Archivi del mese: gennaio 2012

Shoa: fare memoria cambia lo sguardo sull’oggi e sul domani. È questione di coscienza…

Il 27 gennaio 1945 venivano abbattuti i cancelli di Auschwitz. Oggi, a distanza di 67 anni, ricordiamo quel giorno e la tragedia della Shoah: sei milioni di ebrei morirono in Europa in un eccidio senza precedenti nella storia dell’umanità e dopo il quale il mondo non fu più lo stesso.
In Italia la tragedia della Shoah colpì il popolo ebraico con le leggi razziali del 1938 con le deportazioni.
Il Giorno della Memoria, che nel nostro Paese è stato istituito nel 2000 per non dimenticare la Shoah e le altre vittime dei crimini nazisti, vuole essere un monito perché quello che è avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo.
Dietro ai numeri della tragedia ci sono le storie delle singole persone, di chi è morto e di chi è sopravvissuto portandosi dietro il segno del dolore e della crudeltà di cu l’uomo può essere capace.
La Memoria può farci “vivere” quello che non abbiamo vissuto in prima persona e deve essere una bussola per orientare le nostre coscienze, troppo spesso sopite e indifferenti.
Il 27 gennaio ci invita ad essere custodi della memoria, a tenere lo sguardo vivo sugli eventi della Shoah.
La Memoria é strumento per ricostruire la Storia e le storie dei singoli, è strumento per correggere gli errori del passato, è mappa che ci aiuta a orientarci nell’oggi. La Memoria ci dà radici, significati, un aiuto per spiegare e capire il presente e per guardare il futuro che vogliamo.
C’é bisogno di fare una buona “lotta per la Memoria” per contrastare il revisionismo, l’indifferenza e il qualunquismo.
E soprattutto questa giornata deve farci riflettere sull’indifferenza che troppe volte abbiamo di fronte ai massacri dei giorni nostri, come quelli in Ruanda, in Congo, in Kosovo, in Cecenia, nel Darfur…
“Perché non accada mai più!”, dobbiamo far sì che davvero questo imperativo entri nella coscienza di ciascuno di noi. Per non dimenticare e perché la memoria non sia solo un ripiegamento sul passato, ma uno sguardo sull’oggi e sul domani.

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Politiche di sostegno alla famiglia? Toh, la Lombardia brilla poco poco…

Sono stati presentati settimana scorsa a Roma i risultati della ricerca sulle politiche familiari regionali realizzato dalla Cisl in collaborazione con la sua Federazione nazionale dei pensionati. La ricerca ha analizzato gli interventi normativi promossi in 8 regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Campania, Sicilia) e ha utilizzato strumento innovativo di analisi denominato IGF (indice del grado di familiarità) per “misurare” la centralità della famiglia nelle politiche e nei bilanci.
Si tratta di un meccanismo che tiene conto delle risorse impegnate, della la composizione del nucleo familiare, dei servizi offerti e dell’occupazione, attraverso il quale la ricerca è riuscita a distinguere le Regioni pro-family da quelle no-family. E si scopre così che la Lombardia viene classificata come no-family a causa della mancanza di strategie e di un approccio troppo individualista delle norme. Invece, sorpresa, la Sicilia, che impegna meno fondi della Lombardia, rientra tra le pro-family, perché «valorizza la complessità relazionale e non astrae il singolo individuo rispetto al contesto familiare in cui è inserito».
Alla presentazione dell’indagine è intervenuto il Ministro Riccardi che ha annunciato che presto verrà realizzato un piano nazionale di sostegno alle famiglie.
Il ministro ha definito la famiglia come una delle ultime riserve di “gratuità e solidarietà di cui disponiamo”.
Il ruolo svolto dalla famiglia per la coesione sociale e lo sviluppo del Paese è importantissimo, ma è messo a dura prova dalla crisi, dall’aumento dei bisogni e dalla mancanza di adeguate politiche di welfare.
Alcune anticipazioni sul piano per il sostegno alle famiglie che il Ministro sta mettendo a punto: sostegno economico ai nuovi nati, ampliamento del credito per le giovani coppie, politiche attive sugli asilo nido e i servizi alla prima infanzia, niente costi di alcuni servizi per il terzo figlio.
Se la famiglia tornerà al centro delle politiche, dopo gli ultimi anni di proclami vuoti, l’Italia potrà risalire la classifica tra i paesi europei quanto alle politiche famigliari: attualmente il nostro Paese è in coda con l’1,1 % del PIL destinato a interventi in questo campo, contro una media europea del 2,5 %.
Il Ministro Riccardi ha fatto cenno anche all’importanza di politiche per la casa, del sostegno agli anziani e disabili e alla necessità di un miglioramento delle politiche di conciliazione dei tempi per le donne che lavorano e sono madri. La discussione in corso nella Commissione Sanità di Regione Lombardia per una più equa compartecipazione delle famiglie ai costi dei servizi sociali e socio-sanitari può segnare un punto importante anche nella nostra Regione nel sostegno alle famiglie, a patto di non farne una bandiera dietro la quale nascondere scarsità di risorse e una redistribuzione dei costi che si risolve tutta sulle spalle delle famiglie stesse…

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Compartecipazione: no a una legge regionale bandiera che rimarrebbe in vigore solo quattro mesi.

Comunicato Stampa – “No a una legge bandiera sul fattore famiglia che rimanga in vigore solo quattro mesi”. Lo ha chiesto oggi, 18 gennaio, in Commissione Sanità del Pirellone il Partito Democratico, contrario a che si approvi nella prossima seduta un testo sulla compartecipazione degli utenti alla spesa sociosanitaria e sociale che dovrà essere certamente rivisto dopo l’approvazione del decreto di riforma dell’Isee che il Governo, per legge, assumerà entro il 31 maggio, come previsto dal “Salva Italia”. La sperimentazione della legge, inoltre, costerebbe alle casse regionali 1,5 milioni di euro. La proposta de PD è dunque di rinviare a giugno la definizione della nuova legge regionale che dovrà sostanzialmente definire regole di maggior equità per tariffe e rette di servizi quali le Case di riposo, i centri per disabili, l’assistenza domiciliare e gli asili nido.

“È giusto –spiega il consigliere regionale Carlo Borghetti- che le tariffe e le rette siano commisurate alla condizione famigliare dell’utente del servizio con agevolazioni in caso di presenza di persone disabili o non autosufficienti, di condizioni di disoccupazione o di cassa integrazione, e in relazione al numero dei figli e in caso di famiglie con un solo genitore, come abbiamo proposto da tempo con un nostro progetto di legge; siamo anche favorevoli all’avvio di una sperimentazione che ci consenta a tempo debito di approvare una legge regionale che colga davvero l’obiettivo, evitando però che lo sgravio per le famiglie più disagiate ricada sul resto degli utenti, come rischia di accadere con il testo che la maggioranza vorrebbe approvare la prossima settimana”.

Altro punto di forte critica del PD è che il provvedimento all’attenzione della Commissione Sanità è stato integrato con norme che nulla hanno a che fare con la compartecipazione e che riguardano la gestione delle Aziende per i servizi alla persona (ASP) e le nomine in sanità. In particolare prevedono la revisione dei criteri per la nomina dei direttori generali, sanando la mancanza di requisiti a nomina già avvenuta, e introducono la designazione diretta da parte del Presidente della Regione dei direttori generali delle Asp. Il PD ne ha chiesto lo stralcio, presentando una pregiudiziale. “È un pericoloso precedente –dichiara la vicepresidente del Consiglio regionale Sara Valmaggi- e apre la strada a deroghe che mettono in discussione la professionalità di coloro che devono svolgere il delicato ruolo di direttore generale negli ospedali. Ricordiamo che noi, al contrario, abbiamo da tempo depositato un progetto di legge che stabilisce criteri e modalità di scelta più stringenti per l’individuazione dei manager sanitari per evitarne la lottizzazione.”

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Anziani giovani: una risorsa in tutti i sensi.

Mercoledì 18 gennaio a Copenhagen prende ufficialmente il via l’Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni.
Il Sole 24 Ore ha pubblicato alcuni dati, provenienti dall’Università Bicocca di Milano, che possono essere utili per capire l’importanza del tema.
Gli ultra 65enni in Italia sono 12 milioni e 554mila unità (dato di inizio 2012) e alla fine dell’anno ne conteremo 250 mila in più. L’invecchiamento della popolazione in Italia, e in tutto il mondo occidentale, è ormai un fenomeno assodato. Quello che occorre è che la politica si ponga l’obiettivo di gestire il fenomeno, tutelando la qualità della vita delle persone e delle famiglie coinvolte, soprattutto quando all’invecchiamento si accompagna la malattia. 
Una delle strade è quella di promuovere l’invecchiamento attivo: in Italia metà degli attuali 12 milioni di ultra65enni sono classificati come “anziani giovani” (hanno cioè tra i 65 e i 74 anni).
Questa folta fascia della popolazione italiana può essere fondamentale per l’apporto potenziale nell’aiuto all’interno della famiglia (con i bambini, altri anziani del nucleo famigliare, i giovani a cui trasmettere conoscenze) e nel volontariato.
Gli anziani sono dunque un patrimonio sempre più importante per la nostra società attuale, non solo da non escludere, ma anzi da valorizzare.
L’articolo del Sole 24 Ore arriva addirittura ad ipotizzare di ricavare dalla ri-vitalizzazione di questa fascia della popolazione (con un contributo medio annuo al Pil nell’ordine di 5mila euro pro-capite), circa 33 miliardi di euro…
Motivo in più, se necssario, perchè anche Regione Lombardia colga le potenzialità dell’Anno europeo dell’invecchiamento attivo, così come suggerito dalla mozione che ho presentato e che è stata approvata all’unanimità in Consiglio Regionale alla ripresa dei lavori in gennaio.

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Per un’abbondanza frugale: meno PIL, più felicità

Sugli scaffali delle librerie è apparso il nuovo libro di Serge Latouche “Per un’abbondanza frugale”. Latouche è un economista che porta avanti la teoria della decrescita felice, probabilmente solo un’utopia, ma che in questo momento di crisi forse può darci qualche spunto. 
Anche in Italia abbiamo degli esempi di economisti che abbracciano queste teorie, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni, che sostengono l’idea di un’economia “della felicità”.
Si parte dal concetto che la felicità e il benessere di una società non possono misurarsi solo attraverso i consumi e il PIL pro capite, che stima solo la ricchezza ma non considera tantissimi altri valori qualitativi.
Latouche propone come alternativa al modello attuale di società, basata sul consumo e sulla necessità di crescere, una società “conviviale”, che recuperi lo spirito del dono (e qui le parole chiave sono dare, ricevere, ricambiare), i legami sociali basati sull’altruismo, la reciprocità, il rispetto degli altri e dell’ambiente.
Secondo Latouche la vera ricchezza è quella costituita dai beni relazionali, cioè quelli che si fondano sulla reciprocità e la non-rivalità, il sapere, l’amore, l’amicizia. Latouche sostiene che quella in cui viviamo, proprio perché è una società dei consumi, non può essere una società di abbondanza: per continuare a consumare occorre creare (e lo si fa in gran parte con la pubblicità) un’insoddisfazione permanente, creando quindi nuovi “bisogni”.
Latouche propone dei modelli diversi: la decrescita felice e l’abbondanza frugale. 
Il cambiamento di prospettiva  può essere realizzato attraverso le otto «R»: rivalutare, ridefinire, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi otto obiettivi interdipendenti produrrebbero un circolo virtuoso di decrescita serena, conviviale e sostenibile. 
Sono idee affascinanti, probabilmente poco realizzabili su scala globale, ma che certamente possono darci spunti di riflessione significativi sui nostri stili di vita quotidiani, e ricordarci l’importanza delle relazioni e della convivialità per una vita alla fine un po’ più felice, anche con meno PIL.

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Sanità: cosa ci aspetta nel 2012?

Il  Ministro della Sanità Renato Balduzzi ha inviato nei giorni scorsi alle Regioni le sue proposte per affrontare dal 2012 i tagli di finanziamenti del Fondo Sanitario previsti dalla manovra di luglio del governo Berlusconi (da 2,5 miliardi di euro di tagli per il 2013 a 5 miliardi per l’anno successivo). Mi sembra un’agenda di lavoro davvero significativa, su cui ritengo anche il PD debba lavorare con concretezza.
Una prima proposta avanzata dal Ministro è quella di una tassa di scopo su alcol e junk food (cibo spazzatura) per finanziare la costruzione di nuovi ospedali e la manutenzione di quelli esistenti: non è il massimo partire da una tassa, ma gli ambiti individuati mi sembrano condivisibili…
Sempre per recuperare risorse Balduzzi propone la chiusura obbligatoria, o la riconversione, dei piccoli ospedali (meno di 120 posti letto) entro il marzo 2013. Tema nodale, questo, molto interessante e molto complesso, senz’altro da far diventare oggetto di prioritario confronto con le Regioni, partendo dalla considerazione che vanno rispettate le caratteristiche dei territori, perché ritengo non si possa ragionare esclusivamente in relazione alla sola dimensione dei presidi.
Per quanto riguarda i ticket sanitari il Ministro da subito aveva fatto presente di non condividere l’operato del precedente Governo con l’introduzione, l’estate scorsa, dei nuovi ticket su tutte le prestazioni, e ipotizza un sistema che faccia pagare le prestazioni in base al reddito (probabilmente attraverso l’ISEE), garantendo non solo esenzioni per le fasce di reddito più basse, ma anche progressività, e quindi più equità: finalmente! E’ esattamente la battaglia di cui ci siamo fatti portatori in Regione Lombardia come gruppo consigliare PD negli ultimi mesi, trovando purtroppo una Lega e un Pdl totalmente sordi. La progressività in base al reddito nella compartecipazione alla spesa sanitaria e socio-sanitaria da parte dei cittadini è la via maestra da perseguire.
In campo Balduzzi ha messo poi anche  misure per il controllo della spesa farmaceutica (sempre crescente negli anni) e per un uso più appropriato dei farmaci: altro tema bollente sui cui fare finalmente passi concreti.
La discussione di queste proposte dovrà portare a siglare con le Regioni il “Patto per la salute 2013-2015″ entro il 30 aprile 2012. Vedremo.
Il Ministro ha comunque già stabilito il finanziamento del Fondo Sanitario: 107 miliardi per il 2011, 108,7 per il 2012, 109,3 per il 2013 e 110,7 per il 2014. 
La discussione è solo all’inizio e molte Regioni hanno già fatto presente di non concordare su alcune proposte…
A ciascuno, ora, svolgere al meglio il proprio ruolo. Per quanto riguarda il PD, come partito e come rappresentanti nelle istituzioni, non abbiamo dubbi sui criteri da salvaguardare: più rigore e più appropriatezza nella spesa, più equilibrio nella distribuzione delle risorse ai territori, rilancio del sistema pubblico (senza nulla togliere al privato accreditato) a partire dalla qualità del Servizio Sanitario Nazionale in tutto il Paese, ma soprattutto salvaguardia del principio costituzionale dell’universalità dell’accesso alle prestazioni, perché non vogliamo una Sanità che curi le persone sulla base del loro portafoglio, né al Sud, né al Centro, né al Nord, né in Lombardia.

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