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Beni confiscati alle mafie: una miniera che lo Stato lascia deperire.

BENI CONFISCATI ALLE MAFIE: UNA MINIERA CHE LO STATO LASCIA DEPERIRE…
È a dir poco desolante leggere oggi i risultati dell’inchiesta sulle aziende confiscate alle mafie dal 1982 ad oggi, basata sui dati dell’Agenzia del Demanio e dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
È incredibile che delle 1663 aziende sequestrate per mafia, dal 1982 a oggi, solo 35 risultano in attivo o in pareggio.
E la “colpa”, come tutti possiamo immaginare, è troppo spesso della burocrazia e del disinteresse.
Si dice che la mafia sia la prima economia in Italia e poi non si è in grado di far sopravvivere queste aziende e i motivi sono presto detti: il tempo che passa dal sequestro di un bene alla confisca, dalla sua destinazione all’assegnazione definitiva, è enorme, si va dai cinque ai nove anni. E in tutto quel tempo se si tratta di un’azienda agricola il terreno lo si ritrova abbandonato e le altre aziende, invece, si trovano fuori dal mercato, con i dipendenti a casa, le banche che revocano i fidi e i fornitori che chiedono il rientro dei crediti.
E il fenomeno ci riguarda da vicino: la Lombardia è quarta nella classifica delle confische, con 216 aziende, dopo la Sicilia con 621, la Campania con 332 e la Calabria.
Alcune proposte per il futuro arrivano dal presidente di Flare (la rete europea di associazioni contro il crimine organizzato): la presenza di amministratori giudiziari competenti che programmino piani a medio e a lungo termine per le aziende confiscate, il sostegno alla legge d’iniziativa popolare per la tutela di tutti i dipendenti delle aziende sotto confisca e per garantire loro gli stessi diritti di tutti gli altri lavoratori dei settori in crisi, l’utilizzo del contante sequestrato per reinvestirlo nelle attività dove si registrano le sofferenze.
Altre indicazioni arrivano da Unioncamere e Libera, che dopo un monitoraggio hanno rilevato che gli interventi più urgenti per queste aziende sono: istituire strumenti di finanza agevolata e di incentivazione fiscale, introdurre facilitazioni contributive per il mantenimento dei dipendenti, prevedere un welfare per ricollocare i lavoratori in caso di chiusura dell’attività, sostenere con aiuti la nascita di cooperative, destinare una quota del Fondo nazionale di garanzie per le PMI anche alle associazioni che gestiscono beni confiscati alla criminalità.
Insomma gli spunti non mancano e potranno essere utili sia per il nuovo governo nazionale che per quello regionale: la lotta alla mafia deve passare davvero dalle parole ai fatti!
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