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Non siamo tutti Americani

trumpInutile negarlo: l’elezione del Presidente USA ci ha tenuti impegnati, speranzosi, ansiosi. Ora, a risultato acquisito, c’è chi guarda con estrema preoccupazione ai futuri scenari internazionali, chi rivendica una indefinibile vittoria, o sconfitta, “nostrana”, quasi non ne avessimo abbastanza delle nostre, di consultazioni elettorali. Di certo stamattina è tutto un proliferare di politologi esperti di questioni internazionali, profondi conoscitori degli Stati Uniti d’America, ma soprattutto capaci lettori di ciò che succederà, non solo in America, ma persino in Europa, in Italia al Referendum, nelle città alle prossime amministrative, beh su questo a onor del vero non ho ancora letto nulla, ma prima di sera confido in Facebook…

Come sottrarmi a questo compito? Basta non scrivere o non dire nulla. Preferisco in ogni caso correre il rischio e aggiungere una qualche riflessione che, sia pur banale, esprime un sentimento, una sincera speranza, ma soprattutto un necessario impegno.

Quanto avvenuto in America è uno “stupore atteso”. Certo tutti i sondaggi (che mestiere complicato di questi tempi quello del sondaggista!) davano un’indicazione sulla Clinton. Ma traspariva una certa volatilità delle opinioni che difficilmente può essere interpretata. Di fatto in molti “sentivano” la possibilità di un voto a sorpresa. Il mio amico Daniele, valtrumplino doc in vacanza qualche giorno negli USA un paio di settimane fa, mi aveva detto che se il clima nelle cabine elettorali era quello che aveva respirato tra la gente, la vedeva piuttosto complicata per la ex first lady.

Aveva ragione. Di fatto il voto ha messo assieme una serie di fattori, ha dato una risposta chiaramente contro un sistema rappresentato, suo malgrado, dalla candidata democratica. Non sono bastati i milioni di posti di lavoro frutto del lavoro di Obama, non sono bastate le politiche sociali, ricordo timide per i nostri standard, promosse, ha vinto l’idea del sogno americano, dove forse il bene personale viene prima della crescita collettiva, dove la solidarietà é ancora fortemente intesa come carità, non come valore condiviso. Ma soprattutto ha vinto l’idea di un’America che deve tornare ad essere “grande”.

Già, ma come? In molti imputano alla guida attuale una certa inefficacia sugli scenari americani. Obama aveva promesso alcuni disimpegni militari, li ha fatti. Ma le guerre andrebbero pensate meglio prima di iniziarle, e quindi evitarle, perché poi uscirne non sempre è facile o possibile. Certo non erano responsabilità sue, ma in politica si raccolgono e si lasciano eredità, fa parte del ruolo. La conseguenza è stata l’impoverirsi del ruolo internazionale e la conseguente riconquista di autorevolezza della Russia di Putin.

Ha vinto l’America delle periferie, dei centri rurali che poco ha a che fare con i circoli radical chic newyorkesi con i quali siamo abituati a classificare gli USA. Un’america che è poco portata ad analizzare, a chiedersi quali conseguenze ha il loro voto, che si affida all’immediatezza dell’istinto, portata a premiare la muscolare rivendicazione di una propria identità. Ma soprattutto ha vinto la voglia di rompere con l’apparato, di dire no alle dinastie e di cambiare. Forse dimenticando che gli opachi poteri finanziari, le lobby delle armi, piuttosto che i disinvolti operatori imprenditoriali sono molto più “sistema” della politica e dei suoi riti.

Ma quanto è avvenuto, è avvenuto, riguarda soprattutto gli USA e a ricaduta alcune il resto del mondo. Trump, il neo Presidente, nel suo discorso di ringraziamento ha già cambiato modi e contenuti, probabilmente la sua azione sarà piuttosto diversa da quanto dichiarato in una campagna elettorale di bassissimo profilo, dove insulti e accuse hanno prevalso sui ragionamenti. Vedremo. Di certo però suscitano qualche perplessità alcune considerazioni che in queste ore si sentono dire.

Ne cito alcune:
se al posto di Hillary si fosse candidato Sanders, si sarebbe vinto.
Non so. So che che ha perso le primarie democratiche, ma ancor di più so che quando si cerca di declinare l’idea di socialismo americano ai canoni europei e/o italiano si fa una forzatura culturale non di poco conto.
dopo la Brexit ora Trump, vince il populismo.
Parlerei piuttosto di protezionismo e di nazionalismo, fenomeni, si badi, più complessi e difficili da affrontare che il semplice populismo. Le prime conseguenze vere della Brexit, se di populismo si trattasse, avrebbero dovuto indurre ad un orientamento diverso, così non è stato.
- ora finalmente si tornerà ad avere un ruolo diverso degli USA sugli scenari internazionali.
Ma a dire il vero mi sembra che Trump sia più orientato a tematiche interne, protezionistiche, tese ad accordi internazionali vantaggiosi per i mercati, e lobby americani, più che a preoccuparsi ed occuparsi di criticità internazionali. Nei rapporti con Russia, Cina e altri, guarderà più agli interessi economici che alla rivendicazione di diritti e libertà di cittadini e territori.
- dopo GB e USA ora tocca all’Italia, cominciando dal referendum del 4 dicembre.
Se vogliamo banalizzare il tema della riforma costituzionale mi verrebbe da dire che chi è per il NO è per la conservazione, basta scorrere l’elenco dei sostenitori, mentre chi è per il Sì chiede, vuole e propone il cambiamento, quindi…. In realtà penso che cercare di fare un parallelo sia una evidente forzatura. Ridicolo il cercare di appropriarsi della vittoria di Trump in chiave italiana. Non basta un tweet, o un “io sostengo”, “io sono contento”, “benissimo”, per far scattare un’appartenenza. Non solo perché il neo Presidente probabilmente non conosce gli autori di questi apprezzamenti, ricordiamo l’imbarazzante foto di Salvini e la considerazione manzoniana di Trump “chi è costui?”, ma soprattutto perché, passato il primo periodo, come sempre avviene chi rappresenta i vari Governi di Paesi storicamente amici, finiscono con il trovarsi, stringere confidenze, con buona pace delle varie opposizioni.

Rimane il tema del fenomeno del nazionalismo, da noi rafforzato anche da un imperante e demagogico populismo, che va arginato. Al di là di Trump, della Brexit, di quanto avverrà in altre parti del mondo. Mi verrebbe da dire, e ricordare ai molti smemorati del momento, che il PD è nato per rompere gli schemi, portare innovazione, rimettere in moto il Paese, investendo su capacità e merito, dando spazio a intelligenze e giovani energie. Unica vera risposta efficace. Va semplicemente cercare di attuare al meglio quanto promesso. Ma ne parleremo con più profondità in altra occasione.

Per tornare all’America mi viene da pensare agli analisti politici, ai politologi, agli editorialisti, ai sondaggisti. E al mio amico Daniele. Lui sì che se ne intende e sa che il pensiero, e la scelta, delle persone è tema più complicato di una rilevazione o di una analisi a tavolino. Riguarda l’intimo sentire, il messaggio e la credibilità che si riescono a trasmettere. Pensiamoci.

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