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PD: non prevalga la conservazione, ma il coraggio e la novità

Sono sempre più convinto che ci troviamo di fronte ad una fase decisiva per il Partito Democratico.
Da come si uscirà da questo momento di “stallo”, dall’elezione del Presidente della Repubblica, da alcune scelte in tema di riforme istituzionali e interventi urgenti in materia socio-economica avremo un quadro di cosa può  rappresentare il  PD nel futuro politico del nostro Paese. In questo momento non è accettabile il tentativo di far passare il concetto che non si debba aprire alcun dibattito interno, ma che si debba rimanere fedeli ad un mandato derivante dalle primarie.
È cambiato lo scenario, ma ancor di più sono cambiate le domande alle quali dobbiamo dare urgenti risposte. E allora a chi è demandato rispondere? Vedo troppa autoreferenzialità in alcuni dirigenti, troppa supponenza, troppa voglia di rappresentare un’area, senza sapere cosa pensano e chiedono i nostri iscritti, i nostri simpatizzanti, i mondi che intendiamo interpretare. Mi è chiaro che scegliere non è facile, parlando “fra di noi” si notano ragionamenti  contraddittori che sono il segnale di una difficoltà evidente. Personalmente mi chiedo, per l’immediato, il motto “prima di tutto l’Italia” come va declinato? Dare una risposta ai drammatici problemi di tante/i cittadine/i in cosa consiste?
“Mai col PDL! Il M5S non ci vuole! Ci vuole più sinistra! Bisogna recuperare il voto moderato! Al voto subito! Nessuno vuole votare subito!”. Queste alcune delle tante e diverse risposte che si sentono a cui si aggiungono frasi del tipo “Se ci fosse stato Renzi!”oppure  ”Bisognava includere anche Ingroia!”, solo per citare le più usate. Senza timore intendo esprimere le mie considerazioni.
Se vi sono le condizioni di dar vita ad un Governo per affrontare alcune urgenze va fatto con coraggio. Questo non vuol dire fare accordi con Berlusconi (nessuno intende barattare situazioni giudiziarie o conflitti di interesse), vuol dire capire se in Parlamento vi è  la possibilità di assumere alcuni provvedimenti urgenti con un esecutivo condiviso. Non mi interessa se vogliamo chiamarlo Governo tecnico, di scopo o altro. Mi interessa che sia chiaro che non vi è alcun pasticcio, ma che  si smetta di inseguire a capo chino e orecchie basse chi ci insulta quotidianamente.
Così come dobbiamo prepararci alle imminenti sfide future
. Che sia subito, fra un anno o un po’ più in la, dobbiamo prepararci ad una nuova e per certi versi decisiva competizione. Non possiamo farlo con il medesimo schema. La novità qual è? Renzi, può essere. Deve rafforzarsi nella proposta governativa e nella capacità  di  tenere insieme anime diverse. Ma soprattutto va definita una, volta per tutte, la connotazione del PD. Non possiamo andare avanti con un sotteso scontro fra chi lo vorrebbe il moderno partito di sinistra e chi lo intende come un innovativo soggetto di grande riforma. A mio giudizio è la seconda ipotesi l’obiettivo che ci siamo dati e che deve rimane il riferimento. Questo implica  un riconoscimento reciproco, dove non vi sono i custodi dell’ortodossia e i “sopportati”, dove non si assiste all’intervista, indotta,  del ministro tecnico che si candida ad essere la nostra classe dirigente, dove si smette di avere candidature costruite in laboratorio e poi “purificate” attraverso primarie last minute, dove gli eletti hanno capacità e competenza non “tensione emotiva”, dove si è rigorosi nella trasparenza e nella moderazione, dove le decisioni, anche quelle vere,  si assumono coinvolgendo e non escludendo le persone. Infine bisogna mettere a punto un modello di Partito sempre meno fatto di burocrati, sempre meno legato a logiche centralistiche, ma sempre più strutturato e radicato sui territori.
Su questo voglio potermi confrontare all’interno del partito con spirito di ascolto, ma anche di proposta, non essendo più disponibile ad accettare logiche calate dall’alto, compromessi  di basso profilo che ci consegnano solo “non vittorie”  e non disinnescano l’avversione delle persone verso la politica e i suoi rappresentanti.

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PD e sanità: le nostre proposte nella lettera di Bersani agli operatori

Sanità in molti ne parlano, più per slogan che per competenza. Per noi il riferimento è l’art. 32 della Costituzione, poi si discute di costi e di razionalizzazioni!

Lettera di Bersani agli operatori della sanita

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ADESSO e INSIEME si lavora solo per un risultato comune

Pierluigi Bersani non faccia l’errore di dimenticarsi di Matteo Renzi. E Renzi non faccia l’errore di dimenticarsi della grossa e importante responsabilità che ha nel e per il Partito Democratico.
Stiamo vivendo una stagione pre elettorale incredibilmente surreale, dove il rischio è di assistere ad un dibattito sulla serietà stessa del nostro Paese e delle sue istituzioni. Mai come in questi giorni siamo oggetto di attenzione e preoccupazione in Europa e nel mondo occidentale, perchè la stabilità generale dipende molto dalla stabilità dei singoli Stati. Il perchè di questo precipitare di eventi ben lo conosciamo, sbaglieremmo se ci fermassimo alla descrizione e denuncia del problema. Nostro compito è superarlo, parlare di noi e delle italiane e degli italiani, obbligare anche i nostri competitori politici a uscire dal tunnel senza uscita nel quale rischiano di infilarsi. Per farlo abbiamo assoluto bisogno di tutta l’energia che PD e centrosinistra hanno dimostrato di avere nell’appuntamento delle primarie nazionali. È compito del vincitore Bersani e del più che serio e autorevole competitore Renzi riuscirci. Il 2 dicembre non si è infatti consumata una triste resa dei conti, si è semplicemente riconosciuto un ruolo che per diventare leadership ha bisogno dell’apporto anche di chi ha rappresentato l’alternativa. Deve essere chiaro che non c’è bisogno di alcun ritorno al passato, anzi questo rigurgito che viene da destra va contrastato accelerando il  passo dell’innovazione.

Sul metodo: PRIMARIE sulla scelta dei candidati al Parlamento. Se si continua a far passare il tempo inutilmente è probabile “non avere il tempo per farle”, ma deve essere chiaro che anche questa é una scelta, che personalmente NON condivido. Rispetto delle regole sui limiti di mandato. Davvero certi esponenti del PD, a cui riconosco una storia e una testimonianza seria, anche se a volte non da me condivisa, non capiscono che l’unico contributo serio che possono dare ora è non candidarsi? Hanno più a cuore il “loro” ruolo al bene del centrosinistra? O lo capiscono da soli, cosa che spero avvenga, o ricordiamoglielo senza imbarazzo perchè in un partito riformista le cose vanno dette e fatte con chiarezza e coraggio.

Sul contenuto. Nuova legge elettorale, riforma istituzionale (grazie a quanti anche nel Pd hanno difeso fino all’ultimo le loro inutili “poltroncine”), riforma fiscale, aiuti alla piccola e media impresa, lavoro per giovani, donne, nuovo patto sociale devono trovare parole chiare e nuove. Basta con giovani “vecchi” soloni  di loro stessi che oltre ad essere difficilmente comprensibili, dimostrano di descrivere cose superate più che proporre idee innovative.

Nel Pd abbiamo tanta energia e tante potenzialità, liberiamole! Sfide difficili, ma alla nostra portata. Sfide che solo un PD che sappia fare sintesi, con il rispetto del ruolo affidato dai cittadini, tra Bersani e Renzi può affrontare. I due esponenti nazionali facciano la loro parte, gli eletti, i responsabili di partito, gli iscritti o semplici simpatizzanti sul territorio facciano la loro: ADESSO e INSIEME  si lavora solo per un risultato comune, essere chiamati a cambiare in meglio la nostra ITALIA.

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La vera sfida comincia ora

Bersani vince le primarie con un margine che va oltre le previsioni. Il risultato cancella ogni possibile polemica sui non ammessi al voto, sulle regole (a onor del vero non sempre comprensibili) e sugli altri motivi di polemica di questi giorni.
Di certo non si può che constatare che, se attorno alle primarie si è sviluppato un interesse crescente, è perché di competizione vera si è trattato. Peccato che in alcuni momenti, per fortuna non nell’ultima giornata, si è un po’ superato il livello di normale confronto. Il riconoscimento della leadership di Bersani passa attraverso i tanti italiani che lo hanno indicato, ma anche attraverso la proposta di Renzi che ne ha certificato l’autorevolezza, offrendo una seria scelta alternativa.
Tutti però sappiamo che la vera sfida comincia solo ora. La possibilità di vittoria passa   attraverso la stesura di un programma concreto, la definizione di un’alleanza seria e credibile, l’individuazione di una classe dirigente rinnovata.
Inutile dire che, come ho già più volte sostenuto, se l’affidabilità di Bersani non si saprà accompagnare alla richiesta di innovazione di Renzi, difficilmente si potranno vincere le elezioni.
Mi auguro che il Segretario neo investito di un forte mandato sappia fin da subito chiarire alcuni aspetti a mio giudizio fondamentali.
A cominciare dal rapporto con Vendola. Se l’alleanza con Sel è un fatto quasi assodato – e ritengo indispensabile – non è altresì accettabile il tentativo di cointestarsi la vittoria delle primarie. Il PD deve essere attento e rispettoso delle istanze di Sel, a mio giudizio in particolare riguardo alcuni diritti civili, non virare a “sinistra” per esserne l’interprete.  Anzi la scommessa è riuscire a mantenere viva l’attenzione e il consenso che hanno reso competitivo Renzi alle primarie e che non può essere con grande superficialità derubricato come il tentativo della destra di sabotare il percorso del centrosinistra. Sì, qualche episodio può esserci stato; sicuramente però poca cosa rispetto un interesse manifestato da certi mondi che fino ad ora ci avevano ampiamente ignorato. Questo lo si potrà fare usando un linguaggio nuovo e proponendo politiche innovative, impresa più che alla portata del miglior Bersani. Lo si potrà ottenere interpretando fino in fondo il ruolo di partito RIFORMISTA che il PD si era dato.
Così come è indispensabile non far venir meno la necessità di un certo cambiamento di classe dirigente. Se qualcuno pensa che il consenso di Bersani equivalga ad una specie di moratoria nei propri confronti, sbaglia. Che certi nomi, proprio perché eccellenti e famosi, debbano lasciare spazio ad altri è e rimane una priorità per essere credibili nella voglia  di innovare. Così come, in mancanza di una riforma seria della legge elettorale, l’individuazione attraverso un percorso condiviso dei futuri probabili parlamentari.
Potrebbe essere obiettato: ma se si chiede a Bersani di fare molte delle cose proposte da Renzi, non poteva essere direttamente Renzi a farle? Pur rispettando il Sindaco di Firenze, ritengo che avrebbe avuto una qualche difficoltà in più a interpretare alcune istanze che invece sono meglio individuabili nel Segretario nazionale, fra tutte la necessità di marcare una chiara proposta di centrosinistra, fortemente alternativa al centrodestra e ala lega.
I giorni che ci aspettano sono cruciali sia per il voto nazionale che per quello regionale. In molti dei sostenitori di Bersani, io fra questi, ci adopereremo perchè venga attuato questa innovazione nel nostro partito e nella coalizione, interpretando fino in fondo il concetto “bersaniano”: non ci deve essere l’uomo solo al comando, o peggio, aggiungo io, l’uomo solo circondato dai pochi e soliti amici, bensì il leader di un partito che sa riassumere  il meglio sia di chi lo ha votato, sia di chi ha fatto una scelta diversa, ma che ora ne riconosce l’autorevolezza e la guida.

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Solo un PD unito dietro al leader riconosciuto dalle primarie può vincere le elezioni

Domenica scorsa più di 3 milioni di persone si sono recate  ai seggi per le primarie del centrosinistra. Mercoledì nel confronto tv, Bersani e Renzi, vincitori del primo turno, hanno dato vita ad un momento di autentica politica, dove non si sono risparmiati qualche gomitata, ma dove è prevalso un senso di appartenenza e una solidità di proposta.
Poi . . .in molti hanno esagerato, hanno speso tempo ed impegno a delegittimare “l’altro” candidato in modo francamente insopportabile ed inaccettabile. Veramente non ci si rende conto che esasperare in un senso o in un altro il tema delle “regole” significa rischiare di disperdere quel patrimonio di attenzione e affidabilità conquistato poco a poco e con fatica? Alcuni sembrano dimenticare la grande e fondamentale deroga approvata dall’assemblea nazionale allo statuto per permettere a Renzi e alla Puppato  di partecipare alle primarie, gesto da apprezzare per il coraggio e spirito di apertura. Altri sembrano temere troppo complotti, sabotaggi o chissà quale inquinamento dei risultati.
Sinceramente penso che Bersani dovrebbe liberarsi e alla svelta di certi supporter che chiaramente si aggrappano alla sua candidatura come ancora di salvataggio. A livello nazionale cito Bindi come esempio: le sue ultime apparizioni pubbliche non fanno che evidenziarne l’attuale inadeguatezza. Ma anche ai livelli locali non mancano gli aspiranti candidati che si inventano i fan club più disparati pur di dimostrarsi più bersaniani di Bersani.
Renzi deve essere un po’ più umile. Se sul tema delle regole può avere una qualche ragione, sul modo di “forzare” delude. Se, e sono convinto che sia  così, il partito ha bisogno di snellirsi e rinnovarsi, non è disconoscendone l’autorevolezza degli organi che si attua il cambiamento, ma confrontandosi in congresso. Questo distingue un partito da un movimento personalista, cosa che il PD non è e non vuole essere. Consiglierei in questo caso a Renzi di tranquillizzare Reggi, per fare un esempio anche fra i suoi,  richiamandolo ad una maggior prudenza.
I due candidati in questo ultimo giorno di confronto abbassino i toni e tornino a evidenziare la particolarità della loro proposta, smettano di delegittimare l’altro. Ma soprattutto dicano ai loro sostenitori che se pensano di conquistare seggi e ruoli in base alle ferite riportate nella battaglia  delle primarie da mostrare come medaglie, sono fuori strada. Perché se qualcuno crede  che da lunedì ci si conta fra due fazioni troverà molti a contrastalo e a ribadire che solo un PD unito dietro al leader riconosciuto dalle primarie può vincere le elezioni. Da lunedì dovranno trovare spazio quelle persone che in questi giorni si sono confrontate in modo franco, anche duro, ma rispettoso, e che soprattutto si sono mosse  sentendosi sempre pienamente parte del PD.

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Pronti al ballottaggio…e al dopo!

Prima che parta la macchina del ballottaggio (e facciamo tutti in modo che mostri il meglio del PD), è necessario fissare alcuni punti che, a mio giudizio, emergono in modo chiaro da queste consultazioni. A partire dalla partecipazione al voto, non scontata in partenza. Anzi in un momento di disaffezione, o addirittura avversione, verso la politica in molti hanno aderito alle primarie come volontà di riaffermare la voglia di decidere. Il dato fra l’altro ha si portato ad un buon risultato di Matteo Renzi, ma non ha messo all’angolo Pierluigi Bersani che in ogni caso ha marcato un certo distacco dal suo maggior competitore. Nichi Vendola ha raccolto il suo voto (dopo aver fatto poesia per un mese fa sorridere il suo richiamo alla concretezza), Laura Puppato e Bruno Tabacci  hanno contributo a dare autorevolezza alla competizione.
Il risultato evidenzia innanzi tutto un aspetto: mai come in questa occasione l’indirizzo di voto dei “maggiorenti” del partito ha avuto uno scarso effetto. Sia perchè alcuni hanno deciso semplicemente di dire pubblicamente per chi avrebbero votato, senza per questo farlo diventare motivo di battaglia quotidiana, sia perchè in queste primarie gli iscritti e i simpatizzanti hanno potuto giocarsela alla pari, anzi in molte occasione con la loro freschezza ed entusiasmo hanno mosso più di un “certo” apparato piuttosto grigio e fiacco. Il voto in determinati territori del Paese lo dimostra con grande evidenza.
Il risultato dà fiducia all’esperienza e alla concretezza della proposta, ma nello stesso tempo chiede ricambio di classe dirigente e coraggio nel programma.
Se il ballottaggio verrà vinto da Bersani, non potrà non mantener fede alla promessa fatta di rinnovamento, anzi in questa settimana dovrà ribadirla con forza, così come non potrà non rispolverare con grande coraggio il miglior Bersani, quello delle liberalizzazioni e dell’innovazione del nostro Paese. Se vincerà Renzi, non dovrà pensare di imbarcarsi, con la squadra dei fedelissimi, in un’avventura  quasi solitaria, ma costruire intorno a sé quell’unita del Pd prima, e di tutto il centrosinistra poi, indispensabile per vincere le elezioni.
È necessario tenere a bada i supporter dalle prime uscite televisive di ieri: alcuni di loro dell’una e dell’altra parte sono stati veramente penosi. Così come sui social network sono comparsi commenti che in alcuni casi, visti gli autori, sono sinceramente imbarazzanti. In gioco non ci sono i posti da ministro o, scendendo di livello, da candidati. Altra sarà la dinamica al riguardo. Perchè se tutto il gran parlare di cambiamento si riducesse alla nascita di due nuove “correnti”, credo che avremmo fatto il primo passo verso la sconfitta. Il voto è stato catalizzato dai candidati, a loro va ascritto il risultato, non a questo o quel sponsor.
A tutti noi spetta il compito di rafforzarli e condurli ad una progressiva convergenza. Essere partito plurale e grande significa sapersi confrontare sul serio, ma anche riconoscersi reciprocamente senza indugi o imbarazzi.
I milioni di italiani che hanno dato vita alle primarie ci consegnano una grande responsabilità, quella di interpretare fino in fondo il ruolo di partito di riferimento del centro sinistra. Da noi dipenderà la vittoria alle prossime elezioni, non possiamo fallire, non per noi, ma per il nostro Paese!

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Ed ora al voto!

Ed ora al voto. È dalla loro “invenzione” che non assistiamo a delle primarie nazionali  del PD dall’esito incerto. Si sono sempre tenute elezioni scontate, dove il risultato si conosceva, eccome. L’unico dubbio era la percentuale ottenuta dai candidati  minori, ai quali spettava più  il ruolo di giustificare le primarie stesse, che di partecipare realmente. La competizione vera l’abbiamo sperimentata in alcune realtà locali, anche importanti come Milano e Genova, registrando a volte  esiti in parte inaspettati. A “perdere” in molti di questi  casi sono stati i candidati del PD, vittime di divisioni e incapacità di presentare una proposta autorevole e unitaria. A sorpresa anche Matteo Renzi vinse le primarie nei confronti di Lapo Pistelli per la scelta del Sindaco di Firenze. Poi le elezioni, quelle decisive, si sono vinte.
Non mi preoccupo quindi dell’esito incerto del voto di domenica, anzi sottolineo anch’io che questo fermento ha fatto bene al PD, riportandolo al centro dell’attenzione e marcando la differenza rispetto ad altri. Se le “nostre” regole sono un po’ barocche, meno male che non bisogna portare le ultime radiografie, come non sottolineare la differenza della serietà di organizzazione rispetto i gazebo volanti della Lega, dove si è animato il sogno di Maroni con una folcloristica messa in scena, o all’approccio “fantozziano” del PDL, dove sembra non si sia capitata la differenza tra candidati ed elettori.
Ma torniamo a noi. Aver aperto alle primarie è stato un modo intelligente di rispondere sia all’antipolitica che ad un’idea “tecnicistica” della politica stessa. Chiamare i cittadini a concorre concretamente nella scelta del candidato premier, uscendo da statuti di partito e discussioni “interne”, è stato un atto di coraggio concreto, un evidente momento di discontinuità vera rispetto al passato. Chiunque perda penso deve sentire il giorno dopo l’obbligo di mettersi al servizio di chi ha vinto, sia per quelli che hanno lanciato la sfida, sia di chi l’ha accettata. Così come si è voluto  riscattare il ruolo dei partiti e del voto. Si è detto un chiaro NO ad una deriva istituzionale dove qualcuno, persino in campagna elettorale, lavora ad una soluzione “tecnica”. Si è ribadito che la guida del Paese va affidata a chi è scelto dai cittadini.
E qui c’è un nodo ancora irrisolto: la legge elettorale. Spero che i parlamentari, anche i nostri, si rendano conto che non cambiare la legge  significa regalare all’astensione e al voto di protesta un altro 10%. Se ciò avvenisse, dovrai, caro PD, inventarti le primarie per la scelta dei candidati, per dimostrare che si fa sul serio (volontari fatevi coraggio!).
Domenica, quindi, al voto. Convinciamo i nostri conoscenti a farlo, facciamo diventare le primarie una grande prova di democrazia partecipativa. Io, come ho tempo fa spiegato, voterò Bersani, ma assieme a tanti lavorerò perché nel PD, accanto all’autorevolezza della guida, si attui un vero rinnovamento in donne, uomini e idee e si sappia fare sintesi di tante sacrosante istanze che i diversi candidati che domenica si confronteranno hanno sollevato e che possono realmente rappresentare l’ossatura di un centrosinistra riformista e capace di reggere la sfida del cambiamento.

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Il PD, le primarie e i “capponi di Renzo”…

Senza usare una facile ironia, direi che la storia dei capponi di Renzo sembra diventare sempre di più l’emblema della campagna per le primarie del centrosinistra.
Nel PD invece che svilupparsi un confronto serrato ma vero, si assiste ad un confronto generazionale banalizzato su dati anagrafici invece che sul necessario ricambio di classe dirigente. Da una parte chi rischia di proporre un nuovo “pneumatico”, dall’altra chi la più acerrima conservazione. Aspettiamoci inoltre qualche passionario di ritorno, magari persino Rutelli interessato ad un rientro.
Fuori dal PD c’è la costante volontà di appropriarsi dello strumento, le primarie, per correggere la rotta del centrosinistra e condizionare le scelte del nostro partito. Ovviamente i Vendola e i Di Pietro di turno ben si guardano dall’applicare tale meccanismo all’interno del loro “personalissimo” partito. Qualcuno sa dirmi chi come e quando li ha eletti segretari o presidenti? Semplicemente, lo usano per accusare il PD di favorire una politica egemone.
Nel frattempo, lo scenario è in continuo mutamento. Sempre più prende corpo la volontà di una forza moderata, con o senza UDC, che ha la naturale ambizione di intercettare il voto in libertà, non disposta a cedere alle lusinghe di un grillismo urlante e sguaiato. Forza che, se trovasse consenso, rischierebbe di essere determinante per l’esito elettorale.
Non si faccia l’errore di pensare che la vittoria alle politiche per il centrosinistra sia facile. Non lo è per nulla. Anzi, é necessario fin da subito riappropriarci del ruolo centrale di aggregazione e di proposta che spetta al maggior partito non solo di un’area, ma del Paese. Urge cambiare tema delle primarie. Emergano le idee, le proposte, che non possono essere contrastanti, ma differenti, e soprattutto si capisca fino a dove il PD può arrivare a mediare i propri convincimenti in nome di un’alleanza. Si predispongano delle regole per le primarie rispettose della democrazia e della capacità di attrarre attenzione e adesione dei cittadini, ma che impediscano ai “cacciatori” dei nostri voti di favorire ed esasperare alcune nostre diversità interne, quasi naturali per un grande partito. Si evitino scorciatoie e si faccia quello che compete alla politica. Non è questo il momento di andare in piazza con chi protesta, è il tempo di avanzare proposte innovative capaci di porre fine al vecchio vizio di rimandare i problemi invece che affrontarli e cercare di risolverli e di evitare che le persone debbano andare in piazza a protestare.
Non c’è molto tempo. Meglio dedicarlo a costruire una proposta diversa, affidata al coraggio di esperienze unite alle novità, piuttosto che sprecarlo in duelli interni per “le poltrone” o alla ricerca di alleanze in nome di accordi di potere invece che di obiettivi condivisi.

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Tra correnti, spifferi e…

In questi giorni molto si è scritto sulla stampa locale riguardo la versione “bresciana” dell’effetto Renzi. Non è mancato un certo scimmiottamento del livello nazionale; anche qui c’è stato chi si è schierato nettamente contro il sindaco di Firenze, chi mostra interesse ma… per ora manca, che sia questione di qualche giorno?, chi è convintamente a sostegno. Varie sono state le presenze “nostrane” alla Leopolda: osservatori speciali, esterni interessati, i “soliti” noti che fin dal primo Ulivo si sforzano di rappresentare l’avanguardia dei processi in atto, considerando la fortuna che fino ad ora hanno portato alle iniziative sponsorizzate fossi in Renzi toccherei… ferro!

Qualche autorevole giornale si è pure spinto a rappresentare il PD bresciano attraverso i “capi-corrente”. Al di la’ della considerazione che forse assieme ad una certa politica andrebbe rottamato anche un certo modo di “raccontarla” vorrei fare una riflessione.

Tra bersaniani, bersaniani più bersaniani di Bersani, franceschiniani, lettiani, bindiani,  mariniani, autoreferenziati, giovani vecchi e vecchi che si credono sempre giovani, esiste qualcuno al quale sta a cuore il PD e che in questo momento di tragica difficoltà si rende conto che la nostra priorità deve essere la costruzione di un progetto per il paese e non il bilanciamento tra correnti?

Per quanto mi riguarda voglio lavorare per un PD senza padroni nè nazionali nè locali, fatto di persone che credono nella possibilità di cambiare il modo di governare le nostre comunità cominciando a modificare il modo in cui si opera all’interno del nostro partito.

Basta con capi-corrente che rappresentano solo loro stessi, che da vent’anni vogliono rappresentare il passato, il presente e il futuro e intanto si è persa la provincia, la città capoluogo, non si tocca palla in regione e quando c’è il voto politico….

Basta con una sovrapposizione della città, 200.000 persone, rispetto al resto della provincia, più di 1.200.000 persone, quasi che questione come A2A, aeroporto, infrastrutture, sanità, servizi in genere non riguardino tutti gli abitanti della provincia che non devono essere chiamati solo a “pagare”, ma anche a “decidere”. Diamo spazio ai tanti che ogni giorno nelle amministrazioni locali e nel partito territoriale si impegnano, dopo aver fatto il “loro” lavoro, con dedizione e generosità e che “sono” il Partito Democratico. Basta con funzionari cresciuti in provetta, con confusione tra struttura del partito e rappresentanza politica, con i soliti del “so tutto io”, con chi intende giocare ogni ruolo in partita, con chi rischia di avere a cuore solo se stesso. Non so se dire questo significa essere di Bersani, di Renzi o non so di chi. So che per quanto mi riguarda, all’interno del partito, non sono più disponibile a riconoscere in modo acritico autorevolezze non sempre acritiche, ma a lavorare per quel rinnovamento che il PD, alla sua nascita, aveva individuato come sua missione, rinnovamento che per essere fatto non ha bisogno di continui pulpiti, ma di impegno costante, anche nelle piccole cose.

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Caro Pd ritrova la mentalità di governo

Pubblico qui di seguito mia intervista odierna a “Bresciaoggi” a firma del bravo Massimo Tedeschi.

Dopo la buriana per la sfiducia (mancata) al governo Berlusconi, l’opposizione si riorganizza. Nei giorni scorsi è stato a Brescia Enrico Letta, che ha riunito gli amici di sempre. Fra loro Gianni Girelli, consigliere regionale, che muove da una premessa: «Il voto parlamentare – spiega – non è stato una sconfitta per il Pd, ma per una maggioranza che era larghissima e ora si misura su tre voti provenienti da partiti nati come antiberlusconiani». Detto questo, secondo Girelli, anche il Pd «deve rivedere la propria posizione». E riscrivere le dinamiche interne. «Noi della componente cattolico-democratica non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare il campo – chiarisce Girelli – Siamo fondatori del Pd non per accordi di vertice ma perchè siamo presenti circolo per circolo, paese per paese. Dentro il Pd serve una maggior capacità di unità e incontro, a partire da chi si rifà a un’ispirazione cattolico-democratica». Girelli non pensa tanto alla Bindi («con lei la pace è già fatta») ma «piuttosto a Fioroni».
ALLARGANDO lo sguardo, il consigliere regionale insiste su una duplice necessità per il Pd: «Da un lato superare le appartenenze fra “ex”, dall’altro evitare il rischio che si instauri una mentalità d’opposizione. Così facendo ci si affeziona al ruolo, si esaspera la protesta, ci si preoccupa di avere con sè la totalità di chi è “contro”. Invece non basta la consapevolezza di essere alternativi a chi oggi è al governo, ma è necessario muoversi da forza di governo». Un partito votato all’opposizione «si logora nelle guerre interne». Un partito (potenzialmente) di governo «parla invece al Paese». Qualche esempio? «Fra la Fiom e Marchionne c’è uno spazio talmente largo che il Pd può occuparlo, rivendicando una presenza dello Stato nelle politiche per il lavoro».
AGLI INGOMBRANTI alleati di sinistra Girelli obietta: «Il Pd deve avere il coraggio di dire a Vendola che è il benvenuto se mette assieme la sinistra-sinistra. Ammesso che ci riesca». Il governatore della Puglia è, per Girelli, «interlocutore affidabile, serio, ma che non può essere certo la guida del processo». La sua insistenza sulle primarie suscita una punta di irritazione: «Con che diritto rivendica lui le primarie? Le primarie sono un’invenzione di partito, è ora di smetterla che le chiedano gli altri, ciascuno a proprio uso e consumo».
Girelli suggerisce un percorso più «classico»: «Prima costruiamo il quadro politico, e solo se non ci saranno le condizioni per individuare un leader, si potranno decidere le primarie». Va evitato un nuovo caso-Milano: «Là – dice il consigliere regionale – è stata scelta una persona degnissima, ma attraverso le primarie si è rischiato di predeterminare alleanze e opzioni politiche».
Oggi lo statuto del Pd stabilisce che il segretario del partito dev’essere candidato premier. Tutto ok? «A me la norma va bene. A meno che sia il segretario stesso a sollevare un problema». Per Girelli il Pd «deve saper parlare ai moderati», ma deve essere capace anche di dialogare «con i partiti che li rappresentano, a partire dal tema delle regole».
A PROPOSITO di regole interne, Girelli torna a chiedere «limiti di mandato e alcune incompatibilità». Reclama il ritorno alle preferenze nel sistema elettorale e, se non sarà possibile, «primarie nella scelta dei candidati, per evitare nuovi casi Lusetti, Binetti e Calearo». Infine, il tema-Loggia: «È tempo di pensare seriamente alla riconquista di Brescia. La persona giusta per farlo va cercata a cominciare dal Pd, ma senza fermarci solo lì. Bisogna spostare il tiro, smettendola con attacchi troppo personali a chi governa ma contrastando fortemente la politica che viene fatta. E che bada soprattutto a smantellare cose positive fatte in passato». M.TE.

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