Più impegno per lo sport femminile: Regione dice no alla richiesta del PD

sport_femminileLo sport al femminile è in difficoltà. Il tasso di abbandono delle discipline da parte delle donne è alto, mentre per gli uomini è più facile percorrere la strada dell’agonismo professionistico. All’interno delle strutture federali solo il 9% dei dirigenti è donna. E in generale una sportiva guadagna almeno il 30% in meno del suo collega maschio.

Per questo abbiamo presentato una mozione – sottoscritta per altro dalle ex atlete professioniste e campionesse Lara Magoni e Maria Teresa Baldini, entrambe consigliere regionali in maggioranza – che voleva impegnare la Giunta regionale “ad attivarsi affinché tra i criteri che andranno a comporre la ripartizione dei contributi regionali alla pratica e alle attività sportive, compresi gli eventi di rilevante importanza, venga riconosciuta una premialità per lo sport al femminile, allo scopo di promuoverne attivamente le pari opportunità in Regione Lombardia”.

IL TESTO DELLA MOZIONE PD PER LO SPORT FEMMINILE

Ma la maggioranza di centrodestra ha detto no. Il Consiglio regionale e la Giunta lombardi bocciano la mozione per una maggiore attenzione allo sport al femminile perché, secondo Maroni e i suoi, il problema non esiste.

I motivi per sostenere le donne, fin da giovani, verso la pratica sportiva invece ci sono tutti. I dati Eupolis ci dicono chiaramente che le differenze di genere sono marcate: fa sport il 28,3% degli uomini, l’11,4% in modo saltuario, contro il 19,5% delle donne (7,7% in modo non costante). Il massimo gap si raggiunge nella fascia tra i 20 e i 24 anni. La quota di coloro che hanno già interrotto lo sport è più alta fra le ragazze (il 19,2% contro il 12,6% dei ragazzi). Un’analisi del Coni del 2011 confermava che rispetto alle fasce d’età giovanili, 11-34 anni, si rileva una media del 16,6% di partecipazione in meno tra le donne, con il massimo del 19% registrato nella fascia di età 18-19 anni e un minimo del 14% registrato nella fascia di età 25-34 anni.

Nonostante ciò, l’assessore regionale allo Sport Antonio Rossi, notoriamente anche lui un campione dello sport italiano, ha ritenuto che una premialità, per quanto riferita ai bandi regionali, potesse essere discriminante ed è parso non essergli chiaro come applicarla. Più comodo indicare quello che dovrebbero fare altri, come suggerito anche da altri esponenti dell’opposizione e dall’assessore stesso, piuttosto che impegnarsi come Regione Lombardia sulle proprie competenze.

Ma guardando la realtà, quella dei numeri, appunto, ci pare logico che per le proprie responsabilità Consiglio regionale e Regione si debbano prendano la briga di dare un segnale che possa fare anche cultura in chiave di opinione pubblica e di promozione dello sport. La premialità chiede semplicemente una quota di attenzione per le società dilettantistiche femminili e che in dote sport ci sia un occhio di riguardo alle famiglie con ragazze che fanno sport.

L’adozione di criteri positivi per la ripartizione dei contributi in base alla pratica agonistica delle tesserate potrebbe stimolare l’incremento della pratica sportiva femminile e premiare i soggetti che attuano politiche di incremento. Non sono richieste fuori dal mondo, tutt’altro. E avrebbero rappresentato un segnale interessante dal punto di vista culturale e politico.

Fabio Pizzul, consigliere regionale PD




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