25 anni fa la strage di Capaci. Qualcosa è stato fatto, molto rimane da fare

Vi propongo il mio intervento dedicato al ricordo di Falcone e Borsellino nell’Aula del Consiglio regionale in occasione del 25esimo anniversario della strage di Capaci. 

falcone borsellinoSono 25 anni da quel 23 maggio 1992, quando con un attentato senza precedenti nel mondo, cosa nostra assassinava Giovanni Falcone e sua moglie Francesca, Rocco, Vito e Antonio, la sua scorta. Veniva colpito uno dei simboli della lotta alla mafia, il magistrato che con paolo borsellino, assassinato meno di due mesi dopo, il 19 luglio, rappresentava la speranza di riscatto e di vittoria della Sicilia onesta. Veniva assassinato con la stessa manifestazione di forza con la quale quasi dieci anni prima veniva trucidato Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia.

Grande fu il senso di sconforto che seguì quel giorno. Una Palermo attonita, una regione sconvolta, un paese, l’Italia, forse per la prima volta messo duramente di fronte alla forza della mafia. Gli echi internazionali non furono da meno, dando una chiara lettura di una sconfitta dello stato. Non è un  caso che nella sede dell’Fbi, a New York, vi sia un busto di Falcone.

In questi 25 anni tante cose sono mutate, lo sconforto ha saputo trasformarsi in sdegno, lo sdegno in reazione. Molto è cambiato nella magistratura, dove il metodo del pool antimafia, a suo tempo fortemente avversato, è diventato il modo sistemico di combattere la mafia. Molto è cambiato nella società dove dal mondo della scuola, a quello delle associazioni, dal mondo dell’impresa a quello del lavoro è cresciuta la voglia di conoscere, approfondire, contrastare. Qualcosa è mutato nella politica dove la sottovalutazione, più o meno consapevole, se non la negazione, della mafia, ha lasciato il posto ad una crescente presa di coscienza e attività di contrasto.

Anche da noi, al nord, in Lombardia. Come sia presente la mafia ci è oramai dimostrato dalla storia degli ultimi 70 anni, dai sequestri di persona alla presenza nella grande distribuzione, per citare una delle prime e una delle  ultime attività investigative e in mezzo ci sta molto altro.

Qualcosa è stato fatto, molto rimane da fare. E va fatto in fretta, in modo scientifico, determinato, con la capacità  di prevenire, di leggere quali sono e saranno gli scenari futuri dell’attività mafiosa. Il reinvestimento di capitale illecito, la penetrazione nel tessuto socio-economico sono la nuova frontiera sulla quale misurarci. Seguire il flusso dei soldi, come il pool ci ha insegnato rimane il metodo da seguire,

Con un avvertimento, falcone ricordava che “….si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno.”

Il giornalista Mario Pirani paragonava Giovanni Falcone all’eroe di cent’anni di solitudine, Aureliano Buendia, che “..dette trentadue battaglie e le perdette tutte…”.

Ma a perderle non è stato Falcone, come non lo è stato chi venne ammazzato prima, assieme  e dopo di lui. Ha perderle siamo stati tutti noi. È tempo di rimediare e definitivamente a quelle sconfitte, di restituire a Falcone il senso non della sua morte, ma della sua vita. A ciascuno il proprio compito, la propria responsabilità, la propria scelta. Il ricordo di Falcone, di Francesca, di Vito, di Antonio, di Rocco non sia per noi i dieci minuti  di inizio seduta di una data della triste storia recente d’Italia, sia sempre di più  un modo di fare leggi e regolamenti, di scegliere, di interpretare la politica e il ruolo istituzionale che ci è stato consegnato. Con quello “spirito di servizio” che evocava falcone quando   gli veniva chiesto chi glielo faceva fare.

Quel servizio richiamato dall’art. 54 della nostra costituzione, quel servizio che altro non è che amore per la libertà, la democrazia, la giustizia.

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Dove c’è mafia non c’è libero mercato e libera concorrenza

mafiaQuanto avvenuto in queste ore  – 15 misure cautelari e 2 fermi tra Milano e Sicilia che hanno coinvolto una società di grande distribuzione a capitale tedesco e una società di vigilanza – deve portarci a riflettere ancora una volta sulla pericolosità della mafia in territorio lombardo.

Innanzitutto su un radicamento sempre più evidente nel tessuto economico, quale nuova frontiera sulla quale contrastare la mafia, inoltre su scenari sempre più internazionali, come dimostra il caso odierno.

È necessario attivare misure di prevenzione e controllo da parte delle realtà associative e istituzionali da affiancare all’ottimo lavoro svolto dalle autorità di pubblica sicurezza e della magistratura che, ancora una volta, fedeli alle indicazioni di Falcone, ‘seguendo i flussi finanziari’, hanno ancora una volta conseguito un importante risultato sul contrasto alla mafia.

Ora è necessario capire cosa fare di concreto e lo sforzo da compiere a livello legislativo, compreso quello europeo, che deve uscire dalla superficiale inconsapevolezza che da troppo tempo lo caratterizza, e a livello operativo, dove associazioni di categoria, mondo del lavoro, amministrazioni pubbliche e “sensibilità pubblica” devono fare massa critica, isolare il malaffare e i suoi capitali, espellerlo dal tessuto socio-economico lombardo.

In gioco c’è non solo il nostro tasso di legalità, ma anche la nostra reale competitività e libertà. Dove c’è mafia non c’è libero mercato, non c’è libera concorrenza, non c’è premialità di merito e impegno. Non dimentichiamolo.

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Caserma Serini: serve collaborazione, non becera propaganda

caserma serini-2L’accordo siglato mercoledì sull’utilizzo della caserma Serini ha l’obiettivo di sfruttare bene le caratteristiche di quella struttura, in modo ben diverso da quanto una becera propaganda ha cercato di far passare.

Da un lato Regione Lombardia ha condiviso una soluzione con il presidente Maroni – che tra l’altro a suo tempo aveva voluto da ministro dell’Interno – dall’altro, per bocca del suo assessore Bordonali, ha preferito utilizzare il tema per suscitare paure e tentare di raccogliere facili consensi.

La serietà del ministro Minniti ha ricondotto il confronto ad un corretto dialogo istituzionale.

La strada che è necessario percorrere su temi tanto delicati è quella della collaborazione di tutti i livelli istituzionali. Ciò è avvenuto tra l’amministrazione comunale e il ministero degli Interni, speriamo che d’ora in poi valga anche per gli altri livelli istituzionali.

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Fondazione Richiedei, chiediamo chiarezza sui progetti

richiedeiIn Consiglio regionale ho chiesto all’assessore alla Sanità Gallera di chiarire in Aula il progetto di valorizzazione del patrimonio professionale, strutturale e strumentale della Fondazione Richiedei di Gussago. È un presidio ospedaliero con un ruolo fondamentale nel territorio bresciano.

IL TESTO DELL’INTERROGAZIONE SULLA FONDAZIONE RICHIEDEI

Ho sollecitato l’assessore affinché le tante ipotesi di trasformazione del presidio si traducano velocemente in realtà senza perdere tempo e professionalità. C’è il rischio di un esubero di 70 lavoratori stando alle comunicazioni formali da parte della Fondazione. È necessario portare individuare chiaramente Richiedei come sede di un POT dell’ASST di Brescia.

L’assessore ha assicurato l’avanzamento di un progetto innovativo che verrà portato avanti con la logica della prossimità e dell’integrazione con gli Spedali Civili.

Mi aspetto che già nelle prossime settimane si possano aprire tavoli di confronto sui servizi erogati in risposta a pazienti, lavoratori e territori, senza mortificare competenze o depauperare l’offerta.

Siamo i primi a credere nell’integrazione ospedale-territorio: vigilerò affinché il processo si compia quanto prima.

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Il terzo tempo

rugby-673453_1920Chiunque conosca il rugby lo sa. Non c’è campo di rugby dove, finita la partita, le due squadre che si sono fronteggiate non si ritrovino a festeggiare insieme. E lì si superano gli scontri avvenuti in campo, i colpi ricevuti e dati, anche quelli, ahimè più o meno consapevolmente, irregolari.

Forse è per questo che attorno al rugby non vi sono particolari polemiche del dopo partita, gli arbitri non sono oggetto di feroci critiche o malefiche moviole. Così come i tifosi non organizzano un pre, dopo, se non “durante”, partita di scontri e tafferugli, che senso avrebbero sapendo che i rispettivi eroi festeggeranno insieme?

Ecco domenica ci aspettano le primarie, sfida difficile in questo tempo di politica senza pensiero e senza popolo. Facciamo un ultimo sforzo per coinvolgere più persone possibile, promettendo loro due cose:
- che continueremo a coinvolgerle anche dopo il 30 aprile
- che nel PD, finita la partita, tutti vivranno un terzo tempo dove ad alzarsi saranno le caraffe della lealtà, dell’ascolto, dell’unità. Perché un Partito è innanzi una Comunità di persone che si confrontano, che competono, ma che poi si ritrovano insieme.

Domenica partecipiamo e facciamo partecipare al voto. Io darò la mia preferenza a Renzi, lo ritengo il più adatto alle sfide che ci aspettano, il più capace di rappresentare quello sforzo coraggioso di cambiamento tanto necessario.

Ma quello che aspetto è il terzo tempo, per poter ritrovarmi, comunque vada, a lavorare insieme e più che mai uniti. Lo dobbiamo ai cittadini, lo dobbiamo a noi stessi!
Che bello sport é il rugby!

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Sì a più autonomia, no a un referendum inutile e costoso

maroniIn questi giorni si è ripresa la discussione sul referendum per chiedere più autonomia in Lombardo e Veneto. La data indicata è il 22 ottobre.

46 milioni di eruo la spesa stimata per la Lombardia, cifra non banale, ma, come sempre, se spesa per cambiare, in meglio, la situazione. Ma è qui che casca il referendum.

Questo è il testo del quesito referendario: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Dovremmo spendere 46 milioni di euro per chiedere a lombarde e lombardi se Regione Lombardia può chiedere al Governo di sedersi e discutere con il Governo di una maggior autonomia? Oltretutto basando la richiesta su un articolo della Costituzione a suo tempo avversato dalla Lega e dal centro-destra in Parlamento e nelle piazze?

Totò direbbe “…ma mi faccia il piacere…” accompagnato da un evidente “…e io pago!”.
Ora vorrei dire a chi Governa Regione Lombardia che non c’è bisogno di spendere tutti quei soldi per sapere quello che già tutti sanno: sì, siamo d’accordo, fallo!

Perché è da tempo che tutti chiediamo che venga aperto questo serio confronto, il Governo. Nei giorni scorsi il Ministro Martina ha più volte dato ampia disponibilità a farlo.

Tutto il Pd lombardo è disponibile a sostenere la richiesta. E allora? Forse perché chi guida la Regione non sa tradurre una rivendicazione in una richiesta precisa e articolata che metta in fila cosa si vuole e come?

Chi ora inneggia all’autonomia per anni ha governato a Roma e Milano contemporaneamente senza combinare nulla al riguardo, tranne qualche manifesto con uova e galline.

Di certo non si può permettere che ancora una volta un tema delicato come il rilancio del regionalismo - che può significare abbattimento della burocrazia, eliminazioni delle doppie competenze istituzionali, maggior efficienza della pubblica amministrazione, maggiori risorse per i territori -, finisca per essere usato per pura propaganda elettorale, oltretutto “a carico” dei cittadini lombardi.

Apriamo da subito il confronto, facciamolo in modo serio e nel merito. Il PD lombardo, composto da tanti esponenti che vivono sul territorio, c’è, anche perché è ora di andare oltre il federalismo delle false promesse per giungere ad un regionalismo solidale, più che mai necessario all’Italia.

Il presidente Maroni, al quale riconosco una serietà sconosciuta al segretario del suo partito, ha già sperimentato in più occasioni (ultimo esempio il patto per la Lombardia) la reale volontà del Governo di mettere in campo azioni concrete e utili ai cittadini lombardi, si liberi da condizionamenti di parte, da facili strumentalizzazioni ideologiche, interpreti in modo responsabile il ruolo che gli è stato consegnato!

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Servizi per la tossicodipendenza, servono misure integrate e non frammentate

dipendenzaIn Consiglio regionale abbiamo affrontato il tema degli Smi, ovvero i Servizi Multidisciplinari Integrati che, insieme ai SERT pubblici, hanno il compito di occuparsi del contrasto alle dipendenze e della presa in carico dei soggetti affetti da tossicodipendenza.

In Aula è stata discussa e votata (con l’astensione del Partito Democratico) una risoluzione per sostenere queste realtà.
Come PD abbiamo chiesto, con una serie di emendamenti, di affrontare il tema in maniera integrata e non frammentata, proprio nello spirito di una risposta omogenea sui territori.

Condividiamo infatti la necessità di potenziare e sostenere con maggiori risorse questo importante servizio, ma crediamo sia necessario che integrarlo con le altre iniziative esistenti sui nostri territori.
Si tratta di tenere conto sia dei servizi pubblici che di quelli privati proprio per dare la risposta migliore possibile ai problemi della tossicodipendenza, dato che pubblico e privato sono due gambe dello stesso servizio. In tutto si stratta di 84 SERT e 10 SMI accreditati.

Troviamo quindi inutile, a maggior ragione in un contesto di difficoltà economica, dare risposte parziali rimandando a una successiva risoluzione il riferimento alla rete dei SERT, Il nodo avrebbe potuto essere affrontato nello stesso atto d’indirizzo alla Giunta che abbiamo votato in Aula. Ancora una volta si procede “a spezzatino” e si sprecano occasioni.

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Orgogliosamente in campo, facendo tesoro degli errori commessi e delle tante speranze suscitate

“IL SUCCESSO NON È DEFINITIVO, IL FALLIMENTO NON È FATALE: CIÒ CHE CONTA È IL CORAGGIO DI ANDARE AVANTI.”
W. Churchill

pallonicini_pdSconforto. È forse il sentimento che più si sente nel PD. Passare nel giro di poco tempo da un vento di crescente consenso ad una desolante resa dei conti suscita un giudizio negativo nel cittadino elettore. Pensiamo allora cosa genera in chi nel PD si è impegnato e si impegna, lo rappresenta nelle sedi istituzionali, lo ha vissuto come una grande speranza.
Ora si è davanti ad un bivio, forse alla scelta definitiva, che non tutti, al momento della nascita del partito, aveva convintamente fatto.

La cultura cattolico democratica è arrivata pronta all’appuntamento, dopo aver attraversato passaggi radicali che hanno costretto a scegliere da che parte stare: la fine della DC, il ponte del PPI, la nascita della Margherita ed infine la costituzione del PD.
Altre culture, penso a quella socialista o quella ambientalista, sono confluite dentro il PD facendo un analogo percorso. Stessa cosa è successa per tanti militanti provenienti dai Democratici di Sinistra che hanno compiuto questo cammino in maniera convinta (il discorso di Walter Veltroni al Lingotto ne è testimonianza limpida).

Nella componente più a sinistra dei DS, invece, lo stesso processo non è avvenuto. Si è sviluppato un certo fermento – Rimini ci ha mostrato in questi giorni quanto ancora in evoluzione -, ma un nocciolo duro di quel mondo è ed è rimasto nel PD, con il continuo e reiterato tentativo di ricondurre il nuovo soggetto ad una filiera consolidata che trova la sua origine nel PCI e la dura evoluzione nel PDS, poi DS.

Tutto ha retto fino all’irruzione di Renzi che, al netto di ogni giudizio, ha rappresentato un momento, o meglio il momento, di rottura con il passato. Ed ecco che in maniera palese si è manifestata non solo l’incapacità di un intero gruppo di classe dirigente di accettare di essere minoranza nel partito – guidato per la prima volta da chi percepisce come “altro” -, ma ancor di più per alcuni all’impreparazione ad affrontare le sfide della modernità, ancorata com’è a schemi, letture, idee, persino linguaggi, di un tempo che non c’è più.

È questo il motivo della rottura, non certo la reazione verso la più o meno vera arroganza di un segretario, Renzi, che in ogni caso rischia di passare per un esempio di umiltà se messo a confronto con la protervia di un D’Alema, o le scelte di governo, tutte votate e sostenute fino a quando qualcuno ha deciso di costruire la “PDEXIT”.

Ecco perché sono dispiaciuto che un gruppo di generali e colonnelli se ne vada, ma sono molto più interessato a capire se questa soluzione può diventare una opportunità per il PD.
Questa continua azione di logoramento, che dal risultato delle elezioni europee ha caratterizzato l’azione della cosiddetta minoranza interna, rischia di avere come unico sbocco il consegnare il Governo del Paese ai populismi emergenti, con buona pace della difesa dei valori e dei principi della sinistra.

Ecco che allora la sfida, quella decisiva, che il PD ha di fronte non può che essere colta con la necessaria determinazione e la massima consapevolezza. Partendo dai motivi che hanno fatto nascere il PD: dar vita ad un soggetto politico di centro sinistra che sapesse parlare alla società del presente e del futuro in termini di giustizia e solidarietà sociale, mediando fra interessi contrastanti, capace di guardare ad un’ Europa sempre più dei popoli quale strumento di equilibrio e pacificazione internazionale.

Con il conseguente necessario cambiamento di un modello Paese, quello italiano, oramai del tutto inadeguato. Su questo comunità per comunità, circolo per circolo, iscritto per iscritto, simpatizzante per simpatizzante, cittadino per cittadino, dobbiamo sviluppare il confronto congressuale, preparare la difficilissima sfida elettorale. Ognuno sostenga il candidato segretario che ritiene più adeguato all’impresa, ma sia chiaro senza lasciare spazio a chi vive di nostalgia verso un passato, migliore solo nella narrazione che pretende di farne.

Quindi orgogliosamente in campo, facendo tesoro dei tanti errori commessi, ma anche delle tante speranze suscitate, consapevoli di alcune fragilità, ma anche delle indubbie e di gran lunga superiori potenzialità. Capaci di rispondere a chi punta il dito contro di noi nascondendo la mano che vergognosamente ha scritto tanti fallimenti della nostra storia recente. Forti della proposta di un modello di stare insieme che, a chi predica odio e separazione, contrappone la necessità del rigore della giustizia e della legalità, ma anche la straordinaria forza della solidarietà.

Su questa base va rilanciato il progetto politico del PD e la sua capacità di costruite, anche con chi lo ha recentemente abbandonato, alleanze e programmi capaci di competere per la guida del Paese.

ENTUSIASMO ed IMPEGNO devono tornare ad essere i sentimenti che il PD sente propri e che riesce a trasmettere!

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Disagi Poste, serve un incontro con i vertici per trovare una soluzione

posteSu tutto il territorio lombardo le cose sono andate man mano peggiorando: il caos di Poste italiane sta coinvolgendo sempre più province ed è molto sentito anche nel bresciano. Il rischio è di portare al collasso l’intero sistema.

A seguito delle ultime notizie di cronaca – dalle quali emergerebbe un aumento dei disguidi e delle segnalazioni per le mancate consegne, con proteste da parte degli utenti – chiediamo chiarimenti al sottosegretario alle Riforme istituzionali, agli enti locali, alle sedi territoriali e alla programmazione Nava.

Da mesi sta seguendo la partita e, a nostra volta, ci attiviamo per richiedere al più presto un incontro con i vertici di Poste italiane per fare il punto su una situazione che ci sembra sia ormai sfuggita di mano.

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Essere coscienti per essere incisivi

mafiaConfiscare i beni è stata una delle azioni più efficaci nel contrasto alla mafia. Togliere il frutto dell’attività criminale, riconsegnarlo alla collettività è l’affermazione del legale sull’illegale, dello Stato sull’antistato che la mafia rappresenta. È tempo però di una riflessione sullo strumento e sulla sua organizzazione.

L’articolo del Giornale di Brescia

Velocizzare i tempi di assegnazione dei beni, trovare adeguate forme di finanziamento per utilizzarli, garantire la continuità di attività imprenditoriali “rubate” alla mafia, sono questioni da affrontare e risolvere.  Sono convinto che il ruolo delle Regioni possa diventare fondamentale in tal senso, sia come supporto dell’Agenzia nazionale sia a Comuni e assegnatari dei beni. Sviluppare sinergie tra istituzioni e chi da sempre, penso alla straordinaria storia di Libera, è in prima fila nella concretezza dell’azione è fondamentale.

Coinvolgere in questo processo associazioni d’impresa, mondo del lavoro, della cultura, del giornalismo, della scuola, delle professioni è di indispensabile necessità. L’iniziativa del festival delle idee promossa dalla Regione, frutto di una intuizione del Comitato scientifico guidato dal prof. Dalla Chiesa, vuole raggiungere un duplice obbiettivo.

Il primo: coinvolgere Comuni, associazioni, cittadini, scuole nel pensare come riutilizzare i beni. Considerare nuove forme, che escano dal tradizionale utilizzo a fini sociali, può essere d’aiuto e efficacia.

Il secondo: rifletterei sui beni confiscati, prendere coscienza di quanti siano e come siano distribuiti sui territori. Invito tutti a leggere i nomi dei Comuni dove sono collocati, aiuta, e molto, a prendere coscienza di cosa sia e quanto sia ramificata la mafia “anche” in Lombardia.

Perché la presa di coscienza e una reazione decisa, forte e condivisa sono il tracciato di un percorso che insieme dobbiamo intraprendere. Con le istituzioni, perlomeno mi auguro, finalmente in prima fila.

(Questo appello è stato pubblicato il 30 gennaio sul Giornale di Brescia)

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