Riflessioni sull’intervista a Piercamillo Davigo

davigoQuante polemiche sulle dichiarazioni di Piercamillo Davigo, neo presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati). Sulla sua intervista al Corriere della Sera si è detto e scritto di tutto, a volte con merito, a volte dando l’impressione di non aver letto quanto da lui detto.

Personalmente trovo le sue affermazioni, o meglio l’intervista volendo estendere l’opinione non solo alle risposte ma anche alle domande, condivisibili solo parzialmente. Se infatti è evidente che il quadro di corruttela rispetto alla stagione di tangentopoli non è certo mutato, la lettura di quegli anni e il giudizio in ogni caso “generalizzato” che ne esce, penso siano forzati e non del tutto obbiettivi.

Le indagini degli anni ’90 misero a nudo un malcostume che era noto a buona parte della politica che “contava”, ma che difficilmente poteva essere sconosciuto a tutto il resto del mondo. La vicenda du Mario Chiesa non svelò un misfatto nascosto, semplicemente offrì l’occasione di intervenire in considerazione dell’involuzione e disfacimento che oramai avevano indebolito il sistema politico. La conseguenza fu l’annientamento di alcune forze (in alcuni casi avvenuto in modo per quanto possibile “dignitoso”, come dimenticare l’austero ruolo di Martinazzoli?), in altri rinunciando alla propria storia (si pensi al trasloco nel centro destra dei presunti interpreti dell’ideale socialista). Lasciando, ne rimango convinto, non del tutto completato il lavoro.

Connivenze fra una parte politica e alcune fonti di finanziamento, più o meno lecite, rimangono politicamente opache. Di questa mancanza di pulizia ancora oggi se ne portano serie conseguenze dove fondazioni, intromissioni fra politica e mondi socioeconomici, appesantiscono non poco la credibilità del centro sinistra. Ma dopo quella stagione cosa è cambiato? Poco o nulla, anzi forse la situazione è peggiorata, sostiene Davigo. Come dargli torto?
Si pensi solo alle vicende di Regione Lombardia degli ultimi anni: l’unico rischio è dimenticare qualche indagine o arresto, vista la consistenza. Perché é avvento questo?

Principalmente per il sentimento dell’opinione pubblica che presto archiviò la stagione dell’indignazione per ricadere nel vecchio vizio di assecondare la mala politica, complice, non va dimenticato anche il comportamento di alcuni protagonisti di tangentopoli. Il passaggio in politica di alcuni magistrati, rivelatisi poi incapaci o peggio ancora “non diversi” dagli altri, l’eccessivo protagonismo di altri, hanno infine dato un forte contributo.

La necessità ora è però non ricadere nei meccanismi del passato, avvalorando, se non direttamente, ma anche solo indirettamente, la tesi che la politica è corrotta, senza distinguo. Che in politica vi sia tanta corruzione è vero. Che spetti alla politica – che continuo a voler pensare in gran maggioranza onesta – ripulire se stessa, cacciando a pedate corrotti e omertosi, è ancora più vero. Ciascuno faccia la propria parte, ogni partito lavori al proprio interno senza cadere nella ridicola gara nel contare gli inquisiti altrui.
La magistratura sia messa in condizione di lavorare al meglio, con strumenti legislativi adeguati alla sfida che le si chiede, individuare e colpire i corrotti. Lo faccia però con indagini, processi, sentenze, rivendicando e difendendo la propria indipendenza innanzi tutto astenendosi dall’invadere quella altrui.

Detto questo rimane ovviamente immutata la stima e la riconoscenza verso il dottor Davigo, rifuggendo e ritenendo sbagliata qualsiasi polemica fra politica e magistratura. L’indipendenza fra i poteri dello Stato altro non è che una garanzia per concretizzare e difendere quanto espresso nei valori della prima parte della nostra Carta Costituzionale, quanto mai attuali nella loro straordinaria profondità. Valori, troppo spesso, traditi.

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