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“Sono morti per tutti noi”

borsellino_falcone“La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità”.

Palermo 23 Giugno 1992, Chiesa di San Domenico.  Il discorso di Paolo Borsellino:

“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che correva, perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui appartiene. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo.

E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva porsi sulla stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (…) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.

Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche sommovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la sua vera forza. Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco, perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza per il prezzo che la lotta alla mafia, la lotta al male, costringeva la cittadinanza a pagare. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grandi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che finì per provocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su un’ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa nostra e fornirono un alibi a chi, dolorosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsi. In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Tentò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le condizioni ottimali per il suo lavoro. Per poter continuare a dare. Per poter continuare ad amare.

Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. Menzogna! Qualche mese di lavoro in un ministero non può far dimenticare il lavoro di dieci anni. E Falcone lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come lo era sempre stato, mentre si parlava male di lui, con vegogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta. Muore, e tutti si accorgono di quali dimensione ha questa perdita. Anche che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato hanno perso il diritto di parlare. Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne, è vivo nello spirito, come la fede ci insegna; le nostre coscienze, se non si sono svegliate, devono svegliarsi! La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal Sacrificio della sua scorta. Molti cittadini, è vero, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia nelle indagini concernenti la morte di Falcone. Il potere politico trova, incredibilmente, il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupidi pretesti accademici. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro, occorre dare un senso alla morte di Giovanni, alla morte della dolcissima Francesca, alla morte dei valorosi uomini della sua scorta.

Sono morti per tutti noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che potremmo trarre ( anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia: troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo“.

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25 anni fa la strage di Capaci. Qualcosa è stato fatto, molto rimane da fare

Vi propongo il mio intervento dedicato al ricordo di Falcone e Borsellino nell’Aula del Consiglio regionale in occasione del 25esimo anniversario della strage di Capaci. 

falcone borsellinoSono 25 anni da quel 23 maggio 1992, quando con un attentato senza precedenti nel mondo, cosa nostra assassinava Giovanni Falcone e sua moglie Francesca, Rocco, Vito e Antonio, la sua scorta. Veniva colpito uno dei simboli della lotta alla mafia, il magistrato che con paolo borsellino, assassinato meno di due mesi dopo, il 19 luglio, rappresentava la speranza di riscatto e di vittoria della Sicilia onesta. Veniva assassinato con la stessa manifestazione di forza con la quale quasi dieci anni prima veniva trucidato Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia.

Grande fu il senso di sconforto che seguì quel giorno. Una Palermo attonita, una regione sconvolta, un paese, l’Italia, forse per la prima volta messo duramente di fronte alla forza della mafia. Gli echi internazionali non furono da meno, dando una chiara lettura di una sconfitta dello stato. Non è un  caso che nella sede dell’Fbi, a New York, vi sia un busto di Falcone.

In questi 25 anni tante cose sono mutate, lo sconforto ha saputo trasformarsi in sdegno, lo sdegno in reazione. Molto è cambiato nella magistratura, dove il metodo del pool antimafia, a suo tempo fortemente avversato, è diventato il modo sistemico di combattere la mafia. Molto è cambiato nella società dove dal mondo della scuola, a quello delle associazioni, dal mondo dell’impresa a quello del lavoro è cresciuta la voglia di conoscere, approfondire, contrastare. Qualcosa è mutato nella politica dove la sottovalutazione, più o meno consapevole, se non la negazione, della mafia, ha lasciato il posto ad una crescente presa di coscienza e attività di contrasto.

Anche da noi, al nord, in Lombardia. Come sia presente la mafia ci è oramai dimostrato dalla storia degli ultimi 70 anni, dai sequestri di persona alla presenza nella grande distribuzione, per citare una delle prime e una delle  ultime attività investigative e in mezzo ci sta molto altro.

Qualcosa è stato fatto, molto rimane da fare. E va fatto in fretta, in modo scientifico, determinato, con la capacità  di prevenire, di leggere quali sono e saranno gli scenari futuri dell’attività mafiosa. Il reinvestimento di capitale illecito, la penetrazione nel tessuto socio-economico sono la nuova frontiera sulla quale misurarci. Seguire il flusso dei soldi, come il pool ci ha insegnato rimane il metodo da seguire,

Con un avvertimento, falcone ricordava che “….si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno.”

Il giornalista Mario Pirani paragonava Giovanni Falcone all’eroe di cent’anni di solitudine, Aureliano Buendia, che “..dette trentadue battaglie e le perdette tutte…”.

Ma a perderle non è stato Falcone, come non lo è stato chi venne ammazzato prima, assieme  e dopo di lui. Ha perderle siamo stati tutti noi. È tempo di rimediare e definitivamente a quelle sconfitte, di restituire a Falcone il senso non della sua morte, ma della sua vita. A ciascuno il proprio compito, la propria responsabilità, la propria scelta. Il ricordo di Falcone, di Francesca, di Vito, di Antonio, di Rocco non sia per noi i dieci minuti  di inizio seduta di una data della triste storia recente d’Italia, sia sempre di più  un modo di fare leggi e regolamenti, di scegliere, di interpretare la politica e il ruolo istituzionale che ci è stato consegnato. Con quello “spirito di servizio” che evocava falcone quando   gli veniva chiesto chi glielo faceva fare.

Quel servizio richiamato dall’art. 54 della nostra costituzione, quel servizio che altro non è che amore per la libertà, la democrazia, la giustizia.

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Il giorno dopo

falcone borsellinoOggi é il 24 maggio, il giorno dopo il XXII anniversario  della strage di Capaci. Già il giorno dopo, perché? Perché in tutti questi anni quello che é veramente mancato é il GIORNO DOPO.
A tutte le vittime della mafia, a quelle diventate un simbolo e a quelle di cui non ricordiamo il nome. Gli uomini e le donne delle scorte erano persone con un loro progetto di vita, i loro affetti, le loro speranze non semplicemente “la scorta”, noi dobbiamo l’impegno del giorno dopo e di tutti i giorni dopo ancora. Basta con commemorazioni rituali se non sono seguite da un fronte comune, determinato e fermissimo a tutti i livello per dire NO alla mafia, alla corruzione e ad ogni forma di ingiustizia. Individuiamo e denunciamo con coraggio i malfattori, espelliamo dalle istituzioni i complici e i conniventi, restituiamoci lo spirito di libertà e giustizia che abbiamo scritto nella nostra Costituzione.
Ricordiamocelo soprattutto oggi, il giorno dopo.

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