Archivi del mese: novembre 2011

Cambia il modello di welfare lombardo?

Domenica, 27 novembre 2011- L’Assessore Boscagli ha illustrato lo scorso 21 novembre alla Commissione Sanità del Consiglio Regionale la parte socio-sanitaria delle nuove Regole di Sistema 2012 che saranno verosimilmente deliberate dalla Giunta Regionale nei primi giorni di dicembre. Il concetto chiave del cambiamento che si prospetta sta nell’espressione secondo cui si passerà “da un sistema basato sull’offerta ad un sistema basato sulla domanda”.
Questo dovrebbe, nell’ottica dell’Amministrazione regionale, favorire la competitività tra le unità di offerta dei servizi e tra le strutture, e aumentare le possibilità di scelta per l’utenza, con un abbassamento delle rette, ma riteniamo che tali obiettivi non siano affatto scontati, e soprattutto c’è da chiedersi se sia effettivamente questa l’esigenza del sistema e la priorità dei cittadini…
Per le unità di offerta residenziali (RSA e RSD, cioè Case di Riposo e Residenze per persone con disabilità) saranno sospesi nel 2012 ulteriori nuovi contratti con le ASL, cioè non saranno attivati nuovi posti letto. Sarà inoltre avviato un percorso di revisione del sistema di classificazione delle persone ospiti delle residenze che chiediamo da tempo, per rispondere meglio a  un’utenza che in effetti è sempre più diversificata e complessa da gestire. A questo proposito abbiamo sostenuto in tutte le sedi che è necessario correlare meglio i contributi regionali destinati alle varie tipologie di ospiti all’effettivo carico di lavoro assistenziale, cosa che oggi non avviene in moltissimi casi.
L’obiettivo della Regione, ormai evidente, di voler redistribuire le risorse attraverso un’ulteriore voucherizzazione (cioè attraverso l’attribuzione di una somma di denaro direttamente al soggetto bisognoso anzichè agli enti gestori) può rischiare di tradursi in un superamento del rapporto diretto tra il sistema sanitario e gli enti gestori carico di rischi per la qualità dei servizi e l’universalità dell’offerta. È un cambio di governance, una rivoluzione, del modello di welfare lombardo che non può essere messo in atto con Delibere di Giunta Regionale senza che vi sia stato prima un vero percorso di partecipazione e di confronto tra tutti i soggetti interessati e competenti, a partire dalle associazioni del settore e dalle organizzazioni sindacali per arrivare ai gestori dei servizi, ovviamente passando per l’espressione degli indirizzi che è propria del ruolo del Consiglio Regionale e delle sue articolazioni, come la Commissione Sanità. 
In uno scenario di risorse sempre più scarse e di bisogni della popolazione anziana e con disabilità che crescono col tempo e al crescere della popolazione stessa, il sistema deve essere cambiato in nome della appropriatezza delle cure, e non certo in funzione dei tagli. Non dimentichiamo, inoltre, che è ancora da capire se davvero sarà ridistribuito (come promesso dalla Regione) tutto il 2% di budget tagliato alle strutture nel 2011: i criteri di redistribuzione del 2% ad oggi definiti, e il budget apposito stanziato, lasciano intendere che a nessuna struttura arriveranno più tutti i contributi tagliati. 
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Nuovo Maestro, nuova orchestra, nuova musica

Lunedì, 21 novembre 2011-  Il neo Ministro Riccardi avrebbe detto che “siamo passati dal Carnevale alla Quaresima”. La metafora non lascia presagire tempi facili, ma il mutamento di persone e di clima sì: abbandonate le barzellette del Cavaliere e un modo di fare che aveva ridotto le istituzioni a luoghi di scarsa serietà, guidate da persone spesso e volentieri poco competenti (…per non dire di peggio), si respira ora aria nuova. Nei suoi discorsi d’insediamento il nuovo Presidente del Consiglio ha sottolineato la centralità del Parlamento, così spesso messo all’angolo dal Governo Berlusconi, che ne scavalcava il ruolo a colpi di fiducia. Monti ha rimarcato che al Parlamento va ridata credibilità, dignità e autorevolezza, da guadagnarsi attraverso l’azione di chi vi siede.
L’Europa, figlia di una storia e di un progetto di uomini lungimiranti, è stata rimessa al centro, dopo esser stata molte volte usata dal Governo precedente come scusa e capro espiatorio per incapacità manifeste.
Tre le parole chiave del discorso del neopremier: rigore di bilancio, crescita ed equità.
Quest’ultima è per noi molto importante, decisiva per ricreare nel Paese fiducia verso le Istituzioni. Monti ha sottolineato che, di fronte ai sacrifici che dovranno essere chiesti agli Italiani, è necessario, per coerenza, ridurre i costi della politica, ed è necessario riformare il sistema pensionistico, eliminando però i privilegi e le disparità esistenti tra giovani e meno giovani e tra le diverse categorie di lavoratori.
E l’attenzione ai giovani e alla riforma degli ammortizzatori sociali entra finalmente tra le priorità del Governo.
Con le leggi ad personam di Berlusconi e i numerosi personaggi in odore di mafia che gravitavano attorno al suo Esecutivo, ora sentir parlare di rispetto delle regole e delle Istituzioni e di lotta all’illegalità e all’evasione fiscale nel nostro Parlamento è sicuramente una boccata d’ossigeno, alla quale -ovviamente- devono seguire presto fatti concreti.
Certo non ci aspetta un periodo indolore, e potremo ritrovarci a criticare alcune scelte del nuovo Governo, ma intanto non possiamo dire che la musica non sia finalmente cambiata in meglio. È il tempo della speranza.

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Crisi, Governo e dito medio

Martedì, 15 novembre 2011- I rettori Ornaghi e Tabellini, Amato, Dini. E’ iniziata la girandola dei nomi di coloro che, in sostituzione ai Ministri uscenti, costituiranno il nuovo Governo tecnico sotto le insegne di Mario Monti. Monti sì, Monti no: l’Italia dei Valori, dopo un no iniziale, ha accolto l’appello del segretario Bersani e ha deciso di appoggiare il nuovo Governo, così come Pd e Pdl, quest’ultimo non senza qualche riserva su nomi e programma. Non così la Lega Nord, che ha deciso di togliersi di dosso i duplici panni di comoda maggioranza a Roma e minoranza lamentosa al Nord. In attesa delle nuove consultazioni, noi tutti possiamo solo augurarci che chiunque vada al Governo sia dotato di grande lungimiranza e si rimbocchi senza indugi le maniche per tirare fuori dalla crisi nera il nostro Paese, senza star qui a discutere su quanto durerà questa parentesi prima che venga ridata la parola ai cittadini. Quel che è certo, è che l’Italia sta attraversando un periodo di instabilità e confusione, sensazioni a cui hanno dato voce i contestatori fuori da Palazzo Grazioli. Le loro grida, i loro slogan non saranno stati il massimo dell’eleganza, è vero (anche perché Berlusconi non è stato sfiduciato, e non sappiamo quanto ancora la sua figura influenzerà il futuro) però siamo tutti esausti, svuotati da un ventennio dove la politica, invece che ripulirsi dalle macchie di tangentopoli, si è sporcata ancora di corruzione e interessi. Proprio l’altroieri, a Roma, la contestazione ha colpito anche il presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni, che ai cori ha pensato bene di rispondere con un eloquente paio di corna seguite da un dito medio alzato verso la folla. E’ dunque questo il rinnovato “stile Pdl”? E’ questa la risposta di un Governatore regionale di fronte agli elettori stufi della vecchia politica? Forse che Formigoni ha deciso di dimostrare che l’alleanza con la Lega in Lombardia continuerà, copiando i gesti e i modi scomposti dei vari Calderoli, Bossi e Borghezio? Sarà. A me Formigoni in questo momento sembra solo un gran maleducato, ben lontano dall’essere all’altezza di governare una Regione come la Lombardia.

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Poveri pur avendo un lavoro: sono sempre di più…

Lunedì, 14 novembre 2011- La Caritas Ambrosiana ha presentato nei giorni scorsi a Milano il decimo Rapporto dell’Osservatorio diocesano della povertà e delle risorse, basato sui dati relativi agli utenti dei suoi servizi nel 2010.
Uno degli elementi che emerge, e che non può non far riflettere, è l’aumento dei cosiddetti working poors, di chi cioè ha un lavoro, ma non riesce comunque ad arrivare a fine mese: queste persone sono passate in tre anni dal 30 al 50% degli utenti.
Il dato è davvero allarmante: non solo la disoccupazione dilaga, ma spesso non basta più il lavoro anche quando c’è… non è più sufficiente avere un’occupazione per potersi considerare al riparo dalla povertà.
I working poors sono uomini, non più solo donne (come più frequente, in passato), italiani e non più solo stranieri, precari o con stipendi “da fame”.
Del resto dal Rapporto Annuale 2011 sul lavoro redatto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) della quale fanno parte i 32 paesi più industrializzati del mondo, è emerso che i salari italiani sono tra i più bassi dell’area e sono sotto la media dell’Eurozona e dell’intera Unione Europea. Il salario medio in Italia e’ di 36.773 dollari l’anno contro una media Ocse di 48.488 dollari, una media dell’Eurozona di 44.904 dollari ed una media dei 27 paesi dell’Unione Europea di 41.100 dollari. Le retribuzioni medie italiane sono ben lontane da quelle di Francia (46.365 dollari), Germania (43.352 dollari) e Gran Bretagna (47.645 dollari) e addirittura la metà, o meno, di quelle pagate in media in Danimarca (68.280 $) e Norvegia (72.237 dollari).
Nel rapporto Caritas si rileva anche come “rispetto ad altri paesi Ocse, in Italia il sistema di tasse e trasferimenti gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro”. E poi si legge che “grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni di reddito disponibile famigliare superiori a quelle osservate negli altri paesi Ocse. Ciò capita a causa della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali”. In altre parole, cassa integrazione e contributi occasionali non bastano certo, e le famiglie sono costrette ad usare i risparmi, fin quando ce n’è.
Ridare ossigeno a queste persone, riformando il sistema del lavoro e degli ammortizzatori sociali, deve essere tra le priorità del Governo Monti che si sta componendo in queste ore: l’Italia deve uscire dalla crisi e ridurre il debito, certo, ma deve anche tornare a crescere e a far girare l’economia, e questo non può accadere con così tante persone in povertà. La soluzione non può essere una liberalizzazione del mercato del lavoro senza garanzie: non ci può essere davvero crescita senza una maggiore equità.

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Facciamo presto

Giovedì, 10 novembre 2011- Un governo di tecnocrati “guidato da un’autorevole personalità esterna” farebbe “rapidamente” scendere a 350 punti lo spread tra Btp decennali e bund. E’ quanto stima la Goldman Sachs in un rapporto dedicato all’Italia, dove vengono previste le ripercussioni sul mercato dei titoli di stato dei diversi possibili scenari successivi alle dimissioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Così si legge in un’Agenzia stampa di questa mattina. Monti ha quindi la “benedizione” dei mercati, oltre che quella del Presidente Napolitano, che ieri ha giocato le sue carte, dimostrando ancora una volta la sua capacità di supplire alla mancanza di guida di questo Paese, nominando l’ex commissario europeo senatore a vita. Lega e IDV si sono già smarcati, dichiarando apertamente di voler fare opposizione e di preferire le elezioni. Sono ore cruciali per il nostro Paese, che davvero sta rischiando molto, i numeri di ieri, di spread e Piazza Affari, non potevano non farci pensare di essere su una strada negativa verso il default. FATE PRESTO, titolava oggi, quasi a mezza pagina il Sole 24 Ore: non c’è più tempo. E non si tratta di compiacere i poteri forti, sia ben chiaro (con Berlusconi non era forse comunque così?!)… Il Pd in questo momento sta dimostrando la sua compattezza e la responsabilità che sente verso il nostro Paese, che necessita di una guida seria e autorevole e di riforme subito. Riforme che sappiano farci riallineare alle richieste europee, che diano credibilità alla nostra economia e ci facciano tornare a crescere. Non sarà facile, ma è il momento, per chi crede nella forza di questo Paese, di dimostrarlo: gli italiani non possono aspettare. Facciamo presto.

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Ma cosa aspetta ancora il Cavaliere?

Martedì, 8 novembre 2011- Mentre scrivo queste poche righe, il Governo italiano è nel caos: fra pochi minuti questo mio post potrà non essere attuale perché la situazione nazionale potrebbe capovolgersi da un momento all’altro. E’ notizia di ieri la dichiarazione del ministro Maroni, che non escludeva e anzi auspicava le dimissioni del premier Berlusconi che, secondo il leghista, “Non ha più la maggioranza con sè”. Da quel momento, e dalle indiscrezioni circolate dalle colonne de Il Foglio di Giuliano Ferrata, una cascata di voci sempre più insistente ha dato per certo l’imminente addio di Berlusconi alla scena politica. Poi, le prime defezioni: alcuni parlamentari del Pdl hanno abbandonato la nave, e anche il ministro Bossi oggi spinge per staccare la spina al Governo. Puntuali le smentite del Premier, più teatrale del solito: “Non mi dimetterò, piuttosto morirò in aula se necessario”, ” è solo gossip” e “Voglio vedere in faccia chi ha il coraggio di tradirmi”. Inutile soffermarsi su queste frasi, che al più possono muoverci a pietà nei confronti di un uomo politicamente alla deriva già da un pezzo. Voglio solo far riflettere su un aspetto della questione, in parte trascurato, ma che non è un semplice dettaglio. Da quando sono circolate le voci delle possibili dimissioni del Premier, le quotazioni della borsa Milanese si sono impennate rispetto al nero inizio in ribasso della giornata. Proprio ciò che accade quando a cadere sono Governi instabili e dittatoriali, non certo democrazie solide. Non basterebbe questo a far rassegnare al Premier le dimissioni, senza aspettare il voto di fiducia?

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Con le spese militari di un anno si dimezza la povertà nel mondo: perché non provare a ridurle almeno un po’?

Lunedì, 6 novembre 2011- Aprirà a Milano il 18 novembre la terza edizione di Science for Peace, conferenza mondiale, ideata da Umberto Veronesi, che si pone gli obiettivi di diffondere la cultura della pace, superare le tensioni tra gli Stati e ridurre le spese militari. All’appello hanno aderito quest’anno 21 premi Nobel e moltissime personalità mondiali della politica, della scienza e della cultura. Per capire meglio di cosa stiamo parlando ci vengono in aiuto i numeri: l’australiano Institute for Economics and Peace, con il suo Global Index of Peace, ha calcolato che nel 2010 un mondo senza guerre avrebbe risparmiato più di 8 mila miliardi di dollari. L’entità delle cifre fa rabbrividire: con 2,7 milioni di dollari, ad esempio, si può comprare un sottomarino Virginia o fornire un anno di cure per 7,5 milioni di madri sieropositive, 89 milioni di dollari è il costo di un missile Trident, ma anche il prezzo di 8,9 milioni di trattamenti contro la tubercolosi…Science for Peace ha aderito alla campagna promossa da Sbilanciamoci.org, Rete disarmo e Tavola della pace, denominata “Stop F-35” (e mi tornano alla mente gli appelli degli anni ‘70 di Raoul Follerau, che chiedeva a USA e URSS di rinunciare a due cacciabombardieri per sconfiggere la lebbra nel mondo…): il Governo italiano ha sul tavolo dalla fine del 2009 la decisione dell’acquisto di oltre 130 aerei d’attacco Joint Strike Fighter F-35. Detto in soldoni si tratta di 15 miliardi di euro, con cui si potrebbero costruire 3000 asili nido (1 miliardo di euro), mettere in sicurezza 1000 scuole (3 miliardi di euro), installare 10 milioni di pannelli solari (8,5 miliardi di euro), ristrutturare L’Aquila (2,5 miliardi di euro): queste le proposte fatte dalla campagna, ma le destinazioni potrebbero essere le più diverse, visto il momento di crisi sociale ed economica che stiamo vivendo, o visto la cronaca dei drammatici disastri ambientali di questi giorni, per esempio. Secondo il Rapporto dell’Istituto nazionale di ricerche per la pace di Stoccolma, l’Italia è al decimo posto nel mondo per spese militari: riflettiamo se sia giusto spendere 37 milioni di dollari (cifra risalente al 2010) in spesa bellica, o se invece non sia meglio ridurre con forza risorse così ingenti, a vantaggio delle necessità vere del Paese, includendo, beninteso, anche il sostegno alle attività che le nostre Forze Armate svolgono per la sicurezza e l’ordinata convivenza delle nostre comunità.

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Come si chiama la 7miliardesima bimba appena nata

Venerdì, 4 novembre 2011- E’ nata in questi giorni in India (ma alcuni sostengono nelle Filippine, secondo le statistiche), la bambina che porta la popolazione mondiale a 7 miliardi. Un mondo abitato da miliardi di persone è una grande sfida, soprattutto in merito alla redistribuzione delle risorse. L’eve…nto simbolico si scontra, infatti, con la realtà dei numeri e con la geo-politica. Joel Cohen, a capo del Laboratorio delle popolazioni della Rockfeller University di New York, sostiene che la vera preoccupazione è costituita dai 3,4 miliardi di persone che sopravvivono con meno di 2 dollari a giorno: come dargli torto? Considerando che il numero medio di figli per donna nei paesi meno sviluppati è di 4,5, contro l’1,7 dei paesi più ricchi, sappiamo che la maggior parte dei nuovi nati verrà al mondo in paesi dove l’accesso a beni primari è scarso. L’Europa, invece, deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione: nel nostro continente, infatti, gli over 60, 384 milioni nel 1980, sono oggi 893 milioni. E la vita media è di 80 anni, secondo le Nazioni Unite. In base alle proiezioni Eurostat nel 2040 Germania e Italia (che ha uno dei tassi di fecondità più bassi del mondo, pari a 1,2 figli per donna) dovranno fare i conti con una popolazione composta per oltre il 30% da persone ultrasessantacinquenni. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme avvertendo che già adesso vi sono nel mondo 61 paesi che hanno crescita zero o crescita negativa: la loro popolazione è in calo. Nel 2050 il numero di 80enni sul pianeta sarà quattro volte quello odierno. Secondo il rapporto “World Population Prospects: The 2010 Revision” dell’Onu, la popolazione mondiale raggiungerà i 9,3 miliardi già nel 2050. I problemi da prendere in considerazione sono numerosi e riguardano in gran parte le risorse limitate del nostro pianeta, l’accesso a queste da parte di tutti e, per noi, la sostenibilità dei nostri sistemi di welfare. Gli attuali modelli di sviluppo economici e ambientali appaiono incapaci di reggere alle richieste di 7 miliardi di persone. Le Nazioni unite sostengono le necessità di una pianificazione a più livelli per far fronte alle sfide dei prossimi decenni, quando si invertiranno alcuni rapporti di forza demografici a livello mondiale. L’impegno di tutti, a livello nazionale e internazionale, non può che essere per un mondo in cui ogni persona deve godere di pari diritti e dignità, puntando a una maggiore equità sociale. Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel suo rapporto, evidenzia infatti che ci sono troppe diseguaglianze per vivere i benefici di questo capitale umano. E non è una questione di spazio, che non manca, ma di politiche, che consentano un accesso equo alle risorse; di investire e pianificare, puntando su donne e giovani per accelerare progresso e sviluppo sostenibile. Il segretario ONU Ban Ki-moon ci ricorda, in questa giornata simbolica, il dovere di ciascuno di noi prendersi cura degli altri e del pianeta. Mai come oggi le vite degli uomini sono state tra loro così intrecciate… anche con la bimba n.7 miliardi! E chissà che nome porta… A noi piacerebbe “Speranza Serena”, no?!
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