Parità di genere in Lombardia, questa sconosciuta!

La parità di genere nelle società partecipate lombarde è ancora lontana. Al 31 maggio 2015 sul totale delle nomine conferite negli enti appartenenti al sistema regionale o di particolare rilievo per l’attività della Regione le donne erano 263 e gli uomini 1050: l’80% contro il 20%. La cifra è aumentata di poco negli anni e molto lentamente: nel 2003 le donne erano il 10, 6 %.Nel 2010 erano il 15% , nel giugno 2013 il 16, 3 %. Guardando i dati dei diversi settori i numeri peggiori (al 31 maggio 2015) si registrano nei consigli di amministrazione dove le donne sono solo il 17% (117 contro 577 uomini) . Salgono al 22% nei collegi dei revisori. Sono 89 a fronte di 319. Tra i direttori (generali, sanitari o di altri enti di interesse regionale) sono invece il 25%. (48 donne e 145 uomini) – TUTTI I DATI NEL DETTAGLIO

Dati sconfortanti che sono stati presentati questa mattina, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Pirelli dalla vicepresidente del Consiglio regionale Sara Valmaggi e la consigliera Laura Barzaghi, entrambe Pd, Lucia Castellano e Silvia Fossati, capogruppo e consigliera del Patto civico e Eugenio Casalino, Paola Macchi, e Silvana Carcano rispettivamente consigliere segretario e consigliere del Movimento 5 Stelle.

Dati sconfortanti che non sembrano però turbare la maggioranza in Regione, che continua a non fare nulla per porvi rimedio, anzi conferma in ogni occasione un atteggiamento sprezzante. In Commissione affari istituzionali infatti ha bocciato due progetti di legge, presentati da Pd, Patto civico e Movimento 5 stelle, uno di modifica alla l.r.25/2009 (Norme per le nomine e designazioni di competenza del Consiglio regionale) e l’altro di modifica alla l.r. 32/2008 (Norme per le nomine e designazioni della Giunta regionale e del Presidente della Regione).

I due progetti prevedono di recepire e applicare da subito le regole più stringenti della normativa nazionale sulla parità di accesso agli organi delle società controllate dalla pubblica amministrazione, imponendo l’obbligo di almeno un terzo delle donne e di introdurre per ciascuna nomina del Consiglio la doppia preferenza, per avere da subito la certezza normativa della presenza femminile.
Questo, sia per dare attuazione al principio di democrazia paritaria sancito dallo Statuto, che per recepire e rafforzare la legge nazionale 120/2011 sulle nomine dei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa delle società pubbliche, che impone almeno un quinto dei componenti donne per il primo rinnovo e un terzo per i successivi.
Domani i due progetti di legge approderanno in aula, con l’indicazione di non passaggio alla discussione. Saranno quindi, con tutta probabilità, definitivamente archiviati. Lega e alleati vogliono porre un argine al cambiamento culturale in atto. E questo in una regione in cui la percentuale delle donne che lavorano e che occupano posizioni apicali supera di parecchio la media nazionale.

«Un fatto inaccettabile – afferma Valmaggi – pur consapevoli che, da sole, le leggi non bastano a produrre il cambiamento culturale necessario siamo altrettanto convinte che la Regione non possa arrivare al punto di ostacolare l’approvazione di normative in linea con quelle nazionali e con i principi sanciti dal proprio Statuto. L’appello alla maggioranza è quello a ripensarci».

«Con una decisione del genere – commenta Castellano -, questa maggioranza oscurantista su tutti i fronti, dai diritti civili a quelli religiosi, frena ora anche la partecipazione attiva delle donne alla politica. Un atteggiamento di spregio verso la parità di genere che non trova giustificazioni e che va contro lo stesso Statuto regionale, dove il principio è invece sancito con chiarezza. L’auspicio è che ci sia quindi un ripensamento su questa nostra proposta che intende semplicemente garantire il necessario riequilibrio della presenza femminile nelle società partecipate dalla Regione, in funzione anche di una loro maggiore efficienza».

«Nello stagno politico italiano – conclude Macchi – questa iniziativa è un piccolo passo avanti che riapre il dibattito sulla garanzia che entrambi i generi siano rappresentati, almeno da un terzo dei membri, nelle posizioni apicali di enti e amministrazioni regionali. Il vero cambiamento deve essere quello culturale, in questo momento quello femminile è il genere meno rappresentato nelle posizioni dirigenziali pubbliche. Purtroppo è evidente che in Regione Lombardia non si vuole approfondire la questione, tant’é che in Commissione le proposte di legge hanno avuto voto contrario da parte della Maggioranza. Avere più donne a livello dirigenziale, donne che vivono di persona i nostri problemi quotidiani potrebbe significare il cambiamento in meglio di una società che sta collassando».




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