Il PD deve tornare ad essere il partito del coinvolgimento e del coraggio di cambiare

elezioni_comunali-442x200Legge elettorale che “salta” sulla buccia di banana volontariamente gettata da Grillo, elezioni qua e là per l’Europa di cui molti, disperatamente, cercano di appropriarsi o allontanarsi a secondo della convenienza, rinnovo amministrativo che al primo turno offre non pochi motivi di seria e profonda analisi.

Mi permetto di premettere due considerazioni e aggiungere qualche riflessione di prospettiva. Il cosiddetto “populismo”, termine che probabilmente sarebbe meglio eliminare dal nostro linguaggio politico, vive un momento di stallo, anzi sembra perdere quota in parte per la delusione dei cittadini verso chi se ne fa interprete, in parte perché la protesta torna a scegliere l’astensionismo. Ne sono dimostrazione le elezioni francesi, in parte quelle britanniche, certamente le nostre amministrative. Con la consapevolezza però che ogni riferimento diretto tra il voto di altri Paesi, Olanda un po’ di tempo fa, Francia ed Inghilterra in questi giorni, e la situazione italiana è perlomeno forzato. Come catalogare Macron, Corbyn o altri nei nostri contenitori? Come parametrare categorie come destra, sinistra, conservatori, progressisti, in culture politiche tanto diverse per origine, carta dei valori, storia?

Forse, più semplicemente, può essere utile cogliere alcuni messaggi provenienti dall’Europa e coniugarli in chiave italiana. La crisi del M5S alle amministrative, oltretutto il più delle volte in territori per loro non facili, non possiamo definirla come la crisi, o addirittura la fine, di quel movimento. In passato più volte si è commesso questo errore, pensiamo ai primi anni della Lega.

Saranno le future elezioni politiche a farci comprendere la loro tenuta e prospettiva di medio e lungo termine, la loro capacità di superare l’evidente e a tratti imbarazzante incapacità di dare rappresentanza in termini di persone e proposte, ad un sentire comunque ancora, se non ancor di più, presente nei cittadini. Non è attaccandoli che si risolve il problema, ma dando risposta alle domande di chi li vota.

Il centro destra dà prova di capacità e di ripresa. Dove si presenta unito, nascondendo sotto il tappeto tutte le tensioni e macroevidenti diversità di opinioni, raccoglie un inaspettato consenso. Questo lo porterà presto a riflettere su come dare consistenza a questa potenzialità, su quale leader, diverso dal passato – oramai superato – di Arcore e dallo scalmanato estremismo di Salvini. Di certo non ci si può continuamente cullare sulla mancanza di un loro leader davvero carismatico per pensare di sconfiggerli elettoralmente. La sinistra, o meglio il variegato mondo della sinistra italiana, dovrà pur uscire dal tentativo di appropriarsi di perlomeno stiracchiati riferimenti Esteri e costruire una proposta italiana, fondata su alcuni temi portanti che non siano il rancore, il risentimento e la voglia di “punire” il PD.

Già il PD, perché rimane questo il tema che più mi appassiona. Ha superato il profilo_pdmomento di disorientamento del risultato referendario con un congresso in due fasi che, al di là di ogni possibile sottolineatura critica, ha restituito in termini di partecipazione un risultato inaspettato, in termini di consenso al Matteo Renzi un poco più previsto, ma non scontato. Si trova di fronte all’impossibilità di aprire in Parlamento un confronto perlomeno rispettoso, se non condiviso, su riforme necessarie, come quella della Legge elettorale. Deve comprendere come costruire una proposta di Governo e verificare le possibili alleanze per le imminenti elezioni politiche.

Cosa fare. Smettere di farsi dettare l’agenda politica dagli altri. A volte si ha l’impressione che chi ha responsabilità il mattino legga la rassegna stampa e poi prenda posizione. Mi piacerebbe si iniziasse a prendere posizione e determinare la rassegna stampa del giorno dopo, non come controllo, ma come temi affrontati.

Tornare ad essere il partito che sa trasmettere coinvolgimento e coraggio di cambiare. Tra tutte le possibili analisi di quanto avvenuto nel nostro Paese negli ultimi anni, un dato emerge in modo evidente: come la conservazione si sia manifestata in modo forte, e in alcuni casi determinante, sotto varie forme e abbia saputo bloccare ogni vero tentativo di innovazione. A volte travestita della più dirompente delle novità. Tornare, o iniziare in modo diverso, ad affrontare la necessità di alcuni cambiamenti strutturali è fondamentale anche rispetto l’assetto istituzionale, bocciato dal referendum, ma non per questo meno bisognoso di essere rivisto. Farlo tenendo conto dell’esperienza, e degli errori commessi, è indispensabile.

Non possiamo permettere ad altri di interpretare il ruolo del Partito inclusivo, non possiamo rassegnarci a non riuscire a far sentire ai giovani – non solo quelli “dell’Università” -, ma anche quelli senza lavoro o che lavorano in fabbrica (si esistono ancora!) che ci occupiamo di loro, non possiamo non parlare al mondo produttivo parlando di innovazione, difesa della competitività, recupero delle tante peculiarità italiane che hanno determinato il nostro storico successo economico. Farlo significa selezionare una classe dirigente capace, propositiva, non semplicemente accondiscendente. Significa saper trasmettere la forza di una ritrovata unità interna, dove il dialogo dialettico si esaurisce in una proposta di sintesi, significa costruire alleanze. La prima con i cittadini, poi con le forze politiche che hanno l’ambizione di rappresentarli, ricordandoci e conservando quelle che sono le nostre idealità, le nostre linee guida, i nostri obiettivi.

Con questo spirito dobbiamo vivere i passaggi che abbiamo davanti, la scelta dei candidati, la stesura dei programmi, dal livello nazionale a quello regionale. Avendo a cuore il bene complessivo, la qualità della proposta, non certo il destino di questo o quel candidato.

Infine, se proprio si deve mutuare qualcosa dall’estero, mi permetto di suggerire al PD di appropriarsi del motto dei Labour inglesi, avere l’obiettivo di far diventare l’Italia “A country for the many, not the few”, un Paese per la gran parte, non per pochi (fortunati). Perché questa sì dovrebbe essere la visione del mondo che accumula tutte le forze popolari e progressiste d’Europa e del Mondo.

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Danni dopo la tromba d’aria, presentata una mozione urgente in Consiglio regionale

brescia-tromba-ariaDopo la tromba d’aria che si è abbattuta l’altro giorno su una parte del territorio bresciano, ho presentato una mozione urgente da discutere nella seduta del Consiglio regionale di martedì 13 giugno.

L’atto impegna la Giunta a richiedere al Governo, una volta ultimata la stima dei danni subiti dal settore agricolo (dalle infrastrutture pubbliche e dalle abitazioni civili), la dichiarazione dello stato di calamità naturale, oltre all’impegno a finanziare adeguatamente tutti gli interventi utili necessari. Inoltre, si chiede di verificare la possibilità di individuare, anche in occasione dell’assestamento di bilancio, eventuali risorse regionali aggiuntive da rendere disponibili per le province più colpite, allo scopo di sostenere gli interventi previsti dal Testo unico delle leggi regionali in materia di agricoltura per tutte le aziende agricole che hanno subito danni irreversibili.

Nella mozione si spiega, infatti, chiaramente quanto successo solo poche ore fa in una zona della provincia di Brescia. Il territorio della Pianura padana, con particolare riferimento ai comuni di Leno e Montichiari, sono stati colpiti da eccezionali fenomeni temporaleschi, con trombe d’aria che hanno provocato gravi danni alle infrastrutture pubbliche e private, alle attività agricole e anche alle strutture religiose come nel caso di Milzanello. Ingenti danni si segnalano alle stalle e ai fabbricati a uso zootecnico per il ricovero per il fieno, ai campi di mais e orzo. Solo nel comune di Leno la prima conta, per il solo settore agricolo, ammonta a circa 2 milioni di euro.

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Il referendum di Maroni? Interessi personali e della Lega

maroni-firmaMaroni alla fine ha indetto un costoso referendum consultivo sul nulla. Nessuno infatti sa ancora su quali materie il governatore intenda chiedere maggiore autonomia.

Sta chiedendo ai lombardi un voto alla cieca, mentre parla solo di soldi, di fantomatici miliardi di euro che ogni giorno peraltro aumentano, nonostante il referendum non parli di risorse ma solo di competenze.

La novità è però che Maroni ha annunciato di voler fare l’election day con politiche e regionali. Ciò significa che intende dimettersi a breve, entro la pausa estiva, se vuole avere chances concrete di ottenere l’abbinamento tra il voto regionale e quello per le politiche. Si parla degli interessi dei cittadini? Io credo si parli soprattutto degli interessi di Maroni e della Lega.

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25 anni fa la strage di Capaci. Qualcosa è stato fatto, molto rimane da fare

Vi propongo il mio intervento dedicato al ricordo di Falcone e Borsellino nell’Aula del Consiglio regionale in occasione del 25esimo anniversario della strage di Capaci. 

falcone borsellinoSono 25 anni da quel 23 maggio 1992, quando con un attentato senza precedenti nel mondo, cosa nostra assassinava Giovanni Falcone e sua moglie Francesca, Rocco, Vito e Antonio, la sua scorta. Veniva colpito uno dei simboli della lotta alla mafia, il magistrato che con paolo borsellino, assassinato meno di due mesi dopo, il 19 luglio, rappresentava la speranza di riscatto e di vittoria della Sicilia onesta. Veniva assassinato con la stessa manifestazione di forza con la quale quasi dieci anni prima veniva trucidato Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia.

Grande fu il senso di sconforto che seguì quel giorno. Una Palermo attonita, una regione sconvolta, un paese, l’Italia, forse per la prima volta messo duramente di fronte alla forza della mafia. Gli echi internazionali non furono da meno, dando una chiara lettura di una sconfitta dello stato. Non è un  caso che nella sede dell’Fbi, a New York, vi sia un busto di Falcone.

In questi 25 anni tante cose sono mutate, lo sconforto ha saputo trasformarsi in sdegno, lo sdegno in reazione. Molto è cambiato nella magistratura, dove il metodo del pool antimafia, a suo tempo fortemente avversato, è diventato il modo sistemico di combattere la mafia. Molto è cambiato nella società dove dal mondo della scuola, a quello delle associazioni, dal mondo dell’impresa a quello del lavoro è cresciuta la voglia di conoscere, approfondire, contrastare. Qualcosa è mutato nella politica dove la sottovalutazione, più o meno consapevole, se non la negazione, della mafia, ha lasciato il posto ad una crescente presa di coscienza e attività di contrasto.

Anche da noi, al nord, in Lombardia. Come sia presente la mafia ci è oramai dimostrato dalla storia degli ultimi 70 anni, dai sequestri di persona alla presenza nella grande distribuzione, per citare una delle prime e una delle  ultime attività investigative e in mezzo ci sta molto altro.

Qualcosa è stato fatto, molto rimane da fare. E va fatto in fretta, in modo scientifico, determinato, con la capacità  di prevenire, di leggere quali sono e saranno gli scenari futuri dell’attività mafiosa. Il reinvestimento di capitale illecito, la penetrazione nel tessuto socio-economico sono la nuova frontiera sulla quale misurarci. Seguire il flusso dei soldi, come il pool ci ha insegnato rimane il metodo da seguire,

Con un avvertimento, falcone ricordava che “….si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno.”

Il giornalista Mario Pirani paragonava Giovanni Falcone all’eroe di cent’anni di solitudine, Aureliano Buendia, che “..dette trentadue battaglie e le perdette tutte…”.

Ma a perderle non è stato Falcone, come non lo è stato chi venne ammazzato prima, assieme  e dopo di lui. Ha perderle siamo stati tutti noi. È tempo di rimediare e definitivamente a quelle sconfitte, di restituire a Falcone il senso non della sua morte, ma della sua vita. A ciascuno il proprio compito, la propria responsabilità, la propria scelta. Il ricordo di Falcone, di Francesca, di Vito, di Antonio, di Rocco non sia per noi i dieci minuti  di inizio seduta di una data della triste storia recente d’Italia, sia sempre di più  un modo di fare leggi e regolamenti, di scegliere, di interpretare la politica e il ruolo istituzionale che ci è stato consegnato. Con quello “spirito di servizio” che evocava falcone quando   gli veniva chiesto chi glielo faceva fare.

Quel servizio richiamato dall’art. 54 della nostra costituzione, quel servizio che altro non è che amore per la libertà, la democrazia, la giustizia.

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Dove c’è mafia non c’è libero mercato e libera concorrenza

mafiaQuanto avvenuto in queste ore  – 15 misure cautelari e 2 fermi tra Milano e Sicilia che hanno coinvolto una società di grande distribuzione a capitale tedesco e una società di vigilanza – deve portarci a riflettere ancora una volta sulla pericolosità della mafia in territorio lombardo.

Innanzitutto su un radicamento sempre più evidente nel tessuto economico, quale nuova frontiera sulla quale contrastare la mafia, inoltre su scenari sempre più internazionali, come dimostra il caso odierno.

È necessario attivare misure di prevenzione e controllo da parte delle realtà associative e istituzionali da affiancare all’ottimo lavoro svolto dalle autorità di pubblica sicurezza e della magistratura che, ancora una volta, fedeli alle indicazioni di Falcone, ‘seguendo i flussi finanziari’, hanno ancora una volta conseguito un importante risultato sul contrasto alla mafia.

Ora è necessario capire cosa fare di concreto e lo sforzo da compiere a livello legislativo, compreso quello europeo, che deve uscire dalla superficiale inconsapevolezza che da troppo tempo lo caratterizza, e a livello operativo, dove associazioni di categoria, mondo del lavoro, amministrazioni pubbliche e “sensibilità pubblica” devono fare massa critica, isolare il malaffare e i suoi capitali, espellerlo dal tessuto socio-economico lombardo.

In gioco c’è non solo il nostro tasso di legalità, ma anche la nostra reale competitività e libertà. Dove c’è mafia non c’è libero mercato, non c’è libera concorrenza, non c’è premialità di merito e impegno. Non dimentichiamolo.

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Caserma Serini: serve collaborazione, non becera propaganda

caserma serini-2L’accordo siglato mercoledì sull’utilizzo della caserma Serini ha l’obiettivo di sfruttare bene le caratteristiche di quella struttura, in modo ben diverso da quanto una becera propaganda ha cercato di far passare.

Da un lato Regione Lombardia ha condiviso una soluzione con il presidente Maroni – che tra l’altro a suo tempo aveva voluto da ministro dell’Interno – dall’altro, per bocca del suo assessore Bordonali, ha preferito utilizzare il tema per suscitare paure e tentare di raccogliere facili consensi.

La serietà del ministro Minniti ha ricondotto il confronto ad un corretto dialogo istituzionale.

La strada che è necessario percorrere su temi tanto delicati è quella della collaborazione di tutti i livelli istituzionali. Ciò è avvenuto tra l’amministrazione comunale e il ministero degli Interni, speriamo che d’ora in poi valga anche per gli altri livelli istituzionali.

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Fondazione Richiedei, chiediamo chiarezza sui progetti

richiedeiIn Consiglio regionale ho chiesto all’assessore alla Sanità Gallera di chiarire in Aula il progetto di valorizzazione del patrimonio professionale, strutturale e strumentale della Fondazione Richiedei di Gussago. È un presidio ospedaliero con un ruolo fondamentale nel territorio bresciano.

IL TESTO DELL’INTERROGAZIONE SULLA FONDAZIONE RICHIEDEI

Ho sollecitato l’assessore affinché le tante ipotesi di trasformazione del presidio si traducano velocemente in realtà senza perdere tempo e professionalità. C’è il rischio di un esubero di 70 lavoratori stando alle comunicazioni formali da parte della Fondazione. È necessario portare individuare chiaramente Richiedei come sede di un POT dell’ASST di Brescia.

L’assessore ha assicurato l’avanzamento di un progetto innovativo che verrà portato avanti con la logica della prossimità e dell’integrazione con gli Spedali Civili.

Mi aspetto che già nelle prossime settimane si possano aprire tavoli di confronto sui servizi erogati in risposta a pazienti, lavoratori e territori, senza mortificare competenze o depauperare l’offerta.

Siamo i primi a credere nell’integrazione ospedale-territorio: vigilerò affinché il processo si compia quanto prima.

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Il terzo tempo

rugby-673453_1920Chiunque conosca il rugby lo sa. Non c’è campo di rugby dove, finita la partita, le due squadre che si sono fronteggiate non si ritrovino a festeggiare insieme. E lì si superano gli scontri avvenuti in campo, i colpi ricevuti e dati, anche quelli, ahimè più o meno consapevolmente, irregolari.

Forse è per questo che attorno al rugby non vi sono particolari polemiche del dopo partita, gli arbitri non sono oggetto di feroci critiche o malefiche moviole. Così come i tifosi non organizzano un pre, dopo, se non “durante”, partita di scontri e tafferugli, che senso avrebbero sapendo che i rispettivi eroi festeggeranno insieme?

Ecco domenica ci aspettano le primarie, sfida difficile in questo tempo di politica senza pensiero e senza popolo. Facciamo un ultimo sforzo per coinvolgere più persone possibile, promettendo loro due cose:
- che continueremo a coinvolgerle anche dopo il 30 aprile
- che nel PD, finita la partita, tutti vivranno un terzo tempo dove ad alzarsi saranno le caraffe della lealtà, dell’ascolto, dell’unità. Perché un Partito è innanzi una Comunità di persone che si confrontano, che competono, ma che poi si ritrovano insieme.

Domenica partecipiamo e facciamo partecipare al voto. Io darò la mia preferenza a Renzi, lo ritengo il più adatto alle sfide che ci aspettano, il più capace di rappresentare quello sforzo coraggioso di cambiamento tanto necessario.

Ma quello che aspetto è il terzo tempo, per poter ritrovarmi, comunque vada, a lavorare insieme e più che mai uniti. Lo dobbiamo ai cittadini, lo dobbiamo a noi stessi!
Che bello sport é il rugby!

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Sì a più autonomia, no a un referendum inutile e costoso

maroniIn questi giorni si è ripresa la discussione sul referendum per chiedere più autonomia in Lombardo e Veneto. La data indicata è il 22 ottobre.

46 milioni di eruo la spesa stimata per la Lombardia, cifra non banale, ma, come sempre, se spesa per cambiare, in meglio, la situazione. Ma è qui che casca il referendum.

Questo è il testo del quesito referendario: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Dovremmo spendere 46 milioni di euro per chiedere a lombarde e lombardi se Regione Lombardia può chiedere al Governo di sedersi e discutere con il Governo di una maggior autonomia? Oltretutto basando la richiesta su un articolo della Costituzione a suo tempo avversato dalla Lega e dal centro-destra in Parlamento e nelle piazze?

Totò direbbe “…ma mi faccia il piacere…” accompagnato da un evidente “…e io pago!”.
Ora vorrei dire a chi Governa Regione Lombardia che non c’è bisogno di spendere tutti quei soldi per sapere quello che già tutti sanno: sì, siamo d’accordo, fallo!

Perché è da tempo che tutti chiediamo che venga aperto questo serio confronto, il Governo. Nei giorni scorsi il Ministro Martina ha più volte dato ampia disponibilità a farlo.

Tutto il Pd lombardo è disponibile a sostenere la richiesta. E allora? Forse perché chi guida la Regione non sa tradurre una rivendicazione in una richiesta precisa e articolata che metta in fila cosa si vuole e come?

Chi ora inneggia all’autonomia per anni ha governato a Roma e Milano contemporaneamente senza combinare nulla al riguardo, tranne qualche manifesto con uova e galline.

Di certo non si può permettere che ancora una volta un tema delicato come il rilancio del regionalismo - che può significare abbattimento della burocrazia, eliminazioni delle doppie competenze istituzionali, maggior efficienza della pubblica amministrazione, maggiori risorse per i territori -, finisca per essere usato per pura propaganda elettorale, oltretutto “a carico” dei cittadini lombardi.

Apriamo da subito il confronto, facciamolo in modo serio e nel merito. Il PD lombardo, composto da tanti esponenti che vivono sul territorio, c’è, anche perché è ora di andare oltre il federalismo delle false promesse per giungere ad un regionalismo solidale, più che mai necessario all’Italia.

Il presidente Maroni, al quale riconosco una serietà sconosciuta al segretario del suo partito, ha già sperimentato in più occasioni (ultimo esempio il patto per la Lombardia) la reale volontà del Governo di mettere in campo azioni concrete e utili ai cittadini lombardi, si liberi da condizionamenti di parte, da facili strumentalizzazioni ideologiche, interpreti in modo responsabile il ruolo che gli è stato consegnato!

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Servizi per la tossicodipendenza, servono misure integrate e non frammentate

dipendenzaIn Consiglio regionale abbiamo affrontato il tema degli Smi, ovvero i Servizi Multidisciplinari Integrati che, insieme ai SERT pubblici, hanno il compito di occuparsi del contrasto alle dipendenze e della presa in carico dei soggetti affetti da tossicodipendenza.

In Aula è stata discussa e votata (con l’astensione del Partito Democratico) una risoluzione per sostenere queste realtà.
Come PD abbiamo chiesto, con una serie di emendamenti, di affrontare il tema in maniera integrata e non frammentata, proprio nello spirito di una risposta omogenea sui territori.

Condividiamo infatti la necessità di potenziare e sostenere con maggiori risorse questo importante servizio, ma crediamo sia necessario che integrarlo con le altre iniziative esistenti sui nostri territori.
Si tratta di tenere conto sia dei servizi pubblici che di quelli privati proprio per dare la risposta migliore possibile ai problemi della tossicodipendenza, dato che pubblico e privato sono due gambe dello stesso servizio. In tutto si stratta di 84 SERT e 10 SMI accreditati.

Troviamo quindi inutile, a maggior ragione in un contesto di difficoltà economica, dare risposte parziali rimandando a una successiva risoluzione il riferimento alla rete dei SERT, Il nodo avrebbe potuto essere affrontato nello stesso atto d’indirizzo alla Giunta che abbiamo votato in Aula. Ancora una volta si procede “a spezzatino” e si sprecano occasioni.

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