Pensare la città

Alle origini della civiltà occidentale un mito presiede all’idea di città, della polis, dunque della politica che, a sua volta, rimanda a polemos, la guerra. Una polarità, quella polis-polemos, da non perdere di vista, al fine di sottrarre polis ad una lettura irenica, edulcorata, sottratta a tensioni, a contrasti, sino al conflitto. Già Giovan Battista Vico, in modo forse eterodosso, coglieva questa ambiguità, la fatica per il governo equo della città e la “guerra” per il potere di governo della polis. Ma torniamo pure a città-polis. Qui vale la narrazione di Platone nel Protagora.
I Titani Epimeteo (“colui che vede dopo”) e Prometeo (“colui che vede prima”) sono incaricati di distribuire a ciascuna stirpe mortale le “facoltà naturali” che consentono la sopravvivenza associata. Il primo, con una inversione di ruolo rispetto al proprio etimo, provvede alla distribuzione, il secondo ne controllerà il risultato. Purtroppo Epimeteo esaurisce la riserva dei doni disponibili, elargendoli agli “esseri privi di ragione”, lasciando così l’uomo “nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi”. Per rimediare a Prometeo non resta che un gesto sacrilego: il furto ad Efesto ed Atena del fuoco e del sapere tecnico da portare agli uomini. Essi, però, pur venuti in possesso della perizia tecnica, restano sprovvisti dell’ “arte politica” senza la quale vivono dispersi, “alla mercè delle fiere”. È necessario, dunque, l’intervento di Zeus, che, timoroso per la loro sopravvivenza, invia Ermes con due doni divini: il rispetto dell’altro (aidos) e il senso della giustizia (diche). I vincoli di legamento e di obbligazione insiti nei doni di Zeus consentiranno, dunque, di instaurare quell’ordine (kosmos) che è a fondamento della città . La costituzione della polis, peraltro, rappresenta la premessa per lo sviluppo dell’arte politica, quella disciplina, fatta di sapere e di pratica, superiore alla tecnica per il tramite della quale l’uomo “inventò [sì] abitazioni, vesti, calzari, letti e trasse gli alimenti dalla terra”, ma non fu in grado di assicurare la convivenza associata della polis che qui assurge pertanto a cominciamento, principio di civilizzazione. La città, suggerisce Platone, necessita pertanto di una virtù: il pudore, vale a dire il rispetto dell’altro, il sentimento della prossimità, nonché il senso della giustizia da intendersi come condizione di ordine, di armonia, di possibilità che accada ciò che deve eticamente accadere. L’idea della città come struttura ordinata, retta su un fondamento di organizzazione, dunque governabile attraverso la legge, si conserva e si amplia successivamente presso il mondo romano. Sdoppiandosi. Qui, infatti, la città non è solo urbs, configurazione urbana, forma urbis, struttura urbanistica in perenne evoluzione su di un territorio, ma anche e soprattutto civitas, cittadinanza. Non solo, dunque, agglomerato urbano, ma cittadini costituiti in una totalità, partecipi, pur nei limiti dello jus romano, della sfera del diritto, cittadini che convivono non come moltitudine dispersa in ragione di un insediamento e di una presenza, ma in base allo “stare insieme e vicino” che evoca socievolezza, comunità, appartenenza. Uno slargamento della raffigurazione originaria destinato ad ampliarsi sino alla pienezza del moderno. Come ha osservato Paolo Perulli polis e mercato, ambiente umano e rete tecnica, società locale e nodo globale, centro e confine, urbs e orbis: fino dalle sue origini la città ha sempre mantenuto questo significato duplice, ambivalente, in grado di esprimere al tempo stesso la nostra radice e la nostra mobilità, il nostro stare e il nostro andare oltre. Sino alla metropoli contemporanea, alle forme inedite assunte sullo scorcio del ‘900, sino alla città-regione, alla città-arcipelago, alla città-rete, alla città-globale allorquando, – questo l’approdo di uno sviluppo storico – la città “socialdemocratica”, fordista, viene rimodellata, vivendo processi di progressiva verticalizzazione e diventando epicentro di trasformazioni dovute, da un lato, alla concentrazione delle funzioni più avanzate del capitalismo e del mercato, dall’altro a precipitosi flussi di popolazione, a profonde redistribuzioni del reddito, a modificazioni persino radicali dei diversi fattori di integrazione culturale e sociale. Sino ad una trasformazione del volto urbano che – così lo descrive Steven Flusty, un critico americano dell’urbanistica contemporanea – finisce con l’annoverare “spazi viscidi e irraggiungibili”, “spazi scabrosi e nervosi” che alludono a preclusione e disintegrazione. Quasi il farsi concreto delle “visioni” di Italo Calvino, quando, a proposito della città di Moriana, annota che “da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva, moltiplicando il suo repertorio di immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua ed una figura di là che non possono staccarsi né guardarsi”.
2. La città come coordinata spaziale in cui la vita di ciascuno è immersa, in cui tutti gli eventi coinvolgevano la cittadinanza in un unico vissuto e si svolgevano nell’ambito dello stesso perimetro urbano, non esiste più. Già Lewis Mumford, il classico storico della città, avvertiva come essa si potesse configurare soprattutto quale insieme di nodi di una rete di rapporti, “luogo in cui l’esperienza umana si trasforma in segni validi”. In stagioni in cui lo Stato nazionale è entrato in crisi sottoposto, da un lato, a pressanti richieste di cessioni sovranitarie nei confronti di istituzioni sovranazionali ed è investito, dall’altro, da un oneroso sovraccarico di istanze territoriali e locali nel segno del decentramento e del federalismo, la città amplia la propria sfera con l’internazionalizzazione degli scambi economici, con lo sviluppo della comunicazione, con l’affermarsi di una dimensione in cui i diversi fenomeni diventano sempre più inseparabili, interconnessi. E pur tuttavia la città resta l’ambito in cui rimangono insediate e sono fruibili le fondamentali funzioni del vivere associato – dell’amministrazione, del servizio sanitario e assistenziale, dello scambio, della giustizia, del culto, della sociabilità nei luoghi di incontro e di cultura, del tempo del lavoro e del tempo libero, della memoria –, fulcri e fori di una vita urbana che si deve altresì misurare con i molteplici “non luoghi” – così li definisce Marc Augé – della modernità, dal centro commerciale, all’aeroporto, dalla multisala cinematografica alle stazioni della metropolitana. Una città in cui si abita ed in cui l’abitare all’incrocio di un sistema di relazioni multiple costituisce – come sosteneva Martin Heidegger – un “tratto fondamentale dell’essere (Sein)”. “Forse – scriveva il filosofo tedesco – cercando di riflettere sull’abitare ed il costruire, mettiamo un po’ meglio in luce come il costruire faccia parte dell’abitare e come riceva da esso il suo essere (Wesen)”. Da qui la necessità, per lui ineludibile, di considerare questa dimensione “fra le cose che meritano che ci si interroghi a loro proposito e che restino nel novero di quelle che meritano vi si pensi”. Vivere la città significa, infatti, situarsi nel “punto di massima concentrazione dell’energia e della cultura di una comunità”. Nel nostro Paese, l’Italia delle cento città, la tradizione storica documenta in effetti un peculiare e permanente carattere urbano. Da Cattaneo a Theodor Schneider – lo storico tedesco che ha dedicato pagine illuminanti alla traiettoria delle nostre città – comune è il riscontro di una centralità oggi in crisi, crisi come valico, passaggio, transizione il cui polo dialettico è il territorio, l’area vasta, una geografia virtuale senza limiti e frontiere. Prevalentemente di origine urbana sono state la nostra cultura, l’organizzazione economico-produttiva e finanziaria, nonché gli assetti istituzionali, lo stesso sedimentarsi delle esperienze civili proprie di un civismo pre-politico. Riferito alla struttura urbana è pure il modello ideale, l’immaginario a lungo inseguito e coltivato nella elaborazione letteraria, filosofica, iconografica – valga l’esemplare raffigurazione del “buon governo” del 1357, dovuta ad Ambrogio Lorenzetti nella sala dei Nove del palazzo municipale di Siena – della forma più avanzata sviluppata, progredita di convivenza. Urbano è pure il percorso di formazione delle correnti ideali e politiche, dalle ideologie rinascimentali, a quelle illuministiche, a quelle risorgimentali fino alla nascita della nostra coscienza nazionale. Urbano è stato l’habitat dello sviluppo industriale, urbano, ancora, il modello preponderante di scambio culturale e di relazioni pubbliche. Dunque l’idea, la cultura della città che un’amministrazione esprime ed in nome della quale opera – non si governa, infatti, una città senza un’idea della città – offre la misura più veritiera e probante dell’effettivo grado di rispondenza delle ambizioni di governo coltivate e perseguite in un tempo di repentini mutamenti. Valga il caso di una leva di programmazione del territorio, cruciale per la città, qual’è rappresentata dall’urbanistica. Essa non nasce – l’osservazione va ricondotta ad uno studioso della levatura di Leonardo Benevolo – contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città moderna, ma si forma in un periodo successivo, “quando gli effetti quantitativi delle trasformazioni in corso sono divenuti evidenti ed entrano in conflitto tra loro, rendendo inevitabile un intervento riparatore”. Presupponendo, dunque, un’idea, una cultura per il governo della città.
3. La città di oggi, come riconoscono osservatori di diverse scuole, è il luogo più intenso delle contraddizioni della nostra organizzazione sociale. Da una parte il concentrato delle differenze e disparità che la nostra società produce (di reddito, di cultura, di consumo, di opportunità), dell’altra è il luogo deputato al risarcimento equitativo, al riscatto umano e civile. Il sistema delle sicurezze sociali a carattere redistributivo è prevalentemente urbano; la cultura urbana è, in senso generale aperta, multipla, fruibile all’accesso; il sistema degli spazi pubblici compensa le ristrettezze e sopperisce alle diverse esigenze di quelli privati. Eppure la città rappresenta un habitat non facile, un’identità composta da contrasti, da concorrenza e conflitti per l’occupazione degli spazi fisici e l’appropriazione di quelli simbolici. Spesso viene descritta come luogo della solitudine dove più drammatica, persino irrimediabile, può essere l’emarginazione. In città forte è la tentazione dell’esilio e troppo di frequente si trascura il contatto, il rapporto con gli altri in nome di una disposizione solitarista, di una libertà solipsistica, a-relazionale, finendo con lo scoraggiare il rapporto colloquiale, di convivialità, diretto, non mediato tra i cittadini. Un luogo in cui – ha scritto Thomas Maldonado – “tutti presi dalla paura di esporsi cercano affannosamente protezione nella dimora-rifugio, in cui tutti sono in un certo senso esuli, scultori inconsapevoli della ‘emigration intérieure’, in cui le differenze sono brutalmente ghettizzate”. Ma c’è pure l’altra anta perché, di converso, la città è anche l’ambito entro il quale più intensi sono la percezione e l’esercizio dei diritti di cittadinanza, dove il processo di istituzionalizzazione può essere interiorizzato e concretamente agito dai cittadini. Per cui la città dovrebbe essere l’espressione delle multiformi esigenze di una comunità aperta e inclusiva e, insieme, reale opportunità di realizzazione, attraverso un adeguato sistema di servizi, di chances e strategie di vita. Nella realtà è certamente meno, talora molto meno di questo, perché vive nella contraddizione tra quello che è e quello che potrebbe essere, quello che le forze politiche, sociali, economiche, culturali, spirituali realizzano fino a lasciare un segno, impronte riconoscibili. Non è certamente il frutto di una singola volontà demiurgica, né il merito unico o la colpa esclusiva di una classe politica, bensì l’esito di un’immateriale, ma operante e concreta logica sistemica che, pur nei contrasti, nelle contraddizioni, nelle vischiosità, negli stessi conflitti, si afferma. Da qui la necessità di un “municipalismo responsabile” al quale non servono come, alla luce della sua assai felice esperienza amministrativa torinese, ha ammonito Sergio Chiamparino, “palingenetiche reinvenzioni dello Stato su basi che non appartengono alla storia nostra, quanto piuttosto le concrete possibilità per i governi locali di esercitare la discrezionalità propria di ogni vera funzione di governo e sul piano delle risorse materiali e su quello dell’adattamento delle regole alle domande specifiche che salgono dal territorio”.
4. La città vive e progredisce se si alimenta di condivise e riconoscibili virtù pubbliche e civiche, di un’etica fatta di storia e memoria, d’identità e appartenenza, di senso di responsabilità e di regole da rispettare. Quell’etica a prescindere dalla quale chi si ritiene sodale e affine, proprio perché civis e quindi portatore insieme di comuni diritti e doveri di reciprocità, rischia di ritrovarsi estraneo ed ostile. Le virtù della cittadinanza, all’incrocio tra tradizione classica e affermazione del moderno, tra principi d’ispirazione cristiana e valori connaturati allo spirito laico-repubblicano, presuppongono una città viva, innervata da presenze attive ed evocano, dopo stagioni caratterizzate da invasività dello Stato ed esorbitante ruolo dei partiti, un rapporto tra istituzioni pubbliche e civitas che riconsegni all’impegno della politica l’espressione di una volontà generale, la valorizzazione di un interesse, di un bene comune. Virtù civiche – quelle virtù di cui teorizza Salvatore Natoli – praticate ed agite, di nuovo riscoperte, dopo stagioni di regressione, di deriva incivile, assunte nella loro essenzialità. Quanto al “bene comune” è un bene che precede, assiologicamente, il “bene pubblico” e che non coincide con la sommatoria dei beni dei singoli in quanto è quel bene di tutti da cui i singoli possono attingere e trarre beneficio. Come del resto comprova l’etimologia del termine – valgono qui puntualizzazioni anche recentemente offerte da Giacomo Canobbio – che rimanda sia a “cum munus (munere) cioè a compito condiviso, assunto insieme, sia a cum moenia (moenibus) cioè ad abitazione entro le stesse mura” – torna il tema dell’abitare – e quindi a solidarietà. Insomma una condizione comunitaria che consente di vivere, di convivere, per una causa che trascende gli interessi individuali. Una siffatta prospettiva potrebbe restituire motivazioni e speranza di fronte ad un futuro della città sempre più incerto e meno favorevole per effetto di trasformazioni convulse ed inusitate a motivo dell’affermarsi dell’egoismo dei singoli contro l’esercizio dei diritti di cittadinanza e, nei tempi recenti, soprattutto per le difficoltà insite nel rapporto tra una pluralità di culture. La città non necessita solo, dunque, di una valorizzazione degli spazi pubblici, ma della restituzione di quel senso civile e sociale, di quelle esperienze di interrelazione che sono andate perse e la cui riconquista pretende una cura particolare, un’iniziativa costante da parte degli attori che fanno e producono cittadinanza. Per altro intendere la città come specializzazione di spazi, secondo la modellistica della sociologia urbana classica, certamente non basta. La città non è tale solo in funzione dell’estensione o densità dei suoi luoghi e nemmeno in senso weberiano come “insediamento di mercato”, centro di produzione di beni di servizi, tantomeno autosufficiente. Essa infatti in quanto comunità vivente si qualifica sempre più come ambito di relazioni sociali, di partecipazione, di autonomia, come luogo, in definitiva, in cui ne va dell’essenza dell’uomo, se alla dirompente frammentazione sa opporre una paziente, tenace ricomposizione in nome di un partecipe sentire civico. Non si tratta di evocare ansie di omogeneità o improbabili omologazioni, né di inseguire appiattimento di differenze o assenza di diversità, ma di promuovere la percezione di appartenenza ad un comune vissuto in vista di una città cooperativa e solidale, consapevole del proprio “patrimonio sociale” che consiste in un insieme di luoghi, di relazioni, di memorie, di affetti, di cultura, di ethos, di corresponsabilità. Una città che raccoglie la sfida della trasformazione, che si impegna a ridisegnare il proprio “statuto di convivenza”, “promuovendo – così ha scritto Giuseppe Samonà – lo sviluppo adeguato degli apparati per i servizi dell’uomo di oggi desideroso di urbanizzarsi in modo corrispondente alle sue molteplici esigenze di vita”. Il riferimento è ad una societas di persone che legittimamente aspirano all’espansione e crescita individuale, ma che dalla colleganza agli altri e all’altro, da questa “umana compagnia”, derivano non una limitazione, piuttosto guadagnano una valorizzazione di sé, un potenziamento, un più alto grado di libertà secondo un equilibrato rapporto tra pubblico e privato, tra etica comunitaria e interesse individuale, fra le passioni dei singoli e il vantaggio di tutti.

Fonte: On. Paolo Corsini

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