Italia-Svizzera un percorso da costruire

“Italia e Svizzera prendono atto con soddisfazione che la questione del blocco dei ristorni dei frontalieri è risolta. L’ordine di pagamento è stato dato”, si è sciolto così, con la lettura di queste brevi parole affidate ad una nota ufficiale diramata lo scorso 9 maggio 2012 dal segretario di Stato Michael Ambuhl, capo della SFI, Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, e dall’ambasciatore Carlo Baldocci, il delicato nodo dei ristorni frontalieri. E con la precisione che le è propria, la Confederazione elvetica ha subito provveduto a versare nelle casse italiane i rimanenti 28 milioni di franchi , 23 milioni di euro, cioè la metà dei 56 milioni di franchi dovuti dalla Svizzera all’Italia per l’anno 2010 a titolo di ristorni.  

Porre alla Svizzera come “condizione preliminare, rispetto a ogni utile obiettivo di comune convergenza, la risoluzione di controversie aperte, in particolare quella relativa al blocco da parte svizzera dei ristorni dei lavoratori frontalieri” è stata la chiave, il grimaldello che ha permesso al tempo stesso di ricondurre al dialogo, interrotto da mesi,  lo Stato italiano e la Confederazione elvetica, e di  ridare ossigeno a tutti i Comuni italiani di confine che ora possono ricevere le quote dei ristorni spettanti e continuare ad erogare servizi pubblici per i propri cittadini. In questo quadro complesso, composto da temi delicati in cui gli interessi in gioco sono molteplici e ingenti: doppia imposizione, indennità di disoccupazione, ristorni fiscali, parità salariale per stare solo alle questioni più strettamente legate ai lavoratori. I molti interventi in sede istituzionale dei rappresentanti del Partito democratico (ma non solo), hanno teso a ricercare la riapertura dei negoziati e dunque, a esortare la ripresa dei rapporti diplomatici, e a tenere aperto il confronto, sollecitando prese di posizione con il Governo Berlusconi prima e Monti poi, su più fronti.

Sullo sfondo si staglia la richiesta elvetica che vorrebbe spingere e l’Italia ad accettare una revisione delle direttive in materia fiscale e finanziaria. L’obiettivo nemmeno tanto velato, è quello di chiudere con l’Italia un accordo analogo a quelli già stipulati con Germania, Regno Unito e Austria. Ma è bene ricordare che la situazione delle province italiane confinanti con la Svizzera, ed in particolare della realtà comasca, presenta delle peculiarità che non possono essere ignorate, a partire dalla consistenza numerica della forza lavoro frontaliera: l’8 per cento degli occupati comaschi lavora in Canton Ticino e produce un reddito di 600 milioni l’anno. E in ogni caso ogni trattativa possibile tra le parti, non può pensare di sacrificare il sacrosanto ed irrinunciabile principio per il nostro Paese del contrasto all’evasione fiscale.

Con la svolta avvenuta le scorse settimane dello sblocco dei ristorni, si sono create le basi per riaprire un dialogo tra Italia e Svizzera. Tuttavia il percorso per un accordo Svizzera-Italia è tutto ancora da costruire. La ripresa delle trattative e di un raffronto completo su tutte le questioni rimaste sinora aperte, segna in ogni caso un passo in avanti rispetto al muro contro muro fatto registrare fino a qualche tempo fa. La speranza è che l’istituzione di questo gruppo di pilotaggio possa lavorare serenamente per risolvere al meglio le delicate questioni del lavoro frontaliero, finanziarie e fiscali ad oggi lasciate in sospeso e così rilevanti per il destino del nostro territorio”. 

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