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Basta con la speculazione alimentare. E anche questo può essere Expo.

 

 

Borghetti (PD): “Expo: per nutrire il Pianeta, in Lombardia diciamo basta alla speculazione alimentare”


Il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato oggi all’unanimità, nell’ambito dell’Assestamento al Bilancio per l’esercizio finanziario 2012 e al Bilancio pluriennale 2012/2014, l’Ordine del Giorno di adesione alla campagna “Sulla fame non si specula”, promossa da ACLI, Action Aid, Comitato Afro, Pime, Unimondo, settimanale Vita, con l’adesione di numerose altre sigle quali Coldiretti, Acra, Altis, Banca Etica, Casa della Carità, Cesvi, CoLomba, Intervita, Link 2007, Ipsia, Ctm Altromercato, Legambiente, Mani Tese, Slow Food, Terre di Mezzo, Volontari per lo sviluppo, WWF.

 

Soddisfatto il consigliere regionale Carlo Borghetti, che aveva proposto l’Ordine del Giorno: 

“Non dobbiamo dimenticare che il tema di Expo 2015 è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, e Regione Lombardia, che promuove Expo, non può essere indifferente al tema della fame nel mondo: sono 925 milioni nel mondo le persone che quotidianamente ne soffrono o che sono malnutrite – afferma il consigliere Borghetti - Per questo ho chiesto e ottenuto non solo l’adesione di Regione Lombardia alla campagna “Sulla fame non si specula”, ma anche la garanzia alla trasparenza sui prodotti finanziari utilizzati dalla Regione, in modo che  nella gestione della propria liquidità l’ente non faccia ricorso a prodotti finanziari derivati, legati in qualsiasi modo a materie prime agricole (commodities)”.

 

Per informazioni sulla campagna consultare www.sullafamenonsispecula.org

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Poveri pur avendo un lavoro: sono sempre di più…

Lunedì, 14 novembre 2011- La Caritas Ambrosiana ha presentato nei giorni scorsi a Milano il decimo Rapporto dell’Osservatorio diocesano della povertà e delle risorse, basato sui dati relativi agli utenti dei suoi servizi nel 2010.
Uno degli elementi che emerge, e che non può non far riflettere, è l’aumento dei cosiddetti working poors, di chi cioè ha un lavoro, ma non riesce comunque ad arrivare a fine mese: queste persone sono passate in tre anni dal 30 al 50% degli utenti.
Il dato è davvero allarmante: non solo la disoccupazione dilaga, ma spesso non basta più il lavoro anche quando c’è… non è più sufficiente avere un’occupazione per potersi considerare al riparo dalla povertà.
I working poors sono uomini, non più solo donne (come più frequente, in passato), italiani e non più solo stranieri, precari o con stipendi “da fame”.
Del resto dal Rapporto Annuale 2011 sul lavoro redatto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) della quale fanno parte i 32 paesi più industrializzati del mondo, è emerso che i salari italiani sono tra i più bassi dell’area e sono sotto la media dell’Eurozona e dell’intera Unione Europea. Il salario medio in Italia e’ di 36.773 dollari l’anno contro una media Ocse di 48.488 dollari, una media dell’Eurozona di 44.904 dollari ed una media dei 27 paesi dell’Unione Europea di 41.100 dollari. Le retribuzioni medie italiane sono ben lontane da quelle di Francia (46.365 dollari), Germania (43.352 dollari) e Gran Bretagna (47.645 dollari) e addirittura la metà, o meno, di quelle pagate in media in Danimarca (68.280 $) e Norvegia (72.237 dollari).
Nel rapporto Caritas si rileva anche come “rispetto ad altri paesi Ocse, in Italia il sistema di tasse e trasferimenti gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro”. E poi si legge che “grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni di reddito disponibile famigliare superiori a quelle osservate negli altri paesi Ocse. Ciò capita a causa della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali”. In altre parole, cassa integrazione e contributi occasionali non bastano certo, e le famiglie sono costrette ad usare i risparmi, fin quando ce n’è.
Ridare ossigeno a queste persone, riformando il sistema del lavoro e degli ammortizzatori sociali, deve essere tra le priorità del Governo Monti che si sta componendo in queste ore: l’Italia deve uscire dalla crisi e ridurre il debito, certo, ma deve anche tornare a crescere e a far girare l’economia, e questo non può accadere con così tante persone in povertà. La soluzione non può essere una liberalizzazione del mercato del lavoro senza garanzie: non ci può essere davvero crescita senza una maggiore equità.

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Con le spese militari di un anno si dimezza la povertà nel mondo: perché non provare a ridurle almeno un po’?

Lunedì, 6 novembre 2011- Aprirà a Milano il 18 novembre la terza edizione di Science for Peace, conferenza mondiale, ideata da Umberto Veronesi, che si pone gli obiettivi di diffondere la cultura della pace, superare le tensioni tra gli Stati e ridurre le spese militari. All’appello hanno aderito quest’anno 21 premi Nobel e moltissime personalità mondiali della politica, della scienza e della cultura. Per capire meglio di cosa stiamo parlando ci vengono in aiuto i numeri: l’australiano Institute for Economics and Peace, con il suo Global Index of Peace, ha calcolato che nel 2010 un mondo senza guerre avrebbe risparmiato più di 8 mila miliardi di dollari. L’entità delle cifre fa rabbrividire: con 2,7 milioni di dollari, ad esempio, si può comprare un sottomarino Virginia o fornire un anno di cure per 7,5 milioni di madri sieropositive, 89 milioni di dollari è il costo di un missile Trident, ma anche il prezzo di 8,9 milioni di trattamenti contro la tubercolosi…Science for Peace ha aderito alla campagna promossa da Sbilanciamoci.org, Rete disarmo e Tavola della pace, denominata “Stop F-35” (e mi tornano alla mente gli appelli degli anni ‘70 di Raoul Follerau, che chiedeva a USA e URSS di rinunciare a due cacciabombardieri per sconfiggere la lebbra nel mondo…): il Governo italiano ha sul tavolo dalla fine del 2009 la decisione dell’acquisto di oltre 130 aerei d’attacco Joint Strike Fighter F-35. Detto in soldoni si tratta di 15 miliardi di euro, con cui si potrebbero costruire 3000 asili nido (1 miliardo di euro), mettere in sicurezza 1000 scuole (3 miliardi di euro), installare 10 milioni di pannelli solari (8,5 miliardi di euro), ristrutturare L’Aquila (2,5 miliardi di euro): queste le proposte fatte dalla campagna, ma le destinazioni potrebbero essere le più diverse, visto il momento di crisi sociale ed economica che stiamo vivendo, o visto la cronaca dei drammatici disastri ambientali di questi giorni, per esempio. Secondo il Rapporto dell’Istituto nazionale di ricerche per la pace di Stoccolma, l’Italia è al decimo posto nel mondo per spese militari: riflettiamo se sia giusto spendere 37 milioni di dollari (cifra risalente al 2010) in spesa bellica, o se invece non sia meglio ridurre con forza risorse così ingenti, a vantaggio delle necessità vere del Paese, includendo, beninteso, anche il sostegno alle attività che le nostre Forze Armate svolgono per la sicurezza e l’ordinata convivenza delle nostre comunità.

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