L’università della Gelmini Solo per docenti ricchi – di Pietro Greco su l’Unità

Lo diciamo da tempo. Quella che da mesi stanno immaginando e costruendo Giulio Tremonti, Mariastella Gelmini e l’intero governo Berlusconi è “un’università per ricchi”. Ma abbiamo sempre pensato che quel “per ricchi” stesse per studenti dotati di papà e/o mamme dal portafoglio gonfio. Non avremmo mai immaginato che la costruzione di “un’università per ricchi” riguardasse anche il corpo docente. E che Giulio Tremonti, Mariastella Gelmini e il governo Berlusconi stessero costruendo anche un’università “per docenti ricchi”.  Poi abbiamo letto l’articolo 23 della legge 240/2010 di riforma dell’università approvata dal Parlamento lo scorso mese di dicembre – la cosiddetta “legge Gelmini” – promulgata il 30 dicembre ed entrata in vigore il 29 gennaio 2011 e abbiamo capito di avere un’immaginazione piuttosto limitata. Perché il governo e, poi, la maggioranza parlamentare hanno in mente e stanno realizzando un’”università per studenti e docenti ricchi”. Senza persone che magari hanno un grasso curriculum scientifico e didattico, ma un magro conto in banca.
L’articolo 23, infatti, recita: «Le università (…) possono stipulare contratti della durata di un anno accademico e rinnovabili annualmente per un periodo massimo di cinque anni, a titolo gratuito o oneroso, per attività di insegnamento al fine di avvalersi della collaborazione di esperti di alta qualificazione in possesso di un significativo curriculum scientifico o professionale, che siano dipendenti da altre amministrazioni, enti o imprese, ovvero titolari di pensione, ovvero lavoratori autonomi in possesso di un reddito annuo non inferiore a 40.000 euro lordi».
Docenti a contratto, dunque, possono essere solo dipendenti pubblici (ma di altra amministrazione), pensionati e lavoratori autonomi ricchi. Sono dunque esclusi i lavoratori con contratti a termine (ovvero i precari) e i lavoratori autonomi poveri o, comunque, non ricchi (quelli con reddito inferiore a 40.000 euro).
Sì avete capito bene: il “titolo di merito” per diventare docenti a contratto (con contratti fino a 5 anni) non è il “merito” (chi ha più pubblicazioni, chi ha più esperienza didattica), ma il portafoglio. I rettori – gli unici titolati a conferire un incarico di insegnamento – sono chiamati a operare come dei Robin Hood al contrario: devono togliere il contratto ai poveri per darlo ai ricchi.
La norma è spudorata. Ma, si dirà, sarà stata inserita per sbaglio. Deve essersi trattato di un errore. Niente affatto. È proprio ciò che il governo e la maggioranza vogliono. Fortissimamente vogliono. Tant’è che all’articolo 18 della medesima legge, ai commi 5 e 6, si legge che i soggetti esclusi dalla possibilità di fare ricerca presso le università sono: i collaboratori coordinati e continuativi e i collaboratori occasionali (ovvero i precari); oltre che i titolari di borse di studio di ricerca e formazione avanzata bandite dall’ateneo, i professionisti e il personale tecnico amministrativo a tempo determinato. Tant’è che non hanno risposto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che il 30 dicembre, nel promulgare la legge 240, faceva notare la «dubbia ragionevolezza» dell’articolo 23 e, quindi, chiedeva esplicitamente di rivederlo al più presto.
Tant’è lo scorso 29 gennaio la legge è entrata in vigore ed è diventata operativa. Le università non stipulando contratti per l’incarico di insegnamento con giovani precari, ma solo con lavoratori autonomi con reddito superiore a 40.000 euro e con qualche professore in pensione. Come ha fatto notare – in un silenzio quasi generale – un giovane professore dell’Università di Firenze in una serie di “post” su siti internet  l’articolo 23 della legge è:  illogica (come ha fatto autorevolmente rilevare il Presidente della Repubblica); discriminatoria, proprio perché privilegia i ricchi a danno dei meno ricchi; quasi certamente incostituzionale, perché limita la libertà di insegnamento sulla base del censo; controproducente, perché i professori a contratto (circa 50.000) coprono una parte rilevante degli insegnamenti nelle università e sono in numero superiore alla somma dei docenti ordinari e associati (37.000).
Malgrado tutti questi avvertimenti, l’articolo 23 è attualmente in vigore. Alla faccia del merito e alla faccia dei giovani, che – a detta del Ministro – dovevano essere gli obiettivi della riforma. Molto probabilmente l’articolo serve solo per risparmiare qualche spicciolo: il vero obiettivo della legge scritta da Mariestella Gelmini e dettata da Giulio Tremonti.
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