Si fa presto a dire cattolici

Riccardo FratiNelle ultime settimane si sono susseguite a livello nazionale e locale convegni e riunioni con al centro la questione sempre dibattuta e mai risolta del ruolo dei cattolici in politica.
In particolare ci si è tornati ad interrogare sui compiti e sulle prospettive dei cattolici all’interno del Partito Democratico.
E’ un tema che ciclicamente torna di attualità ma che si è da ultimo caratterizzato per la forte inquietudine ed il disagio che, sottotraccia o esplicitamente, è stato da più voci manifestato.
Prima di entrare nel merito della questione, mi paiono necessarie alcune fondamentali premesse che dovrebbero costituire patrimonio comune dei cattolici impegnati in politica, ma che, al contrario, sembrano spesso dimenticate.
Il cattolicesimo non può essere considerato alla stregua di una ideologia politica. Guai se si immaginasse una sovrapposizione tra le categorie della politica e della religione.
La religione è intrisa di universalità (cattolico deriva dal greco katholikòs che significa universale) la politica è, per definizione, parziale.
Ne consegue che la militanza di tutti i cattolici in un solo partito non è e non può essere una aspirazione in virtù della quale nascondere le differenze, talvolta fortissime, che sussistono tra le posizioni politiche dei singoli cattolici.
L’unico “contenitore” in cui deve necessariamente realizzarsi l’unità dei cattolici è la Chiesa, tutto il resto è frutto di libere convinzioni ed opzioni, che devono certo misurarsi con il metro della coerenza ai valori professati, ma che non possono essere rinchiuse nel recinto di unanimità forzose.
L’essere cattolici non garantisce in ambito politico alcuna primazia o superiorità, semmai impone un più di inquietudine derivante dalla coscienza del divario, spesso enorme, che separa le realizzazioni umane dal modello di perfezione (santità) a cui il cattolico dovrebbe sentirsi chiamato.
Ne consegue, tra l’altro, che l’identità cattolica non deve mai essere utilizzata in politica per marcare il campo, per sottrarsi al dialogo con chi cattolico non è.
Il cattolico che assurga ad incarichi politici deve essere conscio, da un lato, di non potere arrogarsi il diritto di rappresentare tutte le variegate sensibilità del così detto “mondo cattolico” e tanto meno la Chiesa, dall’altro deve laicamente tendere al bene comune dei cittadini, siano essi cattolici o non cattolici.
Guai al politico che esercitasse il suo mandato con un’ ottica confessionale.
Se tali premesse sono vere, tutti coloro che dubitano in radice della possibilità per i cattolici di potere svolgere con efficacia la loro azione politica all’interno del Partito Democratico, partito per definizione laico, pluralista e non confessionale, dovrebbero acquietarsi: laicità, pluralismo, non confessionalità non sono elementi che nuocciono all’impegno politico di un cattolico, ma sono anzi elementi che dovrebbero, proprio per le ragioni sopra elencate, esaltarne le potenzialità.
Purchè, ovviamente, la laicità non si avvilisca nel laicismo, il pluralismo non diventi mero relativismo, la non confessionalità non diventi negazione del valore della religiosità e del ruolo della Chiesa , pericoli questi che sporadicamente fanno capolino nei ragionamenti di qualche esponente radical chic del PD, ma che non mi paiono certo maggioritari all’interno del partito.
Ma se non sussistono ostacoli teorici all’impegno dei cattolici nel Partito Democratico, ci si deve chiedere se, invece, non siano presenti motivi contingenti che giustifichino un disagio che c’è ed è diffuso.
Io sono convinto che le difficoltà esistano, ma siano da ricondursi non tanto a complotti od ostracismi della componente non cattolica del PD ai danni di quella cattolica, bensì alle insufficienze ed alle tiepidezze che hanno caratterizzato l’azione politica dei cattolici – di tutti i cattolici e non solo di quelli che militano nel PD- negli ultimi anni della storia politica italiana.
Non è una questione di mancanza di rappresentanza: all’interno del PD sono cattolici il Vice Segretario e la Presidente del Partito, è cattolico il Capogruppo alla Camera e molti altri influenti esponenti.
Non è certo una questione di prevaricazione della sensibilità dei cattolici sui temi etici, rispetto ai quali la linea ufficiale del Partito è sempre stata improntata a grande cautela.
Neppure ci si può lamentare per uno scivolamento del Partito nelle braccia della socialdemocrazia europea, posto che la paventata adesione al PSE, inaccettabile per molti cattolici ex democristiani, non pare più all’ordine del giorno.
No , il problema è un altro e deve essere individuato in quella che qualcuno ha efficacemente definito “l’afasia” che in questi ultimi anni ha colpito il “mondo cattolico”, proprio in riferimento a temi sui quali i cattolici avrebbero invece dovuto testimoniare con forza e coerenza i loro valori.
Le gerarchie ecclesiali, pur non smettendo mai di richiamare al rispetto dei principi, solo di recente hanno finalmente alzato il tono della denuncia contro lo sfascio morale, prima ancora che politico, di cui il Berlusconismo si è reso responsabile.
I cattolici impegnati in politica, dal canto loro, hanno troppo spesso ritenuto che fosse sufficiente marcare il senso della loro presenza rendendosi interpreti (talvolta persino troppo zelanti) delle posizioni della Chiesa in materia di bioetica, ruolo importante certo, ma di certo non sufficiente.
Troppo flebili sono state le voci dei politici cattolici di critica al liberismo senza regole, alla finanza senza etica, alla moltiplicazione delle diseguaglianze.
Timide e talvolta reticenti le posizioni a favore delle politiche di accoglienza e di difesa degli ultimi.

Pressochè inesistenti le azioni concrete (nonostante i continui proclami ed i family days) a favore della famiglia.
Poco incisiva la difesa dell’europeismo, nonostante l’ideale di una Europa unita sia stato concepito e realizzato proprio grazie all’impegno di grandi statisti cattolici.
Insufficiente la reazione di fronte ai fenomeni del culto della personalità e del populismo demagogico che hanno ammorbato questi ultimi anni della politica italiana.
Troppi i silenzi compiacenti davanti alla palese incoerenza ed alla doppie morali praticate o addirittura esibite da politici sedicenti cattolici.
E potrei proseguire a lungo.
Il problema dunque non sta nei “contenitori” in cui si esplica la presenza dei cattolici in politica, sta nei contenuti.
Si tratta per i cattolici di tornare protagonisti non rivendicando posti, non scavando trincee e marcando territori, non “stringendosi a coorte” contro chi proviene da storie diverse, ma ricominciando a lottare con convinzione e dedizione per i grandi intramontabili ideali che hanno ispirato la storia del cattolicesimo in politica.
In questa prospettiva ci si accorge allora che il Partito Democratico può essere per i cattolici una casa non solo abitabile ma persino confortevole.
Si tratta di arredarla con mobili solidi, funzionali e scelti di comune accordo da tutti gli abitanti.
Difficile, certo, ma possibile. Dipende da noi.
Con un’ avvertenza: i convegni per “addetti ai lavori” sono importanti ed utili, ma ancor più utile sarebbe ascoltare le voci e le istanze che si levano dal mondo dell’associazionismo, dal volontariato, dai tanti sacerdoti che ogni giorno si sporcano le mani a servizio del prossimo: come si può pretendere di rappresentare il “mondo cattolico” se non si è prima disposti ad ascoltarlo?

Fonte: Riccardo Frati – www.oltregibilterra.it

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