IL FUTURO DI UN PAESE CHE NON HA UN PRESENTE

L’intervento che vorrei fare è quello che parla di una popolazione giovanile che oggi è di circa 1,2 miliardi, il più grande gruppo di giovani che il mondo abbia mai visto.
Vorrei dire che, dopo essere stati in prima linea nel cambiamento politico e sociale, dalle strade del mondo arabo all’occupazione di Wall Street, ora siamo dei protagonisti: nel mondo del lavoro come quello della politica, vorrei dire che siamo protagonisti nel nostro paese e PER il nostro paese.
Mi ritrovo a dover ripetere quello che tutti già sapete,che i giovani oggi hanno, rispetto al passato, quasi tre volte più probabilità di essere disoccupati da adulti e purtroppo non solo questo.
In Italia la famosa Legge 30 del 2003 doveva nelle intenzioni “realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro e a migliorare le capacità di inserimento professionale dei disoccupati e di quanti sono in cerca di una prima occupazione, con particolare riguardo alle donne e ai giovani”.
I risultati della legge sono stati ben altri: mai come in questi anni si è
acuito il numero di lavoratori precari, legati alle aziende da svariate e fantasiose tipologie contrattuali. Quelle che sulla carta si presentano come semplici “collaborazioni”, in realtà celano veri e propri lavori sottopagati e subordinati (cioè con orari, postazioni, e il monitoraggio continuo dei superiori).
Per porre rimedio il Governo italiano ha sinora previsto:
- taglio dei contributi del 30% per chi assume apprendisti, possibilità di sotto-inquadramento, e vantaggi normativi;
- sgravi fiscali dell’Irap per le imprese che assumono giovani sotto i 35 anni a tempo indeterminato;
- imposta sostitutiva sui redditi e sulle addizionali regionali e comunali Irpef pari al 5% nell’anno di costituzione e nei quattro seguenti per le persone fisiche che stanno per avviare un’impresa oppure che hanno avviato un’attività successivamente al 31 dicembre 2007;
- incentivi per la costituzione di Srl, i cui titolari non hanno più di 35 anni; il capitale sociale è fissato a un euro, ed è prevista l’esenzione da diritti di bollo e segreteria, assistenza notarile gratuita.
Ma non è abbastanza, come ci dice l’Unione europea che, nello specifico, chiede al nostro Paese di mettere i giovani al centro di ogni intervento mirato alla crescita sociale, economica e lavorativa.
Bruxelles invita ad un maggiore impegno finalizzato ad aiutare le nuove generazioni, magari con assunzioni facilitate e incentivi alle start up, nonché mediante piani diretti alla riduzione dell’abbandono scolastico e alla lotta al calo delle iscrizioni all’università.
Già perché la situazione italiana, dati ISTAT alla mano, non è delle più rassicuranti: l’Italia si distingue negativamente nel contesto europeo per la quota di early school leavers, cioè i giovani di 18-24 anni che hanno abbandonato gli studi senza aver conseguito un diploma di scuola superiore: sono quasi il 20 per cento nel 2009.
Risulta assai scarsa la partecipazione all’istruzione secondaria e terziaria da parte della popolazione di estrazione sociale più bassa. Se, infatti, le diseguaglianze nelle opportunità sono state annullate per quanto riguarda il raggiungimento dell’obbligo scolastico, esse rimangono consistenti sia per il conseguimento del diploma superiore che per quello della laurea (i laureati sono solo il 21,6 per cento dei giovani tra i 25 e i 29 anni).
Si rilevano dei livelli preoccupanti di competenza degli studenti italiani: la distanza rispetto agli altri paesi sviluppati si evidenzia anche per l’utilizzo delle nuove tecnologie.
L’Italia registra anche uno dei tassi di partecipazione alla formazione continua degli adulti tra i più bassi in Europa.
Non vi è corrispondenza tra il titolo conseguito e il tipo di lavoro richiesto dalle imprese, che penalizza i più istruiti, portati ad accettare professioni e inquadramenti al di sotto del titolo di studio posseduto. Complessivamente, si tratta di 4,6 milioni di persone, il cui mancato utilizzo nel mondo del lavoro si configura come un grave spreco di risorse umane.
Eppure, mentre il mercato è sempre più incapace di garantire sbocchi professionali, i mestieri manuali non risentono della crisi. Settore d’occupazione per 8.383.000 lavoratori (il 36% del totale degli occupati), anche nel 2011 sono stati i più richiesti, come evidenziato nell’ultimo Rapporto sulla situazione del Paese presentato dal Censis. A fronte di quasi 600.000 assunzioni previste dalle aziende, ben 264.000 (il 44,4%) hanno interessato lavori di tipo manuale.
Tuttavia le imprese lamentano difficoltà di reperimento, visto che sarebbero circa 50.000 (il 19% del totale) le posizioni di lavoro considerate di difficile copertura.
Il risultato è che negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra lavoratori italiani e stranieri in molte professioni manuali. Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (-11%), si registra un significativo aumento dei lavoratori stranieri (+83,8%), la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale.
Le difficoltà economiche sono anche quelle che condizionano le scelte dei giovani che ancora vivono con la famiglia di origine. Si tratta, oggi, di sette milioni di giovani che cominciano a manifestare segnali di insofferenza.
E qui si va ad inserire il fenomeno dilagante dei N.E.E.T. ( Not in Education, Employment or Training): citando un recente rapporto della Fondazione dei consulenti del lavoro possiamo dire che per effetto della crisi il numero di giovani che non sono occupati, né impegnati in corsi di studio o formazione registra un significativo aumento.
Nel triennio 2005-2008 i Neet tra 15 e 29 anni erano poco meno di 2 milioni, pari al 20% della popolazione nella stessa fascia d’età; nel 2010 erano 2,3 milioni, circa il 23,4%.
L’aumento è stato più marcato nelle Regioni del Nord e del Centro dell’Italia, meno pronunciato nel Sud, dove tuttavia l’incidenza di giovani Neet era prossima al 30% già prima della crisi.
Un fenomeno che preoccupa tutta Europa in questo momento di recessione ancora profonda. Ma che in Italia in particolare sta diventando ancora più dirompente. Perché stiamo parlando di una generazione che si ritiene “senza speranza”, che vive alla giornata, se non sulle spalle della famiglia di origine e non riesce a realizzare piani per costruirsene una propria o comunque per la creazione di una vita autonoma.
Il dato potrebbe essere meno negativo se ci trovassimo di fronte a una realtà in movimento, di giovani che non hanno lavoro al momento ma che si preparano per farsi trovare attrezzati non appena ci sarà l’inversione della curva. Invece, una statistica uscita pochi giorni fa ci fa temere che così non sia.
Ce lo ha raccontato l’Ilo, l’Istituto internazionale per il lavoro legato alle Nazioni Unite: nella sua ultima statistica che si riferisce a tutto il 2011, si legge che il numero di “Neet” in Italia ha raggiunto livelli “allarmanti”.
Ma non solo. L’Ilo sostiene che “seri problemi esistono anche riguardo alla qualità dei posti di lavoro creati”. Dall’inizio della crisi, la proporzione dell’occupazione a tempo determinato e a tempo parziale è aumentata fino a raggiungere rispettivamente il 13,4% e il 15,2% dell’occupazione totale. Inoltre, il 50% del lavoro a tempo parziale e il 68% del lavoro a tempo determinato non è frutto della libera scelta dei lavoratori.
Forse anche per questo i giovani si sono rassegnati.
E forse è in momenti come quello di oggi che la politica, e non l’antipolitica dilagante di oggi, può interrogarsi sul presente e fornire idee, proposte, risposte concrete ad una generazione che fatica a credere ancora non solo nel proprio futuro, ma anche nel proprio presente.

Miriam Cominelli
Resp. Provinciale alle Politiche Giovanili

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Una risposta a IL FUTURO DI UN PAESE CHE NON HA UN PRESENTE

  1. paolo cancarini scrive:

    Ciao Miriam, ti ho ascoltata sabato mattina in via Risorgimento…
    Permettimi questo commento per niente politico e molto personale:
    “Mi è piaciuta molto la freschezza, la vitalità e l’entusiasmo con cui hai esposto quello che adesso trovo scritto quà”
    E’ ciò che ho detto a Stefano Mino mentre ti ascoltavamo:-)
    Spero sia di stimolo e sprone!!!
    Paolo Cancarini




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