Archivi del mese: febbraio 2012

Giornata 2012 Malattie rare: dov’è finito l’impegno di Regione Lombardia?

29 febbraio, Giornata delle malattie rare. La data non è stata scelta a caso: un giorno “raro”, il 29 febbraio, che capita una volta ogni quattro anni. Lo slogan per il 2012 è “Rari, ma forti insieme”.
In Italia i malati sono circa 2 milioni, e le malattie ufficialmente censite 485 (per le quali valgono quindi le esenzioni previste dal Servizio Sanitario Nazionale), anche se, nel mondo, sono 8.000 le patologie rare individuate e ogni settimana se ne scoprono 5 nuove.
Attualmente il Registro delle malattie rare è in capo all’Istituto Superiore di Sanità, che raccoglie i dati provenienti da quasi tutte le Regioni, anche se manca una vera gestione nazionale del problema, e i disagi di chi ha una malattia rara, e dei famigliari, partono sin dalla difficoltà di una diagnosi (spesso è difficile anche trovare un centro specializzato cui rivolgersi) e proseguono poi con la ricerca delle cure specifiche.
Il Ministro Balduzzi ha dichiarato che nell’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (che danno diritto alle esenzioni) saranno inserite altre 109 malattie rare oltre a quelle già introdotte in passato, ma in realtà questo insieme di malattie risale a una revisione del Registro predisposta sin dal 2008, e mai ufficializzata fino ad oggi, che richiederebbe un ulteriore aggiornamento.
Sul tema è al lavoro anche un gruppo internazionale di esperti, guidato dall’Italia, il cui primo incontro si è tenuto la scorsa settimana all’Istituto Superiore di Sanità, e che terrà il prossimo incontro alla Commissione Europea, a Bruxelles: obiettivo produrre entro un anno un manuale utile ai paesi Ue per redigere linee guida nazionali sulle malattie rare.
Nel luglio scorso avevo presentato un Ordine del Giorno, approvato dal Consiglio regionale, chiedendo alla Giunta Formigoni di integrare autonomamente l’elenco delle malattie rare con quelle già riconosciute dal Centro di Coordinamento Regionale per le Malattie Rare, prevedendo l’assegnazione di un Codice di Esenzione dai ticket per quelle patologie.
Ma a oggi tutto tace…
 

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Sono oltre 2 milioni i pensionati poveri in Italia

E’ stata presentata a Roma la Seconda Indagine nazionale dell’Auser sulla condizione sociale degli anziani, dalla quale emerge quanto la loro situazione sociale ed economica in Italia sia peggiorata a causa della crisi e delle ultime manovre finanziarie.

E’ stato calcolato che una volta che la manovra del Governo Monti sarà a regime, ci sarà una ricaduta su ogni famiglia pari a 887 euro annui, ai quali bisogna aggiungere la cifra già prodotta dalle precedenti manovre del Governo Berlusconi, che porterebbe il totale a 3.002 euro annui a famiglia.

A questo si sommano anche gli aumenti delle tariffe di luce, gas e benzina che si sono verificate da gennaio. Bisogna tener conto che in base alle statistiche ISTAT, nel 2010 le famiglie italiane composte di soli anziani erano il 28,06% del totale. E i pensionati poveri sono 2,3 milioni, una cifra che purtroppo sappiamo crescerà: nel 2011, in base ai dati INPS, sul totale di 5.269.493 pensioni di vecchiaia, circa il 52% ha un importo inferiore ai 500 euro mensili, e il 78% non supera i 750 euro. Per quanto riguarda invece le pensioni di anzianità, più del 30% delle prestazioni non supera la soglia dei 900 euro.

Inoltre dall’indagine emerge che il potere d’acquisto delle pensioni si è
ridotto del 30% negli ultimi anni, il che ha portato a una riduzione dei
consumi e a difficoltà ad affrontare le spese impreviste. Secondo le stime Eurispes citate da Auser, nel 2011 l’81,5% degli anziani indica un deterioramento della propria condizione economica rispetto al 74,8% dell’anno precedente.
I tagli hanno colpito anche i servizi predisposti dagli enti locali:
dall’indagine emerge che nel periodo ottobre 2011 – gennaio 2012, si è registrata una riduzione del 28 % delle proposte di bando dedicate ai servizi per gli anziani.

Le liste di attesa regionali per gli interventi domiciliari per la non
autosufficienza sono in crescita in tutte le Regioni, e anche nell’ambito
del care giving informale c’è una diminuzione delle famiglie, soprattutto anziane, che beneficiano dell’aiuto di queste reti (dal 28,9% del 1983 al 16,7% nel 2009).

Lo scenario che ci si presenta per il 2012, consapevoli ormai che per l’Italia sarà anche un anno di recessione, non è affatto roseo. Gli anziani non possono essere trascurati dalle nuove politiche di Welfare, pena ricadute negative a catena: se le pensioni subiscono modifiche o, in ogni caso, perdono potere d’acquisto, occorre qualche forma di compensazione da parte delle politiche pubbliche, almeno rispetto a chi, tra gli anziani, soffre particolari problemi di salute e di autosufficienza. Ecco perchè torniamo ad insistere con Regione Lombardia sull’implementazione del Fondo Regionale per la Non Autosufficienza.

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A 20 anni da Mani Pulite ecco quanto ci costa la corruzione.

A 20 anni esatti da Mani Pulite la corruzione e il malaffare imperversano in Italia: lo ha detto all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario della magistratura contabile il Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino. L’Italia, secondo i dati, detiene il 50% del giro d’affari della corruzione europea: un record ben triste per il nostro Paese…
La corruzione ci costa qualcosa come 60 miliardi di euro all’anno, il doppio della manovra Monti Salva-Italia (a livello Ue la Commissione ne stima in 120 miliardi l’anno il costo complessivo), ed è un’emergenza nazionale con dimensioni paragonabili solo all’evasione fiscale, calcolata tra i 100 e 120 miliardi, dove solo la Spagna si piazza peggio di noi. Giampaolino ha sottolineato l’importanza di avere una mappatura di  tutti i fenomeni che danneggiano le finanze pubbliche, citando la corruzione nell’ambito dell’attività sanitaria (nel 2011 le procure regionali della Corte hanno disposto risarcimenti per 22 milioni di euro), lo smaltimento dei rifiuti, l’utilizzo di strumenti derivati o prodotti finanziari per arrivare alla costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica e alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. 
Per quanto riguarda l’evasione fiscale è stato riscontrato che l’evasione della sola Iva ammonta al 36%, che è il dato più elevato tra i Paesi europei, ad eccezione della Spagna (il 39%).
Altra importante sottolineatura di Giampaolino, che dovrebbe essere applicata non solo a livello nazionale, ma anche regionale, è la mancanza di verifica a posteriori dell’efficacia degli strumenti usati per migliorare il coordinamento della finanza pubblica e la qualità della spesa.
È il Presidente della Corte dei Conti a ricordarci di quanto bisogno ci sia di uno “scossone”, di un vero e proprio movimento di lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, che parta da ciascuno di noi, dalla Politica, dalla società civile, come è stato per la lotta al terrorismo. Basta! Basta!
L’Italia ne ha davvero bisogno, anche per uscire dalla crisi.

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Fattore famiglia lombardo? Un provvedimento che grava sulle spalle dei cittadini che accedono ai servizi sociosanitari.

La legge sulla compartecipazione degli utenti ai costi dei servizi sociosanitari è stata approvata la scorsa notte dal Consiglio regionale forzando il regolamento, ossia dopo la mezzanotte (orario sino al quale era convocata la seduta) e senza la presenza dell’opposizione, che aveva presentato una pregiudiziale, in Aula. “Una regione che dichiara di avere i conti della sanità in pareggio chiede per prima nel Paese una compartecipazione delle famiglie e dei cittadini alla spesa sanitaria e proprio in un momento di crisi come questo – ha spiegato il consigliere del Pd Carlo Borghetti – . Di fatto nella legge approvata si sancisce il principio che i lombardi pagheranno anche le prestazioni sanitarie che dovrebbero essere garantite universalmente (LEA). Un simile provvedimento regionale presenta diversi aspetti di illegittimità andando a interferire con competenze esclusive dello Stato”.

Il cosiddetto Fattore Famiglia peserà, secondo le opposizioni, sulle spalle delle famiglie lombarde e sugli enti locali, che hanno infatti espresso un parere fortemente negativo così come le parti sociali e il Terzo Settore. “L’obiettivo della maggior equità nella distribuzione dei costi sociosanitari non sarà ottenuto con questa legge che, oltretutto, dovrà essere rivista fra tre mesi quando il Governo avrà approvato, come previsto dal decreto “Salva Italia”, la riforma dell’Isee, cioè dell’indicatore nazionale che determina la compartecipazione”. La legge prevede una sperimentazione di un anno (del costo di 1,5 milioni di euro), che sarà attuata presso solo 15 comuni lombardi, mentre per tutti gli altri 1500 comuni si dovrà attendere un altro anno prima dell’applicazione di nuovi criteri: “E’ la prima volta che si approva una legge prima di conoscere gli esiti di una sperimentazione concepita per definirne i contenuti – ha detto Borghetti – Restiamo convinti che sia necessario aiutare le famiglie lombarde, soprattutto in un momento di crisi come l’attuale, ma questo non può essere fatto a costo zero per la Regione e scaricando i costi sui cittadini e gli enti locali. Perciò torniamo a chiedere il finanziamento del Fondo regionale per la Non Autosufficienza”.

In un articolo ad hoc il provvedimento, tra l’altro, modifica l’organizzazione delle ASP lombarde, con l’eccezione, e questo è l’unico frutto delle forti contestazioni fatte dai sindaci e dai consiglieri di opposizione, delle 6 strutture più piccole. Alla scadenza del mandato i consigli di amministrazione saranno sostituiti da un consiglio di indirizzo, che avrà poteri fortemente ridotti. Il potere gestionale non sarà più del presidente e del consiglio di amministrazione ma passerà infatti nelle mani del direttore generale indicato dalla Regione seppure “d’intesa con il comune”. “Per questa ragione il Pd ha parlato di accentramento da parte della Regione di un patrimonio, come quello delle ASP, che è storicamente legato ai territori di appartenenza”.

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Missione nei campi profughi Saharawi

Da domani, 3 febbraio, a mercoledì 8 prossimo sarò in missione, insieme ad una delegazione guidata da Sara Valmaggi, nei campi profughi Saharawi nel sud dell’Algeria, al confine con il Marocco.
Il popolo Saharawi vive in esilio, nel deserto algerino dell’Hammada di Tindouf, dal 1975, da quando il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola nella quale il popolo viveva, è stato occupato dal Marocco e, in minima parte, dalla Mauritania.
Da quel momento è stato un susseguirsi di lotte per la liberazione, tregue, incontri di pace e ancora lotte.
Nel 1991, grazie all’intervento dell’ONU, il governo marocchino e i rappresentanti del popolo Saharawi hanno firmato un trattato per arrivare alla realizzazione di un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi, per il quale era stata anche messa in atto una missione di caschi blu, la “Minurso”. Ma il referendum non è mai stato fatto: infinite trattative, durate dal 1991 al 2000,  hanno portato a un incontro nel 2000 a Berlino, dove il governo marocchino ha proposto al Fronte Polisario (l’organo di rappresentanza del popolo Saharawi) una soluzione di autonomia per il Sahara Occidentale, ma sotto la sovranità marocchina, per salvaguardare l’integrità territoriale del Marocco.
Il Sahara Occidentale è un territorio molto ricco di fosfati e l’affaccio sull’Oceano Atlantico ha consentito in questi anni al Marocco di incamerare grossi profitti derivati dalla pesca e dagli accordi con le compagnie petrolifere.
I Saharawi, invece, privati del loro territorio, hanno realizzato in questi anni uno “Stato in esilio”, la RASD (Repubblica Democratica Araba Sahrawi), nei campi profughi del deserto algerino, dove 200.000 persone vivono in quattro grandi tendopoli (wilaya), divisi in province amministrative (daira).
Anche noi alloggeremo in una tendopoli, nella Wilaya di Smara, e saremo ospitati da una famiglia.
Visiteremo scuole, ospedali, un centro per disabili e avremo incontri con i rappresentanti del governo ai vari livelli.
Il popolo Saharawi, sorprendentemente, ha realizzato, all’interno dei campi, una società dove è alta la condivisione delle responsabilità, dove le donne hanno un ruolo attivo e sono garantite l’istruzione (la scolarizzazione a livello elementare è praticamente del 100%) e le cure sanitarie.
Questo a dispetto dell’inospitalità del deserto, dove la temperatura in luglio e agosto può superare i 55 gradi e l’acqua scarseggia. 
Negli ultimi mesi è cresciuta la violenza nei confronti della popolazione Saharawi, e la loro causa è ben lungi dall’essere risolta e ascoltata.
Forse il primo passo è tenere alta l’attenzione e raccontare quello che accade, non lasciarli soli, per far sì che la comunità internazionale si senta in dovere di intervenire di nuovo.

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Politiche famigliari: ecco i numeri, oltre le chiacchiere…

Nei giorni scorsi è stata resa pubblica l’indagine campionaria di Bankitalia sui bilanci delle famiglie italiane nel 2010.
Emerge  un’Italia dove è povero un italiano su 6, dove le famiglie hanno visto i loro redditi  scendere sotto il livello degli anni ’90. 
Nel 2010 il reddito di ogni famiglia, in media, al mese, è stato di 2.726 euro (l’indagine sostiene che in termini reali il reddito medio nel 2010 è inferiore del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991). E il dato non può affatto confortare se ricordiamo poi che quando per la statistica tutti mangiano mezzo pollo, in realtà c’è chi ne mangia uno e chi non ne mangia affatto…
Inoltre, altro dato che non può non saltare all’occhio è che anche nel nostro Paese la ricchezza è sempre più concentrata: il 10% delle famiglie più ricche possiede il 45,9% della ricchezza netta familiare totale (nel 2008 era il 44,3 %).
Il reddito familiare medio risulta più elevato per le famiglie con capofamiglia laureato, lavoratore indipendente o dirigente, mentre risulta inferiore per le famiglie residenti al Sud e nelle Isole e addirittura in quelle dove il capofamiglia è straniero il reddito risulta in media inferiore di circa il 45% a quello delle famiglie italiane: su questo, onestamente, Bankitalia ci dà solo conferma di dati ben noti…
I pensionati nell’ultimo biennio hanno visto diminuire il loro reddito dello 0,8 % in termini reali.
È un’Italia, quella che emerge, che ancora una volta vede le fasce più deboli (anziani e stranieri) peggiorare le loro condizioni.
Il governo Monti è entrato nella fase due, si dice che le liberalizzazioni faranno risparmiare le famiglie. Quello che vogliamo è che le liberalizzazioni vadano davvero a colpire i privilegi (magari proprio di quel 10% più ricco) e non chi già fatica ad arrivare alla fine del mese ed è già stato colpito nella “fase uno”.
E auspichiamo anche che nella riforma del mercato del lavoro, necessaria e non più eludibile, soprattutto per garantire un futuro ai giovani, si tenga conto della necessità di coniugare davvero flessibilità, sicurezza e ammortizzatori sociali.
La crisi morde sempre di più e le famiglie non possono più essere lasciate sole. E guai ad offrire alle famiglie provvedimenti “finti”, come capiterà in Regione Lombardia se verrà approvata la legge su quello che il centrodestra (erroneamente) chiama fattore famiglia: non si può infatti scaricare oneri dalle famiglie più disagiate facendo pagare l’operazione alle famiglie “normali”! Non sarebbe una beffa?!

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