.
Alla Lombardia serve altro che un elenco di belle idee con un titolo altisonante.

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Il Pd che guarda avanti e quello che guarda indietro

Leggo sull’ Espresso di questa settimana un articolo di E. Scalfari nel quale si auspica che Vendola entri nel PD per accrescerne la componente di socialismo riformista, pena il pericolo, per questo partito, all’ appuntamento del 2013, di far la fine della gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria. Francamente non sono d’ accordo. A cominciare dal considerare il PD un qualcosa di simile all’ iniziativa di sinistra del ’94. Se così fosse non solo saremmo drammaticamente anacronistici, ma si porrebbe un serio problema per molti che si troverebbero a militare in un partito diverso da quello che pensavano. Se esiste un problema per i Democratici è proprio quello di riuscire ad affrancarsi da un’idea di “vecchio” partito di sinistra per interpretare, come detto nella fase di costituzione del PD, la novità  realmente riformista nella politica italiana. Come Scalfari possa pensare di risolvere il problema auspicando l’ingresso di Vendola nel partito mi risulta sinceramente incomprensibile. Apprezzo il serio e importante lavoro del Presidente della Regione Puglia nell’ aggregare a sinistra, ma ciò può rappresentare un alleato, non certo una componente dei democratici. Anzi proprio perchè può rappresentare un alleato diventa assolutamente necessario marcarne la differenza, per unire consenso “diverso”,  non litigare per spartirsi gli stessi voti. Il PD ha l’assoluta necessità di conquistare il voto moderato. Non può pensare di farlo solo cercando alleanze, fra l’altro piuttosto precarie, con l’UDC o il terzo polo in generale, deve ottenerlo ponendosi come partito capace di includere quel tipo di consenso. Certo il continuo esasperare i toni di una certa classe dirigente o le continue fughe in avanti di questo o quel rampollo di belle speranze non aiuta molto. Il tempo che il PD ha davanti non è molto, lo deve utilizzare al meglio a cominciare dall’essere estremamente chiaro sia al suo interno che verso l’esterno. Se non trasmetterà la capacità di dare risposte innovative ai problemi di un paese stagnante, se non sarà capace di liberarsi dalla sindrome di autotutela della solita classe dirigente, se non saprà aprirsi ad energie fresche evitando di crescere in laboratorio i propri rappresentanti, potrà anche vincere le prossime elezioni, difficilmente diventerà l’autorevole riferimento per il Paese nei prossimi anni.

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Caro Pd ritrova la mentalità di governo

Pubblico qui di seguito mia intervista odierna a “Bresciaoggi” a firma del bravo Massimo Tedeschi.

Dopo la buriana per la sfiducia (mancata) al governo Berlusconi, l’opposizione si riorganizza. Nei giorni scorsi è stato a Brescia Enrico Letta, che ha riunito gli amici di sempre. Fra loro Gianni Girelli, consigliere regionale, che muove da una premessa: «Il voto parlamentare – spiega – non è stato una sconfitta per il Pd, ma per una maggioranza che era larghissima e ora si misura su tre voti provenienti da partiti nati come antiberlusconiani». Detto questo, secondo Girelli, anche il Pd «deve rivedere la propria posizione». E riscrivere le dinamiche interne. «Noi della componente cattolico-democratica non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare il campo – chiarisce Girelli – Siamo fondatori del Pd non per accordi di vertice ma perchè siamo presenti circolo per circolo, paese per paese. Dentro il Pd serve una maggior capacità di unità e incontro, a partire da chi si rifà a un’ispirazione cattolico-democratica». Girelli non pensa tanto alla Bindi («con lei la pace è già fatta») ma «piuttosto a Fioroni».
ALLARGANDO lo sguardo, il consigliere regionale insiste su una duplice necessità per il Pd: «Da un lato superare le appartenenze fra “ex”, dall’altro evitare il rischio che si instauri una mentalità d’opposizione. Così facendo ci si affeziona al ruolo, si esaspera la protesta, ci si preoccupa di avere con sè la totalità di chi è “contro”. Invece non basta la consapevolezza di essere alternativi a chi oggi è al governo, ma è necessario muoversi da forza di governo». Un partito votato all’opposizione «si logora nelle guerre interne». Un partito (potenzialmente) di governo «parla invece al Paese». Qualche esempio? «Fra la Fiom e Marchionne c’è uno spazio talmente largo che il Pd può occuparlo, rivendicando una presenza dello Stato nelle politiche per il lavoro».
AGLI INGOMBRANTI alleati di sinistra Girelli obietta: «Il Pd deve avere il coraggio di dire a Vendola che è il benvenuto se mette assieme la sinistra-sinistra. Ammesso che ci riesca». Il governatore della Puglia è, per Girelli, «interlocutore affidabile, serio, ma che non può essere certo la guida del processo». La sua insistenza sulle primarie suscita una punta di irritazione: «Con che diritto rivendica lui le primarie? Le primarie sono un’invenzione di partito, è ora di smetterla che le chiedano gli altri, ciascuno a proprio uso e consumo».
Girelli suggerisce un percorso più «classico»: «Prima costruiamo il quadro politico, e solo se non ci saranno le condizioni per individuare un leader, si potranno decidere le primarie». Va evitato un nuovo caso-Milano: «Là – dice il consigliere regionale – è stata scelta una persona degnissima, ma attraverso le primarie si è rischiato di predeterminare alleanze e opzioni politiche».
Oggi lo statuto del Pd stabilisce che il segretario del partito dev’essere candidato premier. Tutto ok? «A me la norma va bene. A meno che sia il segretario stesso a sollevare un problema». Per Girelli il Pd «deve saper parlare ai moderati», ma deve essere capace anche di dialogare «con i partiti che li rappresentano, a partire dal tema delle regole».
A PROPOSITO di regole interne, Girelli torna a chiedere «limiti di mandato e alcune incompatibilità». Reclama il ritorno alle preferenze nel sistema elettorale e, se non sarà possibile, «primarie nella scelta dei candidati, per evitare nuovi casi Lusetti, Binetti e Calearo». Infine, il tema-Loggia: «È tempo di pensare seriamente alla riconquista di Brescia. La persona giusta per farlo va cercata a cominciare dal Pd, ma senza fermarci solo lì. Bisogna spostare il tiro, smettendola con attacchi troppo personali a chi governa ma contrastando fortemente la politica che viene fatta. E che bada soprattutto a smantellare cose positive fatte in passato». M.TE.

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Acqua: la regione toglie ai comuni per dare alle provincie

acquaCon il voto contrario del Gruppo consiliare del Partito democratico è stata approvato in VIII Commissione Agricoltura, parchi e risorse idriche il progetto di legge di modifica sul servizio idrico integrato

Noi Abbiamo votato contro un provvedimento che di fatto affida la titolarità del servizio alle Province togliendolo ai Comuni. Le audizioni dei giorni scorsi con Comuni, Ato, Comitati dei cittadini, non sono servite per far recedere la maggioranza da un provvedimento che poteva essere definito in maniera sicuramente diversa.

La maggiornaza ha voluto approvare il provvedimento con una fretta sospetta.

Vanamente abbiamo chiesto alla maggioranza di tenere conto del ricorso avverso alla soppressione degli Ato, presentato da Regione Veneto e per il quale la Corte costituzionale si esprimerà a febbraio.

Ma i” maestri” del federalismo non hanno voluto sentite ragioni,  avanti tutta!

Nel caso di accoglimento del ricorso del Veneto, ci troveremo in una situazione di grande difficoltà con una legge non valida e gli Ato soppressi.

Qualcosa però abbiamo ottenuto: in sede di discussione siamo riusciti a ottenere almeno che il parere dei Comuni diventasse vincolante, ridando così un minimo di forza alle amministrazioni locali. La nostra battaglia continuerà da martedì (il 30 novembre prossimo ci sarà Consiglio regionale, ndr), in Aula, dove difenderemo come sempre la titolarità dei Comuni e chiederemo che anche Regione Lombardia si faccia promotrice per la soppressione dell’articolo della legge Calderoli che sopprime gli Ato, i quali, per inciso, garantiscono ai cittadini lombardi le tariffe più basse di tutto il territorio nazionale e che per efficienza ed efficacia sono citati da organismi sicuramente non vicini al pubblico come Mediobanca.

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Girelli (Pd): “riconoscere le autonomie locali”

«Altro che federalismo, al centralismo romano si è sostituito quello milanese»

Dal GIORNALE DI BRESCIA del 11 Marzo

Dopo 25 anni di attività politica – l’esperienza nei popolari di Martinazzoli prima, nella Margherita poi e oggi nell’esecutivo regionale del Pd -, Gian Antonio Girelli (Gianni) ha presentato la sua candidatura nella lista provinciale del Partito democratico in corsa alle elezioni regionali del 28 e 29 marzo.

Il programma di Gianni Girelli (che ha preso le mosse sul sito web www.giannigirelli.com e dal supporto di un comitato elettorale a suo nome) poggiandosi sul motto «Diamo valore al nostro territorio» si snoda attraverso una serie di idee e riflessioni «sulla congiuntura economica attuale, per esempio, un periodo di enorme difficoltà che sta portando alla chiusura di aziende e alla perdita di posti di lavoro, con conseguente dispersione di fiducia da parte dei giovani e delle famiglie. La Regione, eccetto generici bandi di aiuto e qualche bonus, non ha saputo definire una seria strategia sociale ed economica: sarebbe necessario creare tavoli di confronto con le piccole e medie imprese, comprendere l’evoluzione del tessuto economico e capire come vogliamo reinventarci per continuare a detenere l’eccellenza produttiva; il sostegno ai cittadini, dal canto suo, deve tener conto delle reali esigenze di ciascuno».

La vicinanza alla popolazione, ha proseguito Girelli, si scontra «con un approccio al federalismo opposto rispetto al vero significato del termine: assistiamo a una sostituzione del centralismo romano con uno milanese. La mia, la nostra idea di Regione attiene a un federalismo che sappia riconoscere le autonomie locali, in particolare il ruolo dei Comuni, con politiche coperte da adeguate risorse finanziarie; la rete amministrativa è in costante impoverimento: pensiamo ai continui tagli o all’idea di eliminare le Comunità montane».
Riferendosi alle difficoltà legate alla presentazione della lista Pdl alle regionali, Gian Antonio Girelli ha sottolineato la «criticità del momento politico in atto; la faccenda è stata affrontata in modo arrogante e poco rispettoso: sarebbe stato sufficiente che chi ha sbagliato chiedesse scusa e cercasse una soluzione condivisa per ovviare al problema. In questi casi la forma è anche sostanza, le regole devono essere osservate e invece siamo dinanzi a chi governa la Lombardia da 15 anni e, pur disponendo di imponenti mezzi, non è in grado di rispondere all’”abc” normativo. Vogliamo invitare i bresciani a ragionare su tali dinamiche».ra. mo.
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