Archivi del mese: luglio 2017

Sares Green, ho chiesto chiarimenti e aggiornamenti all’assessore Terzi

terziL’assessore regionale all’Ambiente Terzi ha risposto alla mia interrogazione sulla procedura di Valutazione di impatto ambientale per la realizzazione di un impianto di conversione catalitica di sostanze polimeriche da rifiuti speciali della ditta Sares Green srl.

Abbiamo chiesto all’assessore “qual è lo stato di avanzamento della procedura di Via e se vi siano delle novità in merito”, ma anche “se corrisponde al vero quanto riportato dagli organi di stampa in merito alle dichiarazioni dell’assessore Terzi stesso rispetto a un disimpegno delle amministrazioni locali su tutta la vicenda e come può eventualmente spiegarle tenuto conto della mole di documentazione puntuale predisposta dal Comune di Sarezzo”.

Volevamo sapere se la ditta ha presentato una nuova istanza, ma l’assessore ha confermato che a oggi non risulta a Regione Lombardia che la Sares Green ne abbia depositata un’altra.

La giustificazione della Terzi a proposito delle dichiarazioni, riportate dalla stampa, sul ruolo del Comune di Sarezzo è stata politicamente poco convincente. L’assessore ha genericamente riferito di non aver incontrato di persona l’amministrazione comunale, dimenticando quanto fatto da sindaco e giunta di Sarezzo, che hanno prodotto l’effetto desiderato di impedire l’apertura di un impianto particolarmente impattante sul territorio.

Gli esponenti politici della Lega confondono l’interlocuzione personale con i doveri e i compiti della pubblica amministrazione che sono di produrre atti, assumere delibere e agire formalmente nell’affrontare le varie situazioni. Di fatto, l’amministrazione di Sarezzo ha affrontato e governato tutto il processo, attuando azioni che vanno addirittura al di là del mero rapporto istituzionale, come ad esempio l’incarico dato all’Università di Brescia di valutare i dati oggettivi in merito al progetto presentato dalla ditta.

Rimane una forte perplessità nell’osservare come rappresentanze istituzionali si prestino a speculazioni politiche di parte su temi che, come l’ambiente, hanno necessità della massima sinergia e unità d’intenti e non certo di strumentalizzazioni politiche.

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“Sono morti per tutti noi”

borsellino_falcone“La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità”.

Palermo 23 Giugno 1992, Chiesa di San Domenico.  Il discorso di Paolo Borsellino:

“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che correva, perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui appartiene. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo.

E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva porsi sulla stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (…) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.

Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche sommovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la sua vera forza. Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco, perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza per il prezzo che la lotta alla mafia, la lotta al male, costringeva la cittadinanza a pagare. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grandi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che finì per provocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su un’ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa nostra e fornirono un alibi a chi, dolorosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsi. In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Tentò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le condizioni ottimali per il suo lavoro. Per poter continuare a dare. Per poter continuare ad amare.

Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. Menzogna! Qualche mese di lavoro in un ministero non può far dimenticare il lavoro di dieci anni. E Falcone lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come lo era sempre stato, mentre si parlava male di lui, con vegogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta. Muore, e tutti si accorgono di quali dimensione ha questa perdita. Anche che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato hanno perso il diritto di parlare. Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne, è vivo nello spirito, come la fede ci insegna; le nostre coscienze, se non si sono svegliate, devono svegliarsi! La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal Sacrificio della sua scorta. Molti cittadini, è vero, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia nelle indagini concernenti la morte di Falcone. Il potere politico trova, incredibilmente, il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupidi pretesti accademici. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro, occorre dare un senso alla morte di Giovanni, alla morte della dolcissima Francesca, alla morte dei valorosi uomini della sua scorta.

Sono morti per tutti noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che potremmo trarre ( anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia: troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo“.

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Metro Brescia, Regione mantenga gli impegni. No allo slittamento al 2018

metro_bresciaSulla Metropolitana presenterò un emendamento per eliminare l’ulteriore proroga di un diritto che Brescia attende da anni. L’emendamento che ho presentato a dicembre 21016, insieme al collega Rolfi con l’ok di suo pugno dell’assessore Garavaglia, andava a sancire un diritto che anche il presidente Maroni riconobbe alla nostra città. Ora, con un colpo di mano degli uffici regionali, si intende rimandare di nuovo la soluzione a una stortura che già da tempo doveva aver essere sanata.

Proprio in questi giorni, infatti, sta molto facendo discutere la marcia indietro della Regione, che nell’assestamento al bilancio appena presentato ha spostato di un anno, cioè a fine 2018, la data di entrata in vigore del contributo chilometrico per Brescia.

Non è possibile, come afferma il collega Rolfi, ritirare il ricorso al TAR proprio per l’innafidabilità mostrata dalla Regione. Se a luglio, quando verrà approvato l’assestamento di bilancio, ci saranno le risorse promesse – come tra l’altro detto da Maroni a Brescia – allora si potrà anche valutare di ritirare il ricorso. Ricordo che l’emendamento sul quale ci eravamo impegnati a dicembre imponeva una scadenza oltre la quale non si poteva andare: fine 2017. Il minimo che possiamo fare è ripristinare quella formula, andando incontro a quanto affermato dal presidente della Regione.

Infine, permettetemi un’amara costatazione. Ancora una volta alcune posizioni personali dei tecnici della Regione sembrano sovrastare l’indirizzo dato dalla politica. Mai come in questa circostanza la volontà, più volte dichiarata dal Presidente di Regione, si scontra con logiche che nulla hanno a che fare con il buon senso, ma solo con rendite di posizione acquisite e con logiche di favoritismi territoriali che dovrebbero rimanere estranee alla progammazione Regionale.

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