Pd, tre ricette, un obiettivo: «Via Berlusconi»

«L’Italia non è sull’orlo del baratro, ma è già nel baratro. E per evitare la catastrofe finanziaria ha una sola possibilità: liberarsi di Silvio Berlusconi». Ne sono convinti i parlamentari bresciani del Pd, sia pur con toni e aspettative differenti: perentorio l’onorevole Paolo Corsini («Berlusconi si deve dimettere»), collaborativo il collega Pierangelo Ferrari («Non puntiamo al ribaltone o a portare al Governo il centrosinistra che ha perso le elezioni, ma chiediamo un nuovo presidente del Consiglio con il quale poter fare un’opposizione costruttiva»), realista il senatore Guido Galperti («Berlusconi non si dimetterà mai, e dire “ci sono cose che per il bene del Paese vanno fatte, ma se c’è lui non le facciamo” è una contraddizione: se vanno fatte, vanno fatte comunque»).
All’indomani del discorso in aula del presidente del Consiglio (e dello stop estivo ai lavori di Camera e Senato), i tre parlamentari bresciani del Partito democratico hanno fatto il punto ieri nella sede provinciale di via Risorgimento.
«L’Italia è investita non solo da una grave crisi congiunturale, ma dalla crisi di un sistema di Governo che è arrivato al capolinea e che sta trascinando con sè l’intero Paese – accusa Corsini -. Tutto il mondo è in difficoltà, ma la crisi italiana ha due specificità, che sono Berlusconi e il suo Governo come ormai dicono a gran voce tutti: i sindacati, gli imprenditori, i cittadini, le categorie sociali… Tutti a chiedere un segnale di discontinuità, che per noi del Pd può significare solo un passo indietro da parte del presidente del Consiglio o elezioni anticipate, visto che, paradossalmente, più calano i consensi per il premier nel Paese, più aumentano i consensi in aula, grazie alle spregiudicate campagne acquisti della maggioranza».
Nonostante il progressivo ingrossarsi delle fila dei cosiddetti «responsabili», Corsini parla di «crisi del berlusconismo, oltre che di Berlusconi». Di più: per l’ex sindaco di Brescia «siamo alla fine di un regime durato 15 anni», che negli ultimi mesi ha dato tre pericolosi colpi di coda: «In primo luogo, dopo tante leggi “ad personam” il tentativo di inserire una norma “ad aziendam” in vista dell’attesa sentenza Mondadori; in seconda battuta, l’arroganza di dare priorità in Parlamento alla legge sul cosidetto “processo lungo”, quello che sommato alla “prescrizione breve” segnerà la fine del diritto delle vittime a essere ripagate e risarcite dei torti subìti, anzichè studiare misure per prevenire i problemi di liquidità dello Stato previsti per settembre da un organo serio e imparziale come il bollettino ufficiale del Fondo monetario internazionale; in terzo luogo – dice Corsini – la raffigurazione distorta della realtà fatta mercoledì in aula da Berlusconi, secondo il quale l’Italia sarebbe il paese di Bengodi, con conti a posto, industrie competitive e famiglie senza problemi, giusto il contrario di quanto è sotto gli occhi di tutti».
Alla luce di tutto questo Corsini definisce «non contrattabile» l’uscita di scena di Berlusconi e Tremonti, quali «massimi responsabili del disastro Italia», spera che il Parlamento volti pagina al più presto grazie al «senso di responsabilità nazionale evocato dal presidente Napolitano» e individua nel presidente del Consiglio, sempre lui, il principale ispiratore di quella che definisce «la preoccupante deriva populista dell’antipolitica».
«In molti casi l’indignazione dei cittadini contro gli sprechi della politica è motivata, ma l’importante è che colpisca i bersagli giusti e non le istituzioni, come fanno invece i giornali-manganello del premier – precisa Ferrari -. In Parlamento non siamo tutti uguali e non diciamo tutti le stesse cose: noi del Pd, per esempio, nel votare il bilancio della Camera avevamo proposto di limitare l’uso delle auto blu soltato al presidente e al segretario generale, ma l’emendamento è stato bocciato dalla maggioranza, al pari di tante altre misure di contenimento delle spese. Ed è una responsabilità che va sottolineata».
Quanto alla doppia proposta lanciata dal segretario nazionale del Pd Bersani - Governo di solidarietà che stabilizzi i conti dello Stato e vari la nuova legge elettorale o elezioni subito – Ferrari considera percorribile solo la prima perchè «l’Italia non è la Spagna, dove Zapatero è stato costretto ad anticipare le elezioni perchè era rimasto senza maggioranza e non era in grado di varare una manovra come quella che è stata approvata in Italia grazie al senso di responsabilità dell’opposizione». In Italia, dice Ferrari, la situazione è diversa: «Berlusconi, anzichè vivvere in una bolla autoreferenziale fuori dalla realtà, deve assumersi la responsabilità storica del suo declino, ormai diventato il declino del Paese» anche perchè «è inutile illudersi che la spallata possa arrivare dal Parlamento, dove, anzi, il numero dei “soccorritori” cresce ogno giorno di più».
«I governi degli altri Paesi cercano una cura alla crisi; il governo Berlusconi, invece, è parte della malattia», accusa Ferrari, invocando un «governo del presidente» (Napolitano) che duri sei mesi-un anno, il tempo necessario per affrontare l’emergenza finanziaria. «In questo caso – assicura Ferrari – noi saremmo pronti ad assumerci le nostre responsabilità, per il bene del Paese».
Ancor più esplicito il senatore Galperti: «Vista la situazione, è difficile pensare a vacanze lunghe per il Parlamento – dice -. Personalmente credo che il Pd si debba preparare già entro la fine di agosto a dare risposte straordinarie su alcuni temi in nome della coesione e della responsabilità nazionale. Alcune decisioni sono indispensabili, con o senza Berlusconi: penso a un’ulteriore riduzione delle spese, a un aumento delle entrate e allo stanziamento di fondi per la ripresa economica perchè senza ripresa non sarà possibile contendere il debito e la spesa pubblica». In questa fase, assicura Galperti, «l’interesse del Paese viene prima dell’interesse di partito. E sono convinto che i nostri elettori lo capirebbero e apprezzerebbero. Senza un gesto di riconciliazione fra Governo e opinione pubblica, d’altra parte, la frattura rischierebbe di allargarsi ulteriormente». Via dunque dall’agenda parlamentare le questioni non fondamentali, via alle dismissioni statali e, per ridurre le spese, «via anche alle amministrazioni provinciali, ma pure a qualche Regione, perchè non avrebbe senso abolire una Provincia da 1,3 milioni di abitanti come Brescia e salvare una Regione da 300 mila come il Molise».

Fonte: Marco Bencivenga Bresciaoggi

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