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Cop21, Braga: “Con il ritiro degli Usa da accordi sul clima, Trump non fa gli interessi del suo Paese”

clima“La decisione del presidente Usa Donald Trump di non onorare più gli impegni per il contrasto al cambiamento climatico assunti alla Cop21 Parigi dal suo predecessore Barack Obama, ipotizzando future rinegoziazioni, è miope e non è favorevole agli stessi interessi economici degli Stati Uniti: prima economia mondiale e tra i principali emettitori di gas a effetto serra del pianeta”. Lo afferma l’on. Chiara Braga, deputata del Partito democratico e già componente della Delegazione ufficiale del Parlamento italiano che partecipò, nel dicembre 2015, ai negoziati Onu sul clima alla Cop21 di Parigi.
“È infatti chiaramente noto che in tutti i paesi avanzati l’economia verde, assieme alle importanti azioni di tutela dell’ambiente, sia ‘labor intensive’ – prosegue l’on. Braga -. Infatti, mentre i settori tradizionali dell’economia diventano sempre più meccanizzati e richiedono meno lavoro per produrre, la green economy, oltre a creare ricchezza e innovazione tecnologica sostenibile, dà buone opportunità di generazione di posti di lavoro. Di più, oggi tutelare l’ambiente ha anche un grande valore geopolitico. Si pensi alle tensioni per il  controllo dell’acqua, alla ricerca di terre rare o da coltivare, alle migrazioni per cause climatiche. Giusto quindi proseguire con una stretta collaborazione tra Unione europea, Cina e India per tenere in vita la sfida del futuro della terra data dagli Accordi di Parigi, onorando quanto sottoscritto contro il riscaldamento globale grazie al taglio delle emissioni climalteranti, con l’auspicio che il nostro Continente, pur nelle difficoltà attuali, mantenga la sua leadership nelle tecnologie green, di cui l’Italia è grande esempio”.

 

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Carta d’intenti – Italia. Bene Comune – Patto dei democratici e progressisti

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha presentato e firmato la “Carta d’intenti per il patto dei democratici e dei progressisti”. “L’Italia ce la farà se ce la faranno gli italiani. Se il Paese che lavora, o che un lavoro lo cerca, che studia, che misura le spese, che dedica del tempo al bene comune, che osserva le regole e ha rispetto di sé, troverà un motivo di fiducia e di speranza. L’Italia perderà se abbandonerà l’Europa e si rifugerà nel suo spirito corporativo, se prevarrà l’interesse del più ricco o del più arrogante. Se speranza e riscatto non saranno il capitale di un popolo ma scialuppe sole per i furbi e i meno innocenti.

Questa Carta d’Intenti vuole descrivere l’Italia che ce la può fare, che ce la può fare ricostruendo basi etiche e di efficienza economica; che ce la può fare con uno sforzo comune in cui chi ha di più dà di più. Sappiamo che la politica ha le sue colpe. E che quanto più profonda si manifesta la crisi, tanto più le classi dirigenti devono testimoniare il meglio: nella competenza, nella condotta, nella coscienza. Questo sarà il nostro impegno e la bussola per il nostro compito. Con la stessa sincerità, diciamo che non siamo tutti uguali. Non sono uguali i partiti, le persone, le responsabilità. Gli italiani sono finiti dove mai sarebbero dovuti stare perché a lungo sono stati governati male. Noi vogliamo chiudere quella pagina e aprirne un’altra.

L’Italia , come altre grandi nazini, è immersa nella fine drammatica di un ciclo della storia che aha occupato l’ultimo trentennio. La gravità del quadro elimina molte certezze. Ma sono proprio le grandi rotture a dettare le regole del futuro. Nel senso che da una crisi radicale non si esce mai come si è entrati. La sfida è spingere quel mutamento verso un progresso e un civismo più solidi, retti, condivisi. Davanti a noi, adesso, c’è una scelta di questo tipo: se batterci per migliorare tutti assieme o rinunciare a battersi. Se credere nelle risorse del Paese o affidarsi alle risorse di uno solo. Se unire le energie disponibili e ripensare assieme l’Europa, o attendere che altri scelgano e dicano per noi.

Volgiamo dunque proporre la traccia di una discussione aperta sull’Italia attorno ad alcune idee fondamentoli. Cerchiamo un patto con le forze poltiche democratiche, progressiste e di una sinistra di governo, con movimenti e associazioni, con amministratori, con ogni persona e personalità che voglia contribuire a un progetto per uscire da una crisi senza eguali nella nostra memoria. L’Italia è in grado di uscirne ma deve avere più fiducia nei suoi mezzi e meno paura del viaggio che dobbiamo fare. Non è più tempo di “contratti”, promesse, sogni appesi a un filo. Adesso è tempo di ripartire. Perché il peggio può essere alle nostre spalle. Se lo vogliamo”.

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Tre punti per ripartire

Abbiamo davanti un anno arduo e non semplice da interpretare. Vale forse la pena di “progettarlo” un po’, togliendo di mezzo un eccesso di fatalismo. Vorrei cominciare con qualche prima idea.

1. La scena si apre sull’Europa. Fino ad ora le decisioni sono state deboli. L’agenda da qui a marzo di per sé non rassicura. Nelle opinioni pubbliche è ancora dura come il marmo quell’ideologia difensiva e di ripiegamento che le destre europee hanno coltivato, ricavandone inutili vittorie, e che i progressisti non hanno potuto o saputo contrastare, ricavandone larghe e dolorose sconfitte.

Inutile illudersi. O si mette in comune rapidamente e seriamente la difesa dell’Euro (vincoli di disciplina, strumenti efficaci e condivisi contro la speculazione e per la crescita, politiche macroeconomiche coordinate) o sarà il disastro. Se davvero l’Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata, allora è troppo grande anche per stare zitta. È tempo che ciascuno di noi faccia la sua parte in Europa; il Partito Democratico sta lavorando per la piattaforma comune dei progressisti europei. Ma è tempo anche di fare qualcosa assieme, qui in Italia. Governo e forze politiche possono determinare una posizione nazionale. Il Parlamento (che non esiste solo in Germania!) può articolarla e assumerla. Il nostro Presidente del Consiglio può interpretarla e gestirla al meglio. Le idee ci sono e vedo su di esse la possibilità di una larga convergenza.

Il biglietto da visita delle nostre idee in Europa potrebbe essere così concepito: noi continueremo le nostre riforme e ci riserviamo ogni ulteriore iniziativa per rafforzare la nostra credibilità. Ma non faremo più manovre. A chi raggiunge il 5% di avanzo primario che cosa altro si può chiedere? Nel caso, nessuno pensi di trattarci come la Grecia. Come si diceva, siamo troppo grandi e quindi parecchio ingombranti. Se ne tenga conto.

2. Torniamo qui ai nostri compiti. Salvare l’Italia significa, al concreto, contrastare la recessione, produrre crescita e occupazione, dare una prospettiva alla nuova generazione. Salvare l’Italia è possibile solo se cambiamento e coesione si danno la mano. Se coesione e cambiamento diventassero un ossimoro, non ci sarebbe speranza.

L’azione di governo deve dunque possedere un metodo fondamentale e un fondamentale messaggio. Quanto al metodo, emergenza e transizione pretendono una forma particolare di dialogo sociale tale da sollecitare partecipazione e corresponsabilità, salvaguardando comunque la decisione tempestiva. Si può fare e, a parer mio, si deve fare.

Ma voglio sottolineare in particolare il metodo politico. Il Governo troverà la sua forza in un rapporto stabile, permanente e ordinato con i Gruppi Parlamentari; un rapporto da allestire anche nella fase ascendente delle decisioni. Si parli di mercato del lavoro, o di liberalizzazioni, o di politica industriale, di pubblica amministrazione, di immigrazione, di Rai e di cento altri temi, esistono in Parlamento, da ogni lato, idee inevase da anni e non necessariamente divisive.

Dica il Governo il suo piano di lavoro, raccolga dal Parlamento orientamenti e idee e avanzi quindi le sue decisioni e le sue proposte. Noi non pretendiamo il cento per cento di quel che faremmo, e così sarà per gli altri. Ma la trasparenza e la chiarezza servono a tutti. Quanto al messaggio fondamentale, se nell’emergenza è in gioco il comune destino del Paese, si deve innanzitutto promuovere un’idea di comunità degli italiani. Ci si ricordi allora che la solidarietà è la materia prima di una comunità, è ciò che la distingue da una accozzaglia anarchica di interessi.

Se vogliamo farcela, tutti assieme, i riflettori vanno dunque puntati su chi è più in difficoltà. Bisogna predisporre l’aiuto a chi sta vivendo e vivrà le condizioni più difficili, come l’assenza di lavoro, l’insufficienza di reddito o una disabilità abbandonata. Su questo, non ci siamo ancora. Occorre fare di più, cominciando col cancellare qualche inutile asprezza di alcune misure già adottate che suscitano un giusto risentimento.

3. La grande parte delle forze politiche e parlamentari si dichiarano interessate e disponibili ad una iniziativa di riforma delle Istituzioni e della politica. Il Presidente della Repubblica la sollecita autorevolmente. È evidente che un simile percorso significherebbe stabilità per il Governo e maggiore credibilità della politica e delle Istituzioni nella prospettiva della nuova legislatura.

Sto parlando della già avviata adozione di parametri europei nei costi della politica, di riduzione del numero dei Parlamentari, di riforma del bicameralismo, di radicale aggiornamento dei regolamenti parlamentari e, alla luce delle prossime decisioni della Corte, di riforma elettorale. Su tutto questo esistono proposte e appaiono possibili convergenze significative.

Si intende fare sul serio? Intendiamo davvero passare dalle parole ai fatti? Questo pronunciamento tocca innanzitutto ai segretari dei partiti, ovviamente non solo a quelli che hanno votato la fiducia al Governo, ma a partire da loro. C’è poco tempo ed è quindi ora di prendersi impegni pubblici, espliciti e dirimenti.

I tre punti che ho segnalato dovrebbero essere, a parer mio, l’agenda di gennaio. Infine una parola per chi, nel gioco ormai stucchevole fra tecnica e politica, si predispone a promuovere, chissà in quali forme nuove, l’edizione 2012 dell’antipolitica. L’Italia ha già dato.

Per quello che ci riguarda il Partito Democratico ha compiuto un gesto propriamente politico, trasparente e generoso, nel sostenere questa transizione e si predispone ad offrire agli elettori, quando sarà il momento, una proposta riformista e democratica di ricostruzione, alternativa al decennio populista.

Siamo pronti a riconoscere in termini nuovi i codici e i limiti della politica. Anche in questo difficile passaggio, tuttavia, siamo convinti di poterne rafforzare la dignità e l’indispensabile ruolo.

Pier Luigi Bersani

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Crisi: è giusto che ogni politico comasco si assuma le proprie responsabilità

«Riteniamo sia giusto e comprensibile l’appello lanciato in questi giorni dalle quattordici associazioni comasche, anche e soprattutto per quanto concerne il richiamo ad una maggiore presa di responsabilità da parte della classe politica locale». Così l’On. Chiara Braga e il consigliere regionale del Pd Luca Gaffuri commentano l’intervento riportato quest’oggi dai quotidiani comaschi con il quale le associazioni lariane chiedono al mondo politico nazionale e provinciale di attivarsi al fine di uscire dall’attuale situazione di stallo che rischia di compromettere sempre di più il tessuto produttivo lariano e la sua popolazione.

«Tutti coloro che hanno incarichi istituzionali devono farsi carico delle proprie responsabilità – sottolinea l’On. Chiara Braga – anche se è doveroso sottolineare che l’immobilismo ed il sostanziale fallimento di obiettivi importanti pesano soprattutto sulle spalle di chi è stato chiamato a governare il nostro territorio nell’ultimo decennio. L’assunzione di responsabilità e la disponibilità a lavorare insieme, comunque, non mancheranno, così come non sono mai venute meno in passato».

I due politici comaschi, però, rivolgono il loro sguardo anche al prossimo futuro: «Il 2012 sarà caratterizzato da diversi ed importanti appuntamenti elettorali per Como e per la sua Provincia – rilevano -. Potranno dunque rappresentare anche l’occasione per dare un segnale di discontinuità dai modi di governare il territorio lariano fin qui succedutisi. Noi lavoreremo per costruire una valida alternativa che sia in grado di dare risposte adeguate alle richieste che oggi il mondo economico e sociale di Como e provincia hanno espresso in forma unitaria».

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