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Carcere e territorio devono essere sempre più collegati

carcereÈ stata approvata in Consiglio regionale, con il voto favorevole del Pd, la legge di revisione della Legge 8/2005 ossia quella che disciplina la tutela delle persone sottoposte a provvedimento dall’Autorità giudiziaria.

Il lavoro fatto in questi mesi è positivo. Non mancano però delle criticità: le risorse in dotazione al provvedimento sono al di sotto delle necessità e la legge non intervenga nel rafforzamento della figura del Garante dei detenuti che oggi coincide con il Difensore Civico Regionale.

L’obiettivo che ci si è posti è infatti far sì che quel muro che c’è ancora oggi tra il carcere e il resto delle nostre città sia presto superato. La Legge 8 del resto aveva bisogno di essere aggiornata, in virtù delle modifiche fatte a livello nazionale e delle modifiche fatte a livello sociosanitario in Regione Lombardia: bene allora le modifiche a questa legge.

Carcere e territorio devono essere sempre più collegati tra loro per portare al recupero effettivo delle persone. Come è stato dimostrato anche dalla missione valutativa portata avanti dal Consiglio regionale, in presenza di pene alternative le recidiva crolla arrivando addirittura a scendere sotto il 30%. Mi auguro che i progetti che vanno in questa direzione possano essere resi strutturali.

Approvato anche un ordine del giorno del Pd che chiede di impegnare la Giunta ad attivarsi presso il Ministero per chiedere un rafforzamento del personale nei tribunali di sorveglianza di Milano e Brescia, oggi in grande sofferenza per carenza di personale amministrativo e di magistrati. Queste carenze rischiano di rallentare la concessione di misure alternative al carcere, mettendo in discussione il percorso di recupero di molti detenuti e aggravando il già critico sovraffollamento delle carceri lombarde.

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Carcere, non solo “sbarre”

carcereÈ sempre difficile parlare in modo sereno ed equilibrato di carcere e detenuti. Ancor di più in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando. Nei discorsi comuni, ma ancor di più temo nel sentire di molte persone, emerge il convincimento che chi ha sbagliato merita di essere punito e basta, senza chiederci come, in che condizione e con quali possibilità di riscatto. «Chi é in “galera” non merita nulla. È già un costo sociale, lo dobbiamo mantenere», i ragionamenti più diffusi, fino giungere a dire «fateli lavorare» cosa ovviamente semplicissima in questo momento drammatico di alta disoccupazione. (Qui il testo della risoluzione in cui è coinvolto anche l’istituto di Canton Mombello in priovincia di Brescia)
Chi é nelle Istituzione non può, o perlomeno non dovrebbe, assecondare questa lettura, anzi si spera che sappia  assumersi la responsabilità di ribadire un concetto da cui partire per sviluppare ulteriori considerazioni: il carcere è e rimane una parte di Stato. I detenuti, sia pure in una condizione particolare, sono e rimangono cittadini a tutti gli effetti, che devono sottostare a una giusta pena accompagnata però da un serio intervento di recupero.
E qui si riscontra la drammatica situazione di molte carceri che mal si concilia con la rieducazione, anzi rischia di diventare momento di ulteriore emarginazione e abbrutimento. Rendere queste strutture “decenti” é un dovere per una democrazia matura che risponde ad un dovere etico, ma anche, non dimentichiamolo, un intervento teso a migliorare il tasso di sicurezza dei cittadini  e abbassare il numero di reati. È provato che i detenuti in carceri dove sono attuate serie misure di recupero hanno un tasso di recidiva molto più basso rispetto a realtà dove questo non avviene.
Come sapete l’Italia è costantemente minacciata di sanzioni riguardo il sovraffollamento dei nostri istituti penitenziari, il non rispetto del trattato internazionale sui diritti umani è la pesantissima motivazione. La Lombardia vede in alcune sue strutture significativi esempi di degrado. L’ondata di cambiamento che sta caratterizzando la stagione politica non può non coinvolgere anche il tema dei diritti, compresi  quelli dei carcerati. È necessario rivedere con coraggio il regime sanzionatorio, approcciare temi come l’amnistia e l’indulto non come metodo per “svuotare” i carceri, ma come parte di un processo di incentivazione al recupero delle persone detenute. É necessario investire sull’accompagnamento dei detenuti, coinvolgendo anche le famiglie, per favorire un progressivo reinserimento in previsione del fine pena. Affrontare il tema del lavoro, tema sociale di straordinaria gravità e urgenza, tenendo conto anche dell’importanza di portare lavoro “in carcere”.
Infine, ma non meno importante, la questione della Legge uguale per tutti. Riguarda più la Giustizia che il sistema carcerario, ma é fondamentale. L’impressione che non tutti abbiano le stesse opportunità di difesa, che in molti, troppi casi vi sia una specie di immunità va definitivamente sconfitta. Anche da questo si misurerà la nostra capacità di cambiamento, ma ancor di più il nostro grado di civiltà democratica.

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L’attenzione agli ultimi anche in un momento di crisi

Lunedì 2 aprile a Firenze si è tenuto un interessante convegno sul rapporto tra carcere e città. Lo scopo dell’incontro era quello di approfondire tutte le problematiche che accompagnano il mondo del carcere, dalle infrastrutture alle politiche di reinserimento e recupero dei detenuti.
Relazioni interessanti e autorevoli, tra gli altri il ministro della salute Balduzzi. È stata anche l’occasione  per illustrare l’iniziativa del Consiglio Regionale Lombardo di costituzione della Commissione Speciale.
Ora, però, viene il difficile: concretizzare alcune proposte, ma ancor di più, a partire dal nostro gruppo, comprendere se vogliamo affrontare con maggior decisione questa che é una vera e propria emergenza.
Occuparci di chi è in difficoltà, di chi vive l’esperienza del carcere, della disperazione delle famiglie, della tragedia dei figli minori, della necessità di costruire una seria prospettiva di reinserimento sociale lo consideriamo uno dei nostri impegni prioritari? Oppure, complici anche i recenti fatti di cronaca, assecondiamo una mentalità strisciante che vede nel “chiudi le sbarre e butta la chiave” la risposta a chi delinque?
Se abbiamo la necessità di una giustizia più veloce, se abbiamo l’esigenza della certezza di una pena certa e “uguale” per tutti dobbiamo altresì pretendere che chi viene condannato sia a tutti gli effetti un cittadino di questo paese, verso il quale non possiamo manifestare indifferenza, non possiamo applicare nessuna forma di esclusione sociale.
Sull’impedire che da questo momento di difficoltà sociale esca un modello di convivenza frantumato e diviso ci giochiamo gran parte della credibilità del nostro impegno. Dobbiamo riaffermare la validità di un modo solidale di stare insieme, di uno Stato che sa essere severo, ma mai escludente, che fa di tutto per non lasciare nessuno indietro, che sa che proprio dall’attenzione agli ultimi viene misurato il suo tasso di civiltà.
A breve a Brescia organizzeremo altri momenti di approfondimento sia di partito che istituzionale. Mi fa particolarmente piacere che il lavoro di partito è stato sollecitato dai Giovani Democratici, fa ben sperare verso una futura classe dirigente all’altezza delle sfide alte che ci troviamo davanti.

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Se il carcere non è solo detenzione, ma anche recupero e prevenzione

Oggi in consiglio regionale discuteremo di carceri, o meglio dell’emergenza carceraria in Lombardia. I dati sono evidenti su una capacità di capienza regolamentare di 5398 e una tollerabile di 8540 abbiamo nei 18 istituti lombardi ben 9242 detenuti. Come non occuparsene!

Se da un lato siamo un paese dove va meglio marcata la certezza della pena, per “tutti” i colpevoli, e abbattuti i tempi dei processi. Dall’altra non possiamo dimenticare che un detenuto è un cittadino che ha sbagliato, ma che è nostro impegno recuperare. Questo significa essere uno stato di diritto, questo significa avere chiaro il concetto di giustizia.

Nei prossimi mesi, molto si parlerà di carcere, di decreti “svuota-carceri” e altro. Mi piacerebbe che si parlasse anche di recupero del detenuto e prevenzione al crimine, due “indispensabili” per cambiare marcia sull’argomento. In consiglio spero si dia vita ad uno strumento di approfondimento per uscire da questa intollerabile emergenza, certo come prima cosa forse basterebbe evitare di contribuire con esponenti regionali e intasare le carceri lombarde, ma….

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Canton Mombello: urge pensare al futuro

Ci siamo messi in cammino per approfondire la situazione carceraria in Lombardia, evitando la politica degli annunci, puntando soprattutto sulla realtà che fa i conti con scarsità di risorse e sul sovraffollamento che ha raggiunto l’emergenza umanitaria.

Con Giambattista Ferrari e Fabio Pizzul, accompagnati dal segretario provinciale Pietro Bisinella e dal consigliere provinciale Roberto Cammarata, abbiamo visitato la casa circondariale di Canton Mombello, dopo aver verificato la situazione delle carceri milanesi la scorsa settimana.
Consapevoli che la Regione può far poco per ciò che riguarda gli spazi, di competenza ministeriale non si può sottacere la forte invivibilità di Canton Mombello, che accoglie 509 detenuti a fronte di 298 posti limite. Ne nasce il convincimento che ci sia poco da discutere e si debba pensare a una nuova struttura.

Per questo come consiglieri regionali del Pd intendiamo fare pressing sul Ministero e sulle altre forze politiche per mettere ordine e soprattutto garantire il reinserimento nel contesto sociale del detenuto. Lodando «l’enorme impegno e l’umanità» del personale e della direzione che utilizzano al meglio le risicate riserve finanziarie a disposizione, facciamo appello alla coscienza dei bresciani, in un momento particolare di discussione sull’assetto urbanistico della città, bene sarebbe pensare in anticipo nel nuovo Pgt dove collocare il nuovo carcere.

Nei prossimi giorni scriverò un resoconto più dettagliato delle visite

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Carceri, enti locali e sistema di welfare: un piano per un’approccio d’insieme

Nonostante diversi protocolli firmati con il Ministero di Giustizia per l’adozione di un Piano sulle carceri, il problema del welfare legato ai detenuti e alle loro famiglie continua a manifestarsi in tutta la sua gravità e fa notizia soltanto in alcuni periodi dell’anno, particolarmente quello estivo.

Dati alla mano, sono 8094 i detenuti nelle carceri lombarde (fonte DAP 2010) a fronte di 5652 posti, dei quali 4137 stranieri. Le strutture penitenziarie sono 27: 19 istituti, 7 uffici di esecuzione penale esterna e 1 ospedale psichiatrico giudiziario. Le strutture minorili sono 5. Per far fronte ai numerosi aspetti connessi con la gestione dei detenuti, la loro formazione, la reintroduzione sociale, il problema dei minori, il cattivo stato dell’edilizia, occorre agire su diversi piani. Di questo si è parlato oggi nel convegno “Carcere, enti locali e sistema di welfare” organizzato dal gruppo regionale del Pd presso la sede del Consiglio regionale, a cui hanno preso parte esperti e responsabili di strutture e associazioni legate al mondo carcerario, oltre che esponenti politici.

Da poco in Lombardia è stata definita la figura del difensore, la quale assommerebbe in sé anche le funzioni del garante delle carceri. Tra le proposte del gruppo regionale del Pd vi è anzitutto quella di disciplinare meglio la figura del garante (che in questo momento è affidata appunto al difensore civico) e di delinearne precisamente funzioni e compiti.

Per noi non servono nuove leggi ma far funzionare al meglio quelle che esistono, perché se da un lato Regione Lombardia ha un buon impianto nel suo complesso, dall’altra spesso non vengono messe in campo le risorse necessarie a farlo funzionare e soprattutto non viene messa a sistema una vera rete di enti e associazioni.

Esce dal convegno infatti la proposta di realizzare un tavolo interassessorile per dare il via ad un piano che sappia generare una visione d’insieme sul carcerato e sulla sua famiglia e tarare di conseguenza gli strumenti più adeguati per rispondere alle problematiche relative alla detenzione e al reinserimento sociale del carcerato.

Infine grande attenzione va al mondo dell’infanzia, ai bambini che restano prigionieri di relazioni affettive interrotte a causa della permanenza dei genitori in strutture di detenzione. Anche nei confronti di questo target si stanno approntando proposte e attivando momenti di monitoraggio per dar vita a una rete che sappia concretamente rispondere ai bisogni.

Il tema dei figli di genitori di detenuti – ha ricordato Lia Sacerdote, presidente “Associazione bambini senza sbarre” – è un tema di salute pubblica, per questo va superato lo scollamento tra carceri e servizi esterni e va fatto un cambiamento culturale da parte degli operatori del mondo carcerario per favorire, nel modo meno traumatico possibile, l’accostamento bambino-carcere.

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