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Bene Bersani, bene il PD

La conduzione dell’Assemblea nazionale da parte del Segretario non avrebbe potuto essere migliore di come è stata. Ha anzitutto chiarito che l’unica modifica alle regole da votare era proprio per permettere ad altri iscritti al PD di partecipare alle primarie di coalizione e non per ostacolarli, ristabilendo così una verità stravolta da molti. Ha chiesto quindi ai delegati di riporre le legittime riserve sull’opportunità di questa deroga per evitare spaccature dannose. Chi corre per il governo del Paese non può mostrare timori di confronto con nessuno.
Dall’assemblea di sabato il PD è uscito più forte, e questo era la cosa in assoluto più importante.
Consapevole di questo primario obiettivo ho quindi riposto la mia decisione di votare contro la deroga statutaria. Non avendo però potuto prendere la parola in assemblea (la mia richiesta al pari di altre è stata tagliata per ragioni di tempo) ho preferito non partecipare al voto. Non potevo votare contro la richiesta del segretario che sostengo, ma neppure rinunciare ad un principio per me fondamentale. Uno dei principali motivi di crisi della nostra democrazia è infatti il mancato rispetto delle regole. Fatta una norma non ci si impegna ad applicarla, bensì a derogarla.
Nel momento in cui il PD si candida al governo del Paese deve essere chiaro che così non deve più essere: le cattive leggi si cambiano, ma finché vigono si applicano e si rispettano anche se non le si condivide. È davvero singolare che per molti cultori della legalitá queste fossero ragioni da burocrati impauriti. Non ci può essere buona politica che si ritenga estranea alle regole. Ora ci siamo inventati questa “sospensione transitoria” dello statuto per permettere a Renzi di candidarsi: una concessione alla prepotenza per salvare il partito.
Speriamo che serva.
Ed ora al lavoro per Bersani Presidente per salvare l’Italia.

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Primarie: le regole ci sono. Basta rispettarle.

“Il Segretario nazionale rappresenta il Partito, ne esprime l’indirizzo politico sulla base della piattaforma approvata al momento della sua elezione ed è proposto dal Partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri.” “Qualora il partito democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri è ammessa, tra gli iscritti al PD, la sola candidatura del Segretario Nazionale.” Così recitano gli artt. 3 e 20 dello Statuto del PD, approvato dalla Assemblea Costituente Nazionale del 16 febbraio 2008. Io penso che non vi sia giustificato motivo per derogare oggi a questi principi. Eleggendo a proprio segretario nell’ottobre 2009 Pierluigi Bersani, i democratici ne hanno condiviso il progetto. Esso ha portato alla ricostituzione di un centro sinistra riformatore e di governo, capace di vincere le elezioni amministrative in tutti i principali comuni, di contribuire a porre fine ai governi di centro destra, di avviare il risanamento del Paese. Ora, all’indomani di elezioni che ci vedono nella condizione di poter finalmente attuare la nostra agenda, ben illustrata nella Carta d’Intenti, si vorrebbe derogare a quel principio per consentire anche altre candidature di iscritti al PD a primarie di coalizione. Ciò potrebbe essere motivato solo dal fatto che si voglia adottare una diversa linea politica: ma allora occorre rendere esplicito questo obiettivo e convocare un congresso che lo sancisca. Congresso e primarie di coalizione rispondono a diverse logiche e necessitano di diverse regole. Ora si rischia di fare una gran confusione e di dare al Paese una fondata impressione di  partito incerto sulle prospettive. Siamo al paradosso che le strutture di partito non possano sostenere apertamente e lealmente il proprio segretario in questo delicato passaggio politico ma debbano ridursi ad asettici contenitori di garanzia . Dovremo inventarci dei comitati esterni al partito per fare ciò che invece si dovrebbe fare nel partito: affermare la linea politica proposta dal segretario. Comprendo due possibili obiezioni: che non ci si deve far scudo delle regole per evitare di affrontare questioni politiche e che oggi possa essere troppo tardi per tornare sulle aperture fatte nell’assemblea di luglio. La prima obiezione è singolare venga soprattutto da chi solitamente è gran cultore delle regole, e che magari contribuì pure a scriverle. Il nostro statuto non lo ha scritto Bersani. Il punto è che queste regole corrispondono ad una idea di partito democratico che condivido e che è il presupposto della mia militanza. Senza di quelle stiamo in un’altra casa, con porte aperte per chi viene e per chi va. Quanto alla tardività di questa riflessione, dopo che i motori sono già stati accesi, penso che finchè non ci si è caduti nel burrone si è sempre in tempo per cercare di evitarlo. Riassumendo: chiunque si può candidare alle primarie di coalizione, ma il candidato del PD non può che essere il segretario. Infine penso non si debba derogare neppure alla norma che prevede l’incandidabilità a parlamentare dopo tre mandati: anche in questo caso le ragioni che ci indussero a votarla sono tuttora più che attuali. Chi dovesse così rinunciare alla candidatura saprà certamente servire il partito ed il Paese in altre forme.

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Di ritorno dall’Assemblea nazionale

Doveva essere il momento di lancio della proposta del PD per il governo del Paese, a poche ore di distanza dall’annuncio del ritorno in campo del Cavaliere (cosa alla quale personalmente non credo, alla fine se la darà a gambe, magari andasse anche lui al PSG….).Purtroppo è finita diversamente. Soprattutto i media ne hanno trasferito un altro significato.
Eppure abbiamo trovato un’intesa sulle principali questioni politiche discusse.
Primo: la natura del PD, partito progressista che si deve alleare al centro o partito di centro-sinistra che contiene già in sè la sintesi? Dilemma che riecheggia le discussioni filosofiche medioevali sulla natura delle cose; conclusione: il PD non può essere ridotto in categorie del passato ma non è neppure autosufficiente. Tutti d’accordo quindi alla fine che sia baricentro di una nuova alleanza, aperta alla società prima ancora che alle sigle di partito.
Seconda questione: continuità o discontinuità rispetto al governo Monti? Altro falso dilemma. L’esperienza Monti nasce per gestire un’emergenza. Noi dovremo cambiare l’Italia. Missioni diverse, non contrapposte.
La proposta di lavoro di Bersani ha convinto ed è stata approvata a larghissima maggioranza.
Il brutto è capitato dopo. Frutto, a mio avviso, di un duplice errore, da parte di chi ha gestito la presidenza e dei proponenti gli ordini del giorno non messi in votazione.
Non è facile gestire assemblee così numerose. Non è nemmeno giusto far votare ordini del giorno che i più non conoscevano, non essendo stati preventivamente distribuiti.
Occorreva però uno sforzo da parte di tutti per fare in modo che alla fine non risultasse vincitore tizio o caio, che i media non dessero spazio, come sempre, alle liti piuttosto che ai ragionamenti.
Alla fine non ha prevalso il merito delle cose ma i regolamenti. Il che, in politica, non è mai un bene.
Nonostante questo ora mettiamoci al lavoro, l’occasione è troppo importante.

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Aria nuova anche in Brianza

La provincia di Monza e Brianza è stata per l’ennesima volta al centro della cronaca giudiziaria nei giorni scorsi per i provvedimenti che hanno interessato figure di primissimo piano del PDL locale. Non è la prima volta e non è detto che sia finita qui. Da quanto trapela dagli atti giudiziari il sistema di corruzione era diffuso ed ha permeato diversi centri di potere. Ferme restando la necessità di attendere l’esito delle indagini e le responsabilità individuali non è possibile però ridurre il tutto a vicende personali.
Qui è chiamato in causa l’intero partito di maggioranza relativa, di cui uno degli arrestati è stato fino a poco tempo fa il plenipotenziario locale. E’ chiamata in causa la Lega, alleata compiacente e fedele di questo sistema di governo. E’ chiamato in causa il presidente della Provincia che ha affidato incarichi importanti e fiduciari nella propria giunta a membri della cricca e non può astenersi dall’assumere la responsabilità politica delle sue scelte. La giovane provincia di Monza è partita davvero male: tre assessori si sono dovuti dimettere per guai giudiziari. Come potremo continuare a fidarci di un piano di governo del territorio il cui estensore è stato arrestato proprio in relazione ad affari su alcune aree importanti in comuni della provincia?
C’è bisogno di aria nuova, di un cambiamento radicale, che ridia ai cittadini la convinzione che c’è anche una politica diversa, onesta e competente. Come quella che ha portato i cittadini di Desio ad eleggere un nuovo sindaco, Roberto Corti, che ha avviato una operazione di risanamento profondo in una città che rischiava di essere famosa solo per il malaffare e che oggi è invece simbolo di legalità.
La prossima primavera questo cambiamento può interessare altre città. Innanzitutto il capoluogo Monza, e Lissone. In entrambi questi centri domenica 22 gennaio si tengono le primarie per la selezione del candidato sindaco del centro-sinistra. E’ una grande occasione di riscossa civica, di segnale che anche la Brianza è pronta a voltare pagina e lasciarsi per sempre alle spalle una stagione che non rimpiangeremo.

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