La cultura per Maroni? Guarda al passato e non merita investimenti

In quanti modi si dice “confetto” in Lombardia? Probabilmente uno per ogni provincia, anche di più. Ecco perché secondo il PD è davvero una forzatura l’idea di indicare il lombardo come “lingua”, magari con l’obiettivo di insegnarla nelle scuole.

Anche per questo, ma non solo, ci siamo astenuti nella seduta di martedì al momento del voto sul riordino normativo in materia di cultura. Sono diverse le scelte che non abbiamo condiviso: quella di non sostenere più l’Istituto lombardo per la storia del movimento di Liberazione o la banalizzazione e la strumentalizzazione del tema del patrimonio dialettale lombardo.

Sicuramente il riordino delle leggi della cultura è utile , soprattutto per gli operatori culturali. C’è stato un prezioso lavoro tecnico di ricognizione delle normative esistenti e aperto ai nostri contributi. Sono state inoltre introdotte alcune interessanti novità come il programma triennale della cultura, i piani integrati della cultura, l’innovazione riguardo la tutela della proprietà intellettuale su cui poi si dovrà lavorare.

Ma restano molte però le perplessità. Innanzitutto, una domanda: quale idea di cultura c’è dietro questo progetto di riordino? Francamente abbiamo fatto fatica a capirlo. Mi sembra una legge senz’anima, senza idee, compilativa. E se dovessimo andare a individuare delle linee, troverei tre parole: conservazione, identità e tradizione. Il tutto riletto in maniera localistica e tendenzialmente nostalgica.

Ma la cultura della Lombardia che guarda al futuro può basarsi su questi atteggiamenti? Può la Lombardia vincere le sfide che il mondo attuale le pone di fronte semplicemente pensando a difendere il proprio passato? Per non parlare delle risorse messe a disposizione delle politiche culturali: nel 2010 erano 52 milioni, oggi appena 18. Si parla di cultura lombarda, ma non si trovano i soldi per sostenerla davvero.




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